Un viaggio tra storia, natura e curiosità.  LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Rubrica Cortese

Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Bilancia e Scorpione: quando il cielo conserva la memoria.

Per conoscere la storia della Bilancia e dello Scorpione bisogna tornare indietro di migliaia di anni, fino all'antica Mesopotamia, dove sacerdoti e astronomi osservavano il cielo cercando di trasformare le stelle in figure e racconti.

E qui troviamo una sorpresa: la Bilancia, un tempo, faceva parte dello Scorpione. Le sue stelle rappresentavano infatti le grandi chele dell'animale. A ricordarlo sono ancora oggi i nomi arabi Zubenelgenubi e Zubeneschamali, che significano rispettivamente "chela meridionale" e "chela settentrionale". È come se il cielo avesse conservato nei suoi nomi un piccolo reperto archeologico.

La Bilancia divenne poi una costellazione autonoma, simbolo di equilibrio, misura e giustizia, mentre lo Scorpione mantenne il suo aspetto minaccioso. Nel suo cuore brilla Antares, la stella rossastra il cui nome significa "rivale di Ares", cioè di Marte. Più in là, verso la coda, troviamo Shaula, nome arabo legato al pungiglione.

Ma lo Scorpione è soprattutto protagonista di uno dei miti più suggestivi del cielo: quello di Orione, il gigantesco cacciatore che si vantava di poter uccidere ogni animale della Terra. La sua arroganza, la hybris dei Greci, fu punita da un piccolo ma terribile scorpione, che lo uccise con il suo veleno.

Gli dèi portarono entrambi tra le stelle, ma li misero ai lati opposti del cielo. Così, ancora oggi, quando lo Scorpione sorge, Orione tramonta.

Sono passati migliaia di anni, sono cambiate civiltà e religioni, ma il cielo continua a raccontare la stessa storia. La Bilancia conserva la memoria delle antiche chele. Lo Scorpione conserva il suo pungiglione. E Orione continua a fuggire.

Perché le stelle, più degli uomini, hanno una memoria straordinaria.

Favria, 29.09.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Ogni giorno troviamo protezione, forza e speranza nella Fede. Felice martedì.

 

29 settembre 1227.

L’imperatore Federico II viene scomunicato da papa Gregorio IX dopo aver rinviato la partenza per la crociata.

 

Il pane, tra mano e mistero.

Quella del pane è una storia secolare, intrecciata di sapienza, poesia, arte, fede e bellezza. Pochi alimenti possiedono, come il pane, questa duplice natura: essere insieme cibo e simbolo. Nutre il corpo, ma parla all’immaginario; sostiene la vita, ma la interpreta. Non è un caso che in molte religioni il pane assuma una dimensione sacrale, e che nel cristianesimo questa valenza diventi centrale. Nel Vangelo di Giovanni Gesù dice di sé: “Io sono il pane che dà la vita”. In quell’affermazione non c’è solo una metafora spirituale, ma l’assunzione piena di ciò che il pane è stato, fin dalle origini, per l’esperienza umana. La parola stessa, derivata dalla radice sanscrita pa-, rimanda al nutrimento essenziale, al cibo per eccellenza. Nella Bibbia il pane è il segno concreto della sopravvivenza e della provvidenza: si guadagna con la fatica del lavoro, si conserva con cura, si condivide come dono. Nei pasti sacri diventa addirittura “cibo di Dio”, tanto da occupare un posto speciale nel santuario. Nell’antico Egitto le scorte di pane erano affidate a dignitari di alto rango: custodire il pane significava custodire la vita della comunità. Questa centralità ha attraversato i secoli e le culture, lasciando tracce visibili anche nell’arte. Dalle raffigurazioni dell’Egitto faraonico fino alla Pop Art, il pane compare nelle sue infinite forme, come oggetto quotidiano e insieme come segno. In senso lato, è diventato la metafora del sostentamento economico, di ciò che si ottiene lavorando: “guadagnarsi il pane” non è solo un modo di dire, ma una definizione essenziale dell’esistenza umana. Prima della meccanizzazione, la panificazione era un gesto interamente corporeo. Il pane si impastava con braccio forte e mano vigorosa, si affidava al tempo e alla vigilanza, si aspettava. Anche la cottura richiedeva attenzione, presenza, cura. Marco Aurelio, imperatore e filosofo, osservava come le screpolature che si formano sulla crosta durante la cottura abbiano una loro eleganza naturale, capace di stimolare l’appetito. In quelle fenditure casuali, nate dal calore, riconosceva una bellezza non progettata, ma inevitabile. Era il pane di casa, il pane della mamma. Un pane che non aveva bisogno di essere firmato quando veniva portato al forno comune, perché non poteva essere confuso con nessun altro: era fatto a mano. Bastava tracciarvi sopra un segno di croce, gesto semplice e silenzioso di gratitudine e di affidamento. Quel pane parlava di una famiglia, di una storia, di un modo di stare al mondo. Non esiste, e non potrà mai esistere, un pane perfetto nella forma. Ma può esistere un pane che ti rappresenta, che racconta chi sei e da dove vieni. Un pane che, oltre a essere buono, è anche bello. La sua bellezza non è quella levigata della perfezione industriale, ma quella irregolare delle cose fatte a mano: richiede tempo, accetta la diversità, custodisce l’unicità e persino l’imperfezione, senza cancellarla. Anche il modo di consumarlo aveva qualcosa di rituale. Il pane non si tagliava con il coltello: si spezzava. Uscito dal forno, veniva condiviso, e ciascuno riceveva la propria porzione. Un gesto che accomuna molte tradizioni religiose e che, nella sua semplicità, conteneva un’idea profonda di comunità: nessuno prendeva per sé, tutti ricevevano. Forse è proprio qui che il pane continua a dirci qualcosa di essenziale. In un mondo che tende a tagliare, misurare e dividere, il pane insegna ancora l’arte dello spezzare per unire. Non promette perfezione, ma presenza; non ostenta forma, ma sostanza. È memoria che si può mangiare, bellezza che accetta le crepe, fede che passa dalle mani prima che dalle parole. Finché sapremo impastare, cuocere e condividere il pane, sapremo anche riconoscerci come parte di una stessa tavola umana.

Favria, 30.09.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Ogni giorno amiamo il nostro cuore e ascoltiamo quello degli altri. Felice mercoledì.

 

30 settembre 1954.

Entra in servizio la USS Nautilus, il primo sottomarino a propulsione nucleare della storia

 

Addio a settembre, buongiorno ottobre

Settembre, come Orfeo, già volge il passo,

e lascia l’eco d’estati ormai lontane;

Ottobre giunge, figlio del divino,

con l’oro che ricorda i tempi arcani.

Roma lo vide nascere dal tempo,

e i miti lo cullarono nel vento;

ma oggi, come Ulisse verso Itaca,

il cuore saluta e riprende il suo cammino.

Addio settembre, mese del tramonto,

benvenuto ottobre, mese del ritorno:

tra foglie d’oro e profumo di memoria,

la vita cambia pagina… e continua la sua storia.

  

Ottobre, tra vendemmia, foliage e cieli scuri.

Ottobre è un mese di attesa e di transizione, un ponte tra la pienezza dell’estate e il letargo dell’inverno. Nei secoli passati, condivideva con gli ultimi giorni di settembre i riti della vendemmia e, nel Medioevo, era legato anche ai boschi e ai loro frutti. Era il tempus de glande, il tempo delle ghiande, quando i porcari, con le loro pertiche, facevano cadere faggi e querce, e i boschi si animavano di vita e di lavoro. Questa pratica, così radicata, finiva per diventare simbolo dei mesi di ottobre e novembre nelle miniature e nei bassorilievi dei calendari. Bastava girare per le cattedrali per vederlo raffigurato, insieme ai gesti quotidiani della semina e della raccolta.

Le rappresentazioni artistiche raccontano molto: a Reims ottobre mostra il vino fermentato nel tino e travasato nelle botti, mentre a Parigi e Chartres il mese diventa tempo di semina, con uomini coperti da mantelli che lanciano semi di grano e segale, mentre uccelli e spaventapasseri animano il campo. Nei manoscritti quattrocenteschi come Les Très Riches Heures du Duc de Berry, l’uomo a cavallo che traccia i solchi o quello che sparge le sementi mostrano l’attenzione al dettaglio e il legame profondo tra uomo e terra, tra lavoro e ciclo naturale.

L’origine di ottobre è antica e legata a una logica numerica ormai sfalsata. Il mese era inizialmente l’ottavo del calendario romano, ma con l’aggiunta di gennaio e febbraio slittò in decima posizione. Il suo nome deriva dal latino octo, dal greco okto e dal romano octavus, “otto”, un richiamo alla posizione originaria più che alla realtà attuale. Come settembre, novembre e dicembre, ottobre ha mantenuto il suo nome numerico anche dopo la riforma di Giulio Cesare, che estese l’anno solare da dieci a dodici mesi.

Ottobre segna l’arrivo dell’autunno e la fine dell’estate. È un mese lungo, senza feste nazionali, ma ricco di tradizioni: in Germania si celebra l’Oktoberfest a Monaco di Baviera dal 1810, festival della birra legato alle temperature fresche che ne garantiscono la conservazione; nell’antica Inghilterra era chiamato Winmonath, “mese del vino”, o Winterfylleth, “luna piena invernale”, segnando l’inizio della stagione fredda. Halloween, il 31 ottobre, ha radici pagane e cristiane e dà il via all’Allhallotide, il triduo dedicato ai morti che prosegue con Ognissanti e il Giorno dei Morti.

Ottobre è anche il mese dei colori e dei paesaggi: il foliage autunnale, la caduta delle foglie, il giallo, l’arancio e il rosso degli alberi. Ma è un autunno fatto anche di cieli scuri e pioggia. Il sole ha superato l’altezza meridiana e la notte arriva più veloce; il vento solleva le foglie cadute e la pioggia inizia con un sussurro per poi crescere in intensità fino a un diluvio. Alzi la testa e osservi tra gli alberi e i tetti: il cielo è gonfio, pesante come piombo.

Ottobre ci ricorda che il cambiamento è inevitabile, che ogni caduta porta con sé la promessa di una rinascita. Le foglie che si staccano dagli alberi non sono solo fine, ma preludio a nuovi germogli. Così, nell’osservare il lento fluire della stagione, possiamo comprendere che il tempo non conosce pause: ogni ciclo di vita, ogni trasformazione, ogni pioggia e sole, racconta la stessa storia di passaggio e rinnovamento. E in questo modo, il mese di ottobre diventa più di un segno sul calendario: è una lezione silenziosa di equilibrio, resistenza e bellezza effimera, che ci invita a riconoscere nella caduta l’inizio nascosto di qualcosa di nuovo.

Favria, 1.10.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Onoriamo sempre  chi ha vissuto e custodiamo la loro saggezza. Felice giovedì.

 

1 ottobre 1949.

Mao Zedong proclama a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

 

Wallenstein, il potere che trasformò l’Europa.

Albrecht Wenzel Eusebius von Wallenstein è una delle figure più controverse e decisive della Guerra dei Trent’anni. Nella memoria storica viene spesso ricordato come un grande condottiero, ma la sua fama non nasce soltanto dalle vittorie sul campo, anzi: più volte sconfitto militarmente, egli seppe distinguersi soprattutto per la straordinaria capacità di organizzare, finanziare e sostenere guerre di dimensioni mai viste prima. Con lui, il conflitto europeo smette di essere solo una questione dinastica o religiosa e diventa anche un enorme sistema economico. Nato in Boemia nel 1583, in un territorio segnato da tensioni religiose e politiche all’interno del Sacro Romano Impero, Albrecht Wenzel Eusebius von Wallenstein crebbe in un contesto instabile, passando da un’educazione protestante a una conversione al cattolicesimo che gli aprì le porte delle élite asburgiche. La sua formazione tra Italia e Europa centrale, unita a un carattere ambizioso e pragmatico, lo portò presto a considerare la guerra non solo come servizio politico o religioso, ma come strumento di avanzamento personale.

Il suo percorso fu favorito anche da scelte strategiche nel campo delle alleanze e dei matrimoni, che gli permisero di accumulare ricchezze immense. Ma il vero salto di qualità avvenne con l’esplosione della Guerra dei Trent’anni: mentre l’Europa si incendiava in un conflitto devastante, Wallenstein propose un modello rivoluzionario di esercito autosufficiente, finanziato attraverso le risorse dei territori occupati e gestito come una vera impresa privata. In questo sistema, la guerra si alimentava da sé, senza dipendere in modo diretto e costante dalle casse imperiali.

Il suo esercito crebbe fino a dimensioni impressionanti, trasformandolo in una figura quasi autonoma all’interno dell’Impero. Questa forza, però, generò anche diffidenza. I principi cattolici e lo stesso potere asburgico iniziarono a temere che Wallenstein fosse diventato troppo potente per essere controllato. In parallelo, il conflitto si allargava e cambiava volto: non più solo guerra religiosa, ma scontro politico ed economico su scala continentale.

Tra i suoi avversari più temibili spicca il re di Svezia Gustavo Adolfo, che incarnava un modello militare più moderno e disciplinato. Le sue vittorie segnarono una svolta nel conflitto e misero in difficoltà l’assetto costruito dal generale boemo. Eppure, anche nei momenti di crisi, Wallenstein tentò sempre di mantenere un ruolo centrale, oscillando tra fedeltà all’imperatore e ambizioni personali sempre più evidenti. La sua parabola si concluse in modo violento e improvviso. Nel 1634, ormai sospettato di tradimento e isolato politicamente, venne assassinato a Eger da ufficiali a lui ostili con il consenso implicito del potere imperiale. La sua morte non cancellò però la sua eredità: l’idea di un esercito finanziato e organizzato come struttura economica autonoma influenzò profondamente i modelli militari successivi. Figure come Jean-Baptiste Colbert avrebbero poi sviluppato su scala statale ciò che in Wallenstein era stato ancora sperimentazione personale.

Nel corso della guerra operarono anche grandi scienziati e strateghi del pensiero moderno, come Johannes Kepler, coinvolti indirettamente nelle corti imperiali e nei calcoli del destino politico dell’epoca. E sul campo militare, comandanti come Raimondo Montecuccoli mostrarono come l’eredità della guerra fosse destinata a prolungarsi ben oltre la figura del suo più famoso protagonista.

Alla fine, Wallenstein non fu soltanto un generale, ma un innovatore involontario: trasformò la guerra in un sistema economico, anticipando dinamiche che sarebbero diventate tipiche degli Stati moderni. La sua vita, sospesa tra ambizione personale e logiche imperiali, mostra come il potere possa nascere non solo dalla vittoria, ma dalla capacità di rendere sostenibile ciò che per natura tende alla distruzione.

E proprio qui sta la sua lezione più inquietante: non sempre chi domina il campo di battaglia vince la storia, ma chi riesce a trasformare la guerra in un meccanismo che si alimenta da solo finisce per cambiare il mondo, anche a costo della propria caduta.

Favria, 2.10.2026   Giorgio  Cortese

 

Buona giornata. Scegliamo sempre la pace e gentilezza in ogni gesto. Felice venerdì.

 

2 ottobre 1950.

Esce il primo fumetto dei Peanuts, con Charlie Brown e gli altri personaggi di Charles M. Schulz.

 

Tra due sogni: la notte sospesa dei nostri antenati.

Un tempo, fino all’inizio del XIX secolo circa, dormire non era come lo intendiamo oggi. Gli storici parlano di un “doppio sonno” o “first sleep e second sleep”: la notte era divisa in due periodi di riposo, separati da un’ora o due di veglia nel cuore della notte. Dopo essersi coricati, le persone dormivano per alcune ore, si svegliavano nel mezzo della notte per pregare, leggere, riflettere o persino fare piccole faccende domestiche, e poi tornavano a dormire fino all’alba.

Questo ritmo era naturale e strettamente legato al buio della notte, all’assenza di illuminazione artificiale e ai ritmi della vita agricola. Solo l’olio per lampade e, successivamente, l’elettricità, insieme ai ritmi di lavoro imposti dalla Rivoluzione industriale, allungarono le ore attive della sera, modificando profondamente il nostro orologio biologico e facendo scomparire quasi del tutto la pausa notturna centrale.  La natura bifasica del sonno non è un’invenzione del passato: uno studio condotto negli anni ’90 dallo psichiatra americano Thomas Wehr confermò quanto questo schema fosse naturale. Un gruppo di volontari fu esposto a 14 ore di buio al giorno e, dopo un periodo di adattamento, entro la quarta settimana iniziò a dormire in due fasi distinte: quattro ore di sonno, un risveglio di una o due ore, e poi un secondo sonno di altre quattro ore. Il corpo umano, in altre parole, conserva una memoria ancestrale del riposo spezzato, che il nostro stile di vita moderno ha cercato di cancellare.

Guardando a questo, si comprende che dormire due volte non era un vizio, ma un invito a vivere la notte con lentezza, riflessione e attenzione. In quel tempo sospeso, tra i due sonni, si coltivava la memoria, si osservava il silenzio e si ascoltava se stessi. Forse oggi, nel ritmo frenetico delle luci artificiali e dei cellulari accesi fino a tardi, ci siamo dimenticati che la vita non è fatta solo di azione: anche l’oscurità più lunga nasconde un tempo prezioso, un’ora per la contemplazione e la presenza, perché anche i sogni, divisi o continui, ci insegnano l’arte di fermarsi e di ascoltare.

Favria, 3.10.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Prenditi cura della tua mente e del tuo cuore. Felice sabato.

 

3 ottobre 1990.

La Germania torna unita dopo 45 anni di divisione tra Est e Ovest.

 

San Francesco d’Assisi, la forza gentile della semplicità.

San Francesco d’Assisi è una delle figure più luminose della storia cristiana e, forse, una delle più attuali. Nato alla fine del XII secolo in una famiglia agiata, scelse di abbandonare ricchezze, ambizioni e privilegi per vivere accanto agli ultimi, nella povertà e nella fraternità. Fece della semplicità non una rinuncia triste, ma una scelta di libertà.

Amava la natura, che chiamava con affetto “sorella” e “fratello”: il sole, l’acqua, il vento, gli animali diventavano per lui parte di una grande famiglia. Nel Cantico delle creature trasformò questa visione in poesia, ricordando all’uomo che non è padrone del mondo, ma parte di esso.

La sua grandezza non sta soltanto nelle parole, ma nella coerenza con cui seppe viverle. Francesco ci insegna che per essere ricchi non occorre possedere molto, ma saper riconoscere il valore di ciò che abbiamo. Forse è questa la sua eredità più bella: la vera felicità non nasce dal possesso, ma dalla capacità di vivere con un cuore leggero, grato e aperto agli altri.

Favria,  4.10.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Amiamo la natura e coltiviamo la serenità. Felice domenica.

 

4 ottobre 1957.

L’Unione Sovietica lancia Sputnik 1, il primo satellite artificiale della storia.

 

La voce che ci distingue dagli animali.

Gli animali sono pura natura. Vivono senza interrogarsi, senza chiedere senso al respiro, senza cercare spiegazioni al dolore. Mangiano, dormono, fuggono, combattono, si accoppiano. E quando la morte arriva, li coglie magari di sorpresa, ma mai impreparati: non hanno rimpianti, non hanno rimorsi, non portano ferite interiori. L’istinto li guida con una precisione perfetta. Non vogliono essere immortali, non vogliono capire la vita. Vivono, e basta. Noi no! In noi c’è qualcosa di diverso, qualcosa che rompe la linearità della natura. Noi non agiamo solo per istinto, ma per scelta. Possiamo sacrificare la nostra vita per salvarne un’altra. Possiamo rischiarla per amore. Possiamo persino togliercela, andando contro il più potente dei comandi biologici: conservarci. Questo perché per noi vivere non è soltanto respirare. Vivere è capire, sentire, cercare. Vivere è domandarsi perché esistiamo e per chi vale la pena esistere. Noi non ci accontentiamo di durare. Non vogliamo attraversare il tempo come i mitici Iperborei, sazi di terra e di giorni, pronti a gettarsi in mare dopo mille anni solo per stanchezza. Noi vogliamo che la vita abbia peso, verità, direzione. Vogliamo che significhi qualcosa. Vogliamo che valga la pena. Per questo possiamo essere più vivi a quindici anni che a ottantacinque, o più morti a cinquanta che a novanta. La differenza non la fa il corpo, ma ciò che lo abita. La vita biologica è fragile, temporanea, destinata a spegnersi. La vita interiore invece può crescere, espandersi, diventare più forte proprio mentre il corpo invecchia. È la vita che nasce dall’amore, dal sentirsi chiamati, riconosciuti, desiderati. Nessuno si è dato la vita da solo. Nessuno si è generato con le proprie mani. Siamo tutti debitori di un amore ricevuto, anche quando non lo ricordiamo. Ed è da quell’amore che dipende perfino il nostro corpo: il sistema immunitario, la forza di reagire, la capacità di resistere al dolore. Non siamo macchine autonome. Siamo creature che vivono di relazione. Per questo il mondo ci delude quando ci educa solo alla potenza, al controllo, all’efficienza, all’illusione di bastarci. Ci promette sicurezza, ma ci consegna paura. Ci promette autonomia, ma ci lascia soli. Ci promette lunga vita, ma non ci insegna come viverla. La natura ci insegna a sopravvivere. Ma solo l’amore ci insegna a vivere. La bellezza lo sa. La musica lo sa. Lo sanno gli occhi che piangono davanti a un gesto gratuito, davanti a un perdono, davanti a una mano tesa. Lo sanno i detenuti che costruiscono violini con il legno delle barche dei migranti, trasformando il dolore in suono. Lo sa chi ha sbagliato e viene guardato non come un errore, ma come una persona. Lo sa chi ha perso tutto e scopre che finché qualcuno lo ama, non è perduto. Il peso dell’esistenza non si misura in anni, ma in amore. Non conta quanto viviamo, ma come. Non conta quanto accumuliamo, ma quanto doniamo. Non conta quanta strada facciamo, ma con chi la percorriamo. Gli animali attraversano il mondo seguendo la natura. Noi attraversiamo il mondo cercando un senso. È questo che ci rende inquieti. È questo che ci rende fragili. Ed è anche questo che ci rende capaci di infinito. Perché vivere davvero non significa arrivare alla fine stanchi, ma arrivarci pieni. Pieni di volti, di nomi, di legami, di gesti che hanno salvato qualcuno. Pieni di amore dato e ricevuto. E allora la morte non sarà più un muro contro cui sbattere, ma una soglia. Non una sconfitta, ma un compimento. Non la fine di qualcosa, ma il luogo in cui finalmente capiremo che la vita non ci apparteneva: ci era stata affidata per imparare ad amare.

Favria, 5.10.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Ringrazia chi illumina le menti con sapere e passione. Felice lunedì.

 

5 ottobre 1962.

Arriva al cinema Agente 007 Licenza di uccidere, primo film della celebre saga di James Bond.

 

Il tuo sangue può fare la differenza.

Mercoledì 14 ottobre 2026 torna la donazione di sangue a Favria, cortile interno del Comune
8.00 – 11.20. Ogni giorno qualcuno ha bisogno di sangue. Un gesto semplice per te può essere un aiuto concreto per chi sta affrontando una malattia, un intervento o una terapia.

Non rimandare. Prenota la tua donazione cell 3331714827 oppure tramite mail  favria@fidasadsp.it

Durante la mattinata potrai anche ricevere informazioni sulla donazione di plasma.

Porta con te un documento d’identità.

Donare è semplice, esserci può fare la differenza.

MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE: TI ASPETTIAMO.

FIDAS Favria.  A Favria si Dona!


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