L’inverno, a Fontanetta, non arrivava dal cielo: saliva dal torrente Soana, si infilava nelle fessure della pietra e si sedeva sui tetti di lose, pesante e bianco come il silenzio. In quell’Ottocento verticale e severo, dove la montagna non faceva sconti a nessuno, la vita degli uomini dipendeva dai loro passi. E i passi della Valle Soana dipendevano dalle mani di Michele.
Nella stanza più calda della casa, l’odore del fustagno e della lana cotta si mescolava a quello del fumo di larice che usciva dalla stufa. Michele lavorava quasi al buio, con la sola luce di una candela che faceva danzare ombre giganti sulle pareti di pietra. Tra le sue ginocchia stringeva una forma di legno d’acero, liscia, scurita dal sudore delle sue stesse mani.
Quella forma era la mappa di un piede che Michele conosceva a memoria. Sapeva dove il cacciatore aveva la cicatrice di una vecchia storta, dove la contadina soffriva per il gelo, dove il bambino tendeva a consumare la suola.
I gesti del “Ciavergnu” erano una liturgia lenta. Sovrapponeva gli strati di stoffa recuperata dai vecchi abiti — velluti consumati, giacche ormai troppo corte — fino a creare una suola spessa e compatta. Poi, con una lesina d’acciaio e uno spago grosso impeciato, cominciava a cucire. Pungi, tira, stringi. Il suono ritmico dello spago che tagliava l’aria era l’unico orologio di Fontanetta. Ogni punto era un patto tra Michele e la montagna: se il filo cedeva, il freddo entrava; se il freddo entrava, l’uomo si fermava. E in inverno, fermarsi significava perdersi.
Le sue “scapin” erano silenziose. Quando gli uomini camminavano sui sentieri ghiacciati per andare a far legna, o quando i pastori salivano gli ultimi pascoli prima della neve, il loro passaggio non faceva rumore. Era un camminare leggero, rispettoso della roccia. Michele non vendeva solo scarpe; vendeva la sicurezza di poter tornare a casa.
Accanto a lui, un bambino dagli occhi attenti osservava ogni movimento. Era suo figlio, che sarebbe diventato a sua volta padre, trasmettendo quel nome — “li Ciavergni” — come un titolo nobile della terra.
«Vedi?» gli diceva Michele, sfiorando il legno dell’acero. «Il piede cambia, la stoffa si consuma e si getta. Ma la forma resta. La forma è l’anima della scarpa. Finché hai questa, puoi rifare il cammino a chiunque.»
Più di un secolo è passato da quelle notti a Fontanetta. Le stufe a legna dell’Ottocento si sono spente, i sentieri si sono coperti di foglie e la vita ha preso strade che Michele non avrebbe potuto nemmeno immaginare, portando i suoi discendenti lontano dalle frazioni di Valprato.
Eppure, in un cassetto protetto dal tempo, lontano dal freddo della Valle Soana, ci sono oggetti che si rifiutano di diventare polvere.
Quando oggi mia moglie prende in mano quelle forme di legno, compie un gesto che scavalca i decenni. Il legno è freddo solo all’inizio; bastano pochi secondi tra le dita perché riprenda il calore del corpo, quasi avesse una memoria termica dei secoli passati. Se si guarda da vicino, sotto la patina del tempo, si vedono ancora i minuscoli fori dei chiodini e i graffi lasciati dalla lesina di Michele.
Nessuno in famiglia sa più cucire il fustagno con lo spago impeciato, e le montagne oggi si salgono con scarponi tecnici di gomma e plastica. Ma quelle forme di legno non sono semplici attrezzi da museo. Sono radici.
Ogni volta che la mia famiglia le guarda, il cerchio si chiude. Michele di Fontanetta e suo figlio sono ancora lì, nel silenzio della loro arte, fieri di sapere che le loro mani forti, capaci di proteggere i passi di un’intera valle, continuano a proteggere la storia di chi è venuto dopo di loro.
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