L’ortica, la pianta che punge e protegge
Quando la si incontra lungo un sentiero, l’istinto è sempre lo stesso: evitarla. L’Urtica dioica incute rispetto con quella sua difesa invisibile, fatta di peli sottili che rilasciano un piccolo cocktail urticante capace di bruciare la pelle e fissare nella memoria un contatto indesiderato. Anche in giardino la sua presenza è spesso mal tollerata: cresce con decisione, si espande attraverso rizomi tenaci, ritorna dove si credeva di averla eliminata. Eppure questa ostinazione racconta già qualcosa della sua natura profonda, che non è solo quella di una pianta infestante, ma di una presenza antica, legata da sempre alla vita dell’uomo.
L’ortica, infatti, accompagna la storia europea come una compagna scomoda ma indispensabile. Le sue proprietà medicamentose sono note fin dall’antichità: tonica, depurativa, ricca di vitamine e sali minerali, capace di sostenere il corpo nei momenti di debolezza. In cucina, poi, rivela un volto inatteso. Le giovani cime, raccolte con attenzione e trasformate dal calore, perdono la loro aggressività e diventano ingrediente prezioso: frittate, zuppe, risotti, ripieni, tutti attraversati da quel sapore verde e minerale che sa di terra viva. È una pianta che chiede un piccolo gesto di fiducia: superare il timore iniziale per scoprirne la generosità.
Ma ciò che rende l’ortica davvero singolare è il posto che occupa nell’immaginario europeo. Nonostante la sua apparenza umile, è stata per secoli circondata da credenze e miti. In molte tradizioni del Nord Europa si riteneva che avesse poteri protettivi: piantata vicino alla casa o sparsa sull’ingresso, serviva a tenere lontani spiriti maligni e streghe. Il suo bruciore non era visto solo come una difesa fisica, ma come una barriera simbolica, capace di respingere ciò che era invisibile e ostile. In alcune regioni si credeva che portare con sé un mazzetto di ortica potesse proteggere dai malefici o rompere gli incantesimi.
Anche nel folklore più narrativo compare come pianta di trasformazione. Nelle fiabe del Nord, come quella resa celebre da Hans Christian Andersen, l’ortica diventa strumento di redenzione: solo attraversando il dolore del contatto e lavorandola con pazienza si può spezzare un incantesimo. È un’immagine potente, che restituisce alla pianta un significato quasi morale. Non qualcosa da evitare, ma qualcosa da comprendere, da attraversare.
Questa ambivalenza, tra fastidio e beneficio, tra rifiuto e protezione, accompagna l’ortica in ogni suo uso. È pianta medicinale e alimento, ma anche simbolo di resistenza e di confine. Cresce dove il terreno è ricco, spesso vicino alla presenza umana, come se seguisse le tracce della vita, nutrendosi di ciò che resta e restituendo a sua volta energia.
Forse è proprio questa duplicità a renderla così significativa. L’ortica insegna che non tutto ciò che ferisce è nemico, e che alcune delle risorse più preziose si nascondono dietro una prima impressione respingente. Ci ricorda che la natura non si offre sempre in modo immediato o gentile, ma richiede attenzione, rispetto, a volte persino una piccola prova.
E così, la prossima volta che la incontriamo lungo un sentiero, potremmo esitare un istante in più prima di evitarla. Non per toccarla, forse, ma per riconoscerla. Perché in quella puntura trattenuta, in quella distanza scelta, c’è già un dialogo: il segno che abbiamo imparato qualcosa da ciò che, all’inizio, volevamo soltanto respingere.
Favria, 23.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Rallenta, respira e ringrazia per ciò che hai. Felice martedì.
23 giugno.
Tradizionale notte di San Giovanni. Falò e leggende popolari animano molte città.
La notte che le piante ricordano.
C’è una notte, a giugno, in cui l’Europa intera sembra trattenere il respiro e volgere lo sguardo alla terra con una fiducia antica. È la vigilia del Festa di San Giovanni, quando il passaggio del sole al culmine dell’anno si intreccia con riti, credenze e gesti che attraversano i secoli. Non è solo una festa religiosa: è un momento liminale, in cui il mondo naturale e quello simbolico sembrano avvicinarsi, come se per una notte fosse possibile ascoltare ciò che di solito resta nascosto.
Secondo la tradizione, le piante raccolte in queste ore possiedono virtù particolari, amplificate dalla luce più lunga dell’anno e dalla rugiada del mattino. Erbe comuni diventano custodi di significati: l’iperico, chiamato “erba di San Giovanni”, è considerato protettivo; la lavanda e il rosmarino purificano; l’aglio allontana le influenze negative. In molte regioni si prepara l’acqua di San Giovanni, lasciando fiori ed erbe in una bacinella all’aperto per tutta la notte, perché assorbano la forza della luna e della rugiada. Al mattino ci si lava il viso con quell’acqua profumata, come gesto di buon auspicio, di rinnovamento, quasi di rinascita.
Questi riti, diffusi dalla Scandinavia al Mediterraneo, raccontano una relazione profonda con il ciclo naturale. Non si tratta solo di superstizioni, ma di un modo di abitare il tempo, di riconoscere che esistono momenti in cui la natura sembra più disponibile, più generosa. Anche i falò accesi nella notte hanno un significato che va oltre la festa: il fuoco purifica, protegge, segna il passaggio. Saltarlo o semplicemente guardarlo significa partecipare a un gesto collettivo che unisce comunità e paesaggio.
Tra le credenze più suggestive c’è quella che riguarda i sogni e i presagi. Si diceva che dormire con certe erbe sotto il cuscino nella notte di San Giovanni potesse rivelare il futuro, soprattutto in amore. E che, all’alba, la rugiada raccolta sui prati avesse proprietà curative straordinarie. In alcune zone si parlava persino di spiriti e presenze che, in quella notte, si muovevano più liberamente, come se il confine tra visibile e invisibile si assottigliasse.
Eppure, al di là delle varianti locali, ciò che resta costante è l’idea che esista un tempo qualitativo, diverso da tutti gli altri. Un tempo in cui raccogliere un fiore non è solo un gesto pratico, ma un atto carico di senso. In cui lavarsi il viso con acqua profumata non è solo igiene, ma partecipazione a un ciclo più grande.
Oggi questi riti sopravvivono spesso come tracce leggere, gesti ripetuti senza piena consapevolezza o riscoperti con curiosità. Ma continuano a esercitare un fascino sottile, forse perché parlano a una parte di noi che non ha mai smesso di cercare connessioni, di attribuire significato ai passaggi, di riconoscere nella natura qualcosa di più di uno sfondo.
La notte di San Giovanni, allora, non è soltanto una ricorrenza. È un invito. A fermarsi, a osservare, a raccogliere, non solo erbe, ma anche attenzione. Perché forse il vero potere di quella notte non sta nelle piante o nella rugiada, ma nello sguardo che scegliamo di posare sul mondo. Uno sguardo capace di vedere, anche solo per un istante, che ciò che chiamiamo magia non è altro che una forma più intensa di presenza.
Favria, 24.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno porta nuove possibilità. Felice martedì e auguri a tutti i Giovanni, Gianni, Giovanne e Gianne.
24 giugno 1859
Si combatte la Battaglia di Solferino. Da questa tragedia nascerà la Croce Rossa.
La fenice a Roma
Ho letto che a Roma, in Piazza del Popolo, si può fare bird-watching. La cosa mi ha colpito: tra il traffico, la folla e il brusio continuo, non è certo il luogo che verrebbe spontaneo associare al silenzio dell’attesa e allo sguardo rivolto verso l’alto. Eppure, proprio lì, qualcuno sostiene di aver visto un uccello fuori dal tempo. Io non mi sono spinto a Roma. Mi è bastata l’immagine della rivista. Perché la fenice, in fondo, non è un animale che si debba davvero avvistare: è una creatura che si cerca con la mente, seguendo tracce di parole, pietre e simboli.
L’obelisco di Piazza del Popolo arriva da molto lontano. Quando fu innalzato a Roma era già antico di oltre un millennio. Proveniva da Eliopoli, la città del sole, là dove si dice fosse emersa la prima terraferma dalle acque primordiali. La chiamavano Collina della Creazione. Il primo a sfiorarla fu un raggio di sole. Poi vi si posò un uccello misterioso, il benu.
All’inizio airone, poi gru, il benu era unico al mondo e tornava ciclicamente per annunciare l’inizio di una nuova era. I Greci lo ribattezzarono fenice. Ne parlarono poeti e storici, da Esiodo a Erodoto, e persino chi diffidava dei miti ammise che dietro quel racconto doveva nascondersi qualcosa di vero. Tacito, con la sua prosa asciutta, arrivò persino a collocarne un’apparizione in una data precisa. Che cosa fosse davvero non lo sapremo mai: un uccello esotico, un segno inventato, o una speranza travestita da cronaca.
A Roma, in ogni caso, la fenice divenne un simbolo potentissimo. Fu adottata dall’impero per raccontare se stesso come eterno, capace di rinascere dopo ogni disfatta. Comparve su monete e vessilli, promessa silenziosa che nulla fosse davvero definitivo, nemmeno la sconfitta.
I cristiani ne fecero poi l’immagine della Resurrezione, della morte che non chiude ma apre. Da lì la fenice attraversò i secoli, cambiando volto: marchio editoriale, metafora amorosa, ironia corrosiva sulla fedeltà umana, fino a essere messa in discussione dalla scienza moderna, che ne decretò l’impossibilità biologica.
Eppure, anche quando la ragione ha spento il mito, la fenice ha continuato a tornare. Nei libri, nei simboli, nelle epoche in cui il mondo sembrava bruciare. È riapparsa come promessa di riscatto, come in Fahrenheit 451, dove dalle ceneri dei libri nasce l’idea che qualcosa possa ancora essere salvato.
Forse la fenice non vive sui pinnacoli né nei cieli d’Egitto. Forse esiste solo nello spazio fragile tra ciò che crolla e ciò che speriamo. Non serve andare a Roma per incontrarla: basta attraversare un tempo di crisi e chiedersi se dalle rovine sapremo ancora immaginare un inizio. Perché finché l’uomo continuerà a raccontare la rinascita, la fenice, vera o no, non smetterà di volare.
Favria, 25.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Vivi con passione ogni attimo. Felice giovedì.
Il 25 giugno 1950.
Inizia la Guerra di Corea, con l’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord: è uno degli eventi che segna l’inizio della Guerra Fredda “calda”.
Le due guerre dell’oppio: umiliazione e resistenza della Cina nel XIX secolo
A metà del XIX secolo, Cina e Gran Bretagna si trovarono coinvolte in conflitti ripetuti per ragioni commerciali. Gli inglesi importavano dalla Cina tè, porcellana e seta, mentre i cinesi mostravano scarso interesse per i prodotti britannici. Per riequilibrare la bilancia commerciale, i mercanti inglesi iniziarono a contrabbandare enormi quantità di oppio, coltivato nelle colonie indiane, con conseguenze devastanti per la società e l’economia cinesi. Quando Pechino tentò di reprimere questo commercio illegale, la Gran Bretagna reagì con la forza, scatenando la prima guerra dell’oppio nel 1839 e la seconda nel 1856. La prima guerra si concluse nel 1842 con il Trattato di Nanchino, che imponeva alla Cina la cessione di Hong Kong, l’apertura di cinque porti al commercio internazionale, il pagamento di ingenti indennità e l’immunità dei cittadini inglesi dalle leggi locali. La seconda guerra portò condizioni ancora più dure, tra cui la legalizzazione del commercio dell’oppio e l’apertura di nuovi porti. Questi eventi segnarono l’inizio del cosiddetto “Secolo dell’Umiliazione”, un periodo di crisi, perdita di sovranità e crescente sentimento nazionalista e xenofobo che influenzò profondamente la storia cinese. Questa vicenda ci ricorda quanto siano delicate le relazioni tra potere, economia e morale. L’ingiustizia e l’oppressione possono lasciare cicatrici durature, ma dall’esperienza dolorosa nascono consapevolezza, resilienza e desiderio di autodeterminazione. La storia delle guerre dell’oppio non è solo un racconto di conflitti, ma anche una lezione universale: la dignità e la libertà di un popolo sono valori da difendere, e persino l’umiliazione più grande può diventare il seme della rinascita.
Favria, 26.06.2026
Buona giornata e felice venerdì: che sia leggero, sereno e pieno di piccoli motivi per sorridere.
26 giugno 1963
John F. Kennedy pronuncia “Ich bin ein Berliner”. Discorso simbolo della Guerra Fredda
Il rosso ostinato del melograno
Uno dei pochi alberi che osa il rosso senza pudore, il melograno, non si limita a fiorire: dichiara. Vermiglio pieno, quasi teatrale, come certe immagini scolastiche che restano appese alla memoria più delle date e delle definizioni. È un colore che non si scorda, che torna ogni anno con la puntualità di un richiamo, e ogni volta sembra nuovo. Forse è per questo che da secoli abita la lingua dei poeti, evocato come promessa, come ferita, come abbondanza. Il frutto, poi, è un piccolo enigma: una scorza opaca che nasconde una costellazione di semi lucenti, come se la luce avesse deciso di farsi materia e di moltiplicarsi in silenzio.
Eppure, al di là del simbolo, il melograno è presenza concreta, fatta di spine, di tentativi, di errori. Sul terrazzo cittadino si difende dal vento come può, tende i rami, si lascia potare con riluttanza. In campagna, invece, sembra rimpicciolirsi per prudenza, quasi a trattenere il respiro davanti ai ritorni improvvisi del freddo. Non è una pianta che si concede facilmente: chiede un compromesso, una posizione giusta, una pazienza che non sempre abbiamo. Ma proprio per questo insegna qualcosa che va oltre la botanica. Insegna che non tutte le bellezze sono immediate, che alcune richiedono una negoziazione continua tra desiderio e realtà.
La sua storia millenaria, dalle terre persiane fino ai giardini del Mediterraneo, racconta di spostamenti, di adattamenti, di culture che si intrecciano. Non è mai stato solo un albero ornamentale: è stato simbolo di fertilità, di rinascita, di mistero. E oggi, in mezzo a giardini progettati e manifestazioni dedicate al verde, continua a portare con sé questa stratificazione di significati, come se ogni fiore fosse anche una parola antica che resiste.
Nel mito greco, si racconta che Persefone, figlia di Demetra, fu rapita da Ade e condotta nel regno dei morti. Lì, accettò di mangiare alcuni chicchi di melograno: un gesto minimo, ma irrevocabile. Da quel momento fu costretta a dividere la sua esistenza tra la terra e l’oltretomba, portando con sé il ciclo delle stagioni: il ritorno alla madre coincide con la primavera, la discesa con l’inverno. In quei chicchi rossi, così piccoli e così decisivi, si condensa l’idea che ogni scelta lascia una traccia, che ogni legame ha un prezzo e una continuità.
Forse, allora, il desiderio di coltivare un melograno non riguarda soltanto l’estetica o il gusto del frutto. È un tentativo di stabilire un dialogo con qualcosa che sfugge al controllo, che cresce secondo leggi proprie, che non si lascia ridurre a semplice decorazione. E quando finalmente fiorisce, anche solo per un istante, sembra restituire più di quanto si è dato: non solo colore, ma una misura diversa del tempo. Una misura in cui l’attesa non è perdita, ma forma segreta della felicità.
Favria, 27.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Lascia fiorire ciò che sei davvero. Felice sabato.
27 Giugno 1980
Avviene la tragedia di Ustica. Uno dei misteri più discussi della storia italiana.
San Pietro. Il pescatore che imparò a camminare nell’incertezza
L’avventura di quel pescatore diventato guida è una storia luminosa, certo, ma la sua luce abbaglia proprio perché nasce da mille incertezze. Lo si immagina spesso come una roccia, saldo e deciso; e invece la sua vita comincia tra esitazioni, scatti d’impeto, passi falsi che lo rendono incredibilmente vicino a noi.
Uno degli episodi più incredibili accade in una notte di tempesta, sul lago che da sempre scandisce il ritmo dei pescatori. Il vento piega le vele, l’acqua urla contro la barca, e nel cuore di quel caos gli amici vedono avanzare una figura. Un uomo che cammina sulle acque. È naturale che la paura esploda: chi non sarebbe fuggito davanti all’impossibile?
Eppure, quando quella voce calma dice di non temere, accade qualcosa di inatteso. Il pescatore, incredulo ma affascinato, prova un desiderio quasi infantile: non accontentarsi di guardare, ma provare anche lui. “Se sei davvero tu, fammi venire.” Non chiede una prova, chiede un’avventura. E la ottiene.
Scende dalla barca e per un attimo il mondo trattiene il respiro: i piedi non affondano. Fa pochi passi, spinto da una miscela di coraggio e meraviglia, finché l’onda della paura lo travolge. Capisce ciò che sta facendo, vacilla, grida aiuto. E viene rialzato da quelle mani che lo conoscono più di quanto lui conosca sé stesso.
La sua fede è così: non una linea retta, ma un alternarsi di slanci e ricadute. È la fede di chi sbaglia, fraintende, domanda cento volte la stessa cosa. Di chi, quando dovrebbe vegliare, si addormenta; quando dovrebbe tacere, parla; quando dovrebbe abbracciare la verità, la rinnega. Eppure nulla di ciò basta a spegnere lo sguardo che si posa su di lui.
È curioso pensare che, tra tutti, proprio lui venga scelto per portare sulle spalle un compito enorme. Non il più saggio, non il più puro, non il più coerente. Lui, quello che scivola, che inciampa, che arrossisce per i propri errori. Forse perché solo chi conosce il peso della propria fragilità può capire davvero gli altri. Forse perché chi è caduto molte volte sa tendere la mano con più dolcezza.
La sua storia non è un trionfo di perfezione, ma un lasciarsi trasformare un passo alla volta. Non finisce nell’ombra del proprio errore, anzi: è proprio lì, nel punto più basso, che comincia a salire.
E allora ci sorprende accorgerci che in quella vita scomposta c’è un segreto nascosto anche per noi: che la grandezza non nasce dalla forza, ma dalla disponibilità a ricominciare. Che il coraggio non è non avere paura, ma scegliere di muovere comunque un passo sull’acqua. Che ci si può affidare anche quando le onde ruggiscono e il cuore trema.
E forse tutta questa storia esiste per sussurrare che ogni essere umano è un varco aperto tra la fragilità e la meraviglia; che nessun errore è troppo profondo per essere riscattato; e che, sotto il cielo, continuiamo tutti a camminare così: sospesi, tremanti, eppure attratti da una luce che ci invita, sempre, un passo oltre la paura. Auguri a tutti i Pietro e Paolo nel giorno dedicato ai loro santi patroni, e una buona festa patronale a tutti i Favriesi e a tutte le comunità che oggi celebrano San Pietro. Che questa ricorrenza porti serenità, amicizia, speranza e la stessa fiducia che il pescatore di Galilea imparò a coltivare tra le onde e le tempeste della vita. Buona festa a tutti!
Favria, 28.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Vivi piano e ama forte. Felice domenica.
28 giugno 1914
Avviene l’Attentato di Sarajevo. L’evento scatena la Prima guerra mondiale.
Nel suono lieve delle campane,
il paese si raccoglie e si ritrova.
Tra luci, volti e ricordi condivisi,
batte il cuore antico della comunità.
Che questa festa patronale
porti pace nelle case,
gioia negli incontri
e speranza nei giorni che verranno.
Buona festa a tutti.
Il bosco e la libertà nascosta
Perché il bosco attira ancora i nostri passi, lontano dalla città, con il suo silenzio e i suoi sentieri impervi? Forse perché è un luogo che non si piega alle regole della vita moderna. Alberi alti, fogliame fitto, radure improvvise: tutto ci parla di protezione, di rifugio, di spazi dove possiamo essere soli con noi stessi. A differenza della città, dove tutto è organizzato, misurato e regolato, il bosco è libero. Non conosce leggi imposte, codici o apparati. In esso troviamo il silenzio che permette al pensiero di respirare e alla mente di muoversi senza vincoli. Non è solo un luogo geografico, ma uno spazio interiore, un rifugio dell’anima, dove possiamo ritrovarci e capire chi siamo davvero. E non bisogna confonderlo con la foresta. La foresta è grande, fitta, selvaggia; spesso inaccessibile. Il bosco, invece, è vicino, percorribile, umano: ci offre protezione senza chiuderci. La foresta domina, il bosco accompagna. Camminando tra i suoi alberi impariamo a confrontarci con la nostra solitudine, a riconoscere i ritmi della natura e i nostri limiti, e nello stesso tempo a ritrovare la nostra forza. Nel bosco ci ritiriamo per respingere l’ordine imposto, per sfuggire alle pressioni della società, per coltivare uno spazio che ci appartiene davvero. Ogni passo tra i sentieri ci ricorda che libertà significa anche responsabilità verso noi stessi, attenzione a ciò che siamo e a ciò che scegliamo di diventare. Forse allora il bosco non è solo un luogo, ma una lezione quotidiana: ci insegna che la vera libertà nasce dentro, nell’equilibrio tra ritiro e presenza, tra ascolto della natura e consapevolezza dei nostri limiti. E così, camminando tra gli alberi, possiamo capire che la vita, come il bosco, non si lascia dominare: si esplora, si accoglie e si custodisce con cura e attenzione, passo dopo passo.
Favria, 29.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni fine è un nuovo inizio. Felice lunedì.
29 giugno. Oggi si festeggiano i santi Pietro e Paolo. Sono i patroni di Roma e di più di 250 città italiane tra cui Favria, evviva.
Nelle tue vene c’è una possibilità in più per qualcuno.
Mercoledì 15 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. C’è chi aspetta una trasfusione per poter tornare a sperare, chi affronta un intervento, chi combatte ogni giorno con una malattia. Per loro, il sangue non è mai scontato: è vita che arriva da qualcuno disposto a donare. Con pochi minuti del tuo tempo puoi trasformare un gesto semplice in qualcosa di immenso. Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per numerose terapie salvavita.
Prenotazione obbligatoria al cell 333 1714827d tramite mail favria@fidasadsp.it
Presentarsi con un documento d’identità.
Non conoscerai mai chi aiuterai, ma qualcuno potrà continuare a vivere grazie a te.