I frigoriferi dell’antica Roma: neve, ingegno e ingegneria.
Gli
antichi Romani non avevano frigoriferi né sapevano produrre neve
artificiale come noi moderni. Eppure, quando i cibi non potevano essere
conservati sotto miele o sale, trovavano soluzioni ingegnose per
mantenere freschi alimenti e bevande. La risposta era semplice e
geniale: utilizzavano la neve, raccolta dalle montagne e poi
immagazzinata in fosse sotterranee. Pressata e isolata con strati di
paglia, la neve veniva conservata in apposite strutture rivestite in
cocciopesto, chiamate nivaria, niveae putei o cisternae frigidariae,
simili alle nostre moderne neviere. In estate, questa neve era impiegata
per raffreddare bevande, preparare sorbetti rudimentali e creare
effetti scenografici durante le feste private delle élite patrizie. Un
esempio concreto di questi “frigoriferi” ante litteram è stato ritrovato
nell’ex fortezza romana di Novae, in Bulgaria, dove i soldati dell’VIII
legione conservavano carne fresca e bevande. Gli autori antichi
menzionano inoltre l’uso terapeutico della neve, utile per abbassare la
febbre o lenire infiammazioni.
L’attività era spesso gestita da
imprenditori specializzati, che trasportavano neve e ghiaccio dai
rilievi montuosi fino alle città. Questa pratica, probabilmente ancora
più antica dei Romani, si diffuse poi nel Medioevo e rimase in uso in
molte zone d’Italia e d’Europa fino alla metà del Novecento. Rappresenta
un esempio affascinante di come l’ingegno umano, la conoscenza della
natura e la capacità di organizzare risorse possano sopperire a limiti
tecnologici, anticipando invenzioni che oggi diamo per scontate. La
storia dei “frigoriferi” romani ci ricorda che l’ingegno umano nasce
spesso dai limiti e dalle necessità quotidiane. Non è la tecnologia
avanzata a definire il progresso, ma la creatività e la capacità di
adattarsi al mondo che ci circonda. Anche davanti a problemi
apparentemente insormontabili, l’intuizione e la determinazione possono
trasformare ciò che è semplice in qualcosa di straordinario.
Favria, 4.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno sforziamoci di essere luce di speranza anche nei giorni più grigi. Felice martedì.
4 agosto 1578.
Battaglia
di Alcazarquivir. Muore il re portoghese Sebastiano I. La sua scomparsa
apre una crisi che porterà il Portogallo sotto la Corona di Spagna
Pietro il Grande: sovrano illuminato e autocrate spietato.
Sovrano
illuminato, modernizzatore ma anche spietato autocrate, capace di far
torturare e uccidere il proprio figlio, Pietro I il Grande rimane una
delle figure più complesse della storia russa. Nato nel 1672, figlio
della seconda moglie dello zar Alessio, salì al trono nel 1696. Tra il
1697 e il 1698 intraprese un lungo viaggio in Europa, visitando Olanda,
Inghilterra, Prussia, Boemia e Vienna. Con un’insaziabile sete di
conoscenza, si fece istruire sulle innovazioni culturali, tecnologiche e
militari dell’Occidente, lavorando persino nei cantieri navali per
apprendere le tecniche navali. Il viaggio si interruppe a causa di una
rivolta degli strelizzi, la guardia reale, fomentata dalla sorellastra
Sofia, e Pietro non mostrò alcuna pietà nella repressione. Rientrato in
Russia, diede libero sfogo alla sua ansia riformatrice. Vietò le lunghe
barbe e gli abiti orientali, rinnovò l’esercito con uniformi e armamenti
in stile europeo, sostituì il cerimoniale religioso bizantino con un
cerimoniale militare, e avviò una grande politica di costruzioni navali,
pur senza avere ancora uno sbocco al mare. Nel 1700 iniziò la Guerra
del Nord contro la Svezia, conclusa nel 1721 con la conquista delle
coste del Baltico e del porto di Riga, permettendo alla Russia di
spostare il baricentro verso occidente. Pietro fondò nel 1703 San
Pietroburgo, proclamata nuova capitale nel 1712, simbolo di una Russia
finalmente aperta all’Europa. Nel 1721 abolì il patriarcato ortodosso,
sostituendolo con un Sinodo controllato dallo Stato, e procedette a una
profonda riorganizzazione amministrativa, industriale e commerciale.
La
modernizzazione radicale trasformò per sempre la Russia, ma suscitò
malcontento tra il popolo e la nobiltà, sconvolta da un cambiamento così
repentino delle tradizioni secolari. Pietro arrivò persino a modificare
il calendario, facendo iniziare l’anno il 1° gennaio secondo l’uso
europeo. Anche la famiglia opponeva resistenza: il primogenito Alessio,
erede al trono, si legò ai conservatori contrari alle riforme. Pietro I
lo fece processare e condannare a morte per cospirazione. Senza eredi
diretti, nel 1722 dichiarò erede la seconda moglie, Caterina I, e alla
sua morte, l’8 febbraio 1725, la successione passerà a Pietro II, figlio
dello zarevic che lui stesso aveva fatto uccidere, segnando la fine
della linea diretta maschile dei Romanov. La figura di Pietro il Grande
mostra come la grandezza di uno Stato possa richiedere riforme radicali e
spietatezza: l’innovazione e il progresso si intrecciano con il terrore
e la violenza, e nella storia della Russia ogni conquista porta con sé
il peso di chi l’ha imposta, ricordando che il cammino verso il potere e
la modernità non conosce indulgenza.
Favria, 5.08.2026 Giorgio Cortese
Ogni gesto che compiamo lascia un segno. Sta a noi decidere se sarà una ferita per la Terra o un seme di speranza.
La
Giornata Internazionale della Biodegradabilità, che si celebra il 5
agosto, ci ricorda il valore di ciò che sa tornare alla natura senza
avvelenarla. Una foglia che si trasforma in humus, un materiale che si
decompone, un rifiuto che non diventa un'eredità per le generazioni
future: sono piccoli esempi di un grande equilibrio che l'uomo è
chiamato a rispettare.
Viviamo in un tempo in cui plastica e rifiuti
restano nell'ambiente per decenni, talvolta per secoli. Scegliere
prodotti biodegradabili, ridurre gli sprechi e differenziare
correttamente non è soltanto un gesto ecologico, ma un atto d'amore
verso il pianeta che ci ospita.
La natura ci insegna che nulla va
perduto: tutto si trasforma e torna a dare vita. Impariamo anche noi a
lasciare dietro di noi non tracce di inquinamento, ma impronte di
responsabilità. Perché il futuro della Terra inizia dalle scelte di ogni
giorno.
Favria, 5.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Rispetta la natura e riscopri il ritmo della vita. Felice mercoledì.
Il Miracolo della Madonna della Neve.
Secondo la tradizione, una miracolosa nevicata estiva indicò il luogo dove sorse la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
Le Streghe della notte: donne sovietiche tra cielo, coraggio e storia.
Nell’oscurità
dell’inverno del 1941, mentre le truppe tedesche avanzavano nell’Unione
Sovietica, comparvero dal cielo piccoli biplani silenziosi e
maneggevoli, capaci di colpire senza farsi vedere. Quando venivano
abbattuti, fra i rottami si trovavano corpi di donna. I tedeschi li
chiamarono Nachthexen, “Streghe della notte”, e la leggenda nacque.
Si
trattava delle donne del 588° Reggimento di bombardieri notturni
sovietici, tutte volontarie, giovanissime e determinate. Guidavano i
Polikarpov Po-2, aerei lenti ma incredibilmente agili, capaci di
incassare colpi che avrebbero abbattuto qualsiasi caccia moderno.
Spegnere il motore per planare silenziose sulla postazione nemica era un
gesto rischiosissimo, ma le Streghe lo compivano con precisione e
freddezza.
Erano russe, bielorusse o ucraine, alcune provenienti
dalla Siberia o dall’Asia Centrale, ma tutte accomunate da coraggio,
disciplina e amore per la Patria. Durante la guerra completarono più di
23mila missioni, infliggendo danni enormi ai tedeschi e perdendo solo 32
delle loro. Ogni fotografia le ritrae giovani, sorridenti, spavalde, ma
capaci di audacia e disciplina che avrebbero segnato la storia.
Oggi,
a distanza di decenni, le Streghe della notte restano simbolo di una
battaglia doppia: quella contro il nemico e quella per dimostrare che le
donne possono e sanno essere forti quanto gli uomini. Come ricorda
Irina Rakobolskaja, superstite del reggimento, “una donna può tutto”.
Non è solo la memoria di un’impresa militare, ma un monito di libertà,
coraggio e autodeterminazione.
E se la storia le ha chiamate streghe,
forse è perché avevano davvero il potere di volare sopra ogni limite
imposto dalla società e dalla guerra.
Favria, 6.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Promuoviamo sempre la pace, sicurezza e compassione. Felice giovedì.
6 agosto 1945.
Hiroshima.
La prima bomba atomica utilizzata in guerra provoca una devastazione
senza precedenti e cambia la storia del Novecento.
Il canto che non chiede ascolto.
Questo
luogo d’ombra e fronde, dove il platano altissimo custodisce una fonte
fresca e l’agnocasto diffonde profumo nell’aria, è un invito naturale
alla sosta, proprio come accadde a Socrate e Fedro fuori dalle mura di
Atene. Là, tra il fruscio delle foglie e il coro insistente delle
cicale, nasceva la riflessione: quelle creature sonore che cantano sopra
le loro teste non smettono mai di interrogare l’umano su ciò che lo
supera, lo attrae, lo mette in crisi.
Dal mondo maschile e razionale
dei dialoghi platonici arriva il contrappunto inatteso del nuovo libro
di Adriana Cavarero, Il canto delle Sirene. Le sue pagine brillano di
un’ironia sottile e di una densità che riapre la domanda sul mito
omerico: perché Ulisse volle ascoltare ciò che non doveva essere
ascoltato? Perché, solo tra tutti, pensò che il canto delle Sirene fosse
destinato a lui, creato per lui, calibrato esattamente sul suo
desiderio di eroe?
Adorno risponderebbe che l’astuzia di Ulisse è il
gesto fondativo della ragione occidentale che sfida le forze
primordiali; ma Kafka ribalterebbe subito tutto, sostenendo che forse le
Sirene non cantavano affatto, che il loro silenzio era la seduzione più
micidiale. In ogni caso, l’eroe resta convinto di essere l’oggetto di
quel potere, il destinatario di quella voce arcana.
E se non fosse
così? Eliot lo suggerisce con pudore: forse le Sirene non canteranno per
lui, perché il loro canto, sostiene Cavarero, è prima di tutto per se
stesse. Non è destinato a sedurre alcun mortale, ma a risuonare come
piacere condiviso, come armonia necessaria al loro essere. Proprio come
nella cosmologia platonica: otto note, otto voci, un’unica vibrazione
che muove il cielo.
Allo stesso modo le cicale un tempo umane,
racconta Socrate morirono dimentiche del vivere, perse nella gioia del
canto continuo. Ed ecco allora la trama che unisce Sirene, cicale e
donne al telaio: un ritmo antico, un filo sonoro che non intrappola ma
genera, non richiama ma sostiene, non tenta ma accompagna. L’armonia che
nasce dal semplice fatto di esserci e risuonare.
In fondo, il vero canto non è quello che cerca un orecchio: è quello che crea un mondo.
E
noi, come Sirene ignare, cantiamo perché il canto ci attraversa non
per sedurre, ma per ricordarci che esistere significa vibrare con ciò
che vive.
Favria, 7.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Coltiva gentilezza e raccoglierai sorrisi. Felice venerdì.
7 agosto 1782.
Inaugurato
il Teatro alla Scala dopo il primo periodo di attività estiva. Nel
tempo diventerà uno dei templi mondiali dell'opera lirica
8 agosto 2026 – Giornata Internazionale del Gatto
Il gatto che invita la fortuna.
C’è
un gatto che non miagola, non cammina e non dorme al sole, eppure da
secoli osserva il mondo con un sorriso appena accennato. È il Maneki
Neko, il gatto che porta fortuna, una delle figure più riconoscibili e
amate della cultura giapponese. Seduto, con una zampa alzata in un gesto
che non saluta ma invita, questo piccolo guardiano silenzioso è
diventato simbolo di prosperità, successo e buona sorte, attraversando
il tempo e i confini fino a entrare nelle case, nei negozi e
nell’immaginario collettivo di tutto il mondo.
Le sue origini
affondano nel periodo Edo, tra il Seicento e l’Ottocento, quando il
Giappone viveva un’epoca di stabilità e raffinatezza simbolica. Una
delle leggende più note racconta di un gatto che, con un movimento della
zampa, attirò un nobile all’interno di un tempio proprio mentre un
fulmine colpiva il punto in cui si trovava poco prima. Salvato dalla
morte, l’uomo ricambiò con donazioni e protezione, e da allora quel
gesto felino divenne segno di benevolenza e fortuna. In Giappone,
infatti, il movimento della zampa non indica addio, ma richiamo: un
invito ad avvicinarsi, a entrare, a fidarsi.
Il Maneki Neko
tradizionale si ispira al Bobtail giapponese, riconoscibile per la coda
corta, e spesso tiene tra le zampe una moneta koban, antico simbolo di
ricchezza e abbondanza. La sua presenza non è casuale: va collocato
all’ingresso, dove le energie passano e si rinnovano. Anche i dettagli
raccontano una storia: il collare, il campanellino, la pettorina
rimandano ai gatti nobili dell’antico Giappone, animali rispettati e
protetti perché custodi di templi e risaie, difensori silenziosi contro i
topi e, simbolicamente, contro il disordine. Ogni gesto e ogni colore
aggiungono un livello di significato. La zampa sinistra alzata richiama
relazioni e clienti, la destra invita il denaro e la fortuna, entrambe
insieme promettono protezione e prosperità. Più la zampa è alta, più
lontano si dice possa arrivare la buona sorte. Anche i colori parlano:
il bianco richiama purezza e felicità, l’oro la ricchezza, il nero la
protezione dalle energie negative, il rosso la salute, il rosa l’amore.
Nulla è lasciato al caso, perché nel simbolo ogni dettaglio è una forma
di linguaggio. Non stupisce che il gatto sia al centro della cultura
giapponese da secoli. Animale indipendente ma capace di legami profondi,
discreto e misterioso, il gatto incarna un equilibrio raro tra presenza
e distanza. È l’animale domestico più diffuso in Giappone anche per
questo: non impone, non invade, ma accompagna. Proprio come il Maneki
Neko, che non promette miracoli, ma invita la fortuna con un gesto
gentile e paziente. Oggi questa figura vive anche nella modernità:
diventa oggetto di design, icona pop, elemento artistico e commerciale.
Eppure, sotto le forme più stilizzate o ironiche, conserva intatto il
suo significato profondo. Non è solo una statuetta, ma un augurio
silenzioso, un richiamo alla fiducia nel fluire delle cose. Forse è
questo il segreto del Maneki Neko, e dei gatti in generale: ricordarci
che la fortuna non si afferra con forza, ma si accoglie. Che arriva
quando sappiamo fermarci, osservare, lasciare la porta socchiusa. E che,
come un gatto che ci sceglie senza farsi chiamare, le cose migliori
della vita entrano spesso in punta di zampe.
Favria, 8.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Lasciamoci ispirare dall’indipendenza e dalla curiosità. Felice sabato.
8 agosto 1963.
Il Grande Furto al Treno. In Inghilterra una banda assalta un convoglio postale portando via un bottino record per l'epoca.
Patafisica? Tranquilli, non è contagiosa!
Mi
succede spesso. Sono al bar davanti a un caffè, in fila al supermercato
o a passeggio, quando qualcuno mi guarda incuriosito e mi domanda:
«Scusa, ma cos'è questa Patafisica di cui ogni tanto parli?» A quel
punto potrei rispondere con la definizione ufficiale di Alfred Jarry:
«La scienza delle soluzioni immaginarie e delle leggi che governano le
eccezioni.»
Ma, diciamoci la verità... rischierei di perdere l'interlocutore già alla parola scienza.
Allora
provo in modo più semplice: «Hai presente quando trovi parcheggio
proprio davanti al negozio il giorno di Natale? Ecco, la Patafisica
studia quel miracolo. Oppure quando il pane cade dalla parte
imburrata... ma solo se hai appena lavato il pavimento.»
Se continua a
guardarmi come se fossi appena sceso da Marte, gli faccio un nome:
Enrico Baj. Poi Boris Vian, Marcel Duchamp, Raymond Queneau... e capisco
che ormai è definitivamente confuso.
Gli racconto allora del
Collegio di Patafisica, fondato a Parigi nel 1948: un'accademia
serissima... nel prendere poco sul serio la serietà. Là ci sono Satrapi,
Prefetti Allegorici, Faraoni e altri titoli che sembrano usciti da un
film comico. Eppure dietro ogni sorriso c'è un invito a guardare il
mondo con fantasia. Se proprio vuole approfondire, gli consiglio Alingue
e Apostrofi, un libro che sembra un luna park dell'immaginazione: arte,
giochi di parole, fotografie, scritture strane, performance e mille
idee che fanno capire una cosa sola... che la normalità, ogni tanto, ha
bisogno di andare in vacanza.
Alla fine gli chiedo: «Allora, hai capito cos'è la Patafisica?»
Lui sospira: «Sinceramente... no.» «Perfetto!» rispondo soddisfatto. «Allora hai iniziato a capirla.»
Perché
forse è proprio questo il bello della Patafisica: non pretende di dare
tutte le risposte. Ci ricorda, con un sorriso, che il mondo non è fatto
solo di regole, ma anche di eccezioni, coincidenze, fantasia e
meraviglia. E, in fondo, vivere con un pizzico di ironia è una delle
soluzioni immaginarie... più concrete che esistano.
Favria, 9.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La gioia si nasconde nei piccoli dettagli. Felice domenica.
9 agosto 378 d.C.
Battaglia di Adrianopoli. L'imperatore Valente cade in battaglia contro i Goti: un duro colpo per l'Impero Romano.
Haiti, la rivoluzione che cambiò il mondo.
La
rivoluzione haitiana nacque in un tempo in cui gli ideali europei di
libertà e uguaglianza convivevano senza imbarazzo con la brutale realtà
dello schiavismo nelle colonie. Nelle Antille francesi, soprattutto
nella ricchissima Santo Domingo, centinaia di migliaia di uomini e donne
di colore vivevano e morivano nelle piantagioni di zucchero e caffè che
arricchivano la Francia più di qualunque altro territorio d’oltremare.
La maggior parte non superava i dieci anni di vita dall’arrivo
sull’isola: il lavoro era massacrante, le punizioni terribili, il
ricambio continuo. Quando la Rivoluzione francese proclamò i diritti
dell’uomo, quelle parole attraversarono l’Atlantico e risuonarono anche
tra gli schiavi, mescolandosi alle preghiere e ai riti del voodoo,
religione nata dal sincretismo tra tradizioni africane e cristianesimo,
unico spazio di libertà lasciato a un popolo umiliato. Santo Domingo era
un microcosmo complesso e teso. Vi abitavano i grandi proprietari
bianchi, una minoranza ricchissima; un ceto di mulatti e neri liberi,
spesso istruiti, impiegati come amministratori o piccoli proprietari; e
una massa immensa di schiavi provenienti da Africa occidentale e
centrale. Per i bianchi era un mondo costruito su una montagna di
ricchezze, ma anche su una paura costante: «A Santo Domingo i bianchi
dormono sul Vesuvio», si diceva. E quel vulcano esplose nella notte del
14 agosto 1791, quando una cerimonia voodoo nel Bois Caïman, celebrata
dallo schiavo ribelle Dutty Boukman, divenne il preludio di
un’insurrezione che in pochi giorni travolse piantagioni, padroni e ogni
ordine costituito. I massacri furono feroci, specchio rovesciato delle
atrocità subite per generazioni. In due mesi più di 100.000 schiavi si
erano uniti alla rivolta, e migliaia di bianchi erano stati uccisi.
Nel
frattempo, la Francia rivoluzionaria tentava di mantenere il controllo
sulle sue colonie, ma le contraddizioni esplodevano: l’Assemblea
legislativa riconosceva i diritti agli uomini liberi di colore, mentre i
proprietari bianchi preferivano accordarsi con inglesi e spagnoli pur
di mantenere i loro privilegi. Nel 1794 però la Convenzione, con
l’impulso dei giacobini, abolì la schiavitù in tutto l’impero francese,
gesto epocale che cambiò il corso degli eventi a Santo Domingo. Fu
allora che emerse il leader destinato a diventare l’anima della
rivoluzione haitiana: Toussaint Louverture, ex schiavo liberato, uomo
colto e disciplinato, ottimo stratega. Passò dalla parte della Francia
rivoluzionaria contro inglesi e spagnoli, unificò l’isola e ripristinò
il sistema delle piantagioni sostituendo però la schiavitù con salari
regolari. Nel 1801 promulgò una costituzione che confermava la libertà e
lo nominava governatore a vita, pur continuando a proclamare la fedeltà
alla Francia.
Napoleone Bonaparte, divenuto Primo console, non
accettò quel gesto d’autonomia. Per lui Santo Domingo rappresentava il
fulcro del suo progetto americano: ripristinare lo schiavismo, rifondare
la ricchezza coloniale e poi, con un grande esercito, assicurarsi il
controllo della Louisiana e del bacino del Mississippi, limitando
l’espansione degli Stati Uniti. Inviò quindi nel 1802 un corpo di
spedizione imponente guidato dal generale Leclerc. Louverture
resistette, negoziò, ma cadde in un’imboscata: fu deportato in Francia,
dove morì in una prigione del Giura. Nonostante la sua assenza, la
rivoluzione non si spense. Sotto la guida di Jean Jacques Dessalines,
gli haitiani continuarono la guerra, mentre i francesi venivano decimati
dalla febbre gialla. Nel novembre 1803 le truppe di Napoleone si
arresero. Il 1° gennaio 1804 l’isola fu ribattezzata Haiti e proclamò la
propria indipendenza: era nata la prima nazione del mondo fondata da ex
schiavi neri.
La sconfitta di Haiti spezzò per sempre i sogni
imperiali di Napoleone in America. Reso consapevole dell’impossibilità
di controllare i Caraibi, vendette agli Stati Uniti l’immensa Louisiana,
cambiando per sempre la storia nordamericana e rendendo possibile
l’espansione verso Ovest. Ma mentre influenzava il destino di continenti
interi, il neonato Stato haitiano dovette affrontare un futuro irto di
ostacoli. Le potenze occidentali lo consideravano un pericoloso esempio
per milioni di schiavi ancora sottomessi nelle colonie; gli Stati Uniti
del Sud, fondati sulla monocoltura del cotone e sulla schiavitù,
temevano una possibile “contagiosa” imitazione. Washington e Jefferson
si erano già schierati in passato con i padroni bianchi di Santo
Domingo, e dopo l’indipendenza gli americani imposero un embargo,
rifiutando per decenni di riconoscere la nuova repubblica.
Il colpo
più devastante arrivò però dalla Francia restaurata: nel 1825, con una
flotta armata davanti alle coste, re Carlo X costrinse Haiti ad
accettare un indennizzo enorme – 150 milioni di franchi – come
compensazione per la perdita della colonia. Per pagarlo, Haiti
s’indebitò con banche francesi e americane, e per più di un secolo l’80%
delle sue risorse fu assorbito da quel debito, pagato fino all’ultimo
centesimo nel 1947. Era un cappio economico che impedì ogni sviluppo,
condannando l’isola alla miseria. Nel Novecento gli Stati Uniti
occuparono militarmente il paese per quasi vent’anni, sostennero governi
autoritari e lasciarono in eredità decenni di instabilità politica. Tra
dittature, ingerenze esterne e catastrofi naturali, Haiti è ancora oggi
uno degli Stati più poveri del mondo, posto agli ultimi livelli delle
classifiche internazionali del reddito pro capite.
Oggi la storia
della nazione nata dalla più straordinaria rivolta di schiavi dell’età
moderna ricorda quanto fragile possa essere la libertà conquistata con
il sangue e quanto profondamente le eredità del colonialismo continuino a
modellare il destino dei popoli. Haiti, culla di un coraggio senza
precedenti, rimane anche il simbolo di una promessa tradita: che la
libertà proclamata dagli uomini possa davvero appartenere a tutti.
Favria, 10.08.2027 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno è un’occasione per rinascere. Felice lunedì.
La notte di San Lorenzo.
Le Perseidi regalano ogni anno uno degli spettacoli astronomici più ammirati: le celebri stelle cadenti.
L'estate passa. Il bisogno di sangue resta.
C'è
chi in questi giorni prepara la valigia. E c'è chi, invece, aspetta una
trasfusione per poter affrontare un intervento, una terapia o
semplicemente un nuovo giorno. Le vacanze possono attendere qualche
minuto. La vita di qualcuno, no. Donazione di sangue: Venerdì 28 agosto
2026 a Favria – Cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20. Ogni
sacca donata è una possibilità in più. Un gesto semplice che può
trasformarsi in una speranza, in una cura, in un futuro. Durante la
mattinata potrai ricevere anche tutte le informazioni sulla donazione di
plasma, indispensabile per la produzione di farmaci salvavita.
Prenotazione obbligatoria: 3331714827, mail favria@fidasadsp.it
Porta con te un documento d'identità. Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza.
Il
tuo sangue non può essere fabbricato. Non può essere comprato. Può
arrivare solo da una persona generosa come te. Venerdì 28 agosto scegli
di esserci. Perché la solidarietà non va in vacanza.
E una donazione può cambiare una vita
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