ll nuovo anno…
Il nuovo anno è arrivato come un fascio di luce che
penetra le tenebre del buio. È tempo di dimenticare il passato e dedicarmi ad un nuovo inizio. Altre trecentosessantacinque giornate si sono dissolte e inizio a pensare al 2021. Nel primo giorno del 2021 più per caso che per necessità, a volte succede, mi fermo un attimo, ed è appunto in questa piccola frazione di tempo, l’attimo, che cerco di mettere a fuoco che questo tempo così prezioso ancora una volta è fuggito, dissolto nel nulla, senza lasciare quasi, traccia di sé. Nell’agire mi penso sempre adolescente e continuo a fare imperterrito dei progetti, a sognare, programmare ed organizzare e poi durante l’anno immancabilmente a rimandare, convinto che molto presto tutto tornerà come prima. Ed invece il fiume del tempo scorre implacabile tra le strade della mia vita quotidiana. Nella mia mente scorrono come scatti fotografici degli istanti di vita, di emozioni ricevute. Forse questi ricordi che mi permettono di ripartire e ripercorrere a ritroso il tempo dandogli un senso, il senso del tempo. Buon anno nuovo a chi si sforzerà di capire che la vita oggi è un percorso che parte da lontano. Il mio augurio per il 2021 è quello di avere ben salde le innumerevoli prospettive attorno al centro della nostra umana autenticità in mezzo all’infinito che ci circonda vivendo bene nel presente, lanciandoci sempre con fiducia e speranza in ogni quotidiana onda, trovando la nostra eternità in ogni momento.
Felice anno nuovo!
Favria 1.01.2021 Giorgio Cortese
Il futuro inizia oggi, non domani, vieni a donare, Ti aspettiamo a Favria MARTEDI’ 5 GENNAIO 2021 cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione a seguito del DPCM del 8 marzo 2020, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fai passa parole e divulghi il messaggio
Buona giornata, ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi ed allora cominciamo questo anno.
Si parva licet componere magnis
Qualche anno fa un amico, al quale sono molto grato, mi prestò un libriccino. Il diminutivo è adatto sia alle dimensioni che al contenuto: tratta, infatti, del campo semantico del “piccolo”, e del “prezioso” associato al “piccolo”. Questa operetta mi torna in mente ogni qualvolta si alluda alla scarsa importanza delle piccole cose, il fatto che io amo le piccole cose perché donano al mio animo grandi felicità.
Favria, 2.01.2021 Giorgio Cortese
Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità, vieni a donare, Ti aspettiamo a Favria MARTEDI’ 5 GENNAIO 2021 cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione a seguito del DPCM del 8 marzo 2020, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fai passa parole e divulghi il messaggio
Buona giornata. Oggi che sia il migliore o il peggiore dei tempi, è il solo tempo che abbiamo.
Ogni Alba.
Ogni Alba porta un nuovo giorno, che rigenera con la luce della speranza le macchie e la polvere accumulata sul mio animo il giorno passato. Ogni giorno non c’è la speranza di evitare il dolore e la paura, ma spero sempre di trovare nell’animo la forza per sopportarlo. La vita è un’opportunità, c’è splendore in ogni cosa non devo avere paura. Non credo a chi tinge tutto di fosche tinte dela mia umana esistenza. Davanti alle difficoltà penso ad una cosa sola, voglio vivere! Via, tristi pensieri. Non mi importa quanto pesante sarà il fardello Tu speranza mi darai la forza, illuminerai il mio cammino come la stella Polare, perché continuerò a sperare anche senza speranza, la lunga notte prima o poi finirà!
Favria, 3.01.2021 Giorgio Cortese
Breve è la durata della vita, ma abbastanza lunga per vivere bene, vieni a donare, Ti aspettiamo a Favria MARTEDI’ 5 GENNAIO 2021 cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione a seguito del DPCM del 8 marzo 2020, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fai passa parole e divulghi il messaggio
La vita è per il 10% cosa ci accade e per il 90% come reagiamo.
Dal Puffer alla frusta e alla frustrazione
Ho trovato in un documento che verso la metà del 1600 dei facinorosi in un paese Canavesano in barba alle grida ducali giravano armati con la pistola a ruota detta puffer. L’invenzione della pistola a ruota è variamente datata tra l’ultimo decennio del Quattrocento e il primo del Cinquecento, e la paternità differentemente accreditata a Leonardo da Vinci o a un anonimo meccanico tedesco. Il suo nome deriva dal principio di funzionamento, un mollone, messo in tensione con una chiavetta simile a quelle degli antichi giocattoli meccanici, veniva rilasciato allo scatto del grilletto, provocando il veloce movimento di una ruota dentata contro una pietra focaia, come in un accendino, e la conseguente scintilla necessaria ad innescare lo sparo. L’arma così poteva essere caricata in anticipo ed era pronta all’uso, senza il fastidio, e il pericolo, delle fiamme vive e delle micce incandescenti degli archibugi. Era un meccanismo estremamente complesso, allo sviluppo del quale non erano estranei i progressi tecnici precedentemente compiuti nell’orologeria e alla cui fabbricazione si si potevano applicare esclusivamente artigiani capaci di uguale precisione e destrezza manuale. Il caratteristico pomello tondeggiante chiamato in tedesco “Puffer” diede anche uno dei nomi con i quali la pistola era conosciuta serviva per afferrare con maggiore sicurezza l’arma e spesso era vuoto ed utilizzato per contenere parti di ricambio: non veniva assolutamente quindi usato, come sostenuto da alcuni, da “testa” di mazza in corpo a corpo: data la fragilità e il costo dell’arma sarebbe equivalso ad usare un orologio da tasca come un mazzafrusto. Il mazzafrusto era un’arma bianca di origine contadina, derivata probabilmente dalle fruste per battere il grano e utilizzata dal XIII al XXV secolo. Per la sua difficile governabilità e pericolosità per lo stesso utilizzatore, non era destinata al combattimento di lunga durata, quanto invece ad attacchi immediati e letali, specie della cavalleria pesante alla carica. L’arma consisteva in una palla di ferro chiodata collegata ad un bastone tramite una catena. Si distingueva in mazzafrusto da piede costituito da un’asta ad altezza d’uomo munita superiormente di una staffa a cui sono unite con catene da una a tre palle di legno ferrato o di ferro con punte e brocchi, poi quello da cavallo detto anche flagello d’arme, a manico corto e di solito con una sola palla. Vi è anche una variante più controllabile di mazzafrusto, composta da un manico di legno con attaccata, invece di una catena, un cilindro di legno, di circa metà della lunghezza del manico così da non ferire la mano, coperto di chiodi. Interessate il significato di frusta, dal latino fustis, strumento di strumento di supplizio, con inserzione di r onomatopeico, usata anticamente per incitare o picchiare le bestie, soprattutto quelle da tiro o da lavoro. Da lì la parola frusto, consumato, logoro, banale, pezzo, boccone. Participio passato senza suffisso del verbo frustare, consumare, a sua volta derivato di frusto, pezzetto, che viene dal latino frustum pezzo. Una parola dalla storia più complessa di quel che si potrebbe immaginare, e ha significati intensi che tornano spesso utili ma altrettanto spesso sfuggono. Uno dei suoi significati è nella veste di aggettivo, quello di consunto, logoro, possono essere frusti i miei pantaloni preferiti che ostinatamente mi ostino ad usare, ma è anche frusta una battuta che non fa più ridere nessuno o l’olio usato che è frusto. Questo aggettivo scaturisce da un verbo che non viene più usato. Se oggi uno dice frustare viene in mente l’aguzzino che dà grandi cinghiate ai rematori nelle navi antiche. Tale verbo a sua volta nasceva dal sostantivo frusto, che indica il pezzetto di stoffa che l’usura riduce le cose in brandelli e pezzi. Quindi quando sento certe promesse elettorali posso dire che sono cose fruste nelle parole come nei fatti. Da lì nasce una frustrazione per l’attuale situazione sociopolitica, già frustrazione che significa insoddisfazione, dal latino frustratio delusione, da frustrare, derivato dell’avverbio frustra inutilmente. La frustrazione è un sentimento di profonda umiliazione dove vediamo che chi ci governa non tiene conto delle nostre opinioni e allora molte volte ci ovattiamo l’intelletto e ci insonorizziamo il cuore.
Favria, 4.01.2021 Giorgio Cortese
Nella vita fai la cosa giusta, vieni a donare, Ti aspettiamo a Favria MARTEDI’ 5 GENNAIO 2021 cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione a seguito del DPCM del 8 marzo 2020, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fai passa parole e divulghi il messaggio
Ricordiamoci sempre che non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi.
La Bela Gigogin!
Durante i dieci lunghissimi anni prima della liberazione di Milano da parte dei Franco-Piemontesi prima della Seconda Guerra d’Indipendenza il popolo d’Italia ha dovuto accontentarsi di applaudire nei teatri tutto ciò che poteva prestarsi ad allusioni patriottiche: non più canti, non più inni come dal 1846 al 1849. E un’allusione ha voluto vedere nella canzone popolare: La Bella Gigogin. Nella sera del 31 dicembre 1858 la Banda Civica di Milano, forte di settantadue professori e diretta dal maestro Rossari, dava un concerto al Teatro Carcano, con un uditorio composto dal fiore della cittadinanza milanese. Alle ore 24, allo spirare del vecchio anno e al sorgere del nuovo, questa banda per la prima volta eseguiva la marcia popolare: Daghela avanti un passo, conosciuta poi in dialetto piemontese per La Bella Gigogin. Il successo di questa marcia fu eccezionale, pensate se ne chiese la replica per ben otto volte. La banda, che solo poteva esistere sotto condizione che suonasse innanzi al palazzo del governatore e del capo di polizia austriaco, con altri servizi gratuiti, verso le quattro del mattino si recò in corpo a fare la serenata di dovere, seguita da più di ventimila persone, che gridavano a squarciagola Daghela avanti un passo, e per tutto il cammino non poté suonare altro. In quel Daghela avanti un passo, frequentemente ripetuto, i patrioti volevano vedere un eccitamento per l’Italia ad agire o, perlomeno, a prepararsi ad agire. Un altro verso si riferiva alla pazienza che dovevano avere gl’italiani: “Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza”. “Rataplan!.. Tamburo io sento che mi chiama alla bandiera. O che gioia, o che contento! Io vado a guerreggiar. Rataplan!… Non ho paura delle bombe e dei cannoni, io vado alla ventura: sarà poi quel che sarà. La ven, la ven, la ven alla finestra; L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada; La dis, la dis, la dis che l’è malada per non, per non, per non mangiar polenda. Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza. Lassàla, lassala, lassala maridà. Con la bella Gigogin, dai sotto alla baionetta; Con la bella Gigogin, dai sotto alla baionetta. A quindici anni facevo all’amore…Daghela avanti un passo delizia del mio core!…A sedici anni ho preso marito…Daghela avanti un passo, delizia del mio core. A diciassette mi sono spartita…Daghela avanti un passo delizia del mio core! La canzone, scoppiettante di brio, ebbe subito una grande voga. Curiosa coincidenza: essa nacque nella stessa notte dell’Inno di Garibaldi. Sei mesi dopo il suo sorgere, le musiche francesi e piemontesi suonavano la Bella Gigogin, entrando vittoriose a Milano. Durante la spedizione dei Mille i volontari cantano la Bella Gigogin, detta anche la Milanaise, nella marcia da Marsala a Rampagallo e Nicostrato Castellini. Con la caduta della fortezza di Gaeta Capua i soldati piemontesi cantavano: “Daghela avanti un passo”. In quel periodo oltre a la Bella Gigogin, Fratelli d’Italia, Addio mia bella addio e Inno di Garibaldi. Anche se nel 1860, l’inno di Garibaldi era poco diffuso, per quanto un fratello di Olivieri, che era tra Mille, si adoperasse per renderlo popolare. Il musicista della Bella Gigogin fu Paolo Giorza, nato a Milano nel 1832 e morto a Seattle (Stati Uniti) sul finire di maggio del 1914. Egli ebbe non solo a Milano ed in Italia, ma in tutta Europa il suo quarto d’ora di celebrità come compositore di balli e di opere. Il Fornaretto, Bianchi e Neri, Cleopatra, La Contessa d’Egmont, Il Giuocatore ed altri suoi balli fecero il giro del mondo. La sua musica era la più eseguita nei salotti delle maggiori metropoli europee. Nel 1867 il Giorza si recò all’estero come direttore dell’Opera di Messico, dell’Avana, poi nell’America del Nord, poi in Australia, dove fu nominato direttore generale degli spettacoli musicali per l’Esposizione mondiale di Sidney. Tornato in Italia nel 1887, scrisse con Manzotti il ballo “Narenta”, e con Grassi il “Rodope”. Altri grandiosi balli diede a Londra e a Berlino. In occasione del giubileo della regina Vittoria d’Inghilterra a Londra, compose una “Antica Quadriglia Italiana” a lui commissionata dal duca e dalla duchessa di Devonshire, la quale fu eseguita nel loro palazzo da più di cento coppie della nobiltà inglese. Altri omaggi ricevette da Giuseppe Garibaldi, un segretario del quale, F. Plantulli, lo aveva incaricato di musicare un suo inno ispirato alla guerra del 1866. Il maestro Giorza scrisse la musica e il generale gli scrisse da Como questa lettera: “Mio caro maestro, se mettendo in musica l’inno del nostro amico Plantulli avete attinto la vostra ispirazione dalla febbre di un popolo che vuole spezzare gli ultimi anelli della sua catena e ridiventare degno del suo passato, certamente la vostra opera riuscirà utile ed io sono sicuro del vostro successo. Credetemi con riconoscenza vostro Garibaldi”.
Favria, 5.01.2021 Giorgio Cortese
Nella vita non è vero che abbiamo poco tempo, usa bene il Tuo tempo vieni a donare, Ti aspettiamo a Favria MARTEDI’ 5 GENNAIO 2021 cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione a seguito del DPCM del 8 marzo 2020, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fai passa parole e divulghi il messaggio
Nella vita quotidiana il successo non è definitivo, l’insuccesso non ci deve fermare, ciò che conta è il coraggio di andare sempre avanti.
La Marcia dei Re, o la Marcia dei Re Magi!
La Marcia dei Re o la Marcia dei Re magi, è una famosa canzone natalizia di origine provenzale che celebra l’Epifania e i Re Magi. Il sei gennaio il mondo cristiano di fede cattolica celebra l’anniversario del battesimo di Gesù con l’Epifania che, unitamente alla Pasqua, al Natale ed alle Pentecoste, viene ritenuta una delle ricorrenze più attese dell’anno. Per gli uomini di osservanza o di sola obbedienza cattolica l’Epifania è una festività composita, che contempla e celebra il battesimo di Cristo, il primo miracolo da lui compiuto con la conversione dell’acqua in vino e l’adorazione dei Re Magi davanti a Gesù Bambino visto nella sua natura di uomo e di Dio. Quest’atto devozionale viene inteso come unione o conversione dei Gentili al Giudaismo ed interpreta l’evento festivo della regale potestà, dell’umana mortalità e della divina maestà del Messia. Nell’Epifania ci sono le allegorie dell’oro, della mirra e dell’incenso, doni reali e mistici che due mila anni orsono i Re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre offrirono al Re Bambino nella grotta di Betlemme. L’oro venne considerato come tributo e regalità, la mirra umanità mortale, l’incenso sacrificio e divinità del Cristo. Fatti e doni eccezionali questi che nell’immenso e nebuloso Medioevo ebbero notevole influenza sulla tradizione iconografica, drammaturgica e musicale, aggiungendo progressivamente sul rituale cristiano reminiscenze di riti pagani. Anticamente in questo periodo vennero creati dei drammi eseguiti prima in chiesa e poi nei sagrati con sacre rappresentazioni, in lingua volgare con canti prevalentemente profani, come l’Ordo stellae, l’Officium Trium Regum, il Versus ad Herode Faciendum, le jeu dell’Epifania Le interpolazioni allora offrirono al dramma sacro la possibilità di arricchirsi spettacolarmente di innovazioni più originali come l’uso del presepe, la strage degli innocenti, i dialoghi fra i Magi e i pastori. Dell’abbondante repertorio di canti sacri e para-liturgici medievali intonati, una volta, in chiesa prima e poi sul sagrato durante i vari momenti del fastoso rituale per l’Epifania, la Marcia di Turenna o dei Re Magi è uno dei pochi fortunati sopravvissuti all’usura dei secoli e alle opportune svolte politiche date da organizzazioni religiose. Il primo manoscritto di questa canzone risale al 1742, e riporta il nome dell’autore del testo il trovatore provenzale Joseph-François Domergue. che dedicò a Guglielmo II duca d’Orange, rampollo della famiglia del Balzo che un’antica tradizione vuole discenda, appunto, da uno dei Re Magi, precisamente, Baldassarre, il portatore d’incenso. Di lì in poi La Marcia dei Re comincia a comparire in molte raccolte di canti natalizi dell’epoca. La musica sembra avere origini più antiche. Un documento del 1742 afferma La Marcia dei Re derivi direttamente dalla Marcia di Turenne, partitura scritta in onore di un eroico ufficiale dell’esercito francese, attribuita da alcuni a Lully. Più in là nei secoli Bizet riprese questo tema, nella sua Arlesienne. Ecco una breve traduzione in italiano del testo: “La marcia dei re. Questa mattina ho incontrato il corteo di tre grandi Re che erano in viaggio. Questa mattina ho incontrato il corteo di tre grandi Re nella via maestra. Seguivano poi le guardie del corpo, grandi guerrieri con trenta piccoli paggi Seguivano poi le guardie del corpo, grandi guerrieri con i loro scudi.” Come abbiamo visto la lunga vita de La Marcia di Turenna o de’ Re Magi passa per le fortunate elaborazioni orchestrali di Giambattista Lulli, Firenze, 1632-Parigi, 168) e dei Noëlisti avignonesi della sua scuola che la inserirono nel dramma sacro La Legenda dei Re Magi; passa, inoltre, per orchestrazioni operate da Maestri di fanfare militari del Settecento napoletano. Ma la vita più intensa e prestigiosa, La Marchia di Turenna avvien con il dramma L’Arlesienne di Alphonse Daudet con la musica di George Bizet, il noto autore della Carmen. L’Arlesienne è il dramma di una famiglia di contadini intensamente vissuto nei campi della Francia mediterranea. Più che dai particolari dell’intreccio la sua efficacia declamatoria deriva dai veementi accenti lirici e dalla raffigurazione dell’ambiente provenzale. L’Arlesienne, è il soprannome che in questo lavoro teatrale viene dato ad una ragazza di Arles, visibilmente assente dalla scena dell’opera ma protagonista di nome e di fatto perché ne è la causa occulta di tutta la vicenda drammaturgica. Vicenda che s’intreccia con la storia del commovente dramma di due fratelli contadini provenzali: Frédéri, di capacità mentali normali, Janet, detto l’Innocente, scemo dalla nascita. Frédéri sospetta che la sua Arlesienne, di cui è perdutamente innamorato, sia l’amante di Metifio, un guardiano di cavalli, poco di buono. Questo dubbio gli fa quasi uscire di senno. Su consiglio di Rosa, sua madre, egli si fidanza con la bella Vivette, una ragazza del paese, da molto tempo innamorata segretamente di lui. Ma durante i preparativi della vigilia del matrimonio, in un casuale incontro con Metifio si risveglia impetuosa la sua macerante passione per la ragazza di Arles e, non sapendo resistervi al disperato dolore, né frenare i suoi impulsi autolesivi, sale sul fienile della sua casa colonica e si getta nel vuoto. L’Innocente che ha confusamente intuito il dramma del fratello ritrova il senno; e la sciagura che ha strappato alla madre un figlio normale ne ridona l’altro. Alphonse Daudet forse in ricordo del santo Re, portatore d’incenso, dà il nome Baldassarre al vecchio pastore che predice il ridestarsi ad una piena maturità mentale di Janet, l’Innocente. George Bizet per rendere la scena dell’opera più vera, più naturelle compone per L’Arlesienne musiche di colore e lirismo provenzaleggiante e ne adotta, trasfigurandoli, altri tre brani fortemente evocatori del paesaggio di deciso colore occitanico che attinge al repertorio di canti e danze tradizionali del tambourin Vidal di Aix. I tre brani, sono la Danse dei Chivau-Frus che diventa la Farandola nel terzo atto, Er dou Guet convertita nel delicato e finemente misterioso Canto dell’Innocente con il quale Janet intonandolo, tenta di alleviare le pene d’amore di Frédéri e, finalmente, la duttile Marcho dei Rei, Magi sulla quale elabora la prima parte del Preludio, due cori del primo atto e, modulandola nella tonalità di re maggiore ed in forma di canone, nello sviluppo della Farandola.
Favria, 6.01.2021 Giorgio Cortese
La speranza è quella luce che si vede in lontananza e che guida il nostro cammino.
Caffé al tempo dello smartworking!
Lavorando da casa, o meglio usando l’anglicismo che non mi piace, smartworking o lavorando fisicamente sul luogo di lavoro, per non parlare del sabato e della domenica mattina, quello che manca adesso con la pandemia oltre alle strette di mano, il contatto fisico, è la pausa caffè! Ecco quello che manca è la pausa caffè alla macchinetta o al bar con i colleghi, ma anche il gustare con traquillità un caffè con gli amici al sabato e alla domenica mattina, parlando dal calcio alla politica, passando ai problemi personali, senza acredine, senza una tabella da conferenziere, ma solo per scambiare idee e sensazioni. Mi domando, ma farci il caffè in cucina è qualcosa di diverso? La risposta, purtroppo, non è così scontata, si prende quasi sempre da soli o con i famigliari, insomma è come fare gli esami da privatista o preparami con i compagni di classe! Capire il valore di una pausa caffè con colleghi o amici mi offre spunti di riflessione personale. Premetto non entro nel merito del lavoro da casa, la sua produttività ed altro ma del fattore umano e della mancanza del contatto fisico con le persone con cui lavoriamo o condividiamo l’amicizia. E’ vero che il lavoro da casa rivoluziona il modo di vivere, la professione e le relazioni, creando un’enorme quantità di passaggio di inforemazioni. Ma quale tipo di informazioni vengono passate? Per lo più sono solo informazioni di servizio, decisionali, che spiegano come svolgere i compiti da soli e in team. Tutte queste informazioni, messe nero su bianco o videoregistrate, esigono chiarezza, ordine e razionalità ma sono assai diverse dalle informazioni che ci si scambia dal vivo sul luogo di lavoro, magari davanti ad un caffè! Certo la pausa caffè non è una riunione di Governo o della NASA per lanciare un razzo su Marte, non è una riunione ufficiale, dove si deve prendere posizione sulle decisioni prese, con i giri di tavolo, ma una forma di comunicazione implicita dove emerge il valore della comunicazione verbale diretta tra noi esseri umani. L’apprende e scambiarci informazioni fisicamente non è paraganabile a trasmetterci le informazioni davanti al freddo video di un computer. Il prendere il caffè insieme e non in smartworking è cogliere l’empatia di chi mi sta vicino e anche i suoi problemi, preccupazioni e aspirazioni. Come esseri umani siamo animali sociali, questa è la nostra storia, quella di condividere davanti ad un pranzo o ad un caffè le nostre informazioni ed esperienza. Questa pandemia ci aiuta capire che solo collaborando tra tutti noi possiamo rallenatrne la diffusione ed avene il sopravvento ma anche che gli spazi fisici sono importanti come il luogo di lavoro, che è molto di più di quanto pensiamo. Il lavoro non è un non luogo ma uno spazio fisico molto più importante di quello che pensiamo. Il lavoro è sentirci utili a coleghi, altre persone di valore, con i loro personali talenti trasmettendo le informazioni anche davanti ad una tazza di caffè. Ricordiamoci che femarci qualche minuto ci rende più motivati, dicono gli esperti, soprattutto sugli obiettivi a lungo termine, infatti quando lavoriamo, la corteccia prefrontale compie uno sforzo e, se l’impegno necessario è prolungato, prendersi una pausa aiuta a mantenere l’attenzione e a ritrovare la giusta motivazione. Bere un caffè e chiacchierare con i colleghi, infine, aiuta a socializzare e a fare squadra, con il vantaggio di dar vita a un ambiente lavorativo più disteso, sereno, in cui si affrontano meglio le difficoltà e anche gli ultimi arrivati non fanno fatica a integrarsi. Quello che mi manca è una tazza di caffè con i colleghi ed al sabato mattina con gli amici e a Voi? Non c’è niente di meglio di una tazza di caffè per stimolare il cervello!
Favria. 7.01.2021 Giorgio Cortese
Ogni giorno forse barcollo ma non mollo sempre avanti con il pensiero positivo
Parole omofone e omografe.
La bellezza dell’italiano è anche la ricchezza di parole che hanno il medesimo suono, omofone, che non è una parolaccia ma deriva dal greco con il significato dal suono uguale, che hanno la stessa pronuncia, sono dette anche omonime perché oltre ad avere il medesimo suono hanno anche lo stesso nome, ma differiscono nella grafia come anno sostantivo e hanno, terza persona plurale dell’indicativo presente del verbo avere, oppure a preposizione semplice e la terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo avere, sempre lui! Le parole omografe, si scrivono nello stesso modo, ma con significato completamente diverso. Ecco alcuni esempi: io accetto la tua accetta. I venti che vengono dal mare sono più forti: sono venti anni che te lo dico! Io mi accorsi che i miei amici sono accorsi. Non provo affetto quando affetto il pane. Cólla sola còlla non puoi incollare la pietra. Ieri ho corso ed ho incontrato un corso. La firma viene apposta e non la apponi potresti farlo apposta. Io pesco la pesca con l’amo da pesca. Collo smalto delle unghie non puoi dipingere le collane che vanno al collo. Se desideri troppi desideri, non si avvererà alcun desiderio! Con questo capitàno sono cose che càpitano. Io affetto le parole….. con affetto.
Favria, 8.01.2021 Giorgio Cortese
La speranza ogni giorno è un sentimento forte che non muore mai.
Ardito o coraggioso.
La parola ardito significa coraggioso, audace, spavaldo, sfacciato, originale. Il lemma deriva dal francese antico hardì, coraggioso, che deriva dall’antico verbo francone hardjan, rendere duro, molto probabilmente dalla radice germanica hard,duro. Come si vede il significato iniziale è quello di rendere duro, insomma la tempra del carattere delle persone dure e toste. Una bella differenza dal coraggio, parola di origine provenzale, corage, derivato dal latino cor, cuore. Il coraggio è prima di tutto forza morale che permette di affrontare situazioni difficili, insomma una virtù che rimanda al codice cavalleresco, legata al cuore. Il coraggio nella vita è il prestare l’ampiezza del petto all’incerto, al pericolo, al dolore anche con il sacrificio. L’ardito invece si muove sui sentieri dell’audacia con l’inclinazione a osare, sui pendii erti della spavalderia, se ne trova traccia nella Chanson de Roland. Attenzione il coraggio è ben lontano dalla stupidità, il coraggioso dialoga con la paura perché il coraggioso non è temerario. Infatti il coraggio si distanzia dal temerario, l’audace senza accortezza. Il coraggioso nella vita non è la persona senza paura, ma la persona che non cede al timore perché qualcosa di luminoso, di sacro, di giusto lo chiede, da dentro di lui. Certo la linea sottile che demarca il coraggio dall’ardito è molto labile. In effetti, l’ardito è prossimo all’audace e pertanto non stupisce che quelli degli arditi fossero reparti dell’esercito italiano votati ad azioni particolarmente rischiose durante la Prima Guerra Mondiale
Favria, 9.01.2021 Giorgio Cortese
Ogni giorno rispettiamoci gli uni con gli altri perché ogni vita è sacra e adesso più che mai, lo stiamo capendo