Settembre, il mese del passaggio.
Settembre è il nono mese dell’anno secondo i calendari giuliano e gregoriano, ma nel calendario romano era il settimo, da cui il suo nome derivato dal latino septem, sette. Nel corso dei secoli, il mese ha conosciuto nomi diversi e vicende curiose: Caligola lo chiamò "Germanico" in onore del padre, Domiziano lo rinominò per celebrare una vittoria sui Catti, e Commodo tentò di trasformarlo in Amazonius. Anche nella rivoluzione francese settembre segnava un confine temporale: la fine dell’anno agricolo e civile con il mese di Fruttidoro e i giorni dei Sanculottidi, per poi entrare nel primo mese del nuovo calendario, Vendemmiaio.
Settembre è sempre stato percepito come un momento di passaggio, tra estate e autunno. Gli astronomi sanno che intorno al 22 o 23 il Sole attraversa l’equinozio d’autunno, e giorno e notte si equivalgono, segnando l’inizio della stagione più buia. Per i pastori significava scendere dai pascoli di montagna verso la pianura, guidando greggi e mandrie lungo sentieri antichi, con il sapore del formaggio e il ritmo dei canti a scandire il cammino. Per i contadini era tempo di vendemmia e semina, un doppio movimento tra compimento e rinascita: i grappoli maturi venivano raccolti, esposti al sole e conservati, mentre sotto terra i semi iniziavano il lento lavoro per l’anno successivo.
Settembre è anche un mese di memoria e di eventi storici: dall’occupazione di Roma nel 1870 all’annuncio dell’armistizio nel 1943, fino alle tragedie contemporanee come l’11 settembre 2001, la storia segna questo mese con luci e ombre, vittorie e dolori. Le parole derivate dal nome del mese: settembrino, settembrile, settembreccia, raccontano di un tempo sospeso, di clima, frutti maturi, vendemmie e fatiche contadine. E i modi di dire antichi ricordano il legame stretto tra il ciclo naturale e la vita quotidiana: aria settembrina, acqua settembrina, sole settembrino, segnali di cambiamento e di preparazione. Nel linguaggio storico e politico, settembre ha segnato violenze e rivoluzioni, come le stragi della Rivoluzione francese, che hanno dato origine a termini come settembrizzare o settembrizzatore. Ma ha anche dato origine a feste, ricorrenze e rituali che celebrano la fine del raccolto e l’inizio di una nuova stagione. Settembre, dunque, non è solo il mese dei ritorni e delle scadenze: è un tempo in cui la natura e la storia si incontrano, in cui la luce e l’ombra si equilibrano, in cui il compimento e il nuovo inizio convivono nello stesso respiro. In questo senso, settembre ci ricorda che ogni fine porta con sé un principio, e che il passaggio tra stagioni è anche un passaggio dentro noi stessi.
Favria, 1.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Coltiviamo la pace dentro ed intorno a noi. Felice martedì.
1 settembre 1939.
La Germania invade la Polonia: inizia la Seconda guerra mondiale in Europa.
1 settembre 1985.
Viene scoperto il relitto del Titanic, a circa 4.000 metri di profondità nell’Atlantico, 73 anni dopo il naufragio.
Benvenuto, settembre.
Benvenuto, settembre, dolce mese,
che porti il primo brivido del vento,
lasci alle spalle l’oro dell’estate
e accendi nel domani un nuovo intento.
Per Roma eri il settimo, nel nome,
ma oggi sei nono, stagione nuova;
tra vigne e campi maturano i frutti,
e ogni fatica una speranza trova.
Settembre è tempo di ricominciare,
di raccogliere il bene seminato,
di guardare più avanti e non temere.
Nel cielo un sole mite torna a brillare:
ogni tramonto lascia un fiore nato,
ogni settembre insegna a rinnovare.
La Madonna che libera.
C’è un’immagine custodita da secoli nella chiesa di San Giorgio a Valperga che merita di essere riscoperta. Un’antica icona della Madonna Liberatrice, legata a una devozione locale che affonda le sue radici nella metà del Seicento, sarà al centro di un appuntamento culturale capace di unire storia, arte, fede e memoria.
Domenica 6 settembre 2026, alle ore 17, nella chiesa di San Giorgio a Valperga, gli “Amici di San Giorgio” invitano la comunità a seguire “Sulle tracce di una devozione secolare di Valperga mediata da una antica icona della chiesa di San Giorgio”.
Al centro dell’incontro ci sarà la presentazione del volume “Liberatrix Fidelium – vita e opere di padre Bonaventura Relli da Palazzolo Vercellese”, curato dal professor Donato Martucci, dell’Università del Salento e dell’Accademia di Belle Arti di Lecce.
Ma che cosa rende così particolare quella Madonna custodita a San Giorgio?
Si tratta di un disegno a china su fondo di seta, raffigurante la Madonna Platytera, la “più ampia”, con la Vergine rappresentata frontalmente, in piedi, con le braccia aperte e le mani alzate nella posizione della Madonna Orante. Sul ventre, all’interno di un ovale, appare il Bambino: un’immagine che richiama il mistero del concepimento di Gesù.
Un’iconografia antichissima, già diffusa a Costantinopoli e legata alla tradizione delle icone bizantine. Un’immagine che, arrivata fino a Valperga, ha attraversato secoli di storia e di devozione.
In basso, quasi a spiegare il significato profondo dell’opera, compare una scritta latina destinata a incuriosire: “Liberatrix Fidelium”, cioè “Liberatrice dei fedeli”.
L’autore dell’opera è fra Bonaventura Relli da Palazzolo Vercellese, frate Minore Francescano, figura legata alla stagione della Controriforma e alla difesa della fede cattolica in un periodo storico segnato da profonde tensioni religiose. La sua attività lo portò anche lontano dal Piemonte, fino in Albania, dove si impegnò nel contrasto all’avanzata ottomana.
Proprio il contesto storico e religioso nel quale l’opera venne realizzata permette di dare alla misteriosa espressione Liberatrix Fidelium una lettura particolarmente suggestiva: la Madonna come liberatrice dai pericoli dello scisma e dell’eresia.
Le informazioni sull’icona, sulla sua particolare iconografia e sul significato della devozione valperghese sono tratte dal volume La chiesa di San Giorgio in Vaperga, Edizioni Nautilus, 2010, Capitolo V, a cura della professoressa Paola Marotti Cavallito. È proprio da questa documentazione che emerge il legame tra l’antica immagine della Madonna e la storia religiosa di Valperga.
È dunque molto più di un’immagine antica. È una piccola testimonianza di un’epoca, un frammento di storia conservato tra le mura di San Giorgio e una traccia di quella devozione popolare che, generazione dopo generazione, ha accompagnato la comunità valperghese.
L’incontro sarà introdotto dai brevi interventi del presidente degli “Amici di San Giorgio” Livio Frasca, della professoressa Paola Marotti Cavallito e di Piero Vacca Cavalotto.
Un’occasione per entrare in San Giorgio con uno sguardo diverso: non soltanto per ammirare un’antica opera, ma per provare a comprendere quale storia si nasconda dietro quell’immagine, chi l’abbia realizzata e perché, da oltre tre secoli, abbia continuato a parlare alla gente di Valperga.
Domenica 6 settembre, alle 17, San Giorgio sarà ancora una volta il luogo dove il passato incontra il presente. E forse, osservando quella Madonna, qualcuno potrà scoprire una storia che era sempre stata lì, davanti ai suoi occhi.
Fonte: Paola Marotti Cavallito (a cura di), La chiesa di San Giorgio in Vaperga, Edizioni Nautilus, 2010, capitolo V.
Dove finiscono le strade e cominciano i sapori.
La valigia era leggera, ma dentro c’era già una fame sottile. Non di cibo soltanto, bensì di altrove. Ogni viaggio comincia così: con un desiderio che non sa ancora dire il proprio nome. Le strade scorrono, i paesaggi cambiano, e a un certo punto capisci che non stai più andando verso un luogo, ma verso un incontro.
Succede spesso davanti a un tavolo. Un tavolo qualunque, imperfetto, magari scheggiato, apparecchiato senza cerimonia. Il primo morso è sempre un passo oltre il confine. Ha il sapore dell’ignoto e della fiducia, di mani che cucinano come hanno sempre fatto, senza spiegazioni. In quel gesto antico c’è una lingua che non ha bisogno di essere tradotta.
Il viaggio entra nel corpo piano, come una spezia che scalda senza bruciare. I profumi si mescolano ai rumori della strada, alle voci che non capisci ma che impari a riconoscere. Ogni piatto è una storia breve: parla di attese, di stagioni, di necessità diventate tradizione. Mangiare diventa un modo per ascoltare, per dire “sono qui” senza alzare la voce.
C’è una lentezza che si impara solo lontano da casa. Il tempo si siede accanto a te, non ha fretta. Ti insegna che alcune cose hanno bisogno di cuocere piano, di riposare, di essere condivise. In quei momenti, il viaggio smette di essere movimento e diventa presenza.
Quando riparti, porti con te molto più di quanto avevi previsto. Un gusto che ritorna all’improvviso, un odore che ti sorprende in una sera qualunque, una nostalgia che non fa male. Capisci allora che certi luoghi non li hai semplicemente visitati: li hai lasciati entrare.
Forse viaggiare è proprio questo atto silenzioso di apertura. Sedersi davanti al mondo come davanti a un piatto sconosciuto, accettando di non sapere tutto. Perché ciò che davvero ci nutre non è solo ciò che riconosciamo, ma ciò che siamo disposti ad assaggiare. E in quel gesto semplice, fragile, profondamente umano, impariamo a vivere un po’ più lentamente, e un po’ più veri.
Favria, 2.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni nuovo giorno porta nuove possibilità. Felice mercoledì.
2 settembre 1945.
Il Giappone firma la resa a bordo della USS Missouri: termina ufficialmente la Seconda guerra mondiale.
Hwacha: il primo sistema di razzi multipli della storia coreana.
Lo Hwacha era un’arma d’artiglieria mobile sviluppata in Corea durante la dinastia Joseon nel XV secolo. Il suo nome significa letteralmente “carro di fuoco” e rappresenta uno dei primi esempi conosciuti di sistema a lancio multiplo di razzi.
L’arma consisteva in un carro a due ruote dotato di una piattaforma forata, capace di ospitare e lanciare contemporaneamente fino a 100–200 frecce-razzo incendiarie, note come singijeon. Questi razzi erano propulsi da polvere da sparo e avevano lo scopo di saturare il campo di battaglia con un grande volume di fuoco a distanza.
Lo Hwacha venne sviluppato in un periodo in cui la Corea doveva rafforzare le proprie difese contro le minacce esterne, in particolare le invasioni giapponesi. Il suo impiego più celebre avvenne durante le invasioni giapponesi della Corea (1592–1598), quando le forze Joseon, spesso in alleanza con la dinastia Ming cinese, lo utilizzarono contro le truppe di Toyotomi Hideyoshi.
Uno degli episodi più noti è la battaglia di Haengju (1593), dove l’uso coordinato dello Hwacha contribuì in modo decisivo alla difesa della fortezza coreana contro un esercito numericamente superiore.
Lo Hwacha è considerato una delle innovazioni più avanzate dell’Asia orientale premoderna nel campo delle armi da guerra. Rappresenta un chiaro esempio di come la polvere da sparo fosse già stata integrata in sistemi d’arma complessi molto prima dell’età industriale europea.
Per concezione, lo Hwacha ricorda sorprendentemente le moderne armi a razzi multipli (MLRS): sistemi capaci di saturare un’area con un elevato volume di fuoco in pochi secondi. Pur essendo tecnologicamente semplice rispetto agli standard odierni, il suo principio operativo, colpire ampie zone con scariche simultanee, rimane lo stesso che si ritrova nei lanciarazzi moderni.
Favria, 3.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sorridi alla vita e il mondo ti sorriderà. Felice giovedì.
3 settembre 1783.
Con il Trattato di Parigi termina la guerra d’indipendenza americana e la Gran Bretagna riconosce l’indipendenza degli Stati Uniti.
Quando il potere non ha limiti: da Roma antica alle lezioni per il presente.
In un’epoca in cui l’idea del potere assoluto torna a esercitare un certo fascino, la storia dell’Impero romano offre un laboratorio straordinario e inquietante su cosa accade quando il controllo del potere si indebolisce o scompare del tutto. Secondo una visione tradizionale della storia, Roma si propose come portatrice di civiltà nel mondo conosciuto, ma lo fece attraverso una struttura imperiale in cui la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo poteva trasformarsi facilmente in arbitrio. Come ricordava Lord Acton, “il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Nel passaggio dalla Repubblica all’Impero, con l’ascesa di Augusto dopo la vittoria su Marco Antonio, il sistema cambiò radicalmente: le istituzioni repubblicane rimasero formalmente in vita, ma il baricentro del potere si spostò progressivamente verso l’imperatore. In teoria il Senato continuava a rappresentare un contrappeso, ma nella pratica la sua capacità di controllo era sempre più fragile, soprattutto quando l’autorità imperiale diventava autoritaria o instabile.
Con imperatori come Tiberio, il governo si spostò progressivamente verso una gestione distante e sospettosa del potere, spesso accompagnata da una crescente tensione con le élite senatorie. In molti casi, il sistema non si rompeva formalmente, ma si svuotava dall’interno: paura, opportunismo e silenzio sostituivano il confronto politico.
Il caso di Caligola è diventato emblematico della degenerazione del potere personale. Le fonti antiche, spesso ostili, lo descrivono come un sovrano dominato dalla paranoia e dalla spettacolarizzazione del potere. Al di là delle esagerazioni storiche, la sua figura è rimasta simbolo di ciò che accade quando l’autorità non incontra limiti efficaci.
Anche con Nerone e successivamente con altri imperatori del I e II secolo, emerge un elemento ricorrente: il potere personale tende a rafforzarsi attraverso reti di fedeltà, controllo militare e propaganda, mentre le istituzioni diventano sempre più marginali.
In questo contesto, il ruolo dell’esercito e delle élite diventa decisivo. L’imperatore non è mai completamente “incontrollabile”: la sua stabilità dipende da equilibri precari, e molti sovrani finiscono infatti travolti da congiure, rivolte o crisi interne. Anche figure come Commodo o Caracalla mostrano come il potere assoluto, privo di contrappesi, possa degenerare in violenza, instabilità e isolamento politico.
Persino tentativi di “sacralizzare” il potere, come nel caso di Diocleziano, avevano l’obiettivo di rafforzare l’autorità imperiale rendendola intoccabile. Ma questa sacralizzazione non eliminò la fragilità del sistema: la forza non sostituì mai davvero il consenso, e l’impero rimase esposto a crisi ricorrenti.
In definitiva, la storia romana non racconta solo il trionfo dell’Impero, ma anche la sua fragilità strutturale quando il potere si concentra senza veri limiti. L’assenza di controllo istituzionale efficace non produce stabilità, ma spesso paura, arbitrarietà e conflitto. Paradossalmente, anche la democrazia non è immune da rischi. Se il potere assoluto concentra tutto in un solo vertice, la democrazia può disperdere la responsabilità e diventare vulnerabile a fenomeni come la manipolazione dell’opinione pubblica, il populismo o la polarizzazione estrema.
Inoltre, quando il dibattito pubblico si impoverisce o quando la complessità viene ridotta a slogan, anche i sistemi democratici possono produrre decisioni fragili o instabili. La libertà, senza cultura civica e senso del limite, può essere distorta tanto quanto il potere assoluto.
Tuttavia, la lezione della storia rimane chiara: i sistemi democratici, pur imperfetti, hanno il vantaggio fondamentale di distribuire il potere e di prevedere meccanismi di controllo reciproco. Il loro rischio non è l’abuso di uno solo, ma la responsabilità di tutti nel mantenerli vivi, critici e consapevoli.
Favria, 4.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno seguiamo il cuore, ascoltando la nostra voce interiore. Felice venerdì.
4 settembre 476.
Odoacre depone Romolo Augustolo: la tradizione indica questo giorno come la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Teutoburgo, il giorno in cui Roma si fermò: la disfatta che cambiò il destino dell’Impero.
Agli inizi dell’era cristiana Roma sembrava invincibile. Augusto aveva consolidato il proprio potere e stava plasmando un impero destinato, nelle sue intenzioni, a non avere confini. Le legioni avanzavano senza sosta e la Germania appariva solo l’ennesima tappa di un’espansione inevitabile. Ma nel settembre del 9 d.C., in tre giorni drammatici, questa illusione si infranse nelle foreste e nelle paludi della Germania settentrionale. Lì, a Teutoburgo, tre intere legioni romane vennero annientate, segnando uno spartiacque nella storia di Roma e dell’Europa. Da poco più di mezzo secolo il Reno delimitava il confine romano. Giulio Cesare lo aveva raggiunto durante la conquista della Gallia, ma fu Augusto a trasformarlo in una base operativa per un progetto più ambizioso: spingere il dominio romano fino all’Elba. Lungo il fiume sorsero grandi basi legionarie e, ogni primavera, le truppe penetravano sempre più a fondo in territorio germanico, costruendo forti, imponendo tributi e mostrando la forza di Roma. In autunno tornavano indietro, convinte che la sottomissione fosse ormai definitiva. Quando nel 7 d.C. la regione sembrò pacificata, Augusto affidò la nuova provincia di Germania Magna a Publio Quintilio Varo. Era un uomo vicino all’imperatore, con esperienza amministrativa, ma inadatto a governare un territorio appena conquistato. Trattò i germani come sudditi di lunga data, imponendo leggi e tasse senza comprendere che si trattava di popoli abituati alla libertà e alla guerra. Peggio ancora, ignorò gli avvertimenti di Segeste, alleato di Roma, che lo metteva in guardia da una cospirazione in atto. Il vero artefice di quella trama era Arminio, capo dei cherusci. Cresciuto a Roma come ostaggio, ufficiale delle truppe ausiliarie e cittadino romano, conosceva perfettamente il modo di combattere delle legioni. Nell’autunno del 9 d.C., mentre accompagnava Varo in una spedizione nella Germania centrale, decise di tradire Roma. Con una falsa notizia di rivolta convinse il governatore a deviare dal percorso di rientro verso il Reno, trascinando un potente esercito, tre legioni con ausiliari e cavalleria, in un territorio ostile e insidioso. Fu l’inizio di un incubo. Le truppe romane avanzarono tra foreste fitte e paludi, rallentate dal maltempo, dai bagagli e dalla presenza di civili. Per tre giorni i germani colpirono senza sosta, evitando lo scontro diretto e sfruttando ogni debolezza. Come racconta Cassio Dione, pioggia e vento rendevano inutili scudi e giavellotti, mentre i nemici potevano attaccare e sparire con facilità. La disciplina si sgretolò, gli accampamenti divennero sempre più precari e la stanchezza fece il resto. Lo scontro finale avvenne presso un passaggio stretto, tra una collina e una palude, nell’area oggi identificata con Kalkriese. Qui Arminio aveva preparato la trappola decisiva. Le legioni, ormai allo stremo, tentarono disperate resistenze. Quintilio Varo, ferito e probabilmente sotto shock, si tolse la vita. L’esercito si dissolse: molti legionari morirono combattendo, altri annegarono nella fuga, altri ancora furono catturati e sacrificati. Le aquile delle legioni XVII, XVIII e XIX caddero in mano nemica. Roma aveva subito una delle peggiori sconfitte della sua storia. La notizia del disastro sconvolse l’Urbe. Si temette che le tribù germaniche dilagassero in Gallia e poi in Italia. Augusto, ormai anziano, ne fu profondamente colpito. Tuttavia Arminio non seppe sfruttare la vittoria. Roma reagì con decisione: Tiberio ristabilì l’ordine sul Reno e, poco dopo, Germanico guidò una dura controffensiva. Due delle tre aquile perdute furono recuperate, la terza solo molti anni dopo. Ma le legioni distrutte non vennero mai ricostituite e la provincia di Germania Magna fu definitivamente abbandonata. Il Reno divenne il confine stabile dell’impero. L’annientamento di tre intere legioni fu il massimo trionfo di Arminio, che per un attimo sognò di unificare i popoli germanici contro Roma. Quel sogno però si infranse presto contro le divisioni interne. Il capo cherusco entrò in conflitto con altri leader, perse alleati e vide la propria famiglia finire nelle mani dei romani. Secondo Tacito, la sua ambizione lo condusse infine alla morte, tradito dai suoi stessi congiunti. Eppure il suo nome rimase vivo: fu l’uomo che osò sfidare Roma nel momento della sua massima potenza e che ne arrestò per sempre l’espansione verso nord. Oggi l’archeologia conferma il racconto delle fonti antiche. I reperti di Kalkriese mostrano che Teutoburgo non fu un singolo scontro, ma una lunga e spietata battaglia combattuta su più chilometri. Monete, armi e resti umani raccontano la fuga disperata dei legionari e la precisione dell’imboscata. In quelle foreste umide Roma non perse solo un esercito, ma la certezza della propria invincibilità. Teutoburgo fu il momento in cui l’impero imparò che non tutti i confini potevano essere superati.
Favria, 5.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Donare porta gioia e dona senso alla vita. Felice sabato.
5 settembre 1972.
Alle Olimpiadi di Monaco un commando terroristico prende in ostaggio atleti israeliani, trasformando i Giochi in una tragedia.
Da Labdaco a MasterChef: quando cucinare non è solo fare like.
La cucina non è mai stata solo un atto di nutrimento: è cultura, scienza, estetica e, talvolta, potere. Tra i pionieri della storia gastronomica emerge Labdaco di Siracusa, vissuto nella Sicilia greca, considerato uno dei primi cuochi “professionisti” ricordati dalle fonti. Specializzato in pesce e aromi, Labdaco fondò una scuola ante litteram, formando allievi come Sofone e Damosseno, e conquistò fama in tutto il mondo ellenico. La sua arte dimostra che la cucina è un linguaggio che travalica epoche e confini, fatto di tecnica, creatività e cura dei dettagli.
Passando alla Roma imperiale, Marco Gavio Apicio incarna il lato più sontuoso e decadente del gusto. Gourmet per eccellenza, autore o ispiratore, del celebre De re coquinaria, creava piatti opulenti con selvaggina e salse di interiora di pesce, come il garum, espressione di un lusso che travalica la funzione alimentare. La sua vicinanza all’imperatore Tiberio non gli evitò una fine tragica per i troppi debiti: un monito per chi confonde opulenza e controllo.
Nel Medioevo italiano, Maestro Martino da Como cambiò le regole del gioco: con il suo De Arte Coquinaria, primo ricettario in volgare, codificò oltre 200 ricette con dosi, tempi e ingredienti precisi, rendendo la cucina comprensibile e riproducibile. Introdusse termini destinati a durare, come “polpetta”, dimostrando che anche la semplicità può diventare innovazione. Bartolomeo Scappi e Cristoforo Messisbugo portarono l’arte culinaria a livelli quasi teatrali: Scappi servì papi e imperatori, pubblicando nel 1570 l’Opera, un trattato ricco di tecniche ancora in uso, mentre Messisbugo organizzò il celebre “banchetto del secolo” per le nozze di Ercole II d’Este e Renata di Francia, conquistando l’ammirazione di Carlo V.
Il passo successivo fu in Francia, con François Pierre de La Varenne, padre della cucina moderna francese, che abolì le spezie esotiche in favore di ingredienti freschi e salse leggere, segnando la fine della cucina rinascimentale. Marie-Antoine Carême, pasticciere e cuoco sopraffino, elevò l’alta cucina a disciplina, servendo zar, re e Napoleone, e codificando l’organizzazione della cucina con un rigore quasi militare. Auguste Escoffier, erede ideale di Carême, introdusse la brigata, creando cucine professionali ordinate e globali, con il suo Le guide culinaire (1903) che raccolse migliaia di ricette e standardizzò procedure, rendendolo il primo “chef globale”.
E poi ci sono figure che mostrano il lato tragico del perfezionismo: François Vatel, famoso per il sontuoso banchetto in onore di Luigi XIV, si tolse la vita quando la fornitura di pesce freschissimo tardò, e François Massialot, cuoco per aristocratici, a cui dobbiamo la nascita della crème brûlée, dimostrando come innovazione e memoria gustativa possano sopravvivere ai secoli.
Oggi, tra reality televisivi e MasterChef, sembra che basti una telecamera e qualche urlo per essere riconosciuti come “maestri”. Piatti fotografati più che assaggiati, giudizi in 30 secondi, drammi da studio: la cucina è diventata spesso spettacolo, talvolta meme, più che disciplina. Eppure, se guardiamo alla storia, emerge una verità essenziale: cucinare è un atto filosofico. Ogni gesto, dalla scelta degli ingredienti alla preparazione, dal rispetto del fuoco alla cura dell’estetica, è un piccolo esercizio di equilibrio tra creatività e disciplina, tra desiderio e limite, tra effimero e duraturo.
La cucina, come la vita, richiede pazienza, coraggio e attenzione: chiunque può mescolare ingredienti, pochi sanno trasformarli in esperienza, memoria e arte. E forse il vero sapore non sta nel giudizio della telecamera, ma nel silenzioso piacere di chi ha cucinato con rispetto, tecnica e amore.
Favria, 6.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Respiriamo, rilassiamoci e godiamo delle piccole cose. Felice domenica.
6 settembre 1522.
La nave Victoria rientra in Spagna dopo aver completato la prima circumnavigazione della Terra iniziata da Magellano.
Il pesce che restituì i colori al lunedì.
Quando il timer suonò, alzò gli occhi dallo schermo. La sua giornata era scandita da una disciplina ferrea: cinquantacinque minuti di lavoro senza interruzioni, cinque minuti di respiro. Sopravviveva ai primi grazie ai secondi. L’aria che si concedeva non era quella vera, quella che entra nei polmoni quando si esce all’aperto, ma quella filtrata dalle notizie che scorrevano sul monitor: guerre, pubblicità, violenze, truffe. Un mondo che non ossigena, ma toglie fiato.
Dal sessantatreesimo piano, la città sembrava un film in bianco e nero. Auto grigie, palazzi beige, vetro e cemento. Tutto immobile, tutto uguale. E lui, dentro quell’acquario di vetro e silicio, immerso nella ripetizione.
Fu allora che alzò davvero lo sguardo.
Nel grande acquario tropicale dell’ufficio, incastonato come un’opera d’arte nel minimalismo aziendale, qualcosa si muoveva con una grazia che non apparteneva a quel mondo. Un pesce dai colori impossibili: blu elettrico, acquamarina, nero punteggiato di luce, arancione, giallo. Un’esplosione di vita compressa in pochi metri cubi d’acqua.
Lo osservò a lungo. Quelle tinte lo riportarono a un tempo in cui il mondo era ancora fatto di promesse, di strade verso il mare, di mani intrecciate, di viaggi scelti per amore. Si accorse che tutto, intorno a lui, aveva perso colore. Le auto, i vestiti, gli oggetti, le stanze. Come se la modernità avesse deciso che la bellezza fosse superflua.
Immerse la mano nell’acqua tiepida. Le bolle salivano lente, ricordandogli che anche lui respirava, anche se non se ne accorgeva più. Quando il pesce si avvicinò, provò ad afferrarlo. Forse per rabbia, forse per invidia. Gli ricordava ciò che aveva dimenticato: la meraviglia.
Il morso lo riportò alla realtà. Il sangue, il dolore, la certezza improvvisa di essere vivo.
Quella sera lo trovarono immerso nell’acquario, con la testa fuori dall’acqua e un sorriso sereno. Disse solo una parola: “I colori”.
Il giorno dopo fu costretto a fermarsi. Partì. Tornò dove tutto era cominciato. Riprese una mano che aveva lasciato andare troppo presto.
Perché a volte basta un dettaglio fuori posto, un pesce, una luce, una crepa nel vetro, per ricordarci che non siamo nati per sopravvivere, ma per vedere. E forse vivere non è altro che questo: non smettere mai di cercare i colori, anche quando il mondo insiste nel dipingersi di grigio.
Favria, 7.09.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni passo avanti è un successo. Felice lunedì.
7 settembre 1813.
Compare per la prima volta sulla stampa americana il nome “Uncle Sam”, destinato a diventare il simbolo degli Stati Uniti.
A settembre, torna a donare. La solidarietà non va in ferie.
Le vacanze sono finite, le valigie sono ormai riposte e lentamente si torna alla vita di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa che non può aspettare: il bisogno di sangue. Ogni giorno c’è qualcuno che attende una trasfusione per affrontare un intervento, una terapia, una malattia. Per quella persona, una sacca di sangue non è soltanto un dono: è tempo, è speranza, è vita.
DONAZIONE DI SANGUE MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE 2026 a Favria, cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20
Dopo l’estate, settembre è il momento giusto per ripartire con un gesto concreto. Bastano pochi minuti del tuo tempo per fare una differenza enorme nella vita di qualcun altro.
Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, sempre più importante per la produzione di farmaci indispensabili e salvavita.
Prenotazione obbligatoria: cell 333 171 4827 oppure mail favria@fidasadsp.it
Ricorda di portare con te un documento d’identità.
Il sangue non si fabbrica. Non si compra. Non si conserva all’infinito. Può arrivare soltanto da una persona che sceglie di donare.
A settembre, quando torni alla tua quotidianità, riparti anche con un gesto di solidarietà.
Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza. La differenza puoi farla tu.
MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE: SCEGLI DI ESSERCI.
Una donazione può diventare una speranza. E quella speranza può salvare una vita.
