Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE.
Rubrica Cortese

Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE.

 Il gesto che tiene insieme il suono. Un’orchestra è fatta di talenti, strumenti e voci differenti. Ma come possono diventare un’unica voce, capace di emozionare e dare vita alla musica? È qui che entra in gioco il direttore d’orchestra: non un semplice battitore di tempo, ma colui che trasforma tante individualità in un’armonia condivisa.

Quando la musica diventa complessa, con accelerazioni, pause e improvvisi cambiamenti, il suo ruolo è fondamentale. Attraverso lo studio e le prove, costruisce una visione capace di dare unità all’esecuzione.

Un grande direttore non si riconosce dai gesti spettacolari, ma dalla capacità di ascoltare, valorizzare ogni strumento e trasmettere un’idea musicale. La sua autorità nasce dalla competenza, non dalla scena. Quando il lavoro riesce, i gesti possono diventare minimi: la musica trova la propria strada e il direttore quasi scompare.

È un’esperienza che può avere qualcosa di misterioso: il suono acquista profondità e ciò che prima sembrava disordinato diventa armonia.

Forse è proprio qui che la musica ci consegna una lezione di vita. Guidare non significa imporre la propria voce, ma ascoltare quelle degli altri e aiutarle a trovare un’intesa. Perché la vera guida non è chi comanda più forte, ma chi sa tenere insieme il tempo, il silenzio e il senso del cammino.

Favria, 10.11.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Ci sono muri fatti di cemento e altri costruiti da pregiudizi, silenzi e incomprensioni. I secondi sono spesso i più difficili da riconoscere. Felice  martedì

 

10 novembre 1970. Viene lanciato Lunokhod 1, il primo rover controllato a distanza a operare sulla Luna.

 

Il papavero che unisce: il cuore del Remembrance Day.

Già alla fine di ottobre, sui baveri degli inglesi compare un piccolo papavero rosso, di carta, stoffa o metallo. Lo indossano lavoratori, studenti e signore eleganti. A novembre, Londra si colora di rosso: un gesto semplice che diventa una silenziosa dichiarazione di memoria condivisa.

Il papavero è il simbolo del Remembrance Day, celebrato l’11 novembre nel Regno Unito e nei Paesi del Commonwealth per ricordare i caduti in guerra. Alle 11, due minuti di silenzio fermano idealmente il Paese. Le cerimonie ufficiali si accompagnano a momenti più intimi, nei pub e nei caffè, dove i veterani si ritrovano, mostrano le medaglie e condividono ricordi. Al centro della tradizione c’è anche la poesia In Flanders Fields di John McCrae, che ha legato per sempre il papavero alla memoria dei caduti.

Il confronto con l’Italia viene spontaneo. Il 4 novembre conserva il legame con la vittoria nella Grande Guerra, mentre il 25 aprile, pur fondamento della nostra Repubblica, è ancora talvolta motivo di divisione. Nel Regno Unito, la Royal British Legion, attraverso il Poppy Appeal, trasforma il ricordo in solidarietà concreta verso i veterani e le famiglie dei caduti.

Eppure, anche in Italia, quel fiore parla al cuore. Lo ricordano i versi di Fabrizio De André: «ma sono mille papaveri rossi», immagine indimenticabile di una vita che continua a fiorire sui campi segnati dalla guerra.

Forse è questa la lezione del papavero: un simbolo unisce quando non pretende di dividere, ma invita a ricordare insieme. Perché la memoria non deve alimentare contrasti, bensì insegnarci il valore della pace e della comunità.

Anche nei momenti più bui, un piccolo fiore rosso può ricordarci che la vita continua e che, persino dalle ferite della storia, può germogliare un futuro migliore.

Favria, 11.11.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. A volte possiamo arrivare molto lontano senza fare tutto da soli. Le persone giuste accanto a noi rendono possibile ciò che sembrava difficile. Felice mercoledì.

 

11 novembre 1918. Viene firmato l’armistizio che pone fine alla Prima guerra mondiale sul fronte occidentale.

 

Zuppa inglese, il dolce italiano dal nome misterioso.

Non è una zuppa e forse non è nemmeno inglese. Eppure la zuppa inglese è uno dei dessert più amati della tradizione italiana, protagonista dei pranzi della domenica e delle occasioni speciali. Crema pasticcera, pan di Spagna o savoiardi, cioccolato e alchermes: pochi ingredienti per un dolce che custodisce una storia ricca di curiosità, leggende e influenze straniere.

Le origini si perdono tra le corti e le tradizioni regionali. Secondo una delle ipotesi più diffuse, bisogna tornare al Cinquecento, alla corte degli Estensi a Ferrara. Un diplomatico, rientrato dall’Inghilterra, avrebbe raccontato ai cuochi di corte le caratteristiche del trifle, un dessert britannico preparato con dolci soffici, crema e altri ingredienti disposti a strati. I cuochi italiani avrebbero ripreso quell’idea, adattandola ai prodotti disponibili e ai gusti locali. Una ricostruzione suggestiva, ma non sostenuta da prove definitive.

Per trovare testimonianze documentate bisogna guardare ai ricettari. Alla fine del Settecento il cuoco Alberto Alvisi descriveva già una preparazione a base di pan di Spagna e rosolio. Nei primi decenni dell’Ottocento compare poi una testimonianza importante: Vincenzo Agnoletti, cuoco e liquorista alla corte di Maria Luigia d’Austria a Parma, pubblicò una ricetta di «zuppa inglese» nel suo Manuale del cuoco e del pasticciere di raffinato gusto moderno, edito tra il 1832 e il 1834.

Agnoletti proponeva biscotti bagnati nel rum, un ingrediente che potrebbe spiegare proprio l’aggettivo «inglese». Secondo lo studioso Giovanni Ballarini, dell’Accademia Italiana della Cucina, il riferimento sarebbe legato alla tradizione marinara britannica, alla quale quel liquore era associato. Un’ipotesi storica interessante, anche se non l’unica.

Ma perché si chiama zuppa? La parola deriva dal germanico suppa e, nella sua origine, richiamava il pane inzuppato in un liquido. Il termine non indicava quindi soltanto una preparazione da mangiare con il cucchiaio, ma anche alimenti ammorbiditi con brodo, vino o altri liquidi. Nella zuppa inglese sono i biscotti e il pan di Spagna ad assorbire il liquore, diventando la base degli strati di crema.

Nel tempo la ricetta si è trasformata. Il rum ha spesso lasciato il posto all’alchermes, liquore dal caratteristico colore rosso, mentre si sono affermate le versioni con crema al cioccolato. Anche Pellegrino Artusi contribuì alla diffusione del dessert, inserendolo nel suo celebre ricettario La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, pubblicato nel 1891.

Emilia-Romagna e Toscana sono fra le regioni maggiormente legate alla sua storia, ma la zuppa inglese si è diffusa in molte parti d’Italia, dando origine a varianti locali e familiari. C’è chi la prepara con i savoiardi, chi preferisce il pan di Spagna e chi custodisce gelosamente una ricetta tramandata da generazioni.

Rimane così un piccolo mistero gastronomico: forse nata dall’incontro con un dessert britannico, forse sviluppatasi attraverso diverse tradizioni italiane, la zuppa inglese è diventata una specialità tutta nostra.

E quando arriva in tavola, con i suoi colori vivaci e il profumo della crema, le dispute sulle origini passano in secondo piano. Perché certi dolci non raccontano soltanto la storia della cucina: custodiscono i ricordi delle famiglie, le feste trascorse insieme e il piacere semplice di ritrovare, in un cucchiaio, il sapore di casa.

Favria, 12.11.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Una data può segnare la fine di un conflitto, ma la pace vera richiede molto più tempo. Anche nei rapporti personali, ricucire è un lavoro paziente. Felice  giovedì.

 

12 novembre 1955. La scienziata Dorothy Crowfoot Hodgkin determina la struttura della vitamina B12.

 

Mary Ann Cotton, la morte servita in famiglia.

Nell’Inghilterra vittoriana dell’Ottocento, una donna apparentemente rispettabile nascondeva un segreto terribile. Mary Ann Cotton, nata Mary Ann Robson nel 1832, è passata alla storia come una delle più famose assassine seriali britanniche, sospettata di aver avvelenato mariti, figli e altri familiari per interesse economico.

Le morti si susseguivano e venivano spesso attribuite a malattie comuni, come la cosiddetta «febbre gastrica». Secondo le ricostruzioni, Mary Ann avrebbe utilizzato l’arsenico, approfittando della difficoltà di riconoscere gli avvelenamenti. Si parla di circa venti vittime, ma il numero complessivo resta incerto e soltanto alcuni decessi furono oggetto di procedimenti giudiziari.

La svolta arrivò nel 1872, con la morte del piccolo Charles Edward Cotton, suo figliastro. I sospetti portarono agli accertamenti e al ritrovamento di tracce di arsenico. Mary Ann fu processata e condannata per l’omicidio del bambino. Il 24 marzo 1873 venne impiccata nel carcere di Durham, a quarant’anni. La sua vicenda lascia una riflessione amara: il male non sempre si presenta con un volto minaccioso. Talvolta si nasconde dietro le mura domestiche, nei gesti quotidiani e nelle persone di cui ci fidiamo. La lezione non è vivere nel sospetto, ma non rinunciare mai alla ricerca della verità. Perché la fiducia è preziosa, ma quando qualcosa non torna, ignorare i segnali può avere conseguenze tragiche.

Favria, 13.11.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Dietro una scoperta importante ci sono spesso anni di studio che nessuno vede. Non tutto ciò che vale produce risultati immediati. Felice venerdì.

 

13 novembre 2015. Una serie di attentati terroristici colpisce Parigi.

 

GPS, la rivoluzione che ci insegna a trovare la strada.

Quante volte abbiamo sentito una voce dirci: «Svoltare a destra tra cento metri»? Oggi ci affidiamo al navigatore per raggiungere una città sconosciuta, evitare il traffico o trovare una semplice via. Basta un telefono e il mondo sembra improvvisamente più piccolo. Ma dietro questa comodità, diventata ormai parte delle nostre abitudini, si nasconde una grande conquista scientifica nata per scopi militari e destinata a rivoluzionare la vita quotidiana.

Il GPS, sigla di Global Positioning System, nacque negli Stati Uniti per esigenze militari. Il progetto prese forma nel 1973, riunendo studi e tecnologie sviluppati negli anni precedenti. Tra i protagonisti figurano Bradford Parkinson, considerato il principale architetto del sistema, lo scienziato Roger Easton e l’ingegnere Ivan Getting. Non fu, dunque, l’invenzione di un singolo uomo, ma il risultato del lavoro di numerosi ricercatori.

Nel 1978 venne lanciato il primo satellite sperimentale della rete. Negli anni successivi il sistema si sviluppò progressivamente, fino a diventare uno strumento fondamentale per la navigazione aerea e marittima, i trasporti e la vita quotidiana.

Il suo impatto è ormai evidente. Gli automobilisti possono individuare percorsi alternativi per evitare il traffico, i corrieri organizzano le consegne e i soccorritori possono localizzare più rapidamente chi ha bisogno di aiuto. Anche agricoltura, attività sportive e trasporti pubblici utilizzano questa tecnologia. Meno visibile, ma altrettanto importante, è il contributo dei sistemi satellitari alla sincronizzazione degli orologi, essenziale per telecomunicazioni e transazioni finanziarie.

Questa comodità, tuttavia, presenta anche qualche rischio. Abituati a seguire le indicazioni del telefono, potremmo perdere l’abitudine di osservare il territorio, leggere una cartina o memorizzare un percorso. Inoltre, la registrazione degli spostamenti solleva questioni di privacy: conoscere la posizione di una persona può essere utile, ma quei dati devono essere protetti.

Il GPS rappresenta una delle grandi conquiste della tecnologia moderna, capace di semplificare gesti che compiamo ogni giorno. Eppure, nessun dispositivo può decidere al nostro posto quale meta raggiungere.

La tecnologia ci aiuta a trovare la strada, ma sono la curiosità, l’esperienza e il buon senso a insegnarci quale scegliere. Perché nella vita non basta sapere dove siamo: bisogna anche capire dove vogliamo arrivare.

Favria, 14.11.2026 Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Le tragedie ci ricordano quanto sia preziosa la normalità: una cena insieme, una telefonata, una persona che torna a casa. Felice sabato.

 

14 novembre 1969. Decolla Apollo 12, la seconda missione umana a raggiungere la superficie della Luna.

 

Salto, un nome che fa il giro del mondo.

Da Cuorgnè al Sud America, dalle antiche carte comunali alle grandi cascate del mondo: Salto è un nome che ha davvero viaggiato. Lo troviamo in Italia, in Europa e soprattutto nei Paesi di lingua spagnola e portoghese. E dietro quel nome, apparentemente semplice, si nascondono origini e significati differenti.

Per noi canavesani, naturalmente, il primo pensiero va a Salto di Cuorgnè, oggi la più grande frazione della città e un tempo Comune autonomo.

Il suo nome potrebbe derivare dal latino saltus, parola utilizzata nell'antichità per indicare un bosco, una zona montana, un pascolo o un passaggio tra i monti. Un'altra interpretazione lo collega invece a un antico salto o a una rapida del torrente Orco, nella zona di Roncasso.

Qualunque sia l'origine esatta, Salto racconta da subito il rapporto stretto tra l'uomo e il paesaggio.

Oggi sembra naturale parlare di Salto come frazione di Cuorgnè, ma fino al 1928 la situazione era diversa. Salto possedeva una propria autonomia amministrativa. Nel 1928 venne infatti aggregato a Cuorgnè, insieme ad altri territori.

Una testimonianza preziosa di quella lunga storia si trova ancora oggi nell'Archivio storico comunale di Cuorgnè: è conservato il fondo dell'ex Comune di Salto, con documenti che vanno addirittura dal 1488 al 1928. Sono carte che raccontano una Comunità attraverso quasi cinque secoli: amministrazione, territorio, persone, istituzioni e vita quotidiana.

La storia di Salto affonda infatti le proprie radici nel Medioevo. Il territorio fu legato a importanti famiglie feudali, tra cui i Silvesco, mentre altre famiglie come gli Aira e i Petra ebbero possedimenti e fortificazioni nella zona.

A ricordare quel passato rimane anche la Torre Pietra, antica casaforte medievale, inserita nel sistema delle fortificazioni che proteggevano e controllavano il territorio canavesano.

Ma la cosa curiosa è che, lasciato il nostro Canavese, il nome Salto continua a comparire sulla carta geografica. In Italia troviamo diversi luoghi che portano questo nome.

C'è la Valle del Salto, nel Lazio, attraversata dal fiume Salto e conosciuta anche per il Lago del Salto, grande bacino artificiale creato nel Novecento.

C'è Petrella Salto, in provincia di Rieti, il cui nome conserva proprio il riferimento al territorio del Salto.

In Alto Adige troviamo invece l'Altopiano del Salto, in tedesco Salten, celebre per i suoi vasti prati e soprattutto per i caratteristici boschi di larici. È uno dei paesaggi più conosciuti dell'area di Bolzano.

E ancora, in Liguria, esiste Salto, frazione del Comune di Avegno, nell'area metropolitana di Genova.

Insomma, anche soltanto rimanendo in Italia, il nome compare in territori molto differenti: dal Canavese al Lazio, dall'Alto Adige alla Liguria.

È però in America Latina che il nome Salto diventa particolarmente frequente. In Uruguay, Salto è una delle città più importanti del Paese e dà il nome anche al dipartimento nel quale si trova. Sorge lungo il fiume Uruguay, in una zona caratterizzata storicamente da rapide e dislivelli del corso d'acqua. Il nome richiama proprio quei “salti” dell'acqua.

In Argentina troviamo Salto, nella provincia di Buenos Aires. Anche qui l'origine del toponimo è collegata al paesaggio fluviale e alle rapide.

In Brasile c'è Salto, nello Stato di San Paolo, il cui nome è legato alla cascata del fiume Tietê, conosciuta come Salto do Itu.

Sempre nell'area sudamericana troviamo Salto del Guairá, in Paraguay, al confine con il Brasile. Il nome ricorda le spettacolari cascate del fiume Paraná, un tempo tra le più imponenti del continente e oggi sommerse dal grande bacino di Itaipú.

E poi c'è il più famoso di tutti: il Salto Ángel, in Venezuela, qui la parola salto non indica un paese o una città, ma una cascata. Con i suoi 979 metri di altezza complessiva, è una delle meraviglie naturali più impressionanti del pianeta.

La curiosità linguistica sta proprio qui. In italiano, il latino saltus poteva indicare un bosco, una gola, un valico o un territorio montano. Nelle lingue iberiche, invece, salto indica soprattutto un salto, un balzo o una cascata.

Così, la stessa parola può raccontare realtà completamente diverse.

Salto di Cuorgnè può richiamare un antico paesaggio di boschi e montagne oppure un dislivello dell'Orco. In Uruguay e Argentina ricorda l'acqua e le rapide. In Brasile una cascata. In Venezuela una delle più spettacolari cadute d'acqua del mondo, e pensare che tutto questo nasce da una parola di appena cinque lettere.

Forse è proprio questa la parte più affascinante della toponomastica: i nomi dei luoghi non sono semplici etichette, ma piccole capsule del tempo. Conservano il paesaggio che gli uomini vedevano, le attività che svolgevano, i fiumi che attraversavano, i boschi che li circondavano.

E così anche il nostro Salto, quello che oggi raggiungiamo in pochi minuti da Cuorgnè, può essere guardato con occhi diversi.

Perché prima di diventare una frazione, fu un Comune. Prima ancora fu un territorio medievale, abitato, difeso e amministrato. E il suo nome, mentre il piccolo Comune perdeva la propria autonomia nel 1928, continuò a vivere ed  è rimasto sulle mappe, nelle vecchie carte, nelle pietre della Torre Pietra e nella memoria della gente.

E, cosa ancora più curiosa, mentre noi diciamo semplicemente “Salto”, dall'altra parte del mondo qualcun altro pronuncia la stessa parola pensando a una cascata, a un fiume o a una città.

Cinque lettere, una storia canavesana e un nome capace di fare il giro del mondo.

Favria, 15.11.2026  Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Dietro ogni grande risultato c’è una lunga preparazione. Anche per le nostre mete quotidiane, fare bene le cose prima di partire spesso fa la differenza. Felice domenica.

 

15 novembre 1988. L’Unione Sovietica lancia Buran, il suo primo e unico volo spaziale orbitale senza equipaggio.

 

Il pavone, lo splendore tra storia e leggenda.

Basta un attimo, l’apertura lenta di una coda e la luce si trasforma in uno spettacolo di colori. Il pavone sembra dipingere l’aria con le sue piume, mentre centinaia di disegni simili a occhi catturano lo sguardo. Non è soltanto uno degli animali più eleganti del mondo: da millenni è protagonista di miti, leggende e credenze che raccontano quanto la sua bellezza abbia saputo conquistare l’immaginazione dell’uomo.

Originario dell’Asia meridionale, il pavone blu era conosciuto e ammirato già nell’antichità. Dall’India raggiunse il Mediterraneo, dove Greci e Romani lo allevavano nei giardini delle dimore più prestigiose, considerandolo un animale raro e ornamentale.

La mitologia greca racconta che i caratteristici disegni sulla coda siano legati a Era, regina degli dèi. La dea avrebbe trasferito sulle piume del pavone i cento occhi di Argo, il gigante che aveva incaricato di sorvegliare Io, una giovane amata da Zeus. Nacquero così gli inconfondibili cerchi colorati che ancora oggi sembrano osservare chi li guarda.

Anche in India il pavone occupa un posto speciale: è associato a divinità come Krishna, spesso raffigurato con una piuma sul capo, e Kartikeya, rappresentato mentre cavalca questo elegante animale. Nel cristianesimo antico, invece, divenne simbolo di immortalità e resurrezione, grazie all’antica credenza, priva di fondamento scientifico, che la sua carne non si deteriorasse. Per questo compare in numerosi mosaici e decorazioni religiose.

Ma il pavone ha anche un lato meno solenne. La sua spettacolare esibizione gli ha procurato la fama di animale vanitoso, tanto che ancora oggi si usa l’espressione «fare il pavone» per indicare chi ama mettersi in mostra.

In realtà, quella magnifica coda ha una funzione precisa: il maschio la apre durante il corteggiamento per attirare la femmina. Dietro lo spettacolo dei colori si nasconde, dunque, una strategia naturale affinata nel corso dell’evoluzione.

Tra scienza e fantasia, il pavone continua a suscitare meraviglia. La sua storia ci ricorda come la natura possa diventare fonte di miti e simboli, trasformando un semplice spettacolo di piume in una leggenda capace di attraversare i secoli.

Favria,  16.11.2026 Giorgio Cortese

 

Buona giornata. Non tutte le strade arrivano dove avevamo immaginato. Ma anche un progetto incompiuto può lasciarci esperienza, conoscenza e una lezione utile. Felice lunedì.

 

16 novembre 1974. Dal radiotelescopio di Arecibo viene trasmesso nello spazio un messaggio destinato a eventuali civiltà extraterrestri.

  

SERVE SANGUE. SERVI TU!

VENERDÌ 27 NOVEMBRE 2026° a FAVRIA – CORTILE INTERNO DEL COMUNE
 Ore 8.00–11.20. NON ASPETTARE CHE SIA TROPPO TARDI. VIENI A DONARE!

Il tuo sangue può salvare una vita. Oggi puoi fare la differenza: dona!

 Prenota: cell. 333 171 4827 oppure  tramite  favria@fidasadsp.it

FIDAS FAVRIA A FAVRIA SI DONA!

Potrebbe interessarti

Un viaggio tra storia, natura e curiosità.LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE.
Un viaggio tra storia, natura e curiosità.LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE.
1 novembre 2026
Un viaggio tra storia, natura e curiosità.  LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
25 ottobre 2026
Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Un viaggio tra storia, natura e curiosità. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
18 ottobre 2026