Un viaggio tra storia, natura e curiosità.  LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Rubrica Cortese

Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

 Le mani Le mani sono il nostro primo linguaggio. Prima della parola, prima

della scrittura, prima persino del pensiero formulato, sono loro a farsi avanti: afferrano, cercano, proteggono, respingono. Le mani raccontano ciò che siamo e ciò che desideriamo essere. Portano i segni del lavoro, dell’amore, della cura e della fatica; conservano memorie che la mente spesso dimentica, ma che la pelle continua a custodire.

Sono strumenti di pace e nello stesso tempo ombre di guerra. La stessa mano che accarezza può colpire, quella che offre rifugio può chiudersi in un pugno. È in questa dualità che risiede la loro forza simbolica: la mano tesa è promessa di fiducia, la mano alzata è dichiarazione di conflitto. Stringere la mano significa aprire un passaggio, riconoscere l’altro, accettare un incontro. È un gesto antico, universale, che supera le lingue e le differenze. Una mano che si tende è un ponte, una forma primordiale di pace.

Eppure basta un movimento improvviso per modificare completamente il significato: la mano che si solleva, rigida, può diventare minaccia, comando, violenza. Ogni società ha conosciuto questa ambivalenza. Le mani sono il luogo del fare, ma anche del disfare; del costruire e del distruggere; del creare futuro e del ripetere antiche ferite. Forse proprio per questo continuano a esercitare su di noi un potere così profondo: ci costringono a riconoscere che il bene e il male passano attraverso gli stessi gesti, gli stessi strumenti, la stessa fragile umanità.

Le mani sono anche un territorio di incontro. Parlano attraverso i loro segni: rughe sottili che somigliano a mappe, cicatrici che raccontano incidenti o apprendistati, calli che ricordano mestieri tramontati, tremori che svelano emozioni trattenute. Ogni mano è un archivio vivente, un frammento di storia personale che si lega alla storia collettiva. Guardarle significa ascoltare senza parole, accogliere ciò che l’altro porta con sé.

A volte basta osservare come due mani si avvicinano per comprendere l’intensità di un incontro: esitazioni, slanci, resistenze, attese. In quel momento le mani diventano specchi, strumenti di contatto, dichiarazioni di presenza. Nessun gesto è mai neutro: ogni stretta, ogni tocco, ogni rinuncia a tendere la mano lascia una traccia.

La loro forza simbolica nasce dalla loro vulnerabilità. Sono esposte, delicate, continuamente a rischio. Proprio per questo, quando si aprono verso qualcuno, il gesto ha il peso di una scelta, di una fiducia rinnovata. La mano che si tende dice: non ho soldi. La mano che si stringe risponde: anch’io mi affido a te. È un patto silenzioso, un antico rito che attraversa culture e secoli.

Le mani, nella loro semplicità, mostrano ciò che spesso nascondiamo: il desiderio di essere visti e riconosciuti. Ogni gesto, anche il più piccolo, è una dichiarazione. Ognuno di noi, quando tende la mano, compie un atto di coraggio e di apertura. Quando la alza, decide invece di separarsi, di interrompere un flusso, di difendersi o attaccare.

In questo equilibrio fragile e potentissimo, le mani ci ricordano che siamo creature capaci di pace e di conflitto, di costruzione e distruzione, di tenerezza e di distanza. Nella loro forma più semplice ci insegnano una verità essenziale: non possiamo vivere senza toccare e senza essere toccati. È in questo spazio tra una mano che chiede e una mano che risponde che si gioca la nostra umanità.

Favria, 25.08.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Affrontiamo ogni momento con consapevolezza e coraggio, riconoscendo le opportunità nascoste nelle sfide. Felice martedì.

 

25 agosto 1609.

Galileo presenta il suo telescopio a Venezia. Le sue osservazioni rivoluzioneranno l'astronomia.

 

L’eroe omerico e le origini del mondo occidentale

Leggere i poemi omerici significa affacciarsi su un mondo lontanissimo nel tempo, ma sorprendentemente vicino nelle domande che pone. L’Iliade e l’Odissea non raccontano soltanto le gesta di eroi straordinari: offrono una visione complessiva dell’uomo occidentale agli albori della sua storia, quando la civiltà non era ancora organizzata secondo le leggi razionali della polis e la vita collettiva si reggeva su equilibri fragili, su rapporti personali e su un’idea della guerra come fondamento dell’ordine sociale. In quel mondo arcaico, l’individuo non esiste mai da solo, ma sempre all’interno di una rete di legami invisibili che lo obbligano, lo giudicano e lo definiscono.

La società descritta da Omero è una società tribale, fondata sui clan gentilizi e governata da un’aristocrazia guerriera. Qui il guerriero rappresenta il vertice della scala sociale, la figura più nobile e ammirata, colui su cui ricade la responsabilità del prestigio collettivo. Ogni eroe è immerso in un sistema continuo di rivalità, in cui primeggiare non è una scelta, ma una necessità: bisogna essere il migliore in battaglia, nel consiglio, nella parola. L’eroe omerico vive costantemente sotto lo sguardo degli altri, e proprio questo sguardo diventa il motore delle sue azioni.

Achille, Agamennone, Odisseo incarnano modelli diversi di eccellenza, ma condividono la stessa tensione verso la gloria. La bellezza fisica, la forza e il coraggio non sono semplici qualità individuali: sono segni visibili di un valore che legittima il potere. Omero sembra suggerire che solo i basileis possano possedere pienamente queste doti, come se la superiorità fosse inscritta nel sangue e confermata dall’azione. La guerra, di conseguenza, non è uno scontro collettivo e anonimo, ma il teatro in cui pochi uomini eccezionali decidono il destino di molti.

Eppure, l’epica non propone un’unica immagine del guerriero. In Diomede si manifesta la violenza pura, l’ebbrezza del combattimento che travolge l’uomo e lo avvicina al divino; in Odisseo emerge invece l’intelligenza, l’astuzia capace di piegare la forza bruta. Achille, infine, è una figura inquieta e contraddittoria: il più grande degli eroi è anche colui che rifiuta la battaglia, che si isola, che mette in crisi le regole stesse della società guerriera. In lui si avverte già una frattura, come se Omero lasciasse intravedere il limite di un sistema fondato esclusivamente sull’onore e sulla violenza.

Al centro di tutto si colloca il concetto di areté, la virtù che definisce i “migliori”. Ma questa virtù non ha nulla di morale nel senso moderno: non riguarda il bene o il male, bensì l’eccellenza sociale. L’eroe vale nella misura in cui viene riconosciuto tale dagli altri. Da qui nasce la logica della vergogna, aidós, che domina l’universo omerico. Il timore più grande non è morire, ma perdere la propria reputazione, essere ricordati come indegni del ruolo che si occupa. Le parole di Ettore ad Andromaca rendono evidente questa condanna: egli combatte non perché lo desideri, ma perché non può sottrarsi al giudizio della sua comunità.

Anche la guerra di Troia, se osservata da questa prospettiva, appare come una necessità simbolica prima ancora che militare. Non è l’amore per Elena a muovere gli Achei, ma il bisogno di ristabilire un onore violato e di punire un affronto che ha spezzato i sacri legami dell’ospitalità. E tuttavia, Omero mostra come quegli stessi legami possano fermare la violenza: l’incontro tra Diomede e Glauco dimostra che la xenía, il patto ospitale, vale più della battaglia stessa. In quel gesto di riconoscimento reciproco, la guerra si arresta e l’umanità riaffiora, fragile ma potente.

È proprio in questi momenti che l’epica omerica smette di essere solo racconto eroico e diventa riflessione sull’esistenza. La celebre similitudine delle foglie, che nascono e cadono come le generazioni degli uomini, introduce una consapevolezza profonda della precarietà della vita. L’uomo è destinato a scomparire, e il tempo cancella ogni cosa. Di fronte a questa certezza, l’eroe tenta una sfida impossibile: strappare qualcosa all’oblio attraverso la gloria.

La ricerca del kléos non è allora semplice vanità, ma una risposta tragica alla condizione umana. Sapendo di essere mortale, l’eroe omerico cerca di lasciare una traccia, un nome che continui a vivere nella memoria degli altri. In questo senso, l’epica parla ancora a noi: ci mostra un’umanità che, pur immersa nella violenza e nella competizione, è animata da una domanda essenziale, la stessa che attraversa tutta la storia occidentale. Che cosa resta di noi, quando il tempo ci consuma? Omero sembra suggerire che l’uomo non può vincere la morte, ma può opporle il racconto, la memoria, la parola. Ed è forse qui, in questa fragile resistenza all’oblio, che nasce non solo l’eroe, ma la coscienza stessa dell’uomo occidentale.

Favria, 26.08.2026    Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Ogni passo che facciamo insieme è prezioso: la strada si costruisce camminando con fiducia. Felice  mercoledì

 

26 agosto 1789.

Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino. Uno dei documenti fondamentali della democrazia moderna.

 

Il gatto che sembra una pecora: la storia del Selkirk Rex

Il mondo felino è pieno di sorprese, e pochi gatti incarnano questa idea meglio del Selkirk Rex, una razza davvero particolare. La sua caratteristica più sorprendente è il pelo arricciato, che può essere semilungo o corto, e il suo sguardo vivace e attento. Questo mix di tratti fa sì che molti lo descrivano come un “agnello in miniatura”: negli Stati Uniti viene infatti affettuosamente chiamato “the cat in sheep’s clothing”, il gatto travestito da pecora.

Nonostante sia ormai una razza stabilizzata, il Selkirk Rex rimane raro, e in Italia è ancora poco diffuso. La sua storia moderna ha inizio nel 1987, nel Montana, quando una gattina dal pelo riccio nacque in un ricovero per gatti randagi. La micina avrebbe avuto un destino ordinario se non fosse stata adottata da Jeri Newman, allevatrice esperta di persiani. Intuendo il valore genetico della particolarità della piccola, Newman la fece accoppiare con un Persiano nero, il gran champion Photo Finish of Deekay.

Dalla gattina nacquero sei cuccioli: quattro a pelo lungo e due a pelo corto. Ma ciò che fece davvero esultare Newman fu che tre di loro avevano la stessa arricciatura del pelo della madre. Grazie alle sue conoscenze di genetica e allevamento, riuscì a ottenere incroci molto prolifici e a stabilizzare progressivamente la nuova razza.

Il nome della razza trae ispirazione dalla catena montuosa Selkirk, al confine tra Stati Uniti e Canada. L’aggettivo “Rex” fu scelto perché ricordava le arricciature tipiche dei gatti Devon e Cornish Rex. Successivamente, per migliorare la struttura fisica e l’aspetto dei Selkirk, furono fatti incroci con American Shorthair e British Shorthair, sempre mantenendo la salute al primo posto. Troppi incroci tra consanguinei, infatti, avrebbero potuto favorire la comparsa di problemi genetici. Per questo motivo furono consentiti solo accoppiamenti selezionati con i British Shorthair e, a partire dal 2015, anche incroci tra Selkirk stessi.

Oggi, il Selkirk Rex è apprezzato non solo per il suo aspetto curioso e tenero, ma anche per il carattere affettuoso e socievole. È un esempio perfetto di come osservazione, passione e conoscenza scientifica possano trasformare una piccola unicità in una razza riconosciuta e amata.

Anche ciò che nasce “diverso” o insolito può diventare speciale e apprezzato, se trattato con attenzione, cura e rispetto per la salute e il benessere. A volte, bastano occhi curiosi e mani competenti per trasformare un piccolo caso in una grande scoperta.

Favria  27.08.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Riconosciamo la forza che abbiamo dentro e usiamola per affrontare tutto ciò che il giorno ci porta. Felice  giovedì

 

27 agosto 1883.

Esplode il vulcano Krakatoa. L'eruzione è tra le più violente mai registrate e viene udita a migliaia di chilometri di distanza.

 

La pillola che non si compra.

La pillola dell’immortalità non sta in farmacia, non ha una confezione elegante né un bugiardino pieno di avvertenze. Non si ingoia con un sorso d’acqua distratto tra una cosa da fare e l’altra. È una pillola strana, fatta di tempo, di mani e di memoria. Non si trova: si costruisce, giorno dopo giorno, senza nemmeno accorgersene. C’è una storia che racconta di un bambino capace di inventare piccoli miracoli quotidiani: accendere una luce nel buio dell’inverno, trovare un modo per riportare a casa chi si è fatto male, usare le mani per rendere il mondo un posto un po’ più abitabile. Quel bambino non cercava di essere speciale, voleva solo fare felici gli altri. E forse è proprio lì che comincia l’immortalità: nel desiderio semplice e ostinato di lasciare una gioia dietro di sé. La vita adulta ci convince che l’immortalità sia una questione di durata, di anni accumulati come punti fedeltà. Ma la pillola vera non allunga il tempo, lo riempie. Non è fatta di chimica, ma di ingredienti minuscoli e potentissimi: un gesto ripetuto, una presenza che resta, una cosa che non vorresti finisse mai. Non importa se sono grandi o piccole: contano perché sono tue. Ognuno, senza saperlo, ha una scatola invisibile. Dentro ci finiscono cose che non sembrano importanti finché non lo diventano: il profumo di qualcuno che ami, una risata improvvisa in una giornata storta, l’acqua del mare che ti è rimasta sulla pelle, una canzone ascoltata troppe volte, un oggetto consumato dall’uso. Ci finiscono anche le lacrime, soprattutto quelle di gioia, che sono le più difficili da spiegare e le più vere da ricordare. La regola è semplice e spietata: nella scatola va messo solo ciò che dà una felicità autentica, quella che non fa rumore ma resta. E non basta una volta sola. La vita intera serve per raccogliere gli ingredienti, perché la felicità cambia forma, cresce, si nasconde, ritorna. Bisogna restare attenti, presenti, disposti a riconoscerla anche quando arriva travestita da fatica o da nostalgia. Alla fine, quando tutto sembra compiuto e insieme incompleto, arriva il momento che nessuno riesce a evitare. Non come una punizione, ma come un confine. È lì che la scatola serve davvero. Non per difendersi, ma per raccontare. Raccontare cosa abbiamo amato, cosa abbiamo custodito, cosa abbiamo avuto il coraggio di sentire fino in fondo. In quel racconto c’è già la pillola, anche se non ha ancora preso forma. L’ultimo ingrediente non si può preparare prima: è il respiro finale, quello che non si trattiene. È il gesto più fiducioso che esista, perché significa consegnare tutto ciò che siamo stati senza sconti e senza rimpianti. A quel punto la pillola si scioglie da sola, e il suo sapore non assomiglia a niente di conosciuto, perché è la somma di tutto: amore ricevuto, amore dato, amore inventato. Forse l’immortalità non è continuare a vivere per sempre, ma arrivare alla fine con la certezza di aver abitato davvero i propri giorni. Forse è questo il segreto: non diventare eterni nel tempo, ma nel senso. Perché una vita piena, anche se finita, ha un gusto che nessuna morte riesce a cancellare.

Favria, 28.08.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Prendiamoci il tempo per respirare, osservare e apprezzare i piccoli dettagli che rendono la vita speciale. Felice  venerdì.

 

28 agosto 1963.

Martin Luther King pronuncia "I Have a Dream". Il suo discorso diventa il simbolo della lotta per i diritti civili.

 

I Roosevelt e la “bestia tra le nuvole”: l’avventura himalayana dei figli del presidente

Erano due figli di un gigante della politica americana, Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti. Theodore III, detto Ted, e Kermit Roosevelt nacquero con il pedigree giusto e un brillante futuro davanti, ma il tempo a loro disposizione fu breve e le loro vite furono intense e tumultuose. La scorsa estate, la loro impresa è tornata alla ribalta nel libro The Beast in the Clouds di Nathalia Holt, che racconta la spedizione himalayana del 1928-1929 alla ricerca del panda gigante, il leggendario “beishung”. La caccia era crudele e senza scrupoli: Ted e Kermit puntavano a riportare a casa il trofeo, ignari della natura mite dell’animale. Il panda, lento e assonnato, si rivelò un gentiluomo della foresta, e immediatamente i fratelli compresero il loro errore. La spedizione li segnò fisicamente e moralmente: tra tempeste di neve, mal di montagna, banditi tibetani e fame, i Roosevelt dovettero confrontarsi con la fragilità della vita e i limiti del loro stesso coraggio.

Nonostante le sofferenze, Ted e Kermit tornarono con un esemplare morto al Field Museum di Chicago, simbolo di un’epoca in cui la natura era ancora considerata da conquistare. Ma la consapevolezza del danno causato segnò la loro coscienza e li rese pionieri involontari della difesa del panda, contribuendo a sensibilizzare sul rispetto della fauna selvatica.

La storia dei Roosevelt junior non è solo un racconto di spedizioni e coraggio: è la storia di due uomini che vissero all’ombra di un padre leggendario, tra gloria e tragedia, vittorie e sconfitte. La vita, come scoprirono, non si misura solo con le imprese e le vittorie, ma con la capacità di riconoscere errori, imparare e rispettare ciò che ci circonda.

E forse, alla fine, il vero insegnamento dell’avventura himalayana dei Roosevelt è che la grandezza non risiede nell’uccidere la “bestia tra le nuvole”, ma nel trovare l’umiltà di fronte a ciò che è più grande di noi e nell’imparare a convivere con la meraviglia e la fragilità del mondo.

Favria,  29.08 2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Oggi ci fermiamo per riflettere insieme: la calma e la chiarezza guidano le nostre scelte. Felice  sabato.

 

29 agosto 1526.

Battaglia di Mohács. L'Ungheria viene sconfitta dagli Ottomani, cambiando la storia dell'Europa centrale

 

La vita segreta delle cameriere: storia di un lavoro invisibile

La cameriera personale non si occupava soltanto di rifare letti e tenere in ordine gli ambienti: il suo compito comprendeva anche l’igiene intima della lady, un aspetto che oggi può sorprendere ma che per secoli fu parte integrante della vita domestica aristocratica. Nelle grandi fotografie di inizio Novecento, come quella che ritrae una cameriera parigina colta in un raro momento di riposo, si coglie tutta l’ambivalenza di un mestiere silenzioso e onnipresente, fatto di dedizione costante e di confini rigidamente tracciati. Nel 1859, a Londra, Emily Augusta Patmore, nota con lo pseudonimo di Mrs Motherly, pubblicò The Servant’s Behaviour Book, un manuale di galateo destinato alle cameriere. Non vi si trovavano istruzioni su come lucidare l’argenteria o spazzare i pavimenti: il centro del discorso era il comportamento. Le housemaids vittoriane non dovevano parlare, né tantomeno cantare. “Non far mai sentire la tua voce alle Lady e ai Gentlemen della casa”, raccomandava l’autrice. Che non si trattasse di un capriccio inglese lo dimostrano le consuetudini descritte in Italia dal conte milanese Alfonso Bergando nel 1882: davanti al padrone, il servitore doveva mantenere una rispettosa distanza, evitare qualsiasi familiarità, persino sorridere, e introdurre ogni domanda con un deferente “prego”. Il messaggio implicito era inequivocabile: il rapporto tra padrone e servitore non era mai paritario. Da questa asimmetria nacquero stereotipi, ambiguità e la sistematica sottovalutazione di un lavoro essenziale. Per comprenderne le radici occorre tornare al Rinascimento, quando il servizio domestico era in gran parte maschile e rappresentava una funzione cruciale dell’organizzazione sociale. Come ricorda il sociologo Marzio Barbagli, il numero dei domestici era un indicatore diretto di reddito e prestigio. Le dimore nobiliari contavano in media sette persone di servizio, ma alcune raggiungevano dimensioni impressionanti: il conte Giovanni Jacobo Giusti guidava una “famiglia” di 57 individui, 43 dei quali al servizio della casa. Alla corte ducale di Parma, nel 1765, lavoravano 655 persone distribuite in 161 mansioni diverse. Già allora, tuttavia, la discriminazione di genere era evidente. Gli uomini percepivano salari molto più alti rispetto alle donne, anche quando svolgevano mansioni meno faticose. La figura della cameriera, addetta agli spazi privati e alla cura personale, godeva di un rispetto relativo: entrava a servizio giovanissima per imparare la “creanza” e mettere da parte una dote, muovendosi in un equilibrio delicato tra fiducia e pericolo. La sua posizione le permetteva di conoscere virtù, vizi e segreti delle signore, aprendo la strada a relazioni ambigue e talvolta scandalose, come raccontava con ironia Jonathan Swift nelle sue Istruzioni alla servitù. Emblematico fu il caso di Madame Campan, première femme de chambre di Maria Antonietta, custode dei rituali più intimi della regina e testimone della sua inattesa pudicizia. Con il crollo dell’Ancien Régime e l’avvento della borghesia, il servizio domestico cambiò volto. I grandi apparati aristocratici si ridussero, ma la domestica “tuttofare”, priva di orari e tutele, scivolò in una condizione ancora più fragile. Pensatori come Giuseppe Mazzini denunciarono l’ingiustizia di una società che negava diritti fondamentali a chi lavorava nelle case altrui, ma all’Unità d’Italia la domesticità restava una componente significativa della forza lavoro, composta in maggioranza da donne. Le storie di abusi, sfruttamento e silenzi forzati emersero lentamente. Romanzi come Diario di una cameriera di Octave Mirbeau squarciarono il velo sull’ipocrisia delle case “perbene”, mentre nel Novecento le lavoratrici domestiche iniziarono a reclamare diritti concreti. Il percorso fu lungo e accidentato: solo a partire dagli anni Cinquanta arrivarono le prime tutele, fino al contratto collettivo nazionale del 1974. Anche il linguaggio cambiò, passando da “serva” a “collaboratrice familiare”, colf, nel tentativo di rompere uno stereotipo secolare. Rimasero però i simboli: le divise, il bianco e nero immacolato, pensato non solo per ragioni pratiche ma come segno visibile di ordine, pulizia e rispettabilità. Abiti che raccontavano una gerarchia, così come i gesti ripetuti delle lavandaie, scanditi dal ritmo dell’acqua e della fatica, scomparsi solo con l’arrivo della lavatrice nel Dopoguerra. Dietro ogni grembiule, ogni cuffia, ogni uniforme, c’era una persona. Una vita spesa a rendere possibile quella degli altri, spesso senza voce, senza nome, senza riconoscimento. La storia del lavoro domestico è la storia di ciò che sostiene il mondo restando ai margini della scena. E forse è proprio qui la sua lezione più profonda: una società si rivela non da come celebra il potere, ma da come guarda chi pulisce, lava e si prende cura. Perché la vera civiltà non abita nei saloni splendenti, ma nel rispetto silenzioso per le mani che li tengono in ordine.

Favria,  30.08.2026   Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Oggi scegliamo di credere che ogni piccolo passo ci avvicini a qualcosa di bello. Felice sabato.

 

30 agosto 30 a.C.

Muore Cleopatra. Con l'ultima regina d'Egitto termina l'epoca dei faraoni e l'Egitto entra nell'orbita di Roma.

 

Ettore: il volto umano della guerra di Troia

Ai piedi delle Porte Scee, davanti alle mura di Troia, il tempo sembra fermarsi per un istante. È il momento in cui Ettore, principe dei troiani e loro più grande difensore, incontra la sua famiglia prima di tornare sul campo di battaglia. Andromaca lo supplica tra le lacrime di non esporsi allo scontro in campo aperto, temendo per la sua vita e per il futuro del piccolo Astianatte. Il bambino, alla vista dell’armatura e dell’elmo scintillante del padre, si spaventa e si rifugia nelle braccia della balia. Ettore sorride, si toglie l’elmo e, in un gesto semplice e potentissimo, depone la guerra a terra per un attimo: bacia il figlio, lo stringe, e poi si prepara a tornare dove il destino lo chiama. In questo frammento dell’Iliade si concentra tutta la complessità dell’eroe troiano. Ettore non è solo il più valoroso tra i difensori di Troia, ma anche un uomo diviso tra due mondi: quello del combattimento e quello degli affetti. È un principe che conosce il peso della responsabilità e che accetta di essere il baluardo della città, anche quando questo significa andare incontro a una morte quasi certa. Nella tradizione epica, la guerra di Troia nasce da un intreccio di passioni, inganni e volontà divine, più che da semplici ragioni politiche. Il rapimento di Elena da parte di Paride diventa la scintilla di un conflitto che coinvolge eroi, re e dèi, trasformando la storia in un dramma in cui il destino degli uomini è spesso deciso altrove. In questo scenario, Ettore emerge come figura di equilibrio e rigore, pronto a rimproverare il fratello e a farsi carico della difesa della città.

Il suo ruolo non è soltanto quello del guerriero. Come erede di Priamo, deve dimostrare valore sul campo e capacità di guida, unendo forza militare e autorità politica. È lui a organizzare le strategie, a parlare con i comandanti alleati, a decidere le mosse decisive contro l’esercito acheo. Ma è anche colui che comprende la fragilità dell’ordine umano, legato a riti, preghiere e alla volontà degli dèi, che nella visione omerica intervengono costantemente nelle vicende dei mortali.

Ettore combatte con coraggio, ma non senza esitazioni. La sua grandezza sta proprio in questa tensione continua: il desiderio di proteggere la città e la consapevolezza che ogni scelta lo avvicina alla fine. Quando finalmente affronta Achille, accetta il proprio destino con lucidità, scegliendo una morte gloriosa piuttosto che la fuga. È la logica dell’eroe omerico: non sopravvivere a ogni costo, ma lasciare un nome che resista al tempo.

La sua fine segna anche l’inizio della fine di Troia. Quando il suo corpo viene oltraggiato e poi restituito al padre Priamo, l’umanità torna a farsi spazio dentro la guerra: il dolore, la pietà, la consapevolezza che anche tra nemici esiste un limite oltre il quale non si dovrebbe andare. I funerali di Ettore chiudono l’Iliade come un grande addio non solo a un eroe, ma a un’intera idea di mondo.

E così, tra il fragore delle armi e il silenzio del lutto, Ettore rimane sospeso nel tempo: guerriero invincibile e padre tenero, simbolo di una grandezza che non si misura solo con la vittoria, ma con il coraggio di affrontare fino in fondo ciò che si è chiamati a essere.

Favria, 31.08.2026    Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Coltiviamo fiducia e gratitudine: ciò che seminiamo oggi crescerà e fiorirà domani. Felice  lunedì

 

31 agosto 1997, muore Lady Diana.

La principessa del Galles perde la vita in un incidente a Parigi. Milioni di persone in tutto il mondo partecipano al lutto per una figura che ha segnato il suo tempo.

 

A settembre, torna a donare. La solidarietà non va in ferie.

Le vacanze sono finite, le valigie sono ormai riposte e lentamente si torna alla vita di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa che non può aspettare: il bisogno di sangue. Ogni giorno c’è qualcuno che attende una trasfusione per affrontare un intervento, una terapia, una malattia. Per quella persona, una sacca di sangue non è soltanto un dono: è tempo, è speranza, è vita.

DONAZIONE DI SANGUE MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE 2026 a Favria, cortile interno del Comune dalle  8.00 alle 11.20

Dopo l’estate, settembre è il momento giusto per ripartire con un gesto concreto. Bastano pochi minuti del tuo tempo per fare una differenza enorme nella vita di qualcun altro.

Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, sempre più importante per la produzione di farmaci indispensabili e salvavita.

 Prenotazione obbligatoria: cell 333 171 4827 oppure mail  favria@fidasadsp.it

Ricorda di portare con te un documento d’identità.

Il sangue non si fabbrica. Non si compra. Non si conserva all’infinito. Può arrivare soltanto da una persona che sceglie di donare.

A settembre, quando torni alla tua quotidianità, riparti anche con un gesto di solidarietà.

Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza. La differenza puoi farla tu.

MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE: SCEGLI DI ESSERCI.

Una donazione può diventare una speranza. E quella speranza può salvare una vita.

 

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