A che serve un direttore d’orchestra?
Diciamolo francamente: a che serve un direttore d’orchestra? In una sala da concerto immersa nel silenzio, dove gli unici movimenti visibili sono gli archi che si alzano e si abbassano e le mazze del timpanista che colpiscono il metallo, c’è una figura che sembra agitarsi più di tutte: il direttore. Sul podio accenna, indica, chiude e apre gli occhi, piega le ginocchia, batte o non batte il tempo. In apparenza, mima dei gesti. In realtà, anticipa i suoni che stanno per nascere. La risposta più semplice alla domanda iniziale è anche la più ovvia: il direttore dirige l’orchestra. Ma allora viene naturale una controdomanda: una buona orchestra, con un bravo primo violino, non potrebbe dirigersi da sola? Per molto tempo, la risposta è stata sì. Vivaldi, Bach e Händel guidavano le loro musiche suonando essi stessi lo strumento, quasi come primi tra pari. Le orchestre erano piccole, raramente superavano i trenta elementi, e la scrittura musicale, pur meravigliosa, era relativamente semplice. Con Mozart le cose iniziano a complicarsi: l’improvvisazione, che il genio di Salisburgo amava profondamente, richiedeva grande concentrazione e unità d’intenti da parte dei musicisti. La vera svolta arriva però con Beethoven. L’orchestra cresce di numero, le partiture diventano più dense, compaiono accordi inediti, dissonanze, cellule ritmiche ribattute fino all’ossessione. Con lui la musica entra nella modernità. Il primo violino non basta più a coordinare tutto: si impone la necessità di una figura esterna all’esecuzione materiale del suono, capace di tenere insieme tempo ed espressione. Paradossalmente, la tragedia di Beethoven fu proprio questa. Quando tentò di dirigere le proprie opere, la sordità ormai avanzata gli impediva di controllare ciò che accadeva realmente. In un’occasione scoprì che, alle sue spalle, un altro direttore stava dando le indicazioni corrette all’orchestra. Umiliato, lasciò il teatro. Ma la sua musica aveva ormai reso inevitabile la nascita del direttore d’orchestra moderno. Certo, tutto è scritto in partitura. Esistono i metronomi. Ma la musica, per fortuna, vive di margini, di flessibilità, di interpretazione. Ed è lì che entra il vero direttore: non il semplice battitore di tempo, ma colui che possiede una visione complessiva dell’opera e la comunica all’orchestra. La concertazione, appunto. Un’orchestra capisce in pochi minuti chi ha davanti. Se vale la pena seguirlo o se è meglio ignorarne i gesti e restare aggrappati allo spartito. I grandi direttori imprimono subito una cifra, uno stile, come racconta un celebre aneddoto: durante una prova alla Scala, Victor De Sabata prese la bacchetta solo per pochi istanti, ma bastarono perché l’orchestra cambiasse completamente suono. Non è snobismo se le grandi orchestre scelgono con attenzione da chi farsi dirigere: è autodifesa. Vale ancora la regola non scritta secondo cui i grandi direttori creano grandi orchestre, mentre quelli deboli ne accelerano il declino. E poi c’è lo stile personale: Karajan dirigeva a occhi chiusi, Bernstein saltava sul podio, Toscanini era un metronomo umano, Furtwängler sembrava ondeggiare senza tempo. Eppure, l’orchestra lo seguiva. È questa varietà a tenere viva la musica. Non ascolteremmo mille volte la stessa sinfonia se non fossimo curiosi di scoprire cosa ne farà un nuovo direttore. Ancora di più nell’opera lirica, dove al gesto per l’orchestra si aggiunge quello per le voci, e l’equilibrio diventa più fragile. Una cosa, però, resta certa: come in ogni lavoro di squadra, senza fiducia non si va lontano. Un direttore senza la fiducia dell’orchestra non può lavorare. E forse dovrebbe avere il buon senso di fare un passo indietro, che non è una resa, ma un atto di rispetto: per i musicisti, per la musica e anche per se stesso. Perché dirigere, in fondo, non significa comandare. Significa ascoltare prima degli altri.
Favria, 22.09.2026 Giorgio Cortese
22 settembre 2026 – Equinozio d’Autunno
Buona giornata. Accogli il cambiamento e rinnova il cuore. Felice martedì.
22 settembre 1792.
Viene considerato il primo giorno dell’Anno I della Repubblica francese: nasce il calendario rivoluzionario.
Lode dell’Autunno.
È nell’autunno che il mondo rallenta senza mai fermarsi, e noi con lui. Non è questione di ingredienti, ma di riti: gesti che tornano puntuali come il primo maglione che riemerge dall’armadio, ricordi che sanno di mosto in fermento, di mercatini pieni di promesse, di tartufi custoditi come reliquie profane sotto campane di vetro. L’autunno non offre una lista della spesa: disegna una mappa sensoriale, intima, che unisce campagne, piazze, cucine, fiere. È geografia del gusto, ma anche della memoria.
Ci piace raccontarlo in termini di colore: il giallo che cade, il rame che si arrampica sulle vigne, il marrone caldo che invita ad avvicinarsi, ma forse l’autunno è soprattutto un concerto di suoni. Lo schiaccianoci che frantuma gusci, il sibilo del vino che entra nei bicchieri, il crepitio delle caldarroste negli angoli delle piazze, le voci che si sovrappongono ai tavoli lunghi delle fiere. È una grammatica che non ha bisogno di spiegazioni: basta esserci, lasciarsi attraversare.
Le rassegne del vino segnano il passaggio alla parte più intima dell’anno. Non sono semplici eventi: sono portali. Da una stagione che corre leggera a una che si siede, che attende, che ascolta. Il vino torna racconto, e il racconto torna comunità. Lo stesso vale per il tartufo: nato nel bosco come cibo umile, diventa in fiera un desiderio condiviso, una pedagogia dell’odore in cui si impara di nuovo a fidarsi del naso, del tempo, della pazienza.
E poi ci sono le sagre: la versione più democratica dell’autunno. Tavolate di legno, tovaglie di carta, piatti ripetuti mille volte eppure sempre attesi. Funghi, polenta, selvaggina, ragù che hanno la lentezza come ingrediente segreto. In quei luoghi temporanei accade qualcosa di raro: il tempo smette di inseguirci e si siede con noi. Nessuno guarda l’orologio, nessuno ha fretta. Si mangia nel ritmo in cui si parla. Autunno è una lezione morale e sensoriale insieme. Ci ricorda che le cose migliori richiedono attesa: la nascita dei funghi, il riposo del mosto, il forno che si scalda piano. È una stagione che non si consuma, si attraversa. Una stagione che ci insegna a tornare a casa, anche quando siamo già dentro, e a cercare calore non solo nei piatti, ma nelle presenze.
E forse il suo segreto sta proprio qui: nell’essere una festa discreta delle relazioni umane. Festival, fiere, sagre, cucine condivise: tutti dispositivi emotivi che ci ricordano che il cibo non è solo ciò che mangiamo, ma ciò che accade nello spazio tra un gesto e l’altro, tra una parola e l’altra.
Perché l’autunno, in fondo, è il tempo in cui tutto si posa: le foglie, il respiro, le aspettative. E in questa quieta caduta scopriamo che non è la natura a spegnersi, ma noi a risvegliarci finalmente capaci di ascoltare ciò che durante l’anno passa in silenzio.
Favria, 23.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni passo sincero ti avvicina ai tuoi sogni. Felice mercoledì.
23 settembre 1846.
L’astronomo Johann Galle osserva Nettuno, la cui esistenza era stata prevista matematicamente prima ancora di essere visto.
Pantaloni: quando una maschera diventò un indumento
Indumento che copre separatamente le gambe dalla vita in giù: i pantaloni. Una parola che usiamo ogni giorno e che, a ben guardare, nasconde una storia curiosa, fatta di teatro, religione, moda e trasformazioni linguistiche.
Il termine arriva dal francese pantalons, derivato a sua volta da Pantalone, una delle maschere più celebri della Commedia dell’Arte. Ma anche Pantalone ha una storia più antica: il suo nome è legato a san Pantaleone, martire del III secolo, veneratissimo in Oriente e particolarmente a Venezia, dove il nome Pantaleone era molto diffuso.
Ed è proprio nella Venezia della Commedia dell’Arte che nasce la figura di Pantalone, il ricco mercante avaro e burbero, attaccato alle tradizioni e spesso costretto, suo malgrado, a pagare per tutti. Da qui è rimasta anche l'espressione “paga Pantalone”. La maschera conquistò il pubblico e attraversò i secoli, arrivando anche nel teatro di Goldoni.
Pantalone era facilmente riconoscibile: la barbetta aguzza, il naso adunco e soprattutto un abbigliamento caratteristico, con calze aderenti e calzoni, spesso di colore rosso. Furono proprio quei calzoni così riconoscibili a finire per dare il nome all’indumento. Dal veneziano il termine passò al francese pantalon e, successivamente, tornò nella nostra lingua nella forma plurale pantaloni.
A questo punto entra in scena un'altra parola: calzoni. Il termine appartiene alla famiglia di calza e calzare, vocaboli antichi legati al piede e all'atto concreto del vestirsi. È una parola popolare, semplice, nata dalla vita quotidiana. Pantaloni, invece, porta con sé un'origine più curiosa e teatrale, legata a una maschera e alla vivacità della Venezia del passato.
Le parole, proprio come gli abiti, cambiano con il tempo. Un tempo si parlava comunemente di calzoni; poi i pantaloni hanno conquistato il linguaggio quotidiano, fino a diventare il termine quasi esclusivo per indicare quell'indumento. “Brache” è rimasto soprattutto nei libri e nei racconti storici, “calzoni” conserva un sapore popolare o regionale, mentre “pantaloni” è diventato il vocabolo moderno e universale.
Così, quando oggi infiliamo un paio di pantaloni, difficilmente pensiamo a una maschera veneziana, a un mercante avaro o a un santo martire del III secolo. Eppure, dentro quella parola apparentemente semplice, sopravvive un piccolo pezzo di storia: dal culto di san Pantaleone alle piazze di Venezia, dalla Commedia dell’Arte alla moda, fino al nostro guardaroba.
Una dimostrazione curiosa di come le parole possano viaggiare nei secoli, cambiare forma e significato, e arrivare fino a noi portando ancora, nascosta tra le loro lettere, la memoria del mondo da cui provengono.
Favria, 24.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii gentile e raccoglierai sorrisi. Felice giovedì.
24 settembre 1960.
Viene varata la USS Enterprise, prima portaerei nucleare della storia.
Maria von Trapp: dal treno di Vienna al mito del canto
La locomotiva divora i binari sbuffando, trascinando il convoglio verso Vienna. È il 26 gennaio 1905, e all’improvviso, dopo una curva, l’urlo liberatorio di una madre e il pianto arrabbiato di una neonata annunciano la nascita di Maria Augusta Kutschera: ribelle, tenace, inarrestabile. La sua vita, iniziata come un film, diventerà davvero soggetto cinematografico mezzo secolo più tardi, ispirando il celebre Tutti insieme appassionatamente.
Romantica e zuccherosa come le commedie americane degli anni ’60, la pellicola racconta la giovane novizia Maria, interpretata da Julie Andrews, alle prese con sette figli di un affascinante vedovo, il barone Georg von Trapp. Tra canti, balli e pic-nic, la ragazza conquista i bambini e, lentamente, il rigido padre. Ma la realtà dietro la leggenda è più complessa: Maria era una donna dal carattere forte, cresciuta tra traumi e privazioni, ribelle anche nel convento dove entrò nel 1924. Nessuna fiaba disneyana poteva descrivere la sua volontà di ferro e la determinazione a seguire il proprio destino.
In casa von Trapp trovò una famiglia da plasmare e un ruolo da inventare. La vera Maria non riportò la musica solo come metafora: con pragmatismo e coraggio, trasformò le doti canore dei figli in un progetto concreto, partecipando a concorsi, tournée e infine alla fuga dai nazisti nel 1938. Negli Stati Uniti, la famiglia ricominciò da zero, fondando una fattoria in Vermont e dando vita al Trapp Family Lodge, mentre Maria scriveva i suoi libri autobiografici che avrebbero ispirato film e musical.
La storia di Maria von Trapp è un esempio di come determinazione, talento e amore possano trasformare le difficoltà in opportunità. La neonata prepotente sul treno divenne un simbolo di resilienza: capace di plasmare il destino proprio e degli altri, trasformando un hobby in un modo di vivere, e la musica in un ponte tra culture e generazioni.
E forse è questo il vero insegnamento: la vita non segue sempre la sceneggiatura di un film, ma anche dalle curve più improvvise, dagli ostacoli e dalle fughe improvvise può nascere armonia. Come un coro che trova la sua voce, ciascuno di noi può imparare a trasformare il caos in melodia, il coraggio in scelta e la volontà in un’eredità di bellezza.
Favria, 25.09.2026 Giorgio Cortese
25 settembre 2026 – Giornata Mondiale del Farmacista
Buona giornata. Ringrazia chi lavora per la salute e il benessere. Felice
venerdì.
25 settembre 1513.
Vasco Núñez de Balboa raggiunge l’Oceano Pacifico attraversando l’istmo di Panama: è il primo europeo a vederlo dalle Americhe.
Il calcestruzzo dei Romani: l’arte di costruire per l’eternità
I Romani padroneggiarono l’uso del calcestruzzo, noto come opus caementicium, per una ragione fondamentale: la sua eccezionale resistenza e durabilità, che superava di gran lunga quella dei materiali tradizionali. A differenza del cemento moderno, l’impasto romano conteneva un componente vulcanico essenziale, la pozzolana, una cenere proveniente dalle zone vulcaniche vicino a Pozzuoli e in tutta l’Italia centrale.
Mescolata con calce, acqua e aggregati come frammenti di roccia o mattoni, la pozzolana innescava una reazione chimica unica. La miscela non solo induriva rapidamente, ma resisteva perfettamente all’acqua salata, rendendola ideale per moli, ponti e strutture costiere o sottomarine. Questa capacità di sopportare enormi forze di compressione per secoli permise la realizzazione di capolavori ingegneristici come il Pantheon a Roma, la cui cupola in calcestruzzo, senza alcuna armatura metallica, resta intatta dopo duemila anni.
L’uso del calcestruzzo permise ai Romani di costruire rapidamente, in modo economico e su una scala monumentale senza precedenti. La loro abilità ci ricorda che la tecnologia e la conoscenza dei materiali non sono solo strumenti pratici: sono anche chiavi per durare nel tempo, trasformando l’arte dell’edificio in un messaggio che attraversa i secoli, testimoniando ingegno, visione e ambizione umana.
Favria, 26.09.2026 Giorgio Cortese
26 settembre 2026 – Giornata Europea delle Lingue
Buona giornata. Impara, ascolta, condividi: ogni lingua è un ponte. Felice
sabato.
26 settembre 1960.
Va in onda negli Stati Uniti il primo storico dibattito televisivo tra candidati alla presidenza: Kennedy e Nixon.
La voce che ci abita: ascoltare la vita dentro di noi.
La voce non è solo suono: è presenza, relazione, dialogo con ciò che siamo e con ciò che ci circonda. Gli antichi la immaginavano come una dea, Omero ce lo racconta, e oggi continuiamo a parlarne attraverso metafore: trovare la propria voce, ascoltare una vocina, avere una voce dentro. Eppure, se le voci diventano troppe, ci confondono o ci perseguitano. La lingua coglie questo mistero: essere umani significa essere «intimi a noi stessi», vivere un dialogo interiore che, se trascurato, ci consegna al frastuono del mondo.
Il pensiero è una conversazione: tra la vita che ci attraversa e noi che la viviamo. Dentro di noi ci sono due «me» che dialogano, mai identici, perché la libertà, il dubbio, la ricerca nascono da quella differenza. La vita parla e possiamo ascoltarla, riceverla, moltiplicarla. Vivere la vita non è un pleonasmo: si può essere viventi senza essere vivi, e la qualità della nostra voce interiore decide quanto il mondo che creiamo sia pieno di senso. Dalla stessa radice nasce la parola «vocazione»: la vita che ci appassiona e ci fa agire.
In natura ogni essere ha una sola voce: il ciliegio fa ciliegie, le api producono miele. Noi a chi obbediamo? Chi ascoltiamo? Ascoltare significa aprirsi a ciò che viene, essere disposti a ricevere, a sentire il nuovo. L’Annunciazione, nell’arte, rappresenta perfettamente questo rapporto: la luce che esce dalla bocca dell’angelo e raggiunge l’orecchio di Maria è una voce che chiama e viene accolta. L’ascolto non è passivo; è presenza, silenzio, attenzione. Solo chi ha capacità di ricevere può rispondere alla vita con gioia e azione.
Il silenzio è metafora di questo spazio: non assenza di suono, ma quiete che permette alla vita di risuonare. Come un violino cavo, siamo capaci di cantare solo se lasciamo spazio dentro di noi. La risonanza non è un’eco: continua a vibrare da sola, generando nuova energia. La conversazione interiore richiede conversione: occorre rivolgersi alla vita sulla nostra frequenza, fare silenzio, liberarsi dal rumore di paure, giudizi e chiacchiere che impediscono di ricevere.
Vivere significa saper ascoltare: la vita parla attraverso tutto ciò che ci circonda. Una palla abbandonata, una libreria, una foglia o la pioggia possono diventare messaggi, piccoli miracoli quotidiani che ci parlano della bellezza e dell’armonia del mondo. La gioia nasce quando sentiamo questa voce, quando ci sentiamo a casa dentro l’avventura dell’esistenza.
Ecco il paradosso: solo ricevendo possiamo donarci, solo ascoltando troviamo la nostra voce. La vita ci chiama costantemente; sta a noi rispondere, con apertura, passione e silenzio. In quel momento, non stiamo più solo vivendo: siamo vivi davvero.
La voce, allora, non è qualcosa che possediamo: è ciò che ci attraversa, ci plasma e ci rende interi. Ascoltarla è l’arte di riconoscersi, di incontrare se stessi, e di diventare finalmente partecipi del miracolo quotidiano dell’esistenza.
Favria, 27.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Viaggiamo ogni giorno con mente e cuore aperti. Felice
domenica.
27 settembre 1822.
Champollion annuncia di aver decifrato i geroglifici egizi grazie alla Stele di Rosetta.
Pico della Mirandola, il genio che volle unire tutte le verità del mondo
Si diceva che Giovanni Pico della Mirandola ricordasse tutto ciò che leggeva, che potesse recitare pagine intere dopo una sola lettura e tradurre testi in greco, latino, ebraico e arabo con una facilità che lasciava stupefatti. Il nipote Gianfrancesco, nella “Vita” del 1496, raccontò che la sua memoria «era mirabile, e non solo nel ricordare, ma anche nel comprendere». Parlava di filosofia, teologia, poesia e scienze naturali come se ogni disciplina fosse nata nella sua mente. Così appariva Pico, nato nel castello di famiglia vicino Modena il 24 febbraio 1463: un giovane nobile che fece della mente il suo tempio e della conoscenza la sua vocazione, animato da un’intelligenza eccezionale e da un’ambizione che poteva sembrare impossibile, unire tutte le verità del mondo in un’unica visione armoniosa. Figlio di Gianfrancesco I Pico e di Giulia Boiardo, mostrò fin da bambino un ingegno fuori dal comune. A dieci anni padroneggiava già il latino, a tredici leggeva il greco e a quattordici iniziò a Bologna lo studio del diritto canonico. Ma ben presto comprese che non era quella la sua strada. «Non mi si addice la pedanteria dei giuristi; più gioia trovo nei libri dei filosofi», scrisse al fratello Alberto. Abbandonò così gli studi giuridici per dedicarsi alle lingue e alla filosofia, mosso dalla convinzione, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, che la verità di Dio brillasse in tutte le culture e in tutte le parole dell’uomo. A Padova imparò l’ebraico e l’arabo studiando Avicenna e Averroè; a Parigi approfondì la teologia cristiana; si dedicò quindi al caldeo e al siriaco. Ovunque passasse, lasciava dietro di sé ammirazione: non cercava erudizione sterile, ma la scintilla divina nascosta in ogni parola. Per Pico la lingua ebraica custodiva i nomi segreti di Dio, il greco era la lingua della filosofia, il latino quella della Chiesa: nessuna tradizione era in contrasto con un’altra, tutte erano vie diverse che portavano alla stessa verità. Questa idea, rivoluzionaria per l’epoca, divenne il filo d’oro del suo pensiero. Nel 1484 arrivò a Firenze, nella corte di Lorenzo il Magnifico, dove trovò l’ambiente perfetto per i suoi ideali. Lì conobbe Angelo Poliziano e Marsilio Ficino, grande interprete del neoplatonismo, che lo accolse come «uno spirito angelico, di mente penetrante e di cuore puro». Nell’Accademia di Careggi Pico affinò il sogno più audace: conciliare tutte le filosofie, antiche e moderne, cristiane e pagane, in un’unica sintesi universale. Così, a ventitré anni, raccolse 900 tesi di filosofia, teologia, cabala e scienze naturali, destinate a essere discusse pubblicamente a Roma davanti ai dotti d’Europa. Nessuno aveva mai osato tanto. Come introduzione scrisse il celebre “Discorso sulla dignità dell’uomo”, presto destinato a diventare il manifesto dell’Umanesimo. In quel testo, mai pronunciato, Pico afferma che Dio non ha dato all’uomo un destino fissato, ma la libertà di scegliersi da sé la propria forma. «A lui solo fu concesso di avere ciò che vuole e di essere ciò che vuole». L’uomo, dunque, è al centro della creazione non per superbia, ma per responsabilità: può elevarsi fino agli angeli o decadere fino alle bestie, e la sua dignità risiede nella sua libertà. Era un’idea semplice e rivoluzionaria, che preparò il terreno al Rinascimento.
Ma tanta audacia attirò sospetti. Quando le “Conclusiones” arrivarono a Roma, una commissione ne giudicò tredici eretiche e sei sospette, soprattutto per l’idea che la filosofia pagana e la Cabala potessero svelare verità divine. Pico si difese con un’“Apologia” vibrante: «Non intendo discostarmi dalla fede cristiana, ma illuminarla». Ma papa Innocenzo VIII vietò la disputa e ordinò il sequestro dei testi. Pico fuggì a Firenze sotto la protezione di Lorenzo il Magnifico, tentò poi di raggiungere la Francia, ma fu arrestato a Lione. Solo l’intervento di Lorenzo ottenne la sua liberazione e la riabilitazione da parte del nuovo papa Alessandro VI. Tuttavia, il grande congresso non si tenne mai, e il sogno della “concordia universalis” rimase incompiuto. Stabilitosi definitivamente a Firenze, Pico riprese a studiare e a scrivere. Nell’“Heptaplus” conciliò la cosmologia platonica con il racconto biblico; nelle sue opere difese una “magia naturale” come contemplazione dell’ordine divino, ben lontana da superstizioni e sortilegi. Dopo la morte di Lorenzo, nel 1492, Firenze fu sconvolta dalla predicazione severa e profetica di Savonarola. Pico ne fu attratto, trovando nella sua spiritualità rigorosa un nuovo cammino interiore. L’uomo dalla memoria prodigiosa cercava ormai il silenzio delle stanze dell’anima, aspirando alla purificazione spirituale più che all’onniscienza. Nel 1494 Firenze cadde nelle mani del frate domenicano e divenne repubblica. Solo pochi mesi dopo, il 17 novembre, Pico morì a trentun anni in circostanze misteriose, dopo giorni di febbri, dolori e visioni. Poco prima era morto anche Poliziano. Molti sospettarono un avvelenamento, forse per mano di Piero de’ Medici, rancoroso verso entrambi. Pico morì tra le braccia di Savonarola, che ne elogiò l’anima come destinata al Purgatorio. Il frate avrebbe fatto la stessa fine meno di quattro anni dopo, sul patibolo di Piazza della Signoria. Dopo la morte, Pico della Mirandola passò subito dalla storia al mito. Simbolo del sapere universale, incarnò l’ideale umanistico dell’uomo libero, capace di superare i confini del pensiero e della fede, di accogliere la verità ovunque essa risplenda. La sua fiducia incrollabile nella conoscenza influenzò Erasmo, Bruno, Campanella, Galileo, tutti debitori della sua audacia intellettuale. Aveva scritto: «A chi contempla le meraviglie del creato con mente pura, Dio non negherà la luce della verità». È forse in questa certezza luminosa, e nella sua visione dell’uomo come artefice del proprio destino, che si nasconde il fascino senza tempo di Pico della Mirandola, genio precocissimo, spirito libero, ultimo sognatore della perfetta concordia tra tutte le verità del mondo.
Favria, 28.09.2026 Giorgio Cortese
28 settembre 1928.
Alexander Fleming nota l’effetto antibatterico della muffa Penicillium: nasce la scoperta che porterà alla penicillina.
Buona giornata. Ricordiamoci sempre che la vita sorride a chi osa con coraggio.
Felice lunedì.
A settembre, torna a donare. La solidarietà non va in ferie.
Le vacanze sono finite, le valigie sono ormai riposte e lentamente si torna alla vita di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa che non può aspettare: il bisogno di sangue. Ogni giorno c’è qualcuno che attende una trasfusione per affrontare un intervento, una terapia, una malattia. Per quella persona, una sacca di sangue non è soltanto un dono: è tempo, è speranza, è vita.
DONAZIONE DI SANGUE MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE 2026 a Favria, cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20
Dopo l’estate, settembre è il momento giusto per ripartire con un gesto concreto. Bastano pochi minuti del tuo tempo per fare una differenza enorme nella vita di qualcun altro.
Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, sempre più importante per la produzione di farmaci indispensabili e salvavita.
Prenotazione obbligatoria: cell 333 171 4827 oppure mail favria@fidasadsp.it
Ricorda di portare con te un documento d’identità.
Il sangue non si fabbrica. Non si compra. Non si conserva all’infinito. Può arrivare soltanto da una persona che sceglie di donare.
A settembre, quando torni alla tua quotidianità, riparti anche con un gesto di solidarietà.
Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza. La differenza puoi farla tu.
MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE: SCEGLI DI ESSERCI.
Una donazione può diventare una speranza. E quella speranza può salvare una vita.
