La Vergine, quella con la spiga in mano.
Nel grande condominio dello Zodiaco, dove abitano leoni, tori, scorpioni, pesci e perfino centauri, la Vergine è decisamente fuori categoria. Niente corna, zanne, artigli o muscoli da esibire.
Lei è una giovane donna, spesso rappresentata con le ali, e tiene in mano una spiga di grano.
Una scelta elegante, ma tutt'altro che casuale. La sua stella più luminosa si chiama Spica, dal latino spica: la spiga. E dietro quella piccola luce c'è una storia che attraversa millenni e civiltà.
Per i Babilonesi quella zona del cielo era il Solco, il campo appena arato. Per gli Indiani la Vergine era Kanyā, “la fanciulla”, e Spica era Citrā, “la Splendente”. Gli Arabi la chiamavano al-ʿAdhrāʾ, la Fanciulla, mentre Spica diventava al-Simāk al-Aʿzal, il “Simāk disarmato”.
I Greci, invece, ci misero di mezzo anche la mitologia: la Vergine poteva essere Demetra, Persefone, Erigone o Dike, la dea della Giustizia, ed è proprio Dike a regalarci la storia più attuale.
Quando gli uomini divennero troppo avidi, violenti e ingiusti, la dea decise che sulla Terra non c'era più posto per lei. E se ne andò in cielo. A pensarci bene, forse non è nemmeno una cattiva idea.
Da allora la Vergine continua a brillare, con la sua spiga in mano, tra il Leone e la Bilancia.
Una spiga che ci ricorda una verità molto semplice: il raccolto arriva soltanto dopo la semina.
Vale per il grano, vale per l'amicizia, vale per la vita e a quanto pare, vale anche per la giustizia.
Perché il cielo può regalarci le stelle. Ma quello che seminiamo sulla Terra, prima o poi, dobbiamo essere noi a raccoglierlo.
Favria, 8.09.2026 Giorgio Cortese
Natività di Maria.
Buona giornata. Trova forza nella fede e nella speranza. Felice martedì.
8 settembre 1943.
Viene annunciato l’armistizio italiano con gli Alleati: l’Italia entra in una delle pagine più drammatiche della sua storia.
L’anno in cui Roma promise l’eternità: nascita e destino del primo Giubileo.
Nel 1300, settecentoventisei anni fa, si celebrò il primo giubileo della storia cristiana, un evento nato quasi per caso, nel cuore del Medioevo, e destinato a ridisegnare Roma, il potere del papato e il modo stesso in cui la Chiesa amministrava il perdono. Alla fine del 1299, nella notte di Natale, una folla insolita di romani e pellegrini si riversò nella basilica di San Pietro, prossima a compiere il suo primo millennio dalla fondazione voluta da Costantino. Circolava una voce insistente: con la fine del secolo il papa avrebbe concesso indulgenze straordinarie. La notizia colse di sorpresa persino Bonifacio VIII, membro della potente famiglia Caetani, il pontefice che Dante avrebbe poi collocato all’inferno tra i simoniaci nella Divina Commedia. L’afflusso non si esaurì quella notte. Anche il primo gennaio una moltitudine simile tornò a riempire la basilica, mentre Bonifacio, incerto sul da farsi, rimaneva nella sua residenza del Laterano, sede storica dei papi. Il momento decisivo giunse il 17 gennaio 1300, durante la processione del Velo della Veronica, la reliquia su cui, secondo la tradizione, sarebbe rimasto impresso il volto di Cristo. Davanti a una folla senza precedenti, il pontefice ordinò di consultare gli archivi vaticani per verificare se esistesse un fondamento storico o dottrinale che giustificasse la credenza popolare secondo cui la visita alle chiese di Roma alla fine di un secolo garantisse la remissione dei peccati. Le ricerche si rivelarono infruttuose, salvo la testimonianza incerta di un anziano che sosteneva di aver partecipato, con il padre, a una celebrazione simile cento anni prima. Non era una prova solida per un giurista come Bonifacio, ma bastò per trasformare una tradizione orale in un atto destinato a segnare la storia.
Il 22 febbraio 1300 il papa promulgò la bolla Antiquorum habet fida relatio – “c’è adesione degna di fede da parte degli antichi”, con la quale indisse ufficialmente il primo giubileo della Chiesa cattolica. In essa concedeva la remissione completa dei peccati a coloro che avessero visitato le basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura, costruite sulle tombe dei due apostoli. Ai fedeli romani erano richieste trenta visite nel corso dell’anno, ai pellegrini quindici, senza obbligo di donazioni. L’indulgenza aveva valore retroattivo dal Natale del 1299 e sarebbe durata fino al Natale successivo. Consapevole della portata eccezionale dell’evento, Bonifacio VIII stabilì che il giubileo avesse cadenza centenaria, con l’intento di conferirgli un carattere unico e quasi irripetibile. L’indulgenza plenaria era allora un concetto relativamente recente, legato soprattutto ai pellegrinaggi in Terra Santa e alle crociate. Ma dopo la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291, la Palestina era divenuta inaccessibile ai cristiani. Roma si trasformò così in una nuova Gerusalemme, più vicina e più sicura. Il successo fu travolgente. Il cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi descrisse fiumi umani così imponenti da sembrare eserciti in marcia, mentre Dante paragonò l’ordinato fluire dei pellegrini sul ponte Sant’Angelo all’andirivieni delle anime nell’inferno. Una città di appena ventimila abitanti dovette improvvisamente nutrire, alloggiare e controllare centinaia di migliaia di persone, tra forni insufficienti, mulini sovraccarichi e offerte che si accumulavano sugli altari in quantità mai viste. Era evidente che un evento simile non poteva restare confinato a una periodicità secolare. Nel 1350 papa Clemente VI indisse un nuovo giubileo, introducendo ufficialmente il termine e aggiungendo alle chiese giubilari la basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma. Fu un giubileo celebrato senza il papa, che rimase ad Avignone, ma non per questo meno partecipato, nonostante l’Europa fosse appena uscita dall’incubo della peste nera. Proprio il trauma della morte di massa alimentò il bisogno collettivo di perdono, come testimoniano le parole entusiaste di Petrarca, che invitava gli italiani a non perdere quell’occasione unica. Nei decenni successivi la cadenza giubilare si accorciò ulteriormente. Urbano VI la ridusse a trentatré anni, in riferimento all’età di Cristo, mentre Bonifacio IX sviluppò un sistema di indulgenze a distanza, concesse previo pagamento e garantite dalle grandi banche fiorentine, prime a disporre di una rete finanziaria continentale. Il giubileo del 1400, non ufficialmente convocato, e quello del 1423, celebrato dopo la fine dello scisma d’Occidente, mostrarono come l’anno santo fosse ormai divenuto uno strumento centrale non solo di devozione, ma anche di politica ed economia. Nel Quattrocento il giubileo contribuì in modo decisivo alla trasformazione urbana di Roma. La tragedia del 1450 sul ponte Sant’Angelo, dove morirono 172 pellegrini travolti dalla folla, spinse Niccolò V a restaurare il ponte e a riorganizzare gli spazi di accesso alla città. Sisto IV fece costruire il ponte Sisto e avviò i lavori della Cappella Sistina proprio in vista del giubileo del 1475. Con Niccolò V e Alessandro VI il giubileo assunse anche una dimensione scenografica e rituale sempre più elaborata: l’apertura solenne della porta santa, destinata a richiudersi fino all’anno santo successivo, divenne uno dei gesti più potenti dell’immaginario cristiano. Intanto si definiva il sistema delle basiliche giubilari. Alle tombe di Pietro e Paolo si aggiunsero San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e, progressivamente, altre chiese extramuros, cioè fuori dalle mura aureliane: Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo e San Sebastiano. La visita a questi templi diede origine al percorso delle sette chiese, che san Filippo Neri avrebbe trasformato in una pratica processionale. Sul piano dottrinale, l’indulgenza venne sempre più precisata: solo Dio poteva perdonare il peccato, ma la Chiesa poteva ridurre la pena temporale da espiare in purgatorio, amministrando una sorta di contabilità spirituale che trasformava il tempo dell’aldilà in misura terrena. In due secoli il giubileo divenne una delle più grandi manifestazioni collettive del cattolicesimo, capace di intrecciare fede e paura, redenzione e denaro, spiritualità e potere. Nato da una voce popolare e legittimato da un atto pontificio, finì per modellare città, coscienze e istituzioni. In fondo, il giubileo racconta qualcosa di universale: il bisogno umano di dare una forma al tempo e di immaginare una soglia oltre la quale tutto possa essere rinnovato. Attraversare una porta, reale o simbolica, significa credere che la storia non sia una condanna irrevocabile, ma uno spazio aperto in cui la colpa può trasformarsi in attesa, e l’attesa in speranza.
Favria, 9.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La gratitudine rende ogni giorno speciale. Felice mercoledì.
9 settembre 1943.
La corazzata italiana Roma viene affondata dai tedeschi nel Golfo dell’Asinara: muoiono oltre 1.300 uomini.
Le mani che parlano: un viaggio nella nascita della lingua dei segni
Nel 1620, un sacerdote spagnolo di nome Juan Pablo Bonet guardò il mondo con occhi diversi. Mentre molti insegnanti trattavano i bambini sordi con urla e coercizione, lui vedeva possibilità là dove gli altri vedevano limiti. Decise di scrivere un libro, Riduzione delle lettere ai loro elementi primitivi e arte per insegnare ai muti a parlare, un trattato che non solo spiegava come articolare le parole, ma introduceva anche un alfabeto manuale: ogni lettera poteva essere “detta” con le mani, trasformando il gesto in parola. Questo alfabeto si ispirava a un’antica tecnica musicale, la “mano guidoniana” del monaco Guido d’Arezzo, che associava le note musicali a dita e nocche, permettendo ai cantori di leggere la musica con gli occhi e la mente. Bonet compì un passo simile: trasformò le mani in strumenti di comunicazione, dimostrando che la voce non è l’unico mezzo per esprimersi. Le mani potevano cantare, raccontare, chiedere e rispondere. Da allora, milioni di mani in tutto il mondo hanno continuato a parlare, a condividere pensieri e emozioni, dando vita a lingue dei segni ricche e vive. E in questo miracolo quotidiano c’è una verità semplice e luminosa: comunicare non significa solo pronunciare parole, ma trovare modi per connettersi con chi ci sta accanto. Ogni gesto, ogni segno, è un ponte invisibile che trasforma il silenzio in dialogo e la diversità in comprensione. Forse la più grande lezione di Bonet è proprio questa: il limite non è mai davvero una barriera, ma l’inizio di un linguaggio nuovo, capace di illuminare il mondo con le mani.
Favria, 10.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii vicino a chi ha bisogno di te. Felice giovedì.
10 settembre 1898.
L’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi, viene assassinata a Ginevra dall’anarchico Luigi Lucheni.
Ritrovato l’inno perduto di Babilonia.
Recentemente un team internazionale di ricercatori ha compiuto una straordinaria scoperta nel mondo degli studi mesopotamici: l’inno di Babilonia, risalente a circa 1000 a.C., è stato finalmente decifrato e ricostruito. Lo studio, guidato dal professor Enrique Jiménez dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco (LMU), in collaborazione con l’Università di Baghdad, ha utilizzato avanzate tecnologie di intelligenza artificiale per analizzare frammenti di tavolette d’argilla in scrittura cuneiforme provenienti dalla celebre biblioteca di Sippar. Grazie alla piattaforma digitale Babylonian Text Corpus, i ricercatori hanno individuato trenta manoscritti aggiuntivi, completando così un puzzle millenario che sembrava impossibile da ricostruire. L’inno, composto da 250 versi, offre una testimonianza unica della vita e della cultura babilonese, descrivendo con dovizia di particolari la bellezza della città e il ruolo vitale dell’Eufrate nel fertilizzare campi e prati: “L’Eufrate è il suo fiume, fondato dal saggio signore Nudimmud. / Disseta la prateria, satura i canneti, / riversa le sue acque nella laguna e nel mare, / i suoi campi fioriscono di erbe e fiori…”. Il canto non si limita a celebrare la natura e la ricchezza dei territori, ma offre anche scorci sulla società babilonese: dalle sacerdotesse e al loro ruolo religioso, alla gentilezza degli abitanti verso i visitatori stranieri. Un inno che unisce la precisione storica alla poesia, rivelando la civiltà babilonese nella sua complessità e nella sua bellezza. In questo inno, millenni di storia sembrano risuonare ancora oggi: la capacità dell’uomo di celebrare la propria città, la propria terra e la propria cultura resta immutata nel tempo. Forse ogni civiltà, per quanto lontana, ci ricorda che la memoria, la bellezza e la gentilezza sono fili invisibili che legano le generazioni attraverso i secoli.
Favria, 11.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Onoriamo chi non c’è più e viviamo con responsabilità. Felice venerdì.
11 settembre 2001.
Gli attentati negli Stati Uniti contro le Torri Gemelle e il Pentagono cambiano profondamente la storia del XXI secolo.
Il silenzio che parla: viaggio tra parola, ascolto e interiorità.
La parola può essere un sintomo d’affetto, ma anche il silenzio lo è. Emily Dickinson lo sapeva bene quando scriveva che la comunicazione più perfetta non è udita da nessuno, perché la sua conferma risuona dentro. Nei suoi versi, la poetessa lascia spazio a un dialogo segreto tra parola e vuoto, un intreccio che chiede pause, respiri, spazi bianchi che diventano parte stessa del significato.
Il silenzio “bianco”, quello che contiene tutti i colori delle parole, è il linguaggio dei veri innamorati. Quando le frasi si esauriscono e resta solo uno sguardo, il non detto parla più di qualsiasi dichiarazione. Così avviene nell’amore, e così nella fede: le parole non bastano, e il silenzio diventa l’unica forma capace di ospitare l’invisibile.
Basta pensare ai “sovrani silenzi” di Leopardi, a quell’“infinito silenzio” che gli permette di abbracciare “l’eterno” e le stagioni della vita. È un silenzio che non è assenza, ma apertura: una porta su ciò che eccede le nostre voci.
Eppure il nostro tempo sembra temerlo. Abbiamo paura del vuoto, riempiamo ogni attimo di rumore, parole, musica, notifiche. Il silenzio, invece di essere un luogo abitabile, viene spesso soffocato da un frastuono che anestetizza. Etty Hillesum, nel suo diario, in un contesto storico tragico, annotava un’altra verità: «In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole che stancano perché non riescono a esprimere nulla». Il silenzio può essere ricco, ma può anche essere “nero”, una cavità che spaventa e da cui si fugge attraverso un suono sempre più alto, come il volume assordante delle discoteche, simbolo di una fuga collettiva da se stessi.
Per ascoltare davvero l’altro, però, occorre coltivare un altro tipo di silenzio: non il tacere fisico, ma il silenzio interiore. È un atteggiamento, una disponibilità ad accogliere la parola che l’altro affida. È una postura del cuore, prima ancora che dell’orecchio.
E torna qui, potente come un sigillo, la voce di Emily Dickinson: «Silenzio è quanto temiamo. C’è riscatto in una voce. Ma silenzio è infinità».
Il silenzio, in fondo, non è solo un’esperienza emotiva o estetica: è una categoria filosofica. Ci ricorda che l’essere non si esaurisce nella parola, e che la verità non sempre si lascia dire. I filosofi hanno spesso insistito su questo punto: da Platone a Heidegger, l’essenziale sfugge alla chiacchiera e si manifesta solo in un atteggiamento di ascolto radicale. Nel silenzio, l’uomo non perde sé stesso, ma torna alla propria sorgente. Qui può interrogarsi senza filtri, riconoscere la propria finitudine e allo stesso tempo aprirsi alla totalità di ciò che è.
Il silenzio non è un vuoto da riempire ma uno spazio da abitare. È il luogo in cui maturano le decisioni autentiche, dove la coscienza si fa limpida e la parola, quando finalmente nasce, possiede un peso che prima non aveva. Per questo il silenzio non è solo assenza di rumore: è l’origine di ogni discorso che voglia essere vero. In esso l’essere umano incontra sé stesso e, forse, l’infinito.
Favria, 12.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii luce anche nei momenti difficili. Felice sabato.
12 settembre 1943.
Otto Skorzeny libera Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso in una spettacolare operazione militare tedesca.
Chi uccise Pico della Mirandola?
La morte di Giovanni Pico della Mirandola, avvenuta a Firenze il 17 novembre 1494 a soli trentun anni, fu sin da subito circondata dal sospetto. Il giovane filosofo, infatti, trascorse le ultime ore preda di febbri violente e deliri, esattamente come l’amico e poeta Agnolo Poliziano, morto poche settimane prima con sintomi molto simili. Già i contemporanei pensarono a un possibile avvelenamento, ma nel tempo si fecero strada ipotesi alternative: tra queste, quella della sifilide fulminante, malattia appena comparsa in Europa dopo la scoperta delle Americhe. Le cronache e i documenti successivi delineano un quadro complesso. Da un lato c’era il timore di Piero de’ Medici per la vicinanza di Pico alle tesi di Savonarola, da lui detestate; dall’altro si ipotizzarono vendette personali legate a un amore proibito. Nel 1486, infatti, Pico aveva vissuto una breve ma intensa relazione con Margherita, moglie di Giuliano di Mariotto de’ Medici, gabelliere ad Arezzo. Una fuga d’amore finita con l’arresto del filosofo, salvato solo dall’intervento di Lorenzo il Magnifico, che tacitò lo scandalo con un consistente risarcimento. Non mancavano poi sospetti legati a eredità familiari, debiti o gelosie di corte. Ma, per secoli, le prove di un assassinio non emersero mai. Tutto cambiò tra il 2007 e il 2013, quando un’équipe internazionale coordinata da Gianni Gallello riesumò e analizzò i resti di Pico e Poliziano, sepolti nel convento fiorentino di San Marco. Le ricerche, condotte con tecniche avanzate di antropologia, genetica e microscopia, confermarono l’identità dei resti e esclusero definitivamente la sifilide: nessuna traccia delle tipiche lesioni ossee. Al contrario, le immagini al microscopio elettronico di un’unghia del piede sinistro di Pico mostrarono una banda di leuconichia riconducibile a un’esposizione tossica all’arsenico. Le analisi chimiche rivelarono livelli della sostanza fino a 29 μg/g, quantità potenzialmente letale. Diverso il caso di Poliziano, i cui resti mostravano concentrazioni minori compatibili con un’esposizione cronica o ambientale. I risultati, pubblicati nel 2018 sul Journal of Forensic and Legal Medicine, dimostrano che Pico fu avvelenato con arsenico. Ma da chi? Il principale indiziato, secondo il cronista veneziano Marin Sanudo, sarebbe il segretario del filosofo, Cristoforo da Casalmaggiore. Nei Diari (1496–1533), Sanudo riferisce che nel 1497 cinque uomini furono arrestati a Firenze con l’accusa di complotto per restaurare il potere di Piero de’ Medici. Sottoposti a interrogatorio e tortura, confessarono varie colpe: tra queste, Cristoforo ammise di aver accelerato la morte di Pico, anche per incassarne la cospicua eredità lasciata a lui e al fratello Martino. Una rivelazione che, secondo il cronista, fino ad allora era rimasta segreta. Nel corso dei secoli non sono mancate interpretazioni più romanzesche, come quella che coinvolge addirittura Marsilio Ficino, grande amico di Pico. Secondo alcune congetture, avrebbe agito su pressione degli astrologi per impedire la diffusione delle Disputationes adversus astrologiam divinatricem, testo in cui Pico smontava sistematicamente la superstizione astrologica. Tuttavia, al di là della testimonianza di Sanudo, mancano prove concrete per attribuire con certezza il delitto a qualcuno. Dopo oltre cinquecento anni, il caso rimane dunque ufficialmente insoluto. Ma le analisi scientifiche hanno almeno squarciato il velo dell’incertezza sulla causa della morte: Giovanni Pico della Mirandola non fu vittima della malattia, bensì di un avvelenamento. Un delitto rinascimentale che, pur senza un colpevole definitivo, restituisce complessità e fascino alla figura di uno dei più straordinari intellettuali dell’epoca. E forse, tra gli enigmi della storia, questo è l’unico epilogo possibile: la verità sulla morte di Pico è riemersa, ma il suo assassino continua a restare nell’ombra.
Favria, 13.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. I sogni si realizzano con costanza e coraggio. Felice domenica.
13 settembre 1501.
Michelangelo inizia a lavorare al David, destinato a diventare uno dei simboli universali del Rinascimento.
Cum Panis: il pane che fa i compagni.
A volte basta una memoria onesta per rimettere ordine nelle parole. Mario Rigoni Stern lo sapeva, e lo ha scritto con la semplicità che distingue chi non ha bisogno di alzare la voce per dire l’essenziale. “Compagni”, diceva, è un nome bello e antico, da non lasciare in disuso, perché viene da cum panis: coloro che mangiano lo stesso pane. Non chi dorme nello stesso luogo, non chi impugna la stessa arma, ma chi condivide il pane e, con esso, l’esistenza intera: gioia, lavoro, lotta, sofferenza. Per questo i resistenti erano Compagni: avevano diviso il pane quando c’era fame, ma soprattutto avevano vissuto insieme il pane della libertà, il più difficile da conquistare e da conservare. Il pane, qui, non è metafora gentile: è misura di realtà. È il pane dell’esistenza e dell’amicizia, quello che attraversa i miti e la letteratura. Achille e Patroclo, Eurialo e Niso, Gargantua e Pantagruel sono compagni perché condividono il pane prima ancora dell’impresa. È anche il pane del viaggio, umano e divino, da quando la fractio panis ha individuato nell’Eucaristia il gesto che accompagna il cammino dell’uomo. “Ecce panis angelorum, factus cibus viatorum”: pane degli angeli, fatto cibo dei viandanti. Il pane non ferma: sostiene mentre si va. Lo capirono i discepoli di Emmaus, quando tutto sembrava concluso. Riconobbero il senso, e il volto, nello spezzare il pane. Non in un discorso, non in una spiegazione, ma in un gesto condiviso. Il pane suggella il patto e rende compagni per sempre. Accresce la solidarietà, trasforma la vicinanza in società. Non a caso, dal pane nasce anche il compagnonnage: il consorzio dei mestieri, il sapere che passa di mano in mano, la bottega come luogo di trasmissione e di destino comune. Il termine francese compagnonnage si traduce in italiano come “compagnonaggio” o “consociazione” e si riferisce a un sistema di organizzazione professionale e apprendistato, con forti componenti di cameratismo, viaggi di formazione e trasmissione di saperi “da bocca a orecchio”, specialmente in mestieri come scalpellini e carpentieri. L’Ottocento vede l’espansione di questa coscienza, dal compagnonnage itinerante dei Vecchi Credenti russi fino alla nascita della coscienza di classe operaia. Sempre pane condiviso, sempre una Gesellschaft che si fonda su ciò che si mangia insieme. Ma non c’è pane di compagno senza companatico. Ed è qui che la solidarietà, da sempre, scricchiola. Senofonte racconta con ironia la lezione di Socrate a tavola: chi mangia molto companatico e poco pane non è un compagno, è un opsofago. Colui che consuma il meglio, spesso altrui, senza condividere la base comune. È un apologo antico, ma terribilmente attuale. Oggi il companatico è diventato sottile, quasi trasparente, mentre crescono a dismisura gli opsofagi: quelli che vivono di aggiunte, di esclusività, di sapori separati dal pane comune. Sono sparite le tavole d’attesa con pane e salame, l’accoglienza elementare che precedeva il pasto. Anche l’ospitalità si è fatta timida, filtrata, quasi imbarazzata. Rimane l’olio, quando va bene; scompare il pane condiviso, perché l’aglio disturba, perché l’odore imbarazza, perché la semplicità sembra fuori luogo. E così, insieme al pane, si ritirano i compagni. Restano individui affiancati, non più commensali. Il pane non crea comunità da solo: chiede mani che lo spezzino e bocche che accettino di mangiare la stessa cosa. Dove il pane è comune, la vita è ancora discutibile, condivisibile, perfino conflittuale, ma non solitaria. Dove ognuno difende solo il proprio companatico, resta la fame mascherata dall’abbondanza. Forse oggi non manca il pane, ma il coraggio di chiamarci di nuovo compagni. E senza quel cum panis, anche la tavola più ricca diventa un luogo vuoto, dove si mangia molto e non si condivide nulla.
Favria, 14.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Abbracciamo il cambiamento e cresciamo resilienti ogni giorno. Felice lunedì.
14 settembre 1321.
Muore a Ravenna Dante Alighieri, autore della Divina Commedia e padre della lingua italiana.
A settembre, torna a donare. La solidarietà non va in ferie.
Le vacanze sono finite, le valigie sono ormai riposte e lentamente si torna alla vita di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa che non può aspettare: il bisogno di sangue. Ogni giorno c’è qualcuno che attende una trasfusione per affrontare un intervento, una terapia, una malattia. Per quella persona, una sacca di sangue non è soltanto un dono: è tempo, è speranza, è vita.
DONAZIONE DI SANGUE MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE 2026 a Favria, cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20
Dopo l’estate, settembre è il momento giusto per ripartire con un gesto concreto. Bastano pochi minuti del tuo tempo per fare una differenza enorme nella vita di qualcun altro.
Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, sempre più importante per la produzione di farmaci indispensabili e salvavita.
Prenotazione obbligatoria: cell 333 171 4827 oppure mail favria@fidasadsp.it
Ricorda di portare con te un documento d’identità.
Il sangue non si fabbrica. Non si compra. Non si conserva all’infinito. Può arrivare soltanto da una persona che sceglie di donare.
A settembre, quando torni alla tua quotidianità, riparti anche con un gesto di solidarietà.
Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza. La differenza puoi farla tu.
MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE: SCEGLI DI ESSERCI.
Una donazione può diventare una speranza. E quella speranza può salvare una vita.