La scala dell’eternità: Djoser e l’invenzione del cielo in pietra.
Quando il faraone Djoser, sovrano della III dinastia, fece innalzare nella necropoli di Saqqara quella che oggi chiamiamo piramide a gradoni, non stava soltanto progettando la propria dimora funeraria: stava ridefinendo il modo in cui l’uomo egizio concepiva il rapporto tra terra, cielo e tempo. In un’epoca in cui la storia accelera improvvisamente e concentra in pochi decenni mutamenti destinati a durare millenni, la piramide di Djoser si erge come una frattura luminosa tra il prima e il dopo. Saqqara, vasta città dei morti a sud dell’attuale Cairo, era già allora un luogo carico di memoria. Qui, per secoli, i faraoni avevano scelto la mastaba, una tomba in mattoni crudi che imitava la forma della casa terrena e custodiva il corpo in profondità, nel grembo della terra. La morte era pensata come un ritorno ciclico, legato ai ritmi agricoli e al mito di Osiride, dio che muore e rinasce come il grano. Djoser ruppe questa continuità silenziosa, e lo fece affidandosi al genio di Imhotep, architetto, medico, sacerdote e uomo di scienza, figura quasi mitica già per gli antichi. Con la piramide a gradoni nasce la costruzione monumentale in pietra e, insieme, una nuova idea dell’aldilà. La tomba non è più solo un luogo nascosto, ma un segno visibile e dominante, che si staglia sul margine del deserto come un ponte tra il mondo degli uomini e quello degli dèi. La forma stessa del monumento, composta da gradoni sovrapposti, suggerisce un’ascesa: non più la discesa nella terra, ma la salita verso il cielo. È il riflesso dell’affermarsi del culto solare di Ra, sviluppatosi a Eliopoli, dove il dio creatore regna dall’alto, lontano dal buio ctonio. Eppure, la piramide di Djoser non cancella il passato: lo incorpora. Sotto la massa di pietra si estende un intricato sistema di corridoi, camere e pozzi che richiama le antiche mastabe. Il monumento è insieme collina primordiale e scala celeste, Benben, nella cosmogonia egizia è la collina primordiale emersa dalle acque del caos all’inizio dei tempi, luogo della prima manifestazione del dio solare e simbolo dell’origine del mondo e della rinascita, solidificato e strumento di elevazione. In esso convivono Osiride e Ra, la terra che genera e il sole che domina, in un equilibrio fragile ma potentissimo. Non a caso i Testi delle Piramidi parleranno di una scala innalzata affinché il re possa salire al cielo: un’immagine che sembra già scolpita nella pietra di Saqqara. Anche il complesso funerario che circonda la piramide racconta questa visione totalizzante del potere e dell’aldilà. Il grande recinto in pietra, i cortili, i padiglioni simbolici dell’Alto e del Basso Egitto, le cappelle destinate al rito dell’heb-sed trasformano la morte del faraone in una cerimonia eterna di rigenerazione. Persino la presenza di una seconda tomba, la cosiddetta tomba del sud, suggerisce una regalità doppia, specchio di un Paese unificato lungo l’asse del Nilo. Infine, lo sguardo si alza ancora. Sul lato nord della piramide, la statua di Djoser era nascosta nel serdab, un vano chiuso della tomba destinato a custodire l’immagine del defunto, in comunicazione simbolica con il rito funerario attraverso piccole fessure. Da qui la statua “osservava” il cielo mediante due fori orientati verso le stelle circumpolari, le cosiddette “stelle imperiture”, che non tramontano mai. L’eternità, per gli Egizi, non era un concetto astratto: era un punto preciso nel firmamento, una direzione verso cui orientare pietra, corpo e anima. Così la piramide a gradoni non è soltanto il primo grande monumento della storia egizia, ma un pensiero reso solido, un’idea del tempo che rifiuta la fine e cerca la permanenza. E forse è questo il suo messaggio più profondo: ogni civiltà, quando osa costruire verso l’alto, lo fa per rispondere alla stessa domanda silenziosa. Non come vivere per sempre, ma come dare forma, anche solo per un istante, al desiderio umano di non scomparire.
Favria, 15.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ama ciò che fai e fallo con passione. Felice martedì.
15 settembre 1830.
Viene inaugurata la ferrovia Liverpool-Manchester, una delle prime grandi linee ferroviarie per passeggeri.
La zucca, quando la terra diventa mito.
la zucca è nata nei campi, è entrata nelle cucine, nelle fiabe e nelle notti popolate di fantasmi. Da semplice frutto della terra, è diventata simbolo di abbondanza, mistero e fantasia. Rotonda, colorata, spesso bizzarra nelle forme, accompagna da millenni la storia dell’uomo. Dalle civiltà delle Americhe alla carrozza di Cenerentola, dalle antiche lanterne alle feste d’autunno, il suo viaggio attraversa culture e tradizioni fino ad arrivare al Villaggio della Zucca di Favria.
Ci sono oggetti della nostra quotidianità che, a guardarli con attenzione, sembrano custodire una storia più grande di loro. La zucca è uno di questi.
Nasce dalla terra, si allarga tra le foglie e, quando l’estate lentamente si congeda, compare nei campi con i suoi colori caldi, quasi fosse il primo annuncio dell’autunno.
La sua storia comincia molto prima delle nostre feste e delle nostre tavole. Alcune varietà furono coltivate nelle Americhe migliaia di anni fa e rappresentarono per le popolazioni indigene una risorsa preziosa: alimento, recipiente e oggetto d’uso quotidiano.
Questa versatilità contribuì alla sua fortuna simbolica. Nel corso dei secoli divenne immagine di abbondanza e prosperità, ma anche protagonista di racconti nei quali la realtà lascia spazio all’immaginazione. Basta pronunciarne il nome e, quasi inevitabilmente, compare una carrozza nella notte. È quella di Cenerentola, nata dalla magia di una fata che trasforma un comune ortaggio in un mezzo sontuoso, pronto a condurre la ragazza al ballo.
Una delle metamorfosi più celebri della fiaba racchiude un’idea semplice e universale: dietro ciò che appare ordinario può nascondersi qualcosa di straordinario.
C’è poi il volto più enigmatico, quello delle notti d’autunno, delle candele e delle lanterne scolpite. Prima di diventare il simbolo internazionale di Halloween, in diverse tradizioni europee si utilizzavano soprattutto rape e altri ortaggi scavati e illuminati dall’interno. La consuetudine attraversò l’Atlantico e, negli Stati Uniti, la grande disponibilità di questi frutti ne favorì la diffusione come lanterne.
Da allora questo simbolo vive in un curioso equilibrio tra il mondo della campagna e quello della leggenda: alimento sulle tavole, elemento delle fiabe, decorazione delle feste e immancabile presenza dell’autunno.
È proprio questo immaginario che a Favria, in Borgata Chiarabaglia, trova una sua particolare espressione nel Villaggio della Zucca. Qui colori e forme diventano parte di una festa che unisce natura, tradizione e divertimento.
Per i bambini è un luogo di scoperta e fantasia; per gli adulti può diventare anche un viaggio nella memoria, verso quel mondo contadino in cui orti, raccolti e stagioni scandivano il tempo della comunità.
E per chi sta già pensando alla meta, il Villaggio della Zucca aspetta i suoi visitatori a Favria, in Strada Provinciale per Front, Borgata Chiarabaglia 1. Da Torino si raggiunge attraverso il Raccordo Autostradale Torino-Caselle, quindi la SP13 e la Provinciale di Front in direzione Favria; da Ivrea, invece, il percorso passa per la Statale 565 di Castellamonte e Salassa.
Anche il viaggio può diventare parte della giornata: lasciata alle spalle la città, il paesaggio del Canavese accompagna lentamente verso la meta.
Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Rivarolo Canavese. I collegamenti pubblici con il Villaggio non sono particolarmente agevoli e sarà quindi necessario organizzarsi con un ulteriore mezzo per raggiungere Borgata Chiarabaglia.
Qualche chilometro, dunque, per raggiungere Favria e lasciarsi alle spalle, almeno per qualche ora, la fretta quotidiana. A Borgata Chiarabaglia l’autunno trova il suo palcoscenico, tra colori, tradizione e fantasia.
Il Villaggio della Zucca vi aspetta: una meta per trascorrere una giornata diversa, riscoprendo il piacere delle cose semplici e il fascino di una stagione che, ogni anno, sa ancora sorprendere.
La destinazione è Favria. L’appuntamento è con l’autunno.
Giorgio Cortese
Lo sapevate che…?
Le prime lanterne di Halloween non erano necessariamente fatte con le zucche. In Europa si utilizzavano soprattutto rape scavate e illuminate dall’interno. Fu in America che la grande varietà arancione conquistò il ruolo di protagonista.
Da alimento a lanterna, da raccolto a simbolo: poche piante hanno avuto una storia così ricca nell’immaginario popolare.
La Svizzera: crocevia d’Europa tra libertà, neutralità e federazione.
La storia della Svizzera è la storia di un Paese che nasce dall’incontro tra popoli, lingue e culture, nel cuore geografico e simbolico dell’Europa. Il suo sviluppo segue, per molti aspetti, quello dell’Europa occidentale, ma conserva da sempre un carattere originale e indipendente, fondato su alleanze, autonomia e cooperazione.
Le più antiche tracce umane rinvenute sul territorio svizzero risalgono a circa 400.000 anni fa. Tuttavia, solo dopo la fine dell’era glaciale, circa 11.000 anni fa, alcune regioni iniziarono a essere abitate in modo stabile. Le rive dei laghi ospitavano villaggi su palafitte, testimonianza di una civiltà già capace di adattarsi a un territorio montano complesso.
Dal III secolo a.C. la Svizzera entrò nell’orbita dell’Impero romano. La romanizzazione trasformò profondamente la vita delle popolazioni locali, introducendo infrastrutture, città, commercio e diritto. Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, tra V e VI secolo, il territorio fu attraversato da migrazioni e nuove popolazioni, mentre il Cristianesimo si radicava grazie all’opera della Chiesa.
Nel Medioevo la Svizzera seguì un percorso simile a quello del resto dell’Europa occidentale: signorie feudali, vescovati, monasteri e famiglie nobili si spartivano il potere. Ma proprio in questo periodo maturò un’idea destinata a cambiare il corso della sua storia: l’alleanza tra comunità libere.
Secondo la tradizione, nel 1291 le comunità di Uri, Svitto e Untervaldo giurarono sul prato del Rütli di difendere insieme la loro libertà contro il dominio degli Asburgo. Nacque così la Vecchia Confederazione, un’alleanza di città e territori rurali che nel corso dei secoli si ampliò fino a comprendere tredici Cantoni.
Nel XVI secolo la Riforma protestante, con figure come Zwingli e Calvino, fece della Svizzera uno dei centri spirituali dell’Europa moderna. Le tensioni religiose provocarono conflitti interni, ma contribuirono anche a rafforzare un principio destinato a diventare centrale: la neutralità.
Durante la guerra dei Trent’anni la Confederazione riuscì a rimanere fuori dal grande conflitto europeo. Da allora la neutralità divenne parte integrante dell’identità svizzera. Nel XVIII secolo il Paese conobbe una fase di sviluppo economico e culturale: agricoltura innovativa, manifattura tessile, orologeria, illuminismo e un nuovo sentimento di appartenenza nazionale.
La Rivoluzione francese e l’epoca napoleonica sconvolsero l’ordine europeo e coinvolsero direttamente anche la Svizzera. Con la Repubblica Elvetica prima e con la nascita dello Stato federale poi, si gettarono le basi della Svizzera moderna. Dopo la guerra civile del Sonderbund nel 1847, la Costituzione del 1848 diede vita a uno Stato federale fondato su democrazia, autonomia cantonale e cooperazione.
Nel XX secolo la Svizzera attraversò le due guerre mondiali restando neutrale, ma non immune dalle conseguenze politiche ed economiche dei conflitti. Nel dopoguerra seppe trasformarsi in una delle economie più solide d’Europa, diventando un centro finanziario, industriale e scientifico di primo piano.
Dopo il 1989, con la fine della guerra fredda e l’avanzare della globalizzazione, la Svizzera ha rafforzato il proprio ruolo internazionale, aderendo all’ONU e intensificando la cooperazione con l’Unione europea attraverso accordi bilaterali, pur mantenendo una posizione di autonomia politica.
La Svizzera dimostra che l’Europa non è fatta solo di grandi imperi e confini mobili, ma anche di comunità che scelgono di unirsi per difendere la propria libertà. La sua storia insegna che l’equilibrio tra identità e cooperazione è possibile, e che la vera forza di un continente nasce dal dialogo tra le sue differenze.
Nel cuore delle Alpi batte, da secoli, un cuore europeo: discreto, prudente, ma profondamente legato al destino comune del nostro continente.
Favria, 16.09.2026 Giorgio Cortese
16 settembre 2026 – Giornata
Internazionale per la Preservazione dello Strato d’Ozono
Buona giornata. Proteggi il mondo e proteggi te stesso. Felice mercoledì.
16 settembre 1810.
In Messico Miguel Hidalgo lancia il “Grito de Dolores”, dando inizio alla lotta per l’indipendenza dalla Spagna.
In vacca!
Tranquilli non sono impazzito, dire che qualcosa “finisce in vacca” o che qualcuno l’ha “mandata in vacca” significa farla fallire, rovinarla o comprometterla irrimediabilmente. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, questa espressione non ha alcun legame con il bovino.
La sua origine risale al mondo dell’allevamento dei bachi da seta, un’attività che per secoli ebbe grande diffusione soprattutto nell’Italia settentrionale. Con il termine “vacca” si indicava infatti il baco colpito dal cosiddetto giallume, una malattia che lo faceva gonfiare, diventare flaccido e assumere una colorazione giallastra. In queste condizioni l’insetto non riusciva più a filare il bozzolo e diventava quindi inutilizzabile.
L’espressione nasce proprio in questo contesto agricolo-serico: quando un allevamento veniva colpito dal giallume e molti bachi “andavano in vacca”, si verificava una perdita totale della produzione. Il danno era così grave e irreversibile che l’immagine del baco ormai inutilizzabile è diventata metafora di qualsiasi situazione compromessa senza rimedio. Da un uso tecnico e concreto si è così passati progressivamente al linguaggio figurato.
L’espressione “andare in vacca” indicava dunque la perdita definitiva del prodotto. Da qui il passaggio al linguaggio figurato fu naturale: un progetto che naufraga, un affare che sfuma o una situazione che degenera fino al fallimento “finiscono in vacca”, cioè si guastano senza possibilità di recupero.
Un modo di dire curioso che conserva la memoria di un’antica attività oggi quasi scomparsa, ma che continua a vivere nel linguaggio di tutti i giorni.
Favria, 17.09. 2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni difficoltà è un’opportunità mascherata. Felice giovedì.
17 settembre 1787.
A Filadelfia viene firmata la Costituzione degli Stati Uniti, ancora oggi una delle più antiche costituzioni scritte in vigore.
La ruota mancata: quando l’ambiente decide la tecnologia.
Sebbene la ruota fosse conosciuta in Eurasia da oltre 5.500 anni, le grandi civiltà precolombiane, Aztechi, Maya, Inca e molte altre popolazioni native americane, non la svilupparono come strumento di trasporto. Non si trattava di ignoranza: numerosi reperti archeologici, come giocattoli toltechi e aztechi, dimostrano che il principio della ruota era noto. La ragione va cercata altrove: nella scarsa utilità pratica che la ruota avrebbe avuto nel loro ambiente. Le Americhe mancavano di animali da tiro grandi e addestrabili. Cavalli, buoi e altri animali da lavoro, così comuni in Eurasia, erano assenti, e sarebbero arrivati solo con i coloni europei. Senza la forza animale che trainasse carri e carriolati, la ruota non trovava applicazione pratica. Anche la geografia giocava un ruolo decisivo: le strade inca, con le loro pendenze ripide, gradinate e ponti sospesi, non erano percorribili con veicoli su ruote. Dove mancava la necessità, mancava anche la spinta all’innovazione, e così la tecnologia restava confinata all’uso simbolico o ludico. Questa storia ci ricorda che la tecnologia non nasce mai in un vuoto: è la combinazione tra bisogno, ambiente e ingegno umano a determinarne l’evoluzione. La ruota in Europa e la sua assenza nelle Americhe non parlano di capacità, ma di contesto. E forse la lezione più profonda è questa: non è solo ciò che sappiamo fare a definirci, ma anche la saggezza di capire quando e come usare le nostre scoperte, adattandole al mondo che ci circonda.
Favria, 18.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Segui la tua luce e il cammino si aprirà. Felice venerdì.
18 settembre 1961.
Muore in un incidente aereo Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’ONU e premio Nobel per la pace.
Lo sport nell’antico Egitto: corpo, potere e sacralità.
Nell’antico Egitto lo sport non era semplice intrattenimento, ma un’attività profondamente legata alla religione, alla politica e all’ordine cosmico. Le scene raffigurate nelle tombe private mostrano un mondo in cui lotta, corsa, tiro con l’arco e giochi con la palla facevano parte della vita quotidiana e dell’immaginario sacro, oltre che dell’educazione fisica e militare.
Tra le discipline più diffuse spiccavano la lotta e il combattimento con i bastoni (taḥṭīb), spesso rappresentati in contesti rituali. Le raffigurazioni, come quelle della tomba di Kheruef o dei complessi funerari di Beni Hassan, mostrano atleti impegnati in prese, atterramenti e scontri regolamentati, segno di una pratica strutturata e non improvvisata. Questi combattimenti erano spesso inseriti in cerimonie religiose, come quelle legate al pilastro djed, e assumevano un valore simbolico legato alla vittoria dell’ordine sul caos. Anche la corsa aveva un significato particolare, soprattutto durante la festa Heb Sed, in cui il faraone dimostrava la propria forza fisica e la capacità di mantenere l’equilibrio del mondo. Allo stesso modo, il tiro con l’arco, praticato soprattutto dall’élite e dai sovrani come Amenhotep II, rappresentava abilità, controllo e prestigio, trasformandosi in simbolo del potere regale.
Persino i giochi apparentemente più leggeri, come il lancio della palla, erano parte di un universo simbolico più ampio, in cui il movimento del corpo rifletteva la continuità della vita e la sua rigenerazione nell’aldilà. Tutto, nello sport egizio, era quindi connesso a un sistema di valori in cui il gesto atletico assumeva significati politici e religiosi.
In questo contesto, il corpo disciplinato diventava immagine dell’ordine universale: un principio fondamentale per una civiltà in cui il faraone era garante dell’armonia tra uomini e dèi. Nell’Egitto dei faraoni, dunque, lo sport non celebrava la competizione, ma l’equilibrio del mondo: ogni gesto atletico era un atto sacro, capace di unire forza, fede e potere in un’unica, continua narrazione della vita e dell’eternità.
Favria, 19.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La gioia si trova nelle piccole cose. Felice sabato.
19 settembre 1783.
I fratelli Montgolfier fanno volare a Versailles un pallone aerostatico con a bordo una pecora, un’anatra e un gallo: un curioso passo verso l’aviazione.
A Valperga la Madonna Liberatrice torna a parlare attraverso la musica.
Domenica 27 settembre la Chiesa di San Giorgio ospita il Coro Gran Paradiso in un pomeriggio tra fede, storia e melodie popolari.
Ci sono luoghi nei quali il tempo sembra essersi fermato. La Chiesa di San Giorgio di Valperga è uno di questi: un luogo antico, ricco di arte, fede e memoria, che domenica 27 settembre 2026, in occasione della Solennità di Maria Liberatrice, tornerà a vivere con una giornata speciale.
Alle ore 11 sarà celebrata la Santa Messa presso lo storico altare di Maria Liberatrice, mentre dalle 14 alle 16 sarà possibile visitare la chiesa.
Il momento più atteso sarà alle ore 17, con il Concerto di melodie popolari del Coro Gran Paradiso, diretto dai Maestri Giovanni Usai e Walter Balagna, con la partecipazione di Elisabetta Giannone. Presenterà l'Avvocato Giuseppe Niedda.
Nato 58 anni fa dall'amicizia di un gruppo di appassionati della montagna, il Coro Gran Paradiso ha fatto del canto uno strumento per mantenere viva la tradizione e il piacere dello stare insieme. Il suo repertorio, accompagnato dalle fisarmoniche, attraversa i canti popolari piemontesi e non solo.
E proprio la musica farà da ponte con la storia di Valperga.
Nella Chiesa di San Giorgio è infatti custodita l'antica immagine della Liberatrix Fidelium, la Madonna Liberatrice, un'opera seicentesca attribuita a Padre Bonaventura Relli da Palazzolo, realizzata a china su seta. Una devozione profondamente radicata nella storia della comunità valperghese, tornata particolarmente viva nel 1954 con la consacrazione del paese alla Madonna Liberatrice.
La storia e la musica si incontreranno così nello stesso luogo, davanti a quell'immagine che per secoli ha raccolto preghiere, speranze e invocazioni. Il concerto avrà anche un momento particolarmente significativo: il Coro Gran Paradiso concluderà l'esibizione con il canto “Maria Liberatrice”, sul testo del compianto parroco don Rubatto, proprio dedicato alla Madonna che dà il nome alla solennità.
Sarà il momento in cui la musica lascerà spazio alla memoria e la memoria diventerà canto.
Un finale ideale per una giornata nella quale fede, tradizione e cultura si ritroveranno sotto le antiche volte di San Giorgio.
Perché certe storie non devono soltanto essere ricordate, devono continuare a essere cantate.
L’olifante: il corno dei paladini medievali.
L’olifante è senza dubbio uno degli oggetti più affascinanti del Medioevo. Il suo nome, apparentemente esotico, deriva dall’antico francese olifant, a sua volta dal latino elephantus, cioè “elefante”. Si tratta infatti di un corno ricavato dalle zanne di elefante. Il suono che produce veniva utilizzato per comunicare durante le battute di caccia e per dare segnali in battaglia. Finemente decorato con rilievi raffiguranti animali e motivi geometrici, l’olifante non era solo uno strumento musicale, ma anche un simbolo di prestigio e potere.
Diffuso tra il IX e il XII secolo, era spesso di produzione bizantina o orientale, anche se alcuni esemplari provenivano dall’Africa occidentale. L’olifante più celebre è quello legato alla figura di Orlando, paladino di Carlo Magno e protagonista della Chanson de Roland: secondo la leggenda, l’eroe lo suonò nella battaglia di Roncisvalle con tale forza da romperlo, e lo sforzo contribuì alla sua morte. Ancora oggi l’olifante resta il simbolo di un’epoca in cui il suono di un corno poteva decidere il destino di una battaglia e la leggenda trasformarsi in storia.
Favria, 20.09.2026 Giorgio Cortese
20 settembre 2026 – Giornata Internazionale della Pace
Buona giornata. Coltiva pace e armonia dentro e fuori di te. Felice domenica.
20 settembre 1870 – I bersaglieri entrano a Roma attraverso Porta Pia: la città viene annessa al Regno d’Italia.
“Concerto in San Giorgio 2026: un pomeriggio di fede, musica e bellezza nel cuore di Valperga”
La storica Chiesa di San Giorgio a Valperga torna ad aprire le sue porte per uno degli appuntamenti più attesi della XXVI stagione dei Concerti in San Giorgio: una giornata speciale dedicata alla Solennità di Maria Liberatrice, dove spiritualità, tradizione e musica si intrecciano in un’atmosfera intensa e suggestiva.
Domenica 27 settembre 2026, la millenaria chiesa di San Giorgio diventerà ancora una volta luogo d’incontro, raccoglimento e condivisione, offrendo ai visitatori un’esperienza capace di unire arte, fede e memoria del territorio. In questo scenario ricco di storia e fascino, il pubblico sarà accompagnato dalle emozionanti armonie del Coro Gran Paradiso, diretto dal maestro Giovanni Usai, protagonista di un concerto dedicato ai canti popolari e alle tradizioni corali che parlano al cuore delle persone.
La giornata prenderà avvio alle ore 9.30 con la Santa Messa celebrata presso lo storico altare della chiesa, momento di preghiera e devozione dedicato a Maria Liberatrice. Sarà un’occasione per riscoprire il valore spirituale di uno dei luoghi più significativi di Valperga, immerso nel silenzio e nella bellezza del colle.
Nel pomeriggio, dalle ore 14.00 alle 16.00, la chiesa resterà aperta alle visite, permettendo a cittadini, appassionati e turisti di ammirare l’antico edificio e respirarne l’atmosfera senza tempo. Passeggiare tra le mura di San Giorgio significa entrare in contatto con la storia del territorio, con le sue radici e con quel patrimonio culturale che continua a vivere grazie all’impegno delle associazioni e della comunità locale.
Alle ore 17.00 avrà inizio il concerto del Coro Gran Paradiso, che accompagnerà il pubblico in un viaggio musicale fatto di melodie popolari, armonie corali e racconti cantati. Le voci del coro sapranno evocare emozioni profonde, riportando alla memoria tradizioni, sentimenti e immagini legate alla vita delle comunità alpine e canavesane. Un repertorio autentico e coinvolgente, capace di creare un ponte tra passato e presente attraverso la forza universale della musica.
L’evento rappresenta non soltanto un appuntamento culturale, ma anche un’occasione preziosa per vivere insieme un momento di incontro e partecipazione, in uno dei luoghi più affascinanti del Canavese. La rassegna Concerti in San Giorgio continua infatti a distinguersi per la capacità di valorizzare il patrimonio storico e artistico locale attraverso iniziative aperte a tutti, dove la musica diventa strumento di dialogo, emozione e comunità.
La Comunità di Valperga, gli appassionati di musica corale e tutti coloro che desiderano trascorrere qualche ora immersi nella bellezza e nella serenità sono invitati a partecipare a questa giornata speciale.
Lasciatevi emozionare dalla magia di San Giorgio, dalla voce del coro e dalla suggestione di un luogo che continua a custodire storia, fede e cultura.
Vi aspettiamo domenica 27 settembre 2026 a San Giorgio di Valperga.
21 settembre 2026 – Giornata Mondiale Alzheimer
Buona giornata. Ricorda con amore chi ci ha preceduto. Felice lunedì.
21 settembre 1792.
La Convenzione nazionale francese abolisce la monarchia e proclama di fatto la nascita della Repubblica.
A settembre, torna a donare. La solidarietà non va in ferie.
Le vacanze sono finite, le valigie sono ormai riposte e lentamente si torna alla vita di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa che non può aspettare: il bisogno di sangue. Ogni giorno c’è qualcuno che attende una trasfusione per affrontare un intervento, una terapia, una malattia. Per quella persona, una sacca di sangue non è soltanto un dono: è tempo, è speranza, è vita.
DONAZIONE DI SANGUE MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE 2026 a Favria, cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20
Dopo l’estate, settembre è il momento giusto per ripartire con un gesto concreto. Bastano pochi minuti del tuo tempo per fare una differenza enorme nella vita di qualcun altro.
Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, sempre più importante per la produzione di farmaci indispensabili e salvavita.
Prenotazione obbligatoria: cell 333 171 4827 oppure mail favria@fidasadsp.it
Ricorda di portare con te un documento d’identità.
Il sangue non si fabbrica. Non si compra. Non si conserva all’infinito. Può arrivare soltanto da una persona che sceglie di donare.
A settembre, quando torni alla tua quotidianità, riparti anche con un gesto di solidarietà.
Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza. La differenza puoi farla tu.
MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE: SCEGLI DI ESSERCI.
Una donazione può diventare una speranza. E quella speranza può salvare una vita.
