23 Dicembre, l’attesa.
Luci tremolano, profumo di cannella,
il cuore rallenta, dolce novella.
Tra fiocchi di neve e un tempo sospeso,
ogni respiro diventa un piccolo sorriso acceso.
Nel silenzio dell’attesa, un pensiero s’alza,
la magia non è fuori, ma dentro la nostra casa.
Ogni momento semplice, se vissuto con cura,
diventa eterno, come una stella pura.
Favria, Giorgio Cortese
Buona giornata! Martedì 23 dicembre si veste di luci e melodie, tra profumi di dolci e dolci fantasie. Che il cuore si scaldi e il sorriso fiorisca, come una stella che nel cielo scintilla e brilla. Felice martedì.
23 dicembre 1979
L’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Le unità militari sovietiche occupano Kabul,
dando inizio a una guerra che durerà quasi dieci anni.
Natale è…
Natale è tempo di regali, si sa. È la forza dell’abitudine. Ma perché non pensare a qualcosa di diverso? A fare dei doni, invece che dei regali? Qualcuno dirà che tra i due termini la differenza è solo una sfumatura, ma non è proprio così. La parola regalo richiama alcune consuetudini del nostro tempo: se fai un acquisto c’è un regalo per te, se apri la posta, puoi scoprire che sei fortunato perché hai vinto un regalo se… Se sei in obbligo verso qualcuno, ti sdebiti con un regalo e spesso il regalo viene consegnato da commesso di un negozio, da un postino. A me pare, invece, che la parola dono abbia un significato più pieno. È qualcosa di gratuito, si desidera con esso manifestare qualcosa di sé, è disinteressato, non si aspetta niente dall’altro in cambio. Il dono porta a stringersi la mano, a incrociare gli sguardi, a uno scambio di emozioni. Il Natale, nel suo significato più pieno, porta a tutti noi un dono: il dono della speranza che si rinnova.
Favria, 24.12.2025 Giorgio Cortese
Che bello il Natale, con la sua magia e la sua luce speciale. Che porti gioia nelle nostre case, serenità nelle nostre famiglie e Pace nel cuore di tutti noi. Auguri di Buon Natale!
24 dicembre 1914
Prima guerra mondiale: sul fronte occidentale avviene la “tregua di Natale”: soldati britannici e tedeschi fraternizzano nelle trincee, mettendo “in pausa”, per le feste, l’orrore del conflitto
Buona giornata! È la Vigilia di Natale: tra luci, profumi e attese gioiose, che il tuo cuore si riempia di pace, calore e meraviglia. Felice 24 dicembre!
La tombola.
La tombola è il gioco classico dei giorni di festa. Il gioco della tombola, con cui noi italiani ci divertiamo in famiglia a Natale è figlio della tombola napoletana e del gioco del lotto. Le sue origini risalgono infatti a trecento anni fa, al 1734, in seguito a uno “storico” litigio tra il re di Napoli, Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco. A quell’epoca nel Regno delle due Sicilie, e soprattutto a Napoli, il gioco d’azzardo del lotto era particolarmente diffuso. E il re voleva renderlo legale per poter così incassare i tanti soldi spesi dal popolo con le scommesse. Il frate, invece, si opponeva dicendo che la legalizzazione del gioco avrebbe allontanato ancora di più i fedeli dalla preghiera. Alla fine della disputa il re ebbe la meglio, tuttavia concordò con il frate che il gioco sarebbe stato sospeso durante le festività natalizie. Ma i napoletani, e gli altri abitanti delle città del regno, non erano disposti a rinunciare a quel divertimento e continuarono a giocare al lotto in famiglia! I novanta numeri del lotto furono così messi dentro panarielli, appositi cestini di vimini, e vennero inventate le cartelle con i numeri disegnati per tenere conto delle estrazioni successive. In più, a ognuno dei novanta numeri della tombola fu attribuito un simbolo, spesso diverso da città a città, e a Napoli addirittura da quartiere a quartiere. È così che nacque la famosa “Smorfia” napoletana. E il gioco pubblico del lotto divenne la tombola . La parola tombola secondo alcuni verrebbe da tombolare, roteare o far capitombolare i numeri nel paniere, secondo altri verrebbe dalla parola tumulo, vista la forma a piramide dei panieri dell’epoca.
Favria, 25.12.2025 Giorgio Cortese
Buon Natale! Campane suonano, luci danzano, cuori si scaldano, sorrisi balzano. Tra doni e abbracci, gioia che resta, Natale è amore, nel cuore si manifesta.
25 dicembre 1991
Michail Gorbaciov si dimette da presidente dell’URSS: è la fine ufficiale dell’Unione Sovietica.
Monopoly.
Che storia, quella del Monopoly, nato per illudere i comuni mortali di poter ascendere all’Olimpo, e nel tempo tramutato in simbolo perfetto dell’innamoramento collettivo per il Carnegie di turno, fino a quel momento estremo in cui il successo finanziario incorpora la password per farsi eleggere alla Casa Bianca. Era già successo nel 1992, quando il miliardario Ross Perot si era inaspettatamente preso milioni di voti candidandosi presidente nonostante le ironie diffuse, perché insomma, suvvia, la politica è una cosa seria, e la vittoria a Monopoly non può spalancarti le porte della stanza dei bottoni. Perot mancò il bersaglio, ma un certo Donald al suo fianco faceva il tifo per lui, e vent’anni dopo sarebbe ripartito da lì, annunciando la sua discesa in campo nell’atrio della Trump Tower, massimo esempio del suo boom immobiliare. Era nato, Donald, pochi anni dopo il gioco del Monopoly, ed erano quasi cresciuti insieme, ma adesso egli ne incarnava il traguardo più impensabile: se il gioco ti piace e nei tornei familiari sei un campione, può voler dire che diventerai Abramo Lincoln o Trump, ecco il Monopoly nato circa 90 anni fa. La ricorrenza non passa inosservata, adesso che il re degli immobiliaristi è tornato come Lassie alla Casa Bianca e da lì profetizza business faraonici perfino a Gaza, cosicché saranno in tanti a chiedersi se esista una scuola per emularne le gesta: come posso diventare anch’io Trump? Esiste un tutorial? C’è un manuale pratico con esercizi? The Apprentice incarnava certo la versione televisiva di questo corso rapido per boss del mercato, ma per chi non potesse ambire all’alloro di concorrente del mitologico reality, resta pur sempre sul campo la chance, appunto, del Monopoly. Peraltro fu Donald stesso a consacrare questa inedita funzione pedagogica del gioco, lanciandone una versione celebrativa in stile Palm Beach, un vero Trump-Monopoly acquistabile dai fan e dai collezionisti sui canali del suo merchandising, ai tempi in cui egli furoreggiava intestandosi un nuovo Taj Mahal ad Atlantic City, città su cui tornerò a parlare. Facciamo un passo indietro del tempo, correvano gli anni ’30, e sulla scia della Grande Depressione, uno dei milioni di disoccupati americani tentò il tutto per tutto riprendendo l’idea di un gioco da tavolo in cui palazzi, rendite, capitali e ipoteche si trasformassero nell’esatto opposto di ciò che erano in quei giorni, da incubo a divertimento. Si chiamava Charles Darrow, per anni si era guadagnato da vivere come ingegnere nel ramo dell’energia, ma il colpo di mannaia del ’29 lo aveva scaraventato per strada,csenza stipendio e senza prospettiva alcuna. Fu in quella situazione che egli elaborò un miraggio, quello di un ceto medio disperato che almeno per il tempo di una partita si scoprisse milionario, all’improvviso capace di vivere di rendita, di acquistare lotti, tenere in pugno città intere, inebriandosi di mucchi di dollari finti e di edifici in formato mignon da disseminare su quel percorso a caselle già delineato a inizio secolo da Elizabeth Magie, ideatrice di The Landlord’s Game. Ebbene, nella fantasia di Darrow la città degli affari non poteva non essere lei, Atlantic City, ovvero il luogo benedetto dal dio Pluto in cui si andava in vacanza per mostrarsi fra i cosiddetti abbienti, i Paperoni che per niente al mondo avrebbero rinunciato all’Eden di quella sfilza di hotel e sale da ballo che affollava la Riviera. Già, Atlantic City. È da qui che si deve partire per un’indagine profonda sulla fama del Monopoly, e non solo perché le strade del gioco presero nome proprio dalla toponomastica di questa cittadina, oggi concentrato di grattacieli sfitti, ma un tempo Mecca delle slot machine e delle limousine, affacciata sulla riva dell’oceano con le sue insegne più che scintillanti. Quindi ecco nascere Monopoly, la contrazione di questo Eldorado su un cartone pieghevole con i suoi quadratini multicolorati, dove cercare di schiacciare tutti gli altri con il proprio strapotere, che poi curiosamente si era svolto esattamente lì, ad Atlantic City, il famoso incontro di pochi anni prima fra tutti i boss della criminalità americana, per spartirsi il mercato del proibizionismo, con un’autentica montagna di soldi divisa fra Al Capone, Lucky Luciano e una decina d’altri Rockefeller di un Dirty-Monopoly. Insomma l’apoteosi dei soldi, senza scomodare l’etica purché siano sonanti che continui a riscuotere rendite anche se sei nella casella Prigione. Il gioco lanciato nel 1935 e fu subito un successo. Anche perché implicava in qualche modo una caricatura di quelli che Roosevelt chiamava con disprezzo “monarchi del capitale”, adesso colpiti con una iper-aliquota al 76 per cento per finanziare la ripresa economica e sgravare il ceto medio. I nababbi, insomma, venivano tartassati nel nome del New Deal, e per giunta si trovavano privati della loro aura di intoccabili con un gioco da tavolo che distribuiva a chiunque la corona di Re Mida in miniatura. Sembrava per paradosso un affronto anticapitalista, ma era in realtà l’inizio di una trasformazione in senso opposto, l’alba di una svolta epocale, quella che nel Dopoguerra avrebbe lentamente ma irreversibilmente riscritto la narrazione del Capitale portando gli Stati Uniti fino all’ebbrezza reaganiana che illudeva tutti di potersi sul serio risvegliare milionari. Un Monopoly concreto e reale, e non per nulla le strade di Atlantic City si riempivano di sale da gioco gremite di gente, tutti convinti di potersi atteggiare a vip perché destinati a diventarlo, e dunque pronti a tutto pur di strapparsi a blackjack un biglietto di sola andata per la felicità, come a Roulettenburg ne Il giocatore di Dostoevskij.
Favria, 26.12.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Che questo venerdì post-Natale ci porti serenità, sorrisi e un po’ di magia natalizia da conservare nel cuore. Felice Santo Stefano!
26 dicembre 2004
Un devastante terremoto al largo di Sumatra provoca un gigantesco tsunami nell’Oceano Indiano: oltre 230.000 le vittime.
Quando il Natale pesa: il lato nascosto delle Feste
Alberi addobbati, regali impacchettati, luci colorate ovunque, il profumo dei biscotti appena sfornati… Tutto parla di Natale e della sua atmosfera incantata. Ma non per tutti questo periodo è sinonimo di gioia e spensieratezza. Per molte persone, infatti, le Feste possono trasformarsi in un momento difficile, in cui tristezza e malinconia prendono il sopravvento. È quel senso di vuoto che si avverte magari dopo una perdita, o quando si affronta per la prima volta il Natale da soli. In inglese lo chiamano “Christmas Blue”, ed è una forma di disagio emotivo che, anche in Italia, colpisce milioni di persone ogni anno. I primi segnali arrivano con le luci appese in città e spesso svaniscono solo a feste finite. I sintomi sono simili a quelli della depressione stagionale: tristezza persistente, senso di solitudine, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione e pensieri negativi. A questi si aggiungono spesso isolamento sociale, rifiuto dei momenti conviviali, calo di energie, disturbi del sonno e dell’appetito. Tutto questo mentre il mondo intorno sembra pretendere sorrisi, entusiasmo e felicità a ogni costo. Ed è proprio questa pressione a sentirsi obbligati a essere felici che peggiora il malessere. Il confronto con l’immagine idealizzata di un Natale perfetto genera frustrazione e acuisce quel senso di inadeguatezza. Come se la festa, anziché un conforto, diventasse uno specchio che riflette ciò che manca: una persona, un affetto, una serenità perduta. A tutto questo si aggiunge spesso il peso dei bilanci esistenziali. A fine anno, quasi naturalmente, ci ritroviamo a fare i conti con ciò che è stato e con quello che non è andato come speravamo. A Natale i problemi non scompaiono, anzi, possono farsi più intensi, soprattutto se sommati a tensioni familiari, impegni frenetici, obblighi sociali. La buona notizia è che il “Christmas Blue” è temporaneo e può essere affrontato. La psicologa e psicoterapeuta Stefania Bondi suggerisce di iniziare da un gesto semplice ma potente: accogliere la tristezza, senza colpevolizzarsi. Non bisogna sentirsi costretti a partecipare a ogni evento o a ostentare entusiasmo. Se si ha bisogno di dormire, si dorme. Se si preferisce restare da soli, va bene così. Assecondare i propri bisogni, senza forzature, è il primo passo per ritrovare equilibrio. Bondi propone anche un cambio di prospettiva: invece di pensare solo ai regali per gli altri, proviamo a regalarci tempo per noi stessi. Il Natale può diventare un’occasione per guardarci dentro, ascoltare ciò che sentiamo davvero, riflettere sulla nostra vita con un po’ più di silenzio e profondità. Non serve essere religiosi per dare significato a questo periodo: basta essere autentici. Una passeggiata, un film che ci fa stare bene, un momento tutto nostro per leggere o semplicemente per restare in silenzio: sono piccoli gesti che ci aiutano a vivere le Feste senza maschere. La vera magia del Natale non è nei cliché, ma nella libertà di viverlo a modo nostro. Anche la malinconia ha diritto di esistere in questi giorni. E forse, proprio accettandola, possiamo trasformare questo tempo in qualcosa di nuovo. In una pausa necessaria. In un lento ritorno a noi.
Favria, 27.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggi tra il calore dei ricordi natalizi e il profumo di nuove speranze, che la tua giornata sia serena e luminosa. Felice sabato!
27 dicembre 1945
Con la ratifica da parte della maggioranza degli Stati membri, nasce ufficialmente il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Il Tempo…
Il tempo è un contenitore finito, un vaso fragile che accoglie ogni nostra azione, pensiero e desiderio. Ciò che vi mettiamo dentro diventa parte di noi, lascia un’impronta indelebile nel flusso della nostra esistenza. Per questo è necessario scegliere con cura: non tutto merita il nostro tempo, e non tutto deve accadere subito. Spesso diciamo: «Non ho tempo», ma sarebbe più saggio chiedersi: «Quanto tempo mi serve?» Questo semplice cambiamento di prospettiva ci rende consapevoli della nostra responsabilità e ci permette di gestire i momenti senza sprecarli. Non tutto può essere pianificato; buona parte della vita accade, inaspettata, e ci sorprende con gioie e sfide. Ascoltare i nostri «quando», quei momenti in cui qualcosa è pronto per emergere, significa rispettare il ritmo naturale della nostra esistenza.
Ogni metodo, ogni strategia per vivere meglio, deve essere sentita come propria, altrimenti rimane vuota, incapace di portare frutto. E ricordiamoci: non è necessario fare tutto oggi. Alcune cose crescono meglio lentamente, lungo un tempo più ampio, proprio come un seme che ha bisogno di luce, acqua e pazienza per fiorire.
Imparare a valorizzare il tempo significa imparare a coltivare la propria vita con attenzione e amore. Non rincorriamo l’illusione dell’urgenza; lasciamo spazio alla riflessione, al silenzio, alla crescita interiore. In questo modo, ogni attimo diventa nutrimento per il nostro spirito e per i sogni che vogliamo vedere sbocciare.
Il tempo non è una freccia da inseguire, né un nemico da sconfiggere. È un vaso delicato, pronto ad accogliere ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare. Custodiscilo con cura, semina con saggezza e lascia che ogni momento, ogni gesto e ogni sogno crescano fino a fiorire nel giardino infinito della vita. Solo così il tempo diventa non un limite, ma la più preziosa materia della nostra esistenza.
Favria, 28.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Auguro a tutti che la luce dei giorni di festa resti nel cuore, tra sorrisi caldi e momenti di dolcezza che scorrono come neve lenta. Felice domenica!
28 dicembre 1612
Galileo Galilei osserva per la prima volta il pianeta Nettuno con il suo cannocchiale, ma lo scambia per una stella.
Il Fox Terrier.
Il Fox Terrier è una razza vivace e rustica originaria della Gran Bretagna dove veniva tradizionalmente impiegata per la caccia alla volpe. Con il suo carattere intraprendente e il suo aspetto elegante, questo cane ha conquistato il cuore di numerosi amanti dei cani in tutto il mondo. Il colore prevalentemente bianco del suo mantello venne selezionato negli anni proprio per non confondere il Fox con la selvaggina, dai mantelli per lo più scuri, durante le attività venatorie. Malgrado sia considerato un cane britannico, le sue antichissime origini sono incerte. Pare risalga addirittura ai Fenici che, facendo scalo nei porti egiziani, aprirono la strada del Fox verso l’Europa. Testimonianze della sua presenza risalgono anche ai tempi di Plinio il Vecchio. La razza fu ufficialmente riconosciuta nel 1876 con la nascita del Fox Terrier Club e il riconoscimento distinto delle due razze, l’una a pelo ruvido, l’altra a pelo liscio. Dal ‘900 questo piccolo e vivace diavoletto divenne anche un apprezzato cane da compagnia, socievole e ideale per accompagnare nelle passeggiate, soprattutto in campagna. Complice di questo cambiamento fu il reverendo John Russell (1795-1883) che fece nascere il Jack Russell Terrier, ancora più adatto alla caccia da tana, il quale sostituì quasi completamente il Fox Terrier in questa attività venatoria. Infine il nome Fox Terrier deriva direttamente dal suo scopo originario: fox, perché usato tradizionalmente nella caccia alla volpe, e Terrier, dal latino medievale terrarius, che indica la capacità di questi cani di stanare la selvaggina dalle tane scavate nel terreno. Il Fox Terrier è un cane molto intelligente che apprende rapidamente, ma può anche essere testardo e molto indipendente. Nonostante il suo spirito indipendente, è un cane molto affettuoso e legato alla sua famiglia umana.
Favria, 29.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggi tra gli ultimi bagliori dell’anno e i sogni che attendono di realizzarsi, che le nostre giornate siano luminose, serene e piene di energia positiva.
Felice lunedì!
29 dicembre 1937
L’Irlanda adotta una nuova Costituzione che istituisce lo Stato sovrano di Éire, Repubblica di Irlanda.