Dopo Ognissanti, una fiaccola nella tenebra.
Nei giorni che seguono Ognissanti, quando il pensiero torna a chi non è più tra noi, la vita e il suo significato diventano interrogativi ancora più profondi. Le tombe ci parlano di assenze, di affetti che resistono al tempo e di occasioni che non torneranno. È allora che ci chiediamo se il nostro cammino abbia davvero un senso o se, come talvolta temiamo, sia soltanto una corsa verso un destino inevitabile. È una domanda che attraversa Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Nel viaggio lungo il fiume Congo, Marlow scopre, attraverso la figura inquietante di Kurtz, quanto l’uomo possa smarrirsi quando perde il senso del limite e della responsabilità. La tenebra del titolo non è soltanto quella della giungla africana: è anche l’oscurità che può nascondersi nell’animo umano. Conrad ci mette così di fronte a una verità scomoda: non basta vivere a lungo o inseguire grandi ambizioni per dare valore alla propria esistenza.
Ma proprio da questa consapevolezza può nascere una riflessione diversa. Se il tempo è limitato e non tutto ciò che desideriamo si realizza, diventano ancora più preziosi gli affetti, gli incontri e i gesti di generosità. Nei giorni dedicati alla memoria dei defunti, comprendiamo forse meglio che ciò che resta di una persona non è il potere conquistato, ma il bene seminato nella vita degli altri.
La tenebra di Conrad, allora, non deve essere l’ultima parola. Possiamo attraversarla senza lasciarcene sopraffare, scegliendo di vivere con maggiore attenzione, di custodire i legami e di non rimandare le parole che contano.
Perché il tempo passa, le stagioni si susseguono e le persone care diventano memoria. Ma l’amore, quando è stato autentico, non scompare: cambia forma e continua a illuminare il cuore, come una piccola fiaccola accesa nella tenebra.
Favria, 3.11.2026 Giorgio Cortese
3 novembre 1957. L’Unione Sovietica lancia nello spazio la cagnetta Laika, il primo essere vivente a orbitare attorno alla Terra.
Buona giornata. Guardare lontano non dovrebbe farci dimenticare ciò che abbiamo vicino: persone, animali e affetti che meritano la nostra cura. Felice martedì.
4 Novembre: abbiamo dimenticato la lezione della storia?
Che cosa dobbiamo festeggiare il 4 Novembre, mentre la guerra continua a insanguinare l’Europa e il mondo? È una domanda scomoda, ma necessaria, davanti a una ricorrenza che ci invita a ricordare i caduti e a riflettere sul valore della pace. Il 4 novembre 1918 terminava la Prima guerra mondiale sul fronte italiano. Milioni di uomini non tornarono a casa, giovani strappati alle famiglie, alle speranze e al futuro. Anche la Seconda guerra mondiale lasciò dietro di sé un’immensa scia di morti e distruzioni. Sacrifici che avrebbero dovuto insegnarci quanto sia preziosa la pace e quanto sia facile perderla. Eppure, ancora oggi, i conflitti continuano a devastare popoli e città, dall’Ucraina al Medio Oriente e in tante altre regioni del mondo.
Abbiamo davvero imparato qualcosa da tutto quel dolore?
Ricordare i caduti non significa soltanto deporre una corona davanti a un monumento, osservare un minuto di silenzio o pronunciare parole solenni. Significa interrogare la nostra coscienza e chiederci quale mondo stiamo costruendo. Quei soldati, molti dei quali erano poco più che ragazzi, non possono diventare soltanto nomi incisi sulla pietra, mentre le nuove generazioni continuano a conoscere la guerra attraverso le immagini dei bombardamenti e delle vittime innocenti.
Ma la riflessione riguarda anche noi, la vita quotidiana e il modo in cui esprimiamo le nostre idee. Manifestare è un diritto fondamentale, conquistato anche attraverso sacrifici immensi. Ma protestare non significa avere il diritto di distruggere. Quando una manifestazione degenera in violenze, vetrine infrante, monumenti imbrattati e beni pubblici vandalizzati, il messaggio di chi protesta viene oscurato dalla prepotenza. La libertà non può trasformarsi in licenza di danneggiare ciò che appartiene a tutti.
I caduti della Grande Guerra e della Seconda guerra mondiale hanno sacrificato la vita in un mondo che non offriva loro le libertà e le opportunità che oggi consideriamo normali. Non possiamo affermare che siano morti per uno specifico diritto o valore senza distinguere le diverse vicende storiche, ma abbiamo il dovere di custodire le libertà e la dignità umana che le generazioni successive hanno conquistato. Anche per questo, chi oggi gode di tali libertà dovrebbe esercitarle con responsabilità, rispetto e senso civico.
Il 4 Novembre, dunque, non dovrebbe essere soltanto una celebrazione delle Forze Armate o una ricorrenza consegnata al calendario. Dovrebbe essere un’occasione per rinnovare il nostro impegno verso la pace, la democrazia e la convivenza civile. Onorare chi è caduto significa anche rispettare chi ci vive accanto, proteggere i beni comuni e rifiutare la violenza come strumento per imporre le proprie ragioni.
Forse la domanda più importante non è che cosa dobbiamo festeggiare, ma che cosa abbiamo imparato. Se dopo due guerre mondiali continuiamo a combattere, a distruggere e a odiare, la lezione della storia non è ancora diventata coscienza collettiva. Il modo più autentico per onorare i morti non è esaltare la guerra, ma fare tutto ciò che è in nostro potere perché altri giovani non debbano più morire sui campi di battaglia. Perché la pace non si celebra soltanto il 4 Novembre. Si costruisce ogni giorno, con le scelte delle nazioni, con il rispetto delle regole e con i gesti di ciascuno di noi.
E forse, quel giorno, potremo dire che il sacrificio di tanti non è stato dimenticato.
Favria, 4.11.22026 Giorgio Cortese
4 novembre 1918. Entra in vigore l’armistizio di Villa Giusti, che porta alla fine delle ostilità tra Italia e Austria-Ungheria nella Prima guerra mondiale.
Voci di strada: il commercio che anima la vita.
Più che sussurri, i loro consigli per gli acquisti erano grida sguaiate. È questo, nell’immaginario collettivo, il tratto caratteristico di uno dei mestieri più antichi e diffusi del mondo: il venditore ambulante. Presenza quotidiana in Mesopotamia, Egitto e Grecia, in tempi in cui le compravendite si svolgevano principalmente all’aperto, i bibitari e i salsicciai da marciapiede erano immancabili nei pressi di templi, teatri e bagni pubblici. Nell’antica Roma godevano di cattiva fama proprio per i loro strilli. «Immaginati tutti i generi di voci che possono infastidire le orecchie», si lamentò Seneca (Epistola ad Lucilium, LVI).
La pessima reputazione dei venditori ambulanti continuò attraverso Medioevo e Rinascimento. L’illustratore francese seicentesco Nicolas De Larmessin dedicò loro una serie ironica di ritratti, “Costumi grotteschi e dei mestieri”, raffigurando ciarlatani e imbonitori da fiera che, a voce spiegata, giravano vestiti in modo appariscente alla ricerca di creduloni.
Un capitolo particolare riguarda gli ambulanti “rosa” dell’Italia del Dopoguerra. Le cosiddette “borsane”, provenienti dall’Alta Lunigiana, si spostavano verso l’area bresciana, armate di ceste, valige o carretti, per vendere utensili, pietre per affilare attrezzi agricoli o libri, tra cui “I tre moschettieri”, recitati ad alta voce per catturare l’attenzione dei passanti.
Dalle piazze dell’antica Mesopotamia ai mercati itineranti del Novecento, il venditore ambulante ha sempre incarnato la vitalità della vita quotidiana. Le sue grida, fastidiose o buffe, erano il segnale di un mondo in movimento, di merci e desideri che si incontrano. E in fondo, dietro ogni voce stentorea, si nascondeva sempre un invito semplice e universale: osservare, scegliere, sognare.
Favria 5.11,2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Dopo tanta sofferenza, arrivò il momento di deporre le armi. Anche noi possiamo scegliere quale battaglia vale davvero la pena combattere. Felice giovedì.
5 novembre 1605. La Congiura delle Polveri in Inghilterra viene sventata e Guy Fawkes viene arrestato.
Il potere e la fragilità dell’ego.
Il potere dà spesso un’apparente sensazione di stabilità, di forza e di controllo. Eppure, dietro quella sicurezza, può nascondersi una fragilità profonda. Il potere, infatti, non è mai veramente eterno: cambia, passa di mano, si consuma e può svanire quando meno ce lo si aspetta.
La sua più grande insidia, forse, non è il potere stesso, ma l’ego di chi lo esercita. Quando il desiderio di comandare prende il sopravvento, il potere rischia di trasformarsi da strumento al servizio della comunità in una gratificazione personale. L’io diventa allora più importante del bene comune, l’ambizione più forte della responsabilità e l’ascolto lascia spazio alla presunzione.
Contenere l’ego umano nella sfera politica dovrebbe essere, per questo, una delle principali attenzioni di ogni società. Chi governa dovrebbe ricordare che il potere non è un possesso, ma un incarico; non è un privilegio, ma una responsabilità. La vera grandezza di chi comanda non si misura da quanto riesce a imporsi, ma dalla capacità di conoscere i propri limiti, ascoltare gli altri e mettere il proprio ruolo al servizio delle persone.
In fondo, ogni potere è destinato a finire. Ciò che rimane, invece, è il modo in cui lo abbiamo esercitato. Perché il potere può costruire monumenti alla propria gloria, ma soltanto l’umiltà può lasciare un segno nel cuore degli altri. E forse è proprio quando si comprende che nessun trono è eterno che si impara davvero il significato della responsabilità.
Favria, 6.11.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La rabbia, quando prende il posto della ragione, può portarci molto lontano da ciò che davvero desideriamo. Felice venerdì.
6 novembre 1913. Mahatma Gandhi viene arrestato durante una manifestazione contro le discriminazioni in Sudafrica.
Tenochtitlan, la città che viveva sull’acqua.
Mercanti, artigiani, sacerdoti, funzionari e soldati: Tenochtitlan era una metropoli brulicante di vita, dove il lavoro, il commercio e la religione scandivano le giornate di migliaia di abitanti. Cuore dell’impero azteco, la città disponeva di un’organizzazione articolata. I pochtecas, mercanti di lunga distanza, non si limitavano a commerciare, ma raccoglievano informazioni utili ai governanti. Nei quartieri, chiamati calpultin, templi e scuole si affiancavano alle abitazioni e alle botteghe. Al vertice del potere sedeva l’huey tlatoani, il «grande oratore», figura che gli spagnoli avrebbero identificato con quella dell’imperatore.
La vita quotidiana ruotava attorno alla famiglia e al lavoro. Gli uomini esercitavano numerosi mestieri, mentre le donne vendevano prodotti nei mercati, preparavano rimedi naturali e tessevano i tessuti. Alle attività quotidiane si alternavano feste religiose, matrimoni e momenti di svago, tra cui il gioco della palla e il patolli, simile al gioco dell’oca.
Animata dal movimento delle persone e delle merci, attraversata da canali e percorsa da voci in lingue diverse, Tenochtitlan era una città dinamica e cosmopolita. Un mondo scomparso con la conquista spagnola, ma ancora capace di rivivere nei murales di Diego Rivera, nel Palazzo Nazionale di Città del Messico, e nella memoria della capitale moderna, che ne custodisce l’eredità.
A distanza di secoli, Tenochtitlan ci ricorda che dietro le grandi civiltà non ci sono soltanto imperatori, conquiste e monumenti, ma soprattutto uomini e donne, con il loro lavoro, le loro abitudini e le loro speranze. Le città possono essere distrutte e i loro palazzi scomparire sotto nuove costruzioni, ma la memoria di chi le ha abitate continua a vivere, intrecciandosi con il presente e consegnando al futuro la voce di un mondo che non c’è più.
Favria, 7.11.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Difendere ciò in cui crediamo non significa necessariamente alzare la voce: a volte la fermezza più grande è mantenere il rispetto. Felice sabato.
7 novembre 1917. La Rivoluzione d’Ottobre porta i bolscevichi al potere in Russia.
Canti alpini, non soltanto ai raduni: storie di guerra, montagna e fratellanza.
I canti alpini non risuonano soltanto durante i raduni delle Penne nere. Chi ha trascorso una vacanza sulle Dolomiti può averli ascoltati davanti a un rifugio o in una piazza di montagna, quando alcune voci maschili si intrecciano senza strumenti, creando armonie capaci di propagarsi tra le valli. È una musica coinvolgente, che parla di amicizia, nostalgia, sacrificio e amore per la montagna.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, molti di questi canti non sono antichissimi e non sono nati tra le vette. Una parte importante del repertorio affonda le proprie radici nella Prima guerra mondiale, quando soldati provenienti da regioni diverse portavano al fronte melodie popolari e ricordi della propria terra. Nelle trincee, tra freddo, paura e lontananza dagli affetti, cantare diventava un conforto e un modo per sentirsi meno soli.
Da quell’esperienza dolorosa è nata una tradizione dal significato profondo: brani legati alla guerra e al sacrificio sono diventati, nel tempo, simboli di pace e fratellanza. Tra i più conosciuti figurano «Ta-pum», «Il testamento del capitano», «La tradotta», «Monte Canino» e «Sul cappello che noi portiamo». A questi si aggiunge «Sul ponte di Perati», legato alla campagna italiana in Grecia durante la Seconda guerra mondiale. Canti diversi per origine e vicende, accomunati dalla capacità di conservare la memoria dei soldati e delle loro sofferenze.
Il repertorio comprende anche melodie popolari entrate nel cuore di intere generazioni, come «La montanara», composta nel 1927 da Toni Ortelli su musica di Luigi Pigarelli, «Stelutis alpinis», canto friulano di Arturo Zardini, e «Quel mazzolin di fiori», immancabile nelle occasioni conviviali.
Un contributo fondamentale alla diffusione e alla valorizzazione artistica di questa tradizione è stato offerto dal Coro della SAT, la Società degli Alpinisti Tridentini, fondato a Trento nel 1926. Grazie anche al lavoro di musicisti e arrangiatori come Antonio Pedrotti e Andrea Mascagni, le melodie popolari hanno acquisito raffinate armonizzazioni per bassi, baritoni e tenori, capaci di creare con le sole voci effetti quasi orchestrali.
Tra le composizioni più amate spicca «Signore delle cime», scritto nel 1958 dal vicentino Bepi De Marzi in memoria di Bepi Bertagnoli, giovane studente morto nel 1951, travolto da una valanga sul monte Gramolon, nelle Piccole Dolomiti. Nato come omaggio a un amico della montagna, il brano è diventato una preghiera universale, eseguita non soltanto dai cori alpini, ma anche in chiese, concerti e cerimonie commemorative. La sua intensa semplicità ha superato i confini italiani, trasformandolo in uno dei canti corali più conosciuti e commoventi.
De Marzi, fondatore del coro maschile I Crodaioli, ha contribuito a dimostrare che questa tradizione può rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici. Accanto a «Signore delle cime» e «Joska, la rossa», il repertorio continua così a raccontare la montagna attraverso linguaggi musicali diversi, capaci di parlare anche a chi non ha mai indossato il cappello con la penna nera.
Ancora oggi numerosi cori, legati all’Associazione Nazionale Alpini o indipendenti, custodiscono e tramandano questo patrimonio. Quando le loro voci si levano insieme, non si ascolta soltanto musica: riaffiorano storie di uomini, ricordi di guerra e sentimenti condivisi.
Nati spesso dalla nostalgia e dalla sofferenza, i canti alpini continuano a trasmettere un messaggio senza tempo: la memoria del passato può diventare un legame di amicizia, pace e fratellanza.
Favria, 8.11.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Le grandi trasformazioni della storia nascono spesso da un malcontento che cresce nel tempo. Anche noi dovremmo ascoltare ciò che dentro di noi chiede di essere cambiato. Felice domenica.
8 novembre 1895. Wilhelm Röntgen scopre i raggi X.
Il gesto che tiene insieme il suono.
Storicamente, la figura del direttore diventa davvero necessaria quando la musica cambia pelle. A partire dall’Ottocento le partiture si complicano: il ritmo non è più una strada dritta ma un percorso pieno di curve, rallentamenti, accelerazioni improvvise, sospensioni, ripartenze. In molta musica precedente, invece, il tempo resta costante dall’inizio alla fine. È una musica che può camminare da sola, come accade spesso nel jazz o nella musica pop: basta un avvio chiaro e tutti sanno dove andare. In certi casi oggi l’orchestra suona persino seguendo un click invisibile, un metronomo che guida senza farsi vedere. Ma quando la musica diventa mobile, inquieta, stratificata, allora qualcuno deve tenere insieme il tutto. Non solo per battere il tempo, ma per dare un senso al movimento complessivo. Una grande sinfonia, con i suoi continui mutamenti di carattere e di respiro, difficilmente può vivere senza una guida. Non perché i musicisti non siano capaci, ma perché serve uno sguardo che tenga insieme la molteplicità. Detto questo, c’è una distinzione fondamentale che spesso sfugge. Il direttore non è solo un battitore di tempo. Il suo vero lavoro avviene prima, nelle prove. Se sa ascoltare, se sa costruire una visione, se riesce a portare l’orchestra dentro un’idea poetica del brano, allora in concerto può quasi sparire. I gesti diventano minimi, essenziali. È il momento in cui la tecnica smette di essere visibile e resta solo il senso.
Ed è qui che la questione smette di essere puramente musicale e diventa, senza esagerare, spirituale. Mi è capitato di assistere a qualcosa di raro: orchestre normali, persino modeste, trasformarsi improvvisamente quando saliva sul podio un grande direttore. Cambiava il suono, ma soprattutto cambiava l’anima. Si aveva la sensazione netta di essere davanti a qualcosa che non si poteva spiegare del tutto. Non era suggestione: era un ordine nuovo che nasceva dal caos, una forma che prendeva vita. Naturalmente questo non ha nulla a che fare con il direttore istrionico che agita le braccia senza sapere davvero cosa chiede all’orchestra. Senza una conoscenza profonda del mestiere, senza distinguere i pesi, i colori, le voci, la poesia diventa solo teatro. Il gesto vuoto non crea nulla. La vera autorità nasce dalla competenza, non dalla scena.
C’è poi una differenza importante tra chi lavora a lungo con un’orchestra e la plasma nel tempo, costruendo un suono riconoscibile, e chi arriva da fuori, fa poche prove e va in concerto. Sono due mestieri diversi, entrambi difficili, entrambi legittimi. In ogni caso, però, tutto si gioca su una relazione fragile: quella tra chi guida e chi suona. Se questa relazione si spezza, non funziona nulla. A volte un direttore viene rifiutato perché è mediocre, altre volte perché è troppo esigente, o perché chiede un salto che non tutti sono disposti a fare.
Nella musica più recente, quella iper-complessa e frammentata, il direttore torna a essere indispensabile in senso quasi elementare: tenere il conto, evitare che tutto si sfaldi, arrivare insieme alla fine. È una funzione meno poetica, ma non meno necessaria. Anche qui, però, senza una visione, resta solo la sopravvivenza del pezzo, non la sua vita.
Alla fine, la domanda non è se serva un direttore d’orchestra. La vera domanda è che tipo di guida siamo disposti ad accettare, nella musica come nella vita. Qualcuno che controlla, che impone, che fa rumore per farsi vedere, oppure qualcuno che conosce profondamente la materia, ascolta, orienta, e poi lascia spazio. Forse dirigere non significa comandare, ma rendere possibile un’armonia che da soli non sapremmo costruire. E forse, quando accade davvero, ci ricorda che anche fuori dalla musica non abbiamo sempre bisogno di chi grida più forte, ma di chi sa tenere insieme il tempo, il silenzio e il senso del cammino.
Favria, 9.11.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Possiamo vedere un’immagine nascosta attraverso una macchina; con le persone, invece, servono tempo, ascolto e sensibilità. Felice lunedì.
9 novembre 1989. Cade il Muro di Berlino.
SERVE SANGUE. SERVI TU!
VENERDÌ
27 NOVEMBRE 2026 a FAVRIA
– CORTILE INTERNO DEL COMUNE
Ore 8.00–11.20. NON ASPETTARE CHE SIA TROPPO TARDI. VIENI A DONARE!
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Prenota: cell. 333 171 4827 oppure tramite favria@fidasadsp.it
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