Le molte strade della steppa.
Nel XIII secolo, mentre attraversava spazi che sembravano non avere confini, il frate francescano Guglielmo di Rubruck annotò nel suo Itinerarium una frase destinata a restare. Il Gran Khan, racconta, gli spiegò che come Dio ha dato più dita a una mano, così ha concesso agli uomini molte vie da percorrere. In quelle parole non c’era soltanto la saggezza di un sovrano, ma una visione del mondo maturata nel cuore delle steppe: la consapevolezza che la diversità non è disordine, ma struttura profonda della realtà.La Mongolia storica, troppo spesso ridotta a un’immagine uniforme e semplificata, è stata per secoli uno spazio di attraversamenti. Le sue pianure infinite hanno visto convivere popoli differenti, lingue che si sovrapponevano, alfabeti che si contaminavano, religioni capaci di coesistere senza annullarsi. In questo paesaggio aperto, il movimento non era eccezione, ma regola: un modo di abitare il mondo più che una necessità economica. Il nomadismo, lungi dall’essere sinonimo di arretratezza, fu una forma complessa di organizzazione sociale e culturale. La gher, abitazione mobile smontata e ricostruita più volte all’anno seguendo i cicli dei pascoli, rifletteva una visione flessibile dell’esistenza, in cui la stabilità non dipendeva dalla pietra, ma dalla capacità di adattamento. Accanto a questa mobilità, esistettero però anche grandi centri urbani e strutture politiche articolate, segno di una civiltà che seppe coniugare movimento e potere. Già in età antica, nel cuore dell’Asia, sorse uno dei primi grandi imperi delle steppe: quello degli Xiongnu. Tra il III secolo avanti Cristo e i primi secoli dell’era cristiana, il loro dominio si estendeva dalla Corea all’Asia centrale. Le fonti cinesi, che ne conservano memoria, li descrivono come una forza militare temuta e rispettata, tanto da spingere gli imperatori Han a cercare compromessi attraverso doni e matrimoni dinastici. Dietro l’immagine del guerriero nomade si intravede così una realtà politica sofisticata, capace di controllare vasti territori e complesse reti di alleanze. Nei secoli successivi, la steppa continuò a essere un crocevia decisivo. Mercanti, ambasciatori, missionari e viaggiatori la percorsero portando con sé idee, tecniche e credenze. Quando i Mongoli costruirono il loro impero, questa vocazione alla pluralità divenne sistema: lingue diverse furono ammesse, culti differenti protetti, saperi lontani messi in dialogo. Non per tolleranza astratta, ma per una comprensione pratica del potere: governare significava tenere insieme differenze, non cancellarle. Rileggere la storia della Mongolia significa allora liberarla dai luoghi comuni e restituirle la sua densità. Non un margine del mondo, ma uno dei suoi snodi fondamentali. Forse la lezione più duratura che viene dalla steppa è proprio questa: la storia non procede lungo un’unica strada ma si apre in sentieri molteplici, e solo accettando questa pluralità l’uomo può riconoscere il senso del proprio cammino.
Favria, 21.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Iniziamo questa settimana con ottimismo: ogni giorno porta nuove possibilità. Felice martedì
21.07.1969
Gli astronauti dell’Apollo 11 iniziano il rientro dalla Luna
Il bianco come origine: quando la luce diventa vita.
Il bianco è la luce dei fotoni che, in otto minuti di viaggio dal Sole, raggiunge la Terra e incontra le cose. Nel farlo, si lascia attraversare dai limiti della materia e si trasforma nei colori che ogni superficie restituisce. Il colore, infatti, non è ciò che una cosa trattiene, ma ciò che dona: una risposta silenziosa alla luce che la visita. Per questo un oggetto è bianco quando riflette quasi tutto, quando non trattiene nulla per sé. Le nubi, la neve, il latte, i cigni, le ninfee, la Luna: realtà che affascinano artisti e bambini perché sembrano dire, senza parole, che la pienezza sta nel lasciar passare. Fare esperienza del bianco significa fare esperienza dell’origine: del venire alla luce e, dunque, del venire alla vita. In una notte limpida, tra montagne innevate, la Luna che gli antichi chiamavano Selene, la Splendente, riversa sulla neve una luminosità crescente, un bianco assoluto che avvolge ogni cosa. Nel cielo, Orione disegna la sua figura eterna, riconosciuta da popoli lontani nel tempo e nello spazio. Davanti a questa vastità, l’ego si ridimensiona. Diventa difficile restare chiusi in se stessi quando il cielo e la terra sembrano ricordare che la vita non nasce dal possesso, ma dall’apertura.
Chi è già pieno non genera: consuma o si consuma. La creazione nasce invece dal vuoto, dal bianco. Come la pagina dello scrittore prima delle parole, la tela del pittore prima del colore, il silenzio prima della musica. È nel vuoto che il desiderio prende forma, ed è il desiderio, non come mancanza sterile, ma come energia vitale a spingerci a cercare, a creare, a vivere davvero. La vita è già in noi, come i colori sono già contenuti nella luce; ma emergono solo quando incontrano un limite. Così i nostri confini, le nostre fragilità, ciò che non sappiamo o non possiamo essere, diventano la condizione della nostra unicità.
Il bisogno contemporaneo di ritrovare i propri colori, anche nelle forme più superficiali, rivela una sete più profonda: quella di non essere ridotti a un grigio uniforme, a ruoli imposti, a identità prefabbricate. Il bianco lo suggerisce con discrezione: invita a ricominciare, a preparare i colori, a non smettere di desiderare. Il desiderio, infatti, non si esaurisce mai perché non tende a qualcosa di finito, ma all’infinito. È ciò che ci mantiene vivi, che ci spinge a mettere vita nella vita. Per questo il bianco non dovrebbe restare una metafora estetica o una tendenza da indossare. Può diventare un colore dell’anima. Un tempo di luce che illumina anche ciò che fa male: paure, fallimenti, ferite, rabbie, delusioni. Non per negarli, ma perché proprio da quel buio possa emergere una luce più autentica.
E forse è qui il senso ultimo del bianco: ricordarci che vivere non significa riempirsi, ma lasciar passare la luce; non possedere, ma riflettere. Come la neve sotto la Luna, come una pagina ancora intatta, come un cuore che accetta il proprio vuoto per diventare spazio di vita.
Favria, 22.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Oggi affrontiamo ogni situazione con fiducia: ciò che seminiamo con impegno crescerà. Felice mercoledì
22.07.1942.
Inizio delle deportazioni dal ghetto di Varsavia
Il gentiluomo nero delle Highlands.
C’è una razza che porta nel corpo la forza della terra e nello sguardo una dolcezza disarmante. Il Setter Gordon, lo scozzese nero focato, è l’incontro raro tra potenza e sensibilità, tra rusticità e classe. Il suo sguardo languido, profondo, quasi pensieroso, è uno di quelli che non si dimenticano: parla di lealtà, di pazienza, di una presenza costante e silenziosa accanto all’uomo. È un compagno di vita adorabile, ama le lunghe passeggiate, i bambini, la vita all’aria aperta, e mostra un istinto protettivo che nasce più dall’affetto che dalla diffidenza. Tra i Setter è il meno diffuso, ma forse anche il più sottovalutato. Più grande e strutturato del cugino Inglese, più robusto e massiccio dell’Irlandese, porta un nome illustre: quello del Duca di Gordon, Alessandro IV, che nei primi anni dell’Ottocento ne fissò le caratteristiche nel suo castello scozzese. Il progetto era chiaro: creare un cane capace di lavorare nei terreni duri, umidi e collinari delle Highlands, tra torbiere, vegetazione spinosa e clima severo. Per ottenere la potenza fisica e l’inconfondibile mantello nero focato, si ricorse probabilmente a incroci con il Bloodhound e il Collie, rafforzandone struttura, resistenza e olfatto. Nato per i moor scozzesi, il Gordon non è un velocista. La sua andatura non è leggera e “volante” come quella del Setter Inglese, selezionato per correre su pianure aperte e morbide. Il Gordon è un fondista: galoppa con passo più pesante, ma instancabile. Ha una costruzione potente, un’ossatura solida e una resistenza straordinaria. È un cacciatore onesto, sempre collegato al conduttore, dotato di grande tempra, determinazione e di un olfatto finissimo. Non ama l’esibizione, ma l’efficacia. Questa lunga storia di lavoro fianco a fianco con l’uomo ha scolpito il suo carattere. Il Setter Gordon ha sviluppato una profonda intesa con chi lo guida, fatta di sguardi, gesti minimi e fiducia reciproca. È pratico e rustico, sano e robusto, ma non privo di eleganza. C’è in lui una classe naturale, uno stile country sobrio e autentico. Il suo temperamento è dolce, affettuoso, bonario, ma sostenuto da una grinta silenziosa che emerge quando serve. Non è mai isterico, né superficiale: osserva, valuta, poi agisce. Fisicamente è il più massiccio dei Setter. La struttura è più quadrata e compatta rispetto alla silhouette slanciata del Setter Inglese. Il mantello è lungo, setoso, con frange eleganti su zampe e coda. Il colore è esclusivo: nero corvino, lucido, con focature color rosso castagna ben delimitate, calde come la terra delle Highlands. Lo sguardo, però, resta il suo tratto più distintivo: dolce, profondo, quasi umano.
Oggi, in un mondo che premia la velocità e la spettacolarità, il Gordon non gode della popolarità che meriterebbe. Eppure si riscatta con la sua intelligenza, la sua bellezza senza ostentazione e una giocosità pacata che lo rende un eccellente cane da compagnia. Non è un cane sedentario né da appartamento passivo: ha bisogno di correre, di annusare, di vivere spazi aperti per mantenere equilibrio e serenità. Ma una volta soddisfatto nel corpo, in casa diventa calmo, silenzioso e incredibilmente affettuoso, soprattutto con i bambini.
A differenza di altri cani da caccia socievoli con chiunque, il Setter Gordon tende a legarsi in modo viscerale a una persona o alla sua famiglia. È noto per la fedeltà estrema e per un istinto protettivo più marcato rispetto agli altri Setter, sempre espresso con misura e intelligenza.
Il Gordon non è un cane per tutti, e forse è proprio questo il suo fascino. È per chi ama i legami profondi, il tempo lungo, la compagnia autentica. In un’epoca che corre, lui insegna la resistenza; in un mondo rumoroso, la calma; in una società frettolosa, la fedeltà. E ci ricorda che la vera eleganza non è mai nella leggerezza, ma nella forza che sa essere gentile
Favria, 23.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni ostacolo è un’opportunità per crescere. Felice giovedì
Prima delle vacanze, regala vita. Il sangue non va in ferie.
Nelle tue vene c’è una possibilità in più per qualcuno.
Mercoledì 29 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria cortile interno del Comune dalle ore 8:00 – 11:20. Prima delle vacanze, fai una scelta che non può aspettare: anche d’estate ci sono persone che hanno bisogno di trasfusioni, cure e interventi urgenti. Le malattie non si fermano. Mai.
Con pochi minuti del tuo tempo puoi salvare una vita. Durante la mattinata info sulla donazione di plasma, fondamentale per terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria: cell 333 1714827 oppure tramite mail favria@fidasadsp.it Porta un documento d’identità
Non conoscerai mai chi aiuterai. Ma qualcuno continuerà a vivere grazie a te.
23 luglio 1914.
Ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia
Machu Picchu: la città perduta che non era Vilcabamba.
Il 24 luglio 1911 l’esploratore statunitense Hiram Bingham raggiunse, dopo giorni di marcia tra le montagne e la fitta vegetazione delle Ande peruviane, un complesso di rovine sconosciuto al mondo accademico occidentale. Convinto di aver trovato Vilcabamba, l’ultima roccaforte della resistenza inca contro gli spagnoli, annunciò una scoperta destinata a entrare nella storia. In realtà si trattava di Machu Picchu, una straordinaria città costruita dagli Inca nel XV secolo e rimasta nascosta per secoli tra le montagne. La spedizione fu resa possibile anche grazie all’aiuto degli abitanti locali, che conoscevano da tempo il sito e ne utilizzavano ancora i terrazzamenti agricoli. Una volta raggiunta la sommità, Bingham si trovò davanti a un complesso urbano sorprendente, caratterizzato da templi, piazze, abitazioni e centinaia di terrazze costruite con una tecnica edilizia eccezionale. I blocchi di granito erano lavorati con tale precisione da incastrarsi perfettamente senza l’uso di malta, garantendo agli edifici una straordinaria resistenza ai frequenti terremoti della regione.
Per molti anni si credette che Machu Picchu fosse davvero la mitica Vilcabamba. Solo nel Novecento avanzato nuove ricerche archeologiche e documentarie dimostrarono che l’ultima capitale della resistenza inca si trovava invece a Espíritu Pampa. Machu Picchu era in realtà una residenza reale voluta dall’imperatore Pachacútec, utilizzata come centro amministrativo, religioso e cerimoniale dall’élite dell’impero.
La città era organizzata secondo una precisa pianificazione. Le vaste terrazze agricole garantivano la coltivazione dei raccolti e proteggevano il terreno dalle frane, mentre un sofisticato sistema idrico distribuiva l’acqua attraverso numerose fontane. Grande importanza era attribuita anche all’astronomia: edifici come il Tempio del Sole e l’Intihuatana erano orientati in funzione dei movimenti del Sole e degli eventi astronomici fondamentali per il calendario agricolo.
Dopo la conquista spagnola dell’impero inca, Machu Picchu venne progressivamente abbandonata. Isolata tra le montagne e nascosta dalla vegetazione, sfuggì all’attenzione dei conquistatori e si conservò fino alla sua riscoperta nel XX secolo. Oggi il sito rappresenta una delle testimonianze più straordinarie della civiltà inca e continua ad affascinare studiosi e visitatori provenienti da tutto il mondo. Machu Picchu non è soltanto una meraviglia archeologica, ma anche il simbolo dell’ingegno, dell’organizzazione e delle conoscenze tecniche degli Inca. La sua storia dimostra come il lavoro degli archeologi e lo studio delle fonti possano correggere convinzioni radicate e restituire al passato la sua autentica identità.
Favria, 24.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Segui il tuo cuore, è la bussola più sincera. Felice venerdì.
24 luglio 1974.
La Rivoluzione dei garofani porta alla fine della dittatura in Portogallo.
Il tempo che rallenta: animali longevi e il mistero della durata.
Fino a non molto tempo fa si riteneva che il vertebrato terrestre più longevo mai vissuto fosse Tu’i Malila, una testuggine raggiata del Madagascar che trascorse la sua intera esistenza a Tonga, sotto la protezione della famiglia reale. Donata nel 1777 da James Cook in segno di riconoscenza verso l’accoglienza ricevuta nelle allora battezzate Friendly Islands, la tartaruga morì nel 1965, dopo 188 anni di vita documentata. Un primato impressionante, ma oggi superato.
A detenere il nuovo record è Jonathan, una tartaruga gigante delle Seychelles nata nel 1832 e residente da sempre sull’isola di Sant’Elena, nella residenza ufficiale del governatore britannico. Jonathan, che non fece in tempo a incrociare gli ultimi giorni di Napoleone, supera oggi i 193 anni. Una longevità che mette in ombra perfino quella di Gramma, la tartaruga delle Galápagos morta recentemente allo zoo di San Diego a 141 anni, e che distanzia anche Jeanne Calment, la donna francese che con i suoi 122 anni e 164 giorni detiene ancora il primato umano.
Ma il mondo animale continua a riservare sorprese. In mare aperto, tra le acque ghiacciate del Nord, vive lo squalo della Groenlandia, un gigante lento e quasi immobile che può raggiungere, secondo le stime, anche i cinque secoli di vita. Morten A. Stroksnes, nel suo Il libro del mare, immagina un esemplare che nuotava negli abissi quando Copernico scopriva il moto della Terra o quando il Mayflower lasciava le coste europee: un paradosso vivente che sfida la nostra percezione del tempo biologico. Anche alcuni mammiferi attirano l’interesse degli scienziati. Tra questi l’eterocefalo glabro, la cosiddetta “talpa senza pelo”, un minuscolo roditore dell’Africa orientale che vive sotto terra in colonie organizzate, guidate da una sola regina riproduttrice. Il suo segreto? Infrange le regole dell’invecchiamento: pur pesando appena 35 grammi, può superare i trent’anni, una longevità straordinaria se confrontata con i quattro anni medi di un topo comune.
Gli studi sulla durata della vita sembrano suggerire che non siano le dimensioni o la tassonomia a determinare la longevità, bensì fattori come l’accumulo di danni al DNA, l’infiammazione cronica e lo stress ossidativo. L’invecchiamento, dunque, non dipende tanto dal tempo in sé, quanto dall’usura, dal logoramento progressivo che le cellule subiscono nel corso della vita.
Proprio per questo gli scienziati osservano con attenzione le specie capaci di “spegnere”, almeno temporaneamente, il proprio metabolismo. Tartarughe e molti rettili ricorrono alla brumazione; ghiri, ricci e marmotte entrano in una vera ibernazione che abbassa drasticamente temperatura corporea e battito cardiaco; tassi e orsi cadono invece in un letargo più moderato ma regolato. Questa riduzione estrema dell’attività sembra offrire un vantaggio notevole nella lotta contro l’usura cellulare.
Gli animali che sanno rallentare, che trasformano il loro corpo in una sorta di “frigorifero vivente”, sembrano dunque possedere una riserva di tempo che agli altri è preclusa. Anche lo squalo della Groenlandia e l’eterocefalo glabro adottano strategie simili, affidandosi a un metabolismo lentissimo che protegge il loro organismo dal deterioramento.
Forse proprio qui si nasconde una lezione filosofica: a volte il segreto della longevità non è correre, accumulare o resistere, ma sottrarsi al ritmo incessante, rallentare, lasciare che il tempo scorra senza consumarci. Gli animali più longevi ci ricordano che vivere a lungo non significa vivere freneticamente, ma armonizzarsi con la misura naturale del proprio essere. In fondo, la durata è spesso un’arte di equilibrio: la capacità di sostare, di respirare più piano, di ascoltare il silenzio. Forse il tempo, quando non lo inseguiamo, impara persino a restarci amico.
Favria, 25.07.2027 Giorgio Cortese
Buona giornata. Affrontiamo le sfide insieme con coraggio: ogni difficoltà può diventare un’opportunità di crescita. Felice sabato.
25.07.1943.
Caduta del governo di Mussolini
La Belle Époque: uno specchio che brilla e inganna.
Non si sa chi abbia pronunciato per primo la locuzione “Belle Époque”. Forse un giornalista, forse un anonimo frequentatore di caffè. Fatto sta che l’espressione non nacque dall’alto, né da un manifesto culturale: prese forma nella voce del popolo, filtrò spontaneamente nell’uso quotidiano e, nel giro di pochi anni, divenne il modo per indicare un intero mondo. Accadde dopo la Prima guerra mondiale, quando negli occhi dell’Europa devastata dal lutto e dalla paura tutto ciò che era venuto prima assunse tonalità rosate. L’epoca precedente era parsa, nel ricordo, una lunga parentesi di luce: progresso, invenzioni, pace apparente, ottimismo diffuso. In breve: bella!
Era un’idea, certo. E come tutte le idee, era più vera nella memoria che nella realtà. Sì, c’erano l’elettricità, il cinematografo, le automobili, la radio, metri sotterranei e nuovi materiali. Sì, Parigi brillava e la borghesia festeggiava il proprio trionfo economico. Ma c’erano anche le periferie degradate, l’emigrazione di massa, le tensioni sociali represse nel sangue. In Italia, soprattutto, la “bella epoca” fu spesso una maschera satirica: l’immagine di una società frivola, piena di viveur e sciantose, smascherata dalle macchiette teatrali e dalle ironie di chi, nel lavoro e nella miseria, vedeva ben poco di quell’abbondanza.
Eppure, negli anni Cinquanta, dopo nuove tragedie, dittature, bombardamenti, guerre fratricide, quella veste caricaturale perdette durezza. Tornò un velo di nostalgia. Forse era inevitabile: più un popolo soffre, più il passato lontano sembra gentile. Si rideva ancora della Belle Époque, sì, ma con un sorriso più tenue, quasi affettuoso.
Il cinema, più di ogni altra forma, riuscì a trattenere lo spirito di quell’epoca. Non perché riflettesse una società ricca, la ricchezza era di pochi, ma perché il cinematografo apparteneva davvero a tutti. Era l’unico luogo in cui il ricco e il povero condividevano buio e immaginazione. Nel 1915 c’erano sale ovunque, dalle metropoli ai borghi più piccoli. Eleganti come teatri, o spartane come baracconi di marionette, ma tutte attraversate dalla stessa magia: un buio democratico, una sospensione della realtà dove chiunque, soprattutto le donne, poteva evadere dai codici del comportamento. “Le films”, come si diceva allora al femminile, aprivano mondi: eroine ribelli, avventuriere, peccatrici affascinanti. Il cinema parlava a tutte le lingue perché non ne aveva una sola; era muto, ma non silenzioso, accompagnato da musiche che trasformavano ogni sala in un piccolo teatro dell’emozione.
Quella comunanza culturale sarebbe durata poco. Le nazioni, di lì a poco, avrebbero smesso di condividere sogni e avrebbero iniziato a combattersi sui campi di battaglia. Dopo la guerra, il cinema stesso sarebbe diventato un’arma industriale e commerciale: i mercati da conquistare, le produzioni nazionali da schiacciare. L’Italia, che fino al 1915 aveva avuto le sue “Hollywood” a Torino e a Roma, ne uscì stremata e quasi annientata.
E tuttavia, proprio in quegli anni di leggerezza prima del caos, poteva emergere una meteora come Diana Karenne: misteriosa, libera, cosmopolita. Attrice, autrice, regista, produttrice. Una figura capace di incarnare l’altra faccia della Belle Époque: non solo vacuità e lusso, ma intraprendenza, indipendenza femminile, movimento. Era un’epoca di frontiere leggere, attraversate ogni giorno da aristocratici in viaggio, emigranti in cerca di lavoro, artisti in fuga o in ricerca di fortuna. Un mondo dove si andava “là dove chiamavano i soldi e la fama”, e da cui si tornava cambiati — a volte vincitori, più spesso sconfitti, ma comunque plasmati dal movimento stesso.
Oggi, guardando a quel periodo così mitizzato, si comprende quanto la Belle Époque sia diventata più un mito che una realtà. Non mente, ma seleziona. Non descrive una condizione, ma un desiderio: l’idea che esista un tempo in cui la vita scorre senza minacce, in cui il progresso non presenta il conto, in cui le luci non abbagliano ma riscaldano.
Il mito della Belle Époque non ci parla di ciò che fu, ma di ciò che vorremmo che fosse. Ed è proprio qui che nasce il suo valore filosofico. Ogni volta che idealizziamo un passato felice, lo facciamo per misurare la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Non tanto per tornare indietro, quanto per capire dove abbiamo smarrito il senso della nostra fiducia. La Belle Époque, con il suo bagliore seducente e ingannatore, ci ricorda che nessuna epoca è davvero “bella” mentre la si vive: lo diventa solo nel ricordo, quando abbiamo bisogno di un luogo mentale dove depositare ciò che temiamo di aver perduto.
Favria, 26.07.2027 Giorgio Cortese
Buona giornata. Celebriamo i piccoli traguardi quotidiani: anche un passo minimo avanti è un successo. Felice domenica
26.07.1956
Nazionalizzazione del Canale di Suez.
Tra casa e potere: genealogia antica della ricchezza.
L’economia, prima di diventare un sistema astratto di numeri e mercati, nasce come pratica concreta del vivere quotidiano. Nei testi più antichi del mondo greco essa è legata alla casa, alla gestione delle risorse necessarie alla sopravvivenza e all’equilibrio familiare. Solo in seguito questo sapere oltrepassa la soglia domestica e si riversa nello spazio pubblico, trasformandosi in strumento di governo della città. La polis eredita dalla casa l’arte dell’amministrare, ma la amplifica fino a farne un dispositivo politico, militare e sociale. Già nella Grecia classica l’economia non è neutrale. Diventa calcolo delle entrate, misura delle forze, capacità di sostenere una guerra o di costruire consenso. Le riflessioni storiche mostrano come le finanze pubbliche, i salari, l’edilizia e l’organizzazione urbana siano elementi centrali di una visione complessiva della comunità. Governare significa anche distribuire, pianificare, investire. In questo senso, l’economia è da subito una forma di potere. Il mondo romano assorbe queste idee e le riorganizza secondo una logica più pragmatica e normativa. La ricchezza viene osservata nella sua concretezza: terra, agricoltura, accumulo. Ma è soprattutto il diritto a dare stabilità a questo sistema, fissando regole, proprietà, obblighi. L’economia smette di essere solo pratica e diventa struttura, sostenuta da leggi che ne garantiscono la durata nel tempo.
Accanto alla gestione delle risorse emerge però un’altra questione decisiva: chi detiene il potere economico tende anche a detenere quello politico. La riflessione antica individua con lucidità questa dinamica, distinguendo tra il governo dei ricchi e quello dei poveri, tra oligarchia e democrazia. Nessuna delle due forme è idealizzata: la prima è minata da conflitti interni, la seconda dalla seduzione della demagogia. Da qui la ricerca di equilibri intermedi, di sistemi capaci di evitare sia il dominio esclusivo della ricchezza sia l’instabilità del consenso facile. Molti strumenti che oggi consideriamo moderni affondano le radici in queste esperienze. La redistribuzione della ricchezza, il finanziamento obbligatorio di attività collettive da parte dei più abbienti, la tassazione progressiva non sono anomalie contemporanee, ma risposte ricorrenti a un problema antico: come tenere insieme disuguaglianza economica e coesione sociale. Anche l’idea stessa di ricchezza cambia nel tempo. In alcune culture essa coincide con l’abbondanza materiale, in altre viene subordinata al valore intellettuale, artistico o morale. Solo in epoca più recente si afferma con forza l’equazione tra successo economico e merito personale, fino a trasformare l’arricchirsi in segno di virtù. Eppure, già nel passato si avverte una tensione irrisolta tra ciò che si è e ciò che si possiede, tra l’agire e l’essere. La guerra, spesso intesa come mezzo legittimo di accumulazione, mostra il volto più crudo di questa tensione: conquista di uomini, terre, risorse, riduzione dell’altro a strumento. Le forme mutano, ma la logica può ripresentarsi sotto nuove maschere, là dove il benessere di alcuni si regge sul lavoro invisibile e svalutato di altri. Ripercorrere queste traiettorie antiche non serve a cercare modelli da imitare, ma domande da riaprire. Se l’economia nasce per ordinare la vita comune, e la ricchezza per renderla possibile, il rischio è che, una volta assolutizzate, entrambe smarriscano il loro senso originario. Forse la vera misura di una società non sta in quanto accumula, ma nella capacità di ricordare che ogni casa, grande o piccola che sia, resta abitabile solo finché chi la governa non dimentica perché è stata costruita.
Favria, 27.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno celebriamo tutte le forme di espressione e unicità umana. Felice lunedì.
Dona sangue prima di partire. Le malattie non vanno in vacanza.
Nelle tue vene c’è una possibilità in più per qualcuno. Mercoledì 29 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria cortile interno del Comune dalle ore 8:00 – 11:20. Prima delle vacanze, fai una scelta che non può aspettare: anche d’estate ci sono persone che hanno bisogno di trasfusioni, cure e interventi urgenti. Le malattie non si fermano. Mai.
Con pochi minuti del tuo tempo puoi salvare una vita. Durante la mattinata info sulla donazione di plasma, fondamentale per terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria: cell 333 1714827 oppure tramite mail favria@fidasadsp.it Porta un documento d’identità. Non conoscerai mai chi aiuterai. Ma qualcuno continuerà a vivere grazie a te.
