Valentina Tereškova, la prima donna nello spazio. – 16 Giugno 1963 – La birra, storia liquida dell’umanità. – 17 giugno 1885. – Se le mucche non fossero mai esistite: il mondo che non abbiamo vissuto. – 18 giugno 1815 – L’epoca dei nervi scoperti. – 19 giugno 1865. – Il cavallo, protagonista silenzioso della guerra. – 20 giugno 1789. – Il solstizio d’estate: miti, storia e leggende della luce.. – 21 giugno. – L’America e il confine inquieto del sogno. – 22 giugno 1633. – Dona il plasma, dona una possibilità in più. – Quando doni sangue, regali possibilità…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Valentina Tereškova, la prima donna nello spazio.

La prima donna cosmonauta della storia fu una giovane operaia tessile sovietica con la passione per il paracadutismo, figura che la propaganda comunista trasformò rapidamente in un simbolo di emancipazione femminile e di pari opportunità, attribuite alla presunta superiorità del sistema sovietico. L’impresa spaziale di Valentina Tereškova prese avvio il 16 giugno 1963, nel pieno della Guerra Fredda, la dura contrapposizione geopolitica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. In quegli anni la competizione tra le due superpotenze si estendeva anche allo spazio, diventato terreno strategico di dimostrazione tecnologica e ideologica. Dopo il successo di Jurij Gagarin nel 1961, il volo di una donna rappresentava per Mosca un ulteriore colpo propagandistico di grande impatto globale.

Nata il 6 marzo 1937 in un villaggio sul Volga, Tereškova proveniva da una famiglia umile e aveva perso il padre durante la guerra sovietico-finlandese. Dopo aver lasciato la scuola per lavorare in un’industria tessile, aveva continuato a studiare nel tempo libero, coltivando parallelamente la passione per il paracadutismo. Proprio questa esperienza si rivelò decisiva quando il programma spaziale sovietico avviò la selezione di candidate femminili.

Scelta tra cinque aspiranti, Tereškova fu sottoposta a un addestramento rigoroso, che includeva prove in centrifuga, isolamento e simulazioni di microgravità. Il 16 giugno 1963 partì dal Cosmodromo di Bajkonur a bordo della Vostok 6, con il nominativo radio “Čajka” (gabbiano). Rimase in orbita per quasi tre giorni, completando 48 rivoluzioni attorno alla Terra, più tempo nello spazio di tutti gli astronauti americani fino a quel momento.

La missione non fu priva di difficoltà: la cosmonauta sperimentò nausea e affaticamento e dovette segnalare un problema al sistema di orientamento della capsula, contribuendo a evitare un possibile errore di traiettoria. Il rientro avvenne il 19 giugno con l’espulsione dal modulo e l’atterraggio tramite paracadute. Tereškova divenne immediatamente un’eroina nazionale, insignita del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.

Il volo di Valentina Tereškova non fu soltanto un traguardo tecnico, ma anche un potente messaggio politico e culturale del suo tempo. Oggi, al di là della propaganda che lo accompagnò, rimane soprattutto la storia di una donna che, partendo da origini semplici e da un mondo ancora profondamente diseguale, riuscì a varcare per prima un confine fino ad allora riservato all’uomo. Il suo viaggio nello spazio continua a ricordare quanto le grandi svolte della storia nascano spesso dall’incontro tra determinazione personale e momenti irripetibili del progresso umano.

Favria, 16.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni sorriso che doni torna a te. Felice martedì.

16 Giugno 1963

Valentina Tereškova parte per lo spazio. Fu la prima donna astronauta della storia.

La birra, storia liquida dell’umanità

Molto prima delle città, delle scritture e degli imperi, l’uomo aveva già scoperto qualcosa di straordinario: la fermentazione. Da un gesto semplice, bagnare dei cereali e lasciarli riposare, nacque una bevanda destinata ad attraversare i millenni. La birra non è solo una delle più antiche creazioni umane, ma anche una delle più longeve, capace di reinventarsi senza mai perdere il suo ruolo centrale nella vita quotidiana. Le sue origini affondano in un tempo remoto, forse tra il 13.000 e l’11.000 a.C., quando le prime comunità iniziarono a sperimentare con i cereali selvatici. In quel mondo ancora privo di agricoltura strutturata, la scoperta della fermentazione fu probabilmente casuale, ma i suoi effetti, nutrimento, energia, lieve ebbrezza, non passarono inosservati. Quando poi, nel Neolitico, l’uomo si stabilì e iniziò a coltivare la terra, la birra divenne una presenza stabile, quasi inevitabile.

All’inizio era molto diversa da quella che conosciamo oggi: densa, dolciastra, più simile a un “pane liquido” che a una bevanda limpida. Pane e birra, in effetti, nascono dallo stesso processo, dagli stessi ingredienti. In alcune civiltà antiche, come quella egizia, il confine tra i due era così sottile da rendere la birra una trasformazione diretta del pane fermentato immerso in acqua.

Non era solo una bevanda: era nutrimento essenziale. Ricca di vitamine, sali minerali ed energia, rappresentava una risorsa fondamentale soprattutto per le classi più umili. In un’epoca in cui l’acqua poteva essere contaminata, la fermentazione offriva anche una forma di sicurezza sanitaria. Bere birra, in certi casi, era più sicuro che bere acqua.

Con le prime grandi civiltà, la birra assunse anche un valore simbolico e sociale. Tra i Sumeri era considerata un dono divino, tanto da essere celebrata in inni dedicati a divinità legate alla fermentazione. Le tecniche produttive si affinarono, le varietà si moltiplicarono, e la bevanda entrò persino nelle leggi che ne regolavano qualità e commercio. In Egitto veniva prodotta su larga scala e distribuita come salario, diventando parte integrante dell’organizzazione economica.

Nel corso dei secoli, la birra ha seguito i percorsi della storia. Ha prosperato dove il clima favoriva i cereali, è stata perfezionata nei monasteri medievali, trasformata dall’introduzione del luppolo e infine rivoluzionata dall’industria. Con la nascita delle lager e delle pilsner, grazie alle innovazioni tecnologiche e scientifiche, è diventata una bevanda globale, accessibile e standardizzata.

Eppure, nonostante la produzione industriale, non ha mai perso la sua dimensione più umana. Negli ultimi anni, il ritorno delle birre artigianali ha riportato al centro il gusto, la sperimentazione e il legame con il territorio. La birra continua a essere ciò che è sempre stata: un punto d’incontro, un elemento di condivisione, un linguaggio comune tra culture diverse.

Forse è proprio questa la sua forza. Non è solo ciò che si beve, ma ciò che si vive insieme agli altri. Dalle antiche giare condivise con cannucce filtranti alle moderne pinte al bancone, il gesto resta lo stesso: bere insieme.

In fondo, la birra racconta una verità semplice: ciò che nasce per caso può diventare tradizione, e ciò che nutre il corpo può unire le persone. Nel fluire di questa bevanda antica, scorre anche la storia dell’uomo: imperfetta, in continua trasformazione, ma sempre alla ricerca di qualcosa da condividere.

Favria, 17.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Abbraccia i tuoi sogni e non lasciarli andare. Felice mercoledì.

17 giugno 1885

La Statua della Libertà arriva a New York. Fu un dono della Francia agli Stati Uniti.

Se le mucche non fossero mai esistite: il mondo che non abbiamo vissuto.

Se all’improvviso le mucche, i buoi e tutto ciò che deriva dall’uro non fossero mai entrati nella storia umana, il nostro presente sarebbe così diverso da risultare quasi irriconoscibile. Non si tratterebbe solo di eliminare un animale dal paesaggio rurale o di cambiare qualche abitudine alimentare: sarebbe un’altra civiltà, un’altra economia, un’altra idea di natura e persino un altro immaginario collettivo. Perché il bovino domestico non è stato soltanto una fonte di cibo, ma una delle grandi forze silenziose che hanno modellato la nostra evoluzione.

Tutto inizia migliaia di anni fa, quando l’uomo incontra l’uro, un gigantesco bovino selvatico potente e pericoloso, che dominava le pianure eurasiatiche. Era un animale imponente, quasi mitologico nella sua forza, e proprio per questo affascinante e difficile da affrontare. La domesticazione non fu un evento unico e lineare, ma un lungo processo di addomesticamento e selezione che trasformò gradualmente una creatura selvaggia in un alleato stabile. Da quell’incontro nacque una delle relazioni più produttive della storia: quella tra esseri umani e bovini.

Senza questo passaggio fondamentale, l’alimentazione umana avrebbe seguito strade molto diverse. La carne rossa sarebbe stata rara, probabilmente sostituita da una predominanza di pollame, maiale e caccia occasionale. Tuttavia questi animali non possiedono la stessa capacità dei ruminanti di trasformare erba e fibre non commestibili per l’uomo in proteine di alta qualità. In altre parole, senza le mucche, una parte enorme delle terre non coltivabili sarebbe rimasta inutilizzata dal punto di vista alimentare. Le montagne, le praterie aride, le zone marginali non avrebbero contribuito alla nutrizione umana come hanno fatto per millenni.

Il latte, poi, sarebbe un capitolo completamente assente o marginale. Niente latte vaccino, niente burro, niente yogurt come li conosciamo oggi. Le colazioni europee non avrebbero mai sviluppato la loro identità lattiero-casearia e molti prodotti simbolo della tradizione culinaria mondiale non esisterebbero. Formaggi stagionati, mozzarella, ricotta, parmigiano: intere culture gastronomiche sarebbero semplicemente non nate. La nutrizione infantile avrebbe seguito altre vie, forse basate esclusivamente su vegetali o su altre specie domestiche meno efficienti nella produzione di latte. Anche il cioccolato al latte, i dolci moderni e gran parte dell’industria alimentare industriale avrebbero preso direzioni completamente differenti.

Ma il cambiamento più profondo non sarebbe stato solo alimentare. Le mucche hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’agricoltura stessa. Prima della meccanizzazione, i buoi erano la principale fonte di energia per il lavoro nei campi. Aravano, trasportavano, dissodavano. Senza di loro, la produttività agricola sarebbe stata più bassa, la fatica umana molto più intensa e l’espansione delle civiltà più lenta e limitata. Probabilmente avremmo avuto società meno stabili, più piccole e più dipendenti dalla caccia, dalla raccolta o da forme alternative di allevamento meno efficienti.

Anche il paesaggio sarebbe diverso. I pascoli aperti, modellati per secoli dal pascolo bovino, sarebbero stati in parte riconquistati dalle foreste o avrebbero assunto un aspetto completamente differente. Molti ecosistemi moderni sono il risultato diretto della presenza delle mucche e della gestione umana degli allevamenti. Senza di esse, la biodiversità e la distribuzione delle specie vegetali e animali avrebbero seguito traiettorie alternative, meno influenzate dall’attività pastorale.

Sul piano culturale, la perdita sarebbe enorme. Le mucche sono entrate nei miti, nelle religioni, nelle tradizioni simboliche di moltissime civiltà. Sono state sacre, venerate, rappresentate come simboli di fertilità e abbondanza. Senza di loro, interi immaginari religiosi non esisterebbero: niente vacche sacre, niente miti legati al toro, niente simbolismi legati alla generosità della terra che nutre. Persino alcune narrazioni artistiche e iconografiche sarebbero prive di uno dei loro soggetti più ricorrenti.

E poi c’è il lato meno intuitivo ma fondamentale: la salute e le malattie. La convivenza stretta con i bovini ha contribuito alla nascita e alla diffusione di alcune zoonosi, ma ha anche favorito la coevoluzione immunitaria dell’uomo. Senza questo lungo contatto, il nostro sistema sanitario e immunologico sarebbe diverso, con conseguenze difficili da prevedere, forse meno esposizione ad alcuni patogeni ma anche meno adattamenti naturali sviluppati nel tempo.

Infine, senza mucche, anche il nostro rapporto con l’ambiente sarebbe cambiato radicalmente. L’allevamento bovino è oggi al centro di dibattiti ambientali per le emissioni di metano, ma ha anche rappresentato per millenni una forma di utilizzo del territorio capace di valorizzare aree altrimenti improduttive. La loro assenza avrebbe spostato la pressione agricola su altre specie e su altre risorse, probabilmente intensificando ancora di più l’uso di cereali e superfici coltivabili.

Eppure, in questo mondo alternativo senza bovini, l’umanità sarebbe comunque arrivata fin qui, ma con un percorso più stretto, più fragile e forse più lento. Meno energia animale disponibile, meno fertilizzanti naturali, meno proteine accessibili, meno stabilità alimentare. Una civiltà più dipendente dalla fortuna dei raccolti e meno capace di espandersi nei territori difficili.

Alla fine, immaginare un pianeta senza mucche significa immaginare una storia umana diversa sin dalle sue fondamenta: una civiltà meno abbondante, meno interconnessa con la terra marginale, forse più povera di alcuni sapori ma anche più fragile nella sua crescita. Eppure proprio questa riflessione mostra quanto un singolo animale, spesso dato per scontato nel paesaggio quotidiano, abbia contribuito a costruire il mondo così come lo conosciamo.

E allora, quando si guarda una mucca pascolare in silenzio in un campo, non si osserva solo un animale domestico: si sta guardando una delle grandi architette invisibili della storia umana, una presenza che ha trasformato erba in energia, terra in civiltà e tempo in futuro. Senza di lei, probabilmente, non saremmo nemmeno gli stessi a immaginare la sua assenza.

Favria, 18.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Piccoli passi portano grandi risultati. Felice giovedì.

18 giugno 1815

Avviene la Battaglia di Waterloo. Napoleone viene sconfitto definitivamente.

L’epoca dei nervi scoperti

C’è un tratto sempre più evidente nel nostro tempo: la facilità con cui perdiamo la calma. Basta poco: una parola fuori posto, una richiesta inattesa, una frustrazione accumulata, per far emergere irritazione, spesso in modo immediato e incontrollato. Non è solo una sensazione: uomini e donne, di ogni età, sembrano vivere con i nervi sempre più a fior di pelle. L’irritabilità, in realtà, non è di per sé un problema. È una risposta naturale quando qualcosa non va come vorremmo. Un segnale interno che ci avverte di uno squilibrio, di una pressione eccessiva, di un bisogno non soddisfatto. In piccole dosi può persino essere utile: aiuta a reagire, a difendersi, a cambiare ciò che non funziona. Il punto critico arriva quando questa condizione diventa costante. Quando ci si sente sempre sul limite, pronti a scattare per un nonnulla. In questi casi, l’irritabilità smette di essere una semplice emozione e diventa un campanello d’allarme. Può avere cause fisiche: come la mancanza di sonno, la fame, gli squilibri ormonali o alcune malattie, ma anche radici più profonde, legate all’ansia, alla depressione o alla difficoltà nel gestire le emozioni.

A rendere tutto più complesso contribuisce il contesto in cui viviamo. Lo stress è diventato una costante: ai più giovani viene chiesto di essere sempre performanti, mentre gli adulti affrontano precarietà, pressioni lavorative e incertezze continue. I social amplificano il problema, alimentando il confronto con modelli spesso irraggiungibili e aumentando il senso di frustrazione. A questo si aggiunge la velocità: tutto accade subito, e da noi ci si aspetta risposte immediate. Ma meno tempo abbiamo per riflettere, più rischiamo di reagire d’impulso.

Così, piccole tensioni quotidiane si accumulano. Ogni frustrazione lascia una traccia, rendendoci progressivamente più sensibili agli urti successivi. E quando la soglia si abbassa troppo, basta un dettaglio minimo per far scattare una reazione sproporzionata.

Imparare a gestire l’irritabilità non significa eliminarla, ma riconoscerla. Fermarsi prima che diventi rabbia, trovare modi per scaricare la tensione, come l’attività fisica o semplicemente parlarne con qualcuno. Anche allontanarsi da una situazione può essere una forma di controllo, non di debolezza. Nei casi più difficili, percorsi psicologici e tecniche di rilassamento possono aiutare a trasformare l’impulso in consapevolezza. Forse non siamo diventati più fragili, ma più esposti.
Viviamo immersi in stimoli, richieste e confronti continui, senza il tempo necessario per assorbirli davvero. L’irritazione allora non è solo un difetto da correggere, ma una voce da ascoltare: ci dice che qualcosa dentro di noi chiede spazio, silenzio, equilibrio. E forse, più che imparare a reagire meglio, dovremmo imparare a fermarci prima.

Favria, 19.06 2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno coltiviamo la speranza e la gioia fiorirà. Felice venerdì.

19 giugno 1865

In Texas viene abolita la schiavitù. Oggi la data è celebrata come Juneteenth.

Il cavallo, protagonista silenzioso della guerra

Gli studiosi stimano che il cavallo sia stato addomesticato intorno al 3500 a.C. nelle steppe tra Europa e Asia, probabilmente nell’area dell’attuale Kazakistan. Il suo utilizzo militare emerge però solo intorno al 2000 a.C., quando in Mesopotamia si diffusero i carri da guerra trainati da questi animali. L’invenzione del morso, della sella e delle staffe segnò una svolta: nacquero i cavalieri, capaci di combattere montati direttamente sul cavallo anziché su carri. I Medi e i Persiani eccellevano come arcieri a cavallo, mentre i Macedoni introdussero la cavalleria pesante, protetta da armature robuste. I Romani, invece, impiegavano la cavalleria principalmente per esplorazioni e inseguimenti, lasciando alla fanteria il ruolo centrale negli scontri.

È nel Medioevo che il cavallo acquisisce un ruolo determinante: le guerre sono prevalentemente combattute da schiere di cavalieri, e l’animale diventa parte integrante della strategia e della vita militare. Ogni cavaliere disponeva di diverse tipologie di cavalli: il destriero, grande e potente, da guerra; il palafreno, elegante e utilizzato nelle parate; e il ronzino, destinato ai lavori pesanti e alle marce. La cavalleria forniva vantaggi notevoli: mobilità, rapidità d’intervento, impatto psicologico sul nemico e forza degli attacchi. Ma comportava anche limiti e rischi. Il costo del mantenimento era elevato, il terreno doveva essere adatto alla carica, e i cavalli potevano andare in panico sotto stress o fronteggiare difficoltà in caso di armi da fuoco e giavellotti. L’addestramento poteva mitigare i pericoli, ma non sempre con risultati efficaci.

Il cavallo è stato dunque protagonista silenzioso della guerra: fedele compagno del cavaliere, arma e stratega inconsapevole. Ha contribuito a determinare vittorie e sconfitte, sopportando fatiche, ferite e talvolta la morte, mentre la gloria e le decisioni restavano appannaggio dell’uomo. La storia delle battaglie medievali sarebbe incompleta senza ricordare l’indispensabile, silenziosa presenza di questi animali che, pur privi di riconoscimenti, hanno plasmato il corso degli eventi.

Favria, 20.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Raccogli sorrisi e gratitudine lungo la strada. Felice sabato.

20 giugno 1789

Il Giuramento della Pallacorda Giuramento della Pallacorda, evento chiave che segna l’inizio della Rivoluzione francese.

Il solstizio d’estate: miti, storia e leggende della luce.

Il solstizio d’estate è uno dei momenti più antichi e significativi del calendario umano: quando il Sole raggiunge il punto più alto nel cielo, il giorno diventa il più lungo dell’anno e la luce sembra prevalere su tutto. Fin dalle civiltà preistoriche, questo evento è stato interpretato come un passaggio simbolico tra vita e morte, oscurità e rinascita, e ha dato origine a riti e celebrazioni diffusi in tutto il mondo.

Popoli come Celti, Romani e culture nordiche vedevano nel solstizio un momento di forte energia naturale, celebrato con fuochi rituali, danze e pratiche legate alla fertilità della terra e alla protezione dai mali. Tra i luoghi più emblematici legati a queste antiche osservazioni astronomiche si trova Stonehenge, dove ancora oggi il Sole sorge in perfetto allineamento con le pietre nel giorno del solstizio, testimonianza di un sapere antico che univa astronomia, spiritualità e ritualità.

In Italia, molte tradizioni popolari si intrecciano con questo periodo dell’anno, in particolare la notte di San Giovanni, che conserva elementi di antichi culti solari. L’acqua, il fuoco e le erbe diventano simboli di purificazione, fortuna e protezione, in una visione in cui la natura è viva e carica di significati misteriosi.

Oggi il solstizio d’estate non è più legato a riti religiosi o magici nella vita quotidiana, ma continua a rappresentare un simbolo universale di luce, equilibrio e rinnovamento. È un momento che unisce scienza e mito, ricordando il legame profondo tra l’essere umano e i cicli della natura.

Favria, 21.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Accendi i sogni e rinnova il cuore. Felice domenica

21 giugno

È il solstizio d’estate nell’emisfero nord. Il giorno con più ore di luce dell’anno.

L’America e il confine inquieto del sogno.

Il Paese delle opportunità ha costruito la propria identità su una promessa semplice e potente: chiunque, arrivando da fuori, può diventare parte del tutto. Eppure, proprio questa promessa è stata attraversata fin dall’inizio da una tensione costante, quasi una frattura interna. Gli Stati Uniti nascono dall’immigrazione, si espandono grazie ad essa, si arricchiscono attraverso di essa, ma nello stesso tempo la temono, la regolano, la selezionano.

Non è una contraddizione recente né una deviazione temporanea legata a stagioni politiche più dure o a leadership più aggressive come quella di Donald Trump Donald Trump. È una linea sotterranea che attraversa tutta la storia americana, dalle navi dei Padri Pellegrini fino alle leggi contemporanee sui confini. Ogni epoca ha ridefinito il significato di “chi può entrare”, trasformando l’immigrazione da fondamento a problema, da risorsa a minaccia percepita.

Già nelle prime colonie, l’arrivo dei coloni europei non fu solo un atto di fondazione ma anche di esclusione implicita. I gruppi puritani del New England costruirono comunità fortemente identitarie, dove l’appartenenza religiosa e culturale definiva il confine tra dentro e fuori. Con l’espansione verso sud e verso ovest, il sistema economico si sviluppò anche attraverso la schiavitù, che rappresentò una forma estrema e strutturale di immigrazione forzata, trasformando milioni di persone in forza lavoro privata di diritti.

Nel XIX secolo, con la crescita industriale e la conquista della frontiera, gli Stati Uniti si trasformarono nella principale destinazione migratoria del mondo. Irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei dell’Europa orientale e poi asiatici arrivarono in ondate successive, contribuendo alla costruzione delle città, delle infrastrutture, dell’economia moderna. Ma ogni nuova ondata portava con sé anche nuove tensioni sociali, nuove gerarchie informali, nuove paure.

Il sistema americano non è mai stato neutro. Ha alternato periodi di apertura quasi illimitata a fasi di chiusura drastica, come le leggi sulle quote del primo Novecento, fino a politiche di esclusione esplicita di gruppi considerati “indesiderati”. Anche quando il Paese si presentava come terra di libertà, ha spesso costruito criteri di appartenenza basati su origine, lingua, religione o capacità economica.

Nel secondo dopoguerra e soprattutto dopo il 1965, con la riforma delle leggi migratorie, il sistema è cambiato ancora, spostando il criterio dalla provenienza nazionale alla competenza, al ricongiungimento familiare, alla domanda del mercato del lavoro. Ma anche questo modello ha prodotto nuove dinamiche: migrazioni più globali, nuove disuguaglianze, e una crescente politicizzazione del confine.

Nel frattempo, la società americana si è trasformata in modo irreversibile. Le comunità ispaniche, asiatiche e africane hanno ridisegnato la composizione demografica del Paese, mentre il dibattito politico si è polarizzato tra chi vede l’immigrazione come motore indispensabile e chi la interpreta come minaccia economica, culturale o identitaria.

Oggi, la questione migratoria negli Stati Uniti non riguarda solo i numeri o le leggi, ma la definizione stessa di cosa significhi essere americani. L’economia continua a dipendere in larga parte dal lavoro degli immigrati, ma il discorso pubblico oscilla tra necessità e diffidenza, tra riconoscimento e rifiuto. È una tensione che attraversa istituzioni, elezioni, confini fisici e simbolici.

In questo senso, l’America non è mai stata semplicemente un luogo di arrivo, ma un processo continuo di selezione e trasformazione. Ogni generazione ha ridefinito chi potesse far parte del sogno e a quali condizioni. E ogni volta, quel sogno si è rivelato insieme inclusivo e selettivo, aperto e difensivo, universale e profondamente situato.

La storia dell’immigrazione negli Stati Uniti non è dunque una storia lineare di accoglienza, ma un equilibrio instabile tra bisogno e paura, tra crescita e controllo, tra apertura e confine. Un equilibrio che non si è mai davvero risolto, perché è parte stessa dell’identità americana.

E forse è proprio questa la verità più scomoda: il sogno americano non esiste mai come promessa compiuta, ma come tensione permanente. Un orizzonte che si allontana mentre lo si raggiunge, e che continua a chiedere chi siamo ogni volta che qualcuno bussa alla sua porta.

Favria, 22.06.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Celebra la luce più lunga dell’anno. Felice lunedì.

22 giugno 1633

Galileo Galilei abiura davanti all’Inquisizione. Una delle vicende più note della scienza.

Dona il plasma, dona una possibilità in più.

Ogni donazione di plasma può aiutare concretamente chi affronta cure importanti e necessita di farmaci salvavita. Bastano circa 40 minuti del tuo tempo per compiere un gesto semplice, sicuro e di grande valore.

La donazione avviene tramite plasmaferesi: attraverso un normale ago da donazione, il sangue viene prelevato e inserito in un separatore cellulare che, grazie alla centrifugazione, raccoglie soltanto il plasma. La restante parte del sangue viene restituita immediatamente al donatore durante la procedura.

Per evitare la coagulazione all’interno dell’apparecchiatura viene utilizzata una minima quantità di anticoagulante. In alcuni casi si possono avvertire lievi sensazioni temporanee, come un leggero formicolio alle labbra o alle dita oppure una sensazione di freddo: il personale sanitario sarà sempre presente per assisterti e garantire il massimo comfort e sicurezza.

Prima della donazione è importante idratarsi correttamente nei giorni precedenti.

Chi può donare?

Possono donare plasma le persone che rispettano i seguenti requisiti: età compresa tra 18 e 60 anni, fino a 12 plasmaferesi all’anno. età compresa tra 61 e 65 anni, fino a 6 plasmaferesi all’anno.)

Valori minimi di emoglobina: Uomo: ≥ 12,5 g/dl (≥ 12,0 g/dl se portatore di tratto talassemico) Donna: ≥ 11,5 g/dl (≥ 11,0 g/dl se portatrice di tratto talassemico)

Ogni donazione permette di raccogliere circa 600 ml di plasma, secondo quanto previsto dalla normativa vigente.

Il plasma non si produce in laboratorio: nasce solo dalla generosità delle persone.
Il tuo gesto può diventare una cura, una speranza, un aiuto concreto per chi ne ha bisogno.

Per i donatori per prossime donazioni per prenotare a Rivarolo C.se, Cirè oppure in via Ponza a Torino.

Cell. Capozona Demis Carlino. Cell. 320 0299612 Mail. zona02@fidasadsp.it Rivarolo Canavese- Presidente Meaglia Giacomo cell 3343759446 – Ciriè, Presidente Foglia Taverna Simone cell 3407037457 mail ciriesancarlo@fidasadsp.it. Per via Ponza udrsegreteria@fidasadsp.it tel. 011 6634225 interno 7. Per donatori di Favria cell. 3331714827

Quando doni sangue, regali possibilità.

Mercoledì 15 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria,

nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Ogni sacca donata può trasformarsi in una cura, un intervento riuscito, una speranza per chi sta affrontando un momento difficile. Bastano pochi minuti del tuo tempo per compiere un gesto semplice, concreto e prezioso. Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per numerose terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria. Cell. 333 1714827 oppure favria@fidasadsp.it Presentarsi con un documento d’identità. Dona oggi ciò che non puoi conservare, per regalare a qualcuno ciò che non può comprare: una possibilità in più di vivere.