Un viaggio tra storia e civiltà, per riscoprire il passato e ricordare che donare sangue significa donare vita… LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Rubrica Cortese

Un viaggio tra storia e civiltà, per riscoprire il passato e ricordare che donare sangue significa donare vita… LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Il pane che viaggia: mito, civiltà e migrazioni del Mediterraneo

 Aveva ragione Ippocrate quando scriveva che “il pane appartiene alla mitologia”. Lo affermava consigliando, soprattutto nei mesi estivi, un’alimentazione che oggi chiameremmo mediterranea: pane d’orzo come la maza, pane integrale non setacciato come il synkomistos, o gli ipnitai, semplici panini cotti in speciali forni all’aperto. Già allora il pane si declinava al plurale: forme diverse, farine diverse, cotture diverse. Proprio come oggi. E non è un caso che noi italiani, alla rigida egemonia cartesiana della baguette francese, contrapponiamo una costellazione di pani: michetta, pane ferrarese, rosetta, senza contare pizza, piadina, pinsa. Una varietà che non è disordine, ma memoria sedimentata. Secondo molti studiosi, il primato per la quantità di pani diversi per forme, gusto e nome spetta alla Sardegna. La spiegazione è affascinante quanto plausibile: l’isolamento storico dell’isola avrebbe stimolato l’ingegno e l’immaginazione dei suoi abitanti. Se la storia del pane nel Mediterraneo ha un cuore antico, come suggeriva Ippocrate, è facile credere che batta anche lì, in una terra che ha fatto della necessità una grammatica creativa. Le origini della lavorazione del grano si perdono nella notte dei tempi. Le prime tracce riconducono al Corno d’Africa, sull’altopiano etiopico, da cui la coltivazione dei cereali si diffuse nello spazio mediterraneo. Tra Gibilterra e la Mesopotamia, l’affermazione del pane segna un passaggio decisivo: dalla vita nomade alla stanzialità. Coltivare il grano richiede tempo, attesa, organizzazione; consumarlo e conservarlo implica strategie comuni. Il pane diventa così il vessillo di comunità che scelgono di fermarsi, di abitare lo spazio invece di attraversarlo, di fiorire nello stare. Come le città, altro grande privilegio precoce del Mediterraneo, anche il pane è segno di civiltà. Il Gilgamesh, poema Sumero, racconta lo stupore di Enkidu, uomo dei boschi e della caccia, quando assaggia per la prima volta il pane: un cibo che lo separa definitivamente dalla vita selvatica. Nell’Odissea, i “mangiatori di pane” sono contrapposti ai barbari: mangiare pane significa appartenere a un ordine umano, condiviso, riconoscibile. Non sorprende allora che il pane sia fondamento delle religioni del Libro. Ebraismo, cristianesimo e islam lo assumono come alimento carico di senso, fino a sfiorare l’unione mistica tra pane e corpo della divinità. In questa alleanza si conserva il ricordo di una devozione antica: il pane sostiene l’esistenza materiale, ma anche quella dello spirito. E, in un mondo di fedi spesso contrapposte, il pane unisce. Nella Cordoba medievale, davanti alle botteghe dei fornai arabi, si incontravano ebrei e cristiani; nelle bisacce dei beduini viaggiavano pagnotte degne di Gerusalemme; le farine provenienti dalla lontana Colchide attraversavano il Mar Nero per nutrire Atene, troppo popolosa per vivere solo dei propri campi. Perché il pane, pur essendo simbolo di stabilità e dimora, viaggia. Anzi, la sua geografia è la sua storia. Ogni pane custodisce un seme che viene da lontano. Persino il pan di Spagna, oltre a evocare dolci e farciture, racconta il cammino degli ebrei espulsi dalla penisola iberica dopo la Reconquista: pani portati nella diaspora, capaci di adattarsi e fiorire a Sarajevo, a Budapest, a Costantinopoli, a Istanbul. Dalla tradizione ebraica dei “pani della proposta”, esposti insieme sul tavolo del Tempio, discende la fractio panis: il pane spezzato. Un gesto dal significato liturgico profondo, ma anche quotidiano e sommesso: accogliere il viandante, condividere il cibo con chi ne ha bisogno, riconoscere nell’altro un commensale prima ancora che uno straniero. Nel pieno della Prima guerra mondiale, Charles Péguy annotava con lucidità tragica: «Colui a cui manca il pane quotidiano perde anche il senso di quello eterno». Pane e lavoro diventano allora il cuore di tutte le battaglie moderne: il pane non come elemosina, ma come diritto, come giusta ricompensa della fatica. È da qui che irrompono nella storia del pane le migrazioni di massa, i viaggi forzati, le partenze dolorose. Perché è sempre da dove manca il pane che si è costretti a partire. Verso l’America oltre l’oceano, verso l’Europa oltre le montagne, verso l’Occidente oltre un Mediterraneo che oggi, paradossalmente, è diventato frontiera e non più passaggio, proprio per quel grano che ne ha fondato la civiltà. Il pane nasce per fermare, ma costringe a muovere. È promessa di casa e, insieme, ragione dell’esilio. Tiene insieme mito e fatica, fede e lavoro, stanzialità e viaggio. Ogni pagnotta racconta una civiltà che ha imparato ad aspettare, ma anche una storia di mani che hanno dovuto lasciarla. Forse per questo il pane continua a parlare a tutti: perché in esso convivono la nostalgia della dimora e il coraggio della partenza. Finché sapremo riconoscere, nel pane che spezziamo, il segno di una storia comune, il Mediterraneo potrà tornare a essere ciò che è sempre stato: non un confine, ma una tavola.

Favria, 14.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno porta una nuova possibilità. Felice martedì.

14 luglio 1789.

Presa della Bastiglia e inizio simbolico della Rivoluzione francese

Dalla cravatta ai lacci delle scarpe: il filo invisibile dei nodi.

Dalla nascita in poi, i nodi accompagnano silenziosamente la nostra vita. C’è il fiocco appeso alla porta per annunciare un nuovo arrivo, quello che impariamo a fare con fatica alle scarpe da bambini, il nodo della cravatta che segna il passaggio all’età adulta. Un gesto semplice, quotidiano, che ripetiamo senza pensarci troppo e che pure racchiude una complessità sorprendente.

Prendiamo proprio la cravatta. A prima vista sembra sempre la stessa, e invece i modi per annodarla sono moltissimi. Alcuni nodi sono essenziali, altri più elaborati, altri ancora quasi decorativi. Dietro a questi gesti c’è una logica fatta di sequenze, di movimenti che dipendono l’uno dall’altro, come se le mani seguissero un percorso già scritto. È un piccolo esempio di come anche le azioni più banali abbiano una struttura, un ordine nascosto.

Ma i nodi non sono un’invenzione moderna. Molto prima delle cravatte, altre civiltà usavano corde e intrecci per conservare informazioni, contare, organizzare la vita quotidiana. Fili di colori diversi, annodati in modi precisi, diventavano una sorta di memoria esterna, capace di raccontare numeri, eventi, decisioni. Un linguaggio fatto non di parole, ma di intrecci.

E non siamo nemmeno gli unici a saper fare nodi. In natura, alcuni uccelli costruiscono nidi complessi intrecciando fibre e ramoscelli con una precisione che ha qualcosa di sorprendente. Vere e proprie architetture sospese, nate solo dall’istinto e dall’esperienza. Oggi, persino le macchine stanno imparando: robot che fanno e sciolgono nodi ripetendo il gesto più e più volte, finché non lo memorizzano. Un po’ come facciamo noi.

C’è poi un livello ancora più profondo, invisibile agli occhi. I nodi diventano curve nello spazio, forme astratte che aiutano a capire come si intrecciano le cose nel mondo: i filamenti del Dna dentro le cellule, i vortici dell’acqua, le linee di forza che si avvolgono e si sciolgono. In questi casi il nodo non è più una corda, ma un’idea, uno strumento per leggere la complessità della realtà.

Alla fine, forse, i nodi parlano di noi. Della nostra tendenza a intrecciare, complicare, legare insieme cose diverse. Alcuni nodi si stringono troppo, altri si sciolgono con un gesto leggero. La vita stessa assomiglia a una lunga corda: non conta evitare i nodi, ma imparare a riconoscerli, a capirli, e ogni tanto ad allentarli, per andare avanti con un po’ più di libertà.

Favria, 15.07.2026 Giorgio Cortese

15 luglio 1099.

Conquista di Gerusalemme nella Prima crociata

Buona giornata. La felicità molte volte è già dentro di noi, cerchiamola con cuore aperto. Felice mercoledì.

L’arte sottile dell’astuzia: tra Ulisse, scacchi e le trappole che sembrano salvezze

Nel corso della storia, l’intelligenza non è mai stata soltanto forza o conoscenza: è stata soprattutto astuzia. Un’arte sottile, esercitata da molti, ma padroneggiata da pochi. Tra questi pochi, Ulisse, l’eroe cantato da Omero, rimane il simbolo eterno della sagace furbizia, della mente che sa tessere reti invisibili e trasformare il pericolo in occasione. Ulisse non vince con la spada, ma con l’ingegno. Inganna Polifemo con un nome che è nessuno, costruisce il cavallo di Troia come una trappola che sembra un dono, e naviga tra mostri e dèi usando più la testa che le braccia. La sua astuzia non è inganno vile, ma intelligenza strategica: la capacità di leggere il mondo come una scacchiera. Proprio come negli scacchi, dove ogni partita è una danza silenziosa di mosse e contromosse. Il bravo giocatore non attacca subito: prepara il terreno, sacrifica un pezzo per attirare l’avversario, tende una rete invisibile. A volte offre una pedina come esca, facendo credere all’altro di aver trovato una facile vittoria, mentre in realtà sta entrando in una trappola perfetta. Così è anche nella vita. Ci sono situazioni che sembrano salvezze e invece sono gabbie dorate. Occasioni che brillano come promesse e invece nascondono catene. L’astuto lo sa: osserva, aspetta, studia. Sa che spesso per vincere bisogna saper perdere qualcosa. Come chi lascia cadere briciole di pane per attirare l’animale nella rete, così l’uomo intelligente sa che il mondo si muove più per desiderio che per forza. La vera astuzia non è cattiveria. È consapevolezza. È la capacità di vedere oltre le apparenze, di leggere le intenzioni dietro i sorrisi, di riconoscere le trappole mascherate da porte aperte. Ulisse ci insegna che il viaggio più pericoloso non è quello tra i mari, ma quello tra le illusioni. E che spesso non sopravvive il più forte, ma colui che sa pensare meglio. Forse la vita è davvero una grande partita a scacchi giocata contro il destino. E noi, come Ulisse, non possiamo scegliere il vento, ma possiamo scegliere le vele. L’astuzia non serve per ingannare gli altri, ma per non essere ingannati dal mondo. Perché chi non impara a leggere le reti, finirà sempre per restarne prigioniero.

Favria, 16.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno è un’occasione per rinascere. Felice giovedì.

16 luglio 1969.

Lancio della missione Apollo 11

Dona sangue prima di partire. Le malattie non vanno in vacanza.

Nelle tue vene c’è una possibilità in più per qualcuno.

Mercoledì 29 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Prima di andare in vacanza, fermati un momento: c’è chi anche d’estate continua ad aver bisogno di cure, trasfusioni e interventi urgenti. Le malattie non si fermano, non vanno in vacanza e non aspettano. Dietro ogni sacca di sangue c’è una persona che spera, lotta e attende. Per lei, il tuo gesto può diventare una possibilità concreta di vita.

Con pochi minuti del tuo tempo puoi trasformare un’azione semplice in qualcosa di immensamente importante. Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per numerose terapie salvavita.

Prenotazione obbligatoria al cell 333 1714827 o tramite mail favria@fidasadsp.it

Presentarsi con un documento d’identità.

Non saprai mai chi aiuterai, ma qualcuno potrà continuare a vivere grazie a te.

Dalla libra romana alla lira italiana: la moneta che attraversò i secoli.

La moneta italiana, dall’Unità d’Italia fino all’introduzione dell’euro, prese il nome di lira per ragioni che affondano le radici nel mondo romano e medievale. Il termine deriva da libbra, l’antica unità di peso usata a Roma per misurare i metalli preziosi, a sua volta collegata a libra, la bilancia in latino. La libra corrispondeva a poco più di 300 grammi e, in età tardoantica, divenne un riferimento centrale per stabilire il valore delle monete in argento. In altre parole, la lira nacque come misura di peso e non come moneta fisica. La libra si trasformò gradualmente in una valuta di conto, assumendo nomi diversi nelle lingue volgari: livre in Francia, pound in Inghilterra e, appunto, lira nei territori italiani. Sebbene non esistessero monete da una lira reale, questa rimase per secoli il punto di riferimento per convertire altre monete locali come fiorini, ducati o soldi. Quando il Regno d’Italia dovette scegliere una moneta unica, la lira apparve la soluzione più adatta: era un nome già diffuso, riconoscibile e profondamente radicato nella tradizione contabile italiana. Inoltre, si inseriva perfettamente nel sistema monetario decimale definito dall’Unione Monetaria Latina, che collegava Italia, Francia, Belgio e Svizzera. Introdotta ufficialmente nel 1862, la lira italiana portava così con sé un’eredità millenaria: un nome nato dai pesi romani, passato attraverso la contabilità medievale e infine trasformato in moneta moderna, simbolo di unità e continuità economica. La storia della lira ci ricorda che le radici del presente affondano spesso in un passato lontano. Come una moneta che evolve, anche la nostra cultura e le nostre istituzioni nascono da esperienze e tradizioni accumulate nei secoli. Riconoscere questo legame tra passato e presente ci aiuta a comprendere meglio il valore di ciò che oggi diamo per scontato e a custodire con cura la continuità della nostra storia.

Favria, 17.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Siamo protagonisti del nostro cammino: ogni passo ci avvicina ai nostri sogni. Felice venerdì.

17 luglio 1955.

Apertura di Disneyland in California

Dai gettoni d’argilla alla scrittura: le origini del calcolo e della contabilità.

Molto prima dell’invenzione della scrittura cuneiforme in Mesopotamia, intorno al 3200 a.C., le civiltà del Vicino Oriente avevano già sviluppato un sistema contabile sorprendentemente sofisticato. Già dal 7500 a.C., piccoli gettoni d’argilla, chiamati calculi, venivano utilizzati per rappresentare quantità di beni e fungevano da strumenti di calcolo rudimentali. Le diverse forme geometriche dei gettoni permettevano di distinguere tra prodotti e quantità, facilitando le prime forme di scambio commerciale.

Con l’aumento dei traffici e della varietà delle merci, il repertorio dei gettoni si ampliò, e per proteggere le transazioni dalle frodi, intorno al 3500 a.C. i gettoni venivano racchiusi in sfere di argilla chiamate bullae. Per verificarne il contenuto era necessario rompere la sfera, così si cominciò a imprimere sull’esterno l’impronta dei gettoni custoditi all’interno: una sorta di etichetta che ne indicava il contenuto.

Questo passaggio dall’oggetto materiale alla sua rappresentazione grafica fu cruciale: le impronte finirono per sostituire i gettoni stessi e segnarono il primo passo verso la nascita della scrittura cuneiforme. Così, il bisogno di contare, registrare e proteggere le transazioni commerciali gettò le basi di una delle più grandi invenzioni dell’umanità: la capacità di trascrivere il pensiero e l’economia su supporti durevoli, dando forma alla memoria collettiva e alla storia stessa.

Favria, 18.7.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno facciamo un bel respiro al mattino e lasciamo andare ciò che pesa. Felice sabato.

18 luglio 6 d.C.

Grande incendio di Roma dotto Nerone

19 luglio 1943: il giorno in cui la guerra piombò su Roma.

Alle 11.03 del 19 luglio 1943 le sirene d’allarme iniziarono a risuonare nella capitale. Per molti romani, però, era già troppo tardi. Dai cieli provenienti dalle basi alleate del Nord Africa comparve una gigantesca formazione di oltre 300 bombardieri, tra cui i temuti B-17 Flying Fortress della 12ª Air Force statunitense. In pochi minuti Roma venne travolta da una pioggia di bombe che cambiò per sempre il volto della città e la vita dei suoi abitanti. L’obiettivo dichiarato dell’operazione erano le infrastrutture ferroviarie e logistiche, in particolare lo scalo merci di San Lorenzo, considerato fondamentale per il trasferimento di uomini e rifornimenti verso il fronte meridionale. Lo sbarco alleato in Sicilia, avvenuto appena dieci giorni prima, aveva infatti reso necessario interrompere le linee di comunicazione dell’esercito italiano e tedesco. Sulle mappe distribuite agli equipaggi erano chiaramente indicati i luoghi da preservare, contrassegnati dalla dicitura “Must Not Be Bombed”: monumenti, chiese, ospedali e simboli della storia millenaria della città. Tuttavia, la realtà del bombardamento si rivelò ben diversa.

Le bombe caddero su un’area vastissima, colpendo duramente il quartiere di San Lorenzo. Interi isolati vennero cancellati, le strade si trasformarono in cumuli di macerie e migliaia di persone rimasero intrappolate sotto gli edifici crollati. Il bilancio fu drammatico: oltre 3.000 morti, circa 11.000 feriti e decine di migliaia di sfollati. Per una città fino ad allora relativamente risparmiata dagli orrori della guerra aerea, fu uno shock devastante. Tra gli edifici simbolo colpiti vi fu la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, gravemente danneggiata. Le immagini della chiesa sventrata fecero il giro del mondo e suscitarono profonda impressione anche nei Paesi alleati.

In quelle ore di disperazione, un gesto colpì profondamente l’opinione pubblica. Papa Pio XII lasciò il Vaticano senza alcun preavviso e raggiunse personalmente il quartiere devastato. Vestito di bianco, tra le macerie e i feriti, portò parole di conforto, benedizioni e aiuti materiali a una popolazione sconvolta. La sua presenza divenne una delle immagini più emblematiche di quella tragica giornata.

Dal punto di vista militare, i risultati dell’operazione furono limitati: le infrastrutture ferroviarie subirono danni significativi, ma non furono completamente paralizzate. Molto più profondo fu invece l’impatto psicologico e politico. Il bombardamento mise in evidenza l’incapacità del regime fascista di proteggere la capitale e i suoi cittadini. Mentre Roma bruciava, Benito Mussolini si trovava a Feltre per incontrare Adolf Hitler e il re Vittorio Emanuele III aveva trovato rifugio nelle cantine del Quirinale. Solo sei giorni dopo, il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia al Duce, aprendo la strada alla caduta del regime.

Il bombardamento del 19 luglio 1943 non fu soltanto un’operazione militare. Fu il momento in cui la guerra entrò con tutta la sua violenza nel cuore della Città Eterna, spezzando l’illusione che Roma potesse restarne al riparo. Ancora oggi, a distanza di decenni, quella data resta impressa nella memoria collettiva come una delle pagine più dolorose della storia della capitale e dell’intero Paese.

Favria, 19.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ama ciò che fai e fai ciò che ami. Felice domenica.

19.07.1799.

Scoperta della Stele di Rosetta

Tenerife, la disfatta dell’ammiraglio Nelson.

Nell’estate del 1797 Horatio Nelson era convinto che il destino lo stesse conducendo verso un nuovo trionfo. Brillante, audace, appena promosso contrammiraglio, incarnava l’orgoglio marittimo britannico in un momento in cui l’Inghilterra si sentiva padrona dei mari. Eppure, davanti al porto di Santa Cruz de Tenerife, quell’aura di invincibilità si infranse contro una combinazione letale di correnti marine, cannoni ben piazzati e determinazione locale. Fu una sconfitta umiliante, e per Nelson anche una mutilazione che avrebbe segnato per sempre il suo corpo e il suo carattere. Il contesto era quello di una guerra che sembrava innaturale quanto inevitabile. Nel 1796 la Spagna di Carlo IV, guidata dal primo ministro Manuel Godoy, aveva stretto un’alleanza con la Repubblica francese nata dalla Rivoluzione del 1789. Un accordo tra un regno assolutista e uno Stato rivoluzionario, uniti però dall’odio comune verso la Gran Bretagna. Nell’ottobre di quell’anno Madrid dichiarò guerra a Londra, sfidandone apertamente il dominio navale. La risposta britannica fu immediata: nel febbraio del 1797 la flotta spagnola venne sconfitta a Capo San Vincenzo e Cadice fu sottoposta a un lungo assedio. Quando anche quella pressione si rivelò insufficiente, l’attenzione inglese si spostò verso le Canarie. Le isole rappresentavano un obiettivo irresistibile. Erano il punto di approdo delle navi spagnole provenienti dall’America, cariche di merci e monete preziose. Nelson immaginava un colpo rapido, una spedizione corsara capace di arricchire la Corona e consolidare la sua fama personale. Non si limitò a progettare l’attacco: preparò persino una lettera di ultimatum alle autorità spagnole, minacciando la distruzione di Santa Cruz e degli altri villaggi dell’isola se non avessero accettato di arrendersi e pagare un tributo. Era il linguaggio di chi si sente già vincitore. Sulla carta, le forze britanniche sembravano sufficienti. Quattro navi da guerra, tre fregate, un cutter e una bombarda, quasi quattrocento cannoni e circa mille uomini. Di fronte, poco più di millesettecento difensori, in gran parte milizie locali, e meno di cento cannoni. A guidarli, però, c’era Antonio Gutiérrez de Otero, un ufficiale esperto che conosceva il terreno e aveva già affrontato gli inglesi con successo anni prima. Fu lui a trasformare quella che Nelson credeva una passeggiata militare in una trappola sanguinosa. Il primo tentativo di sbarco, nella notte tra il 22 e il 23 luglio, fallì miseramente. Le correnti spinsero le navi lontano dalla costa, il bombardamento risultò inefficace e l’allarme si diffuse rapidamente tra la popolazione. Gli inglesi persero l’effetto sorpresa e si trovarono davanti a una resistenza mobile, ben coordinata, rafforzata dai rinforzi provenienti da La Laguna. Costretti a reimbarcarsi, sembrava che l’operazione fosse finita. Ma Nelson non era uomo da accettare un fallimento al primo colpo. Convinto che le difese spagnole fossero in realtà deboli, pianificò un nuovo assalto notturno, più audace e più rischioso. Decise di guidare personalmente lo sbarco, consapevole che il successo o la rovina sarebbero stati entrambi legati al suo nome. In una lettera al suo superiore, l’ammiraglio Jervis, scrisse parole che suonarono come una profezia: il giorno dopo, disse, la sua testa sarebbe stata coronata d’alloro o di cipresso. Nella notte del 24 luglio settecento uomini avanzarono su ventinove scialuppe verso Santa Cruz. I remi avvolti nei teli per non fare rumore, il mare nero, l’illusione di sorprendere il nemico. Ma a poche centinaia di metri dalla costa furono scoperti. La fregata spagnola San José e le batterie costiere aprirono il fuoco, mentre le campane delle chiese suonavano l’allarme. In pochi istanti l’attacco si trasformò in una carneficina. Il cutter Fox fu affondato sotto un bombardamento micidiale e il mare si riempì di corpi e relitti. Solo poche imbarcazioni raggiunsero la riva. Tra queste c’era quella di Nelson. Il fuoco proveniva da ogni direzione: dalle batterie, dalle finestre, dai tetti delle case. Fu allora che un colpo devastante gli distrusse il gomito destro. Cadde, convinto di essere spacciato. Il figliastro Josiah Nisbet riuscì a salvargli la vita stringendogli il braccio con un laccio improvvisato, ma l’amputazione fu inevitabile. Mentre Nelson veniva riportato a bordo, l’attacco continuava a sgretolarsi. Un altro contingente britannico, sbarcato altrove, fu respinto e costretto a rifugiarsi in un convento. Circondati, senza possibilità di rinforzi, gli inglesi dovettero accettare una capitolazione onorevole che consentì loro di ritirarsi con i feriti. Tenerife restò spagnola. Non diventò una nuova Gibilterra. Nelson, incapace di ammettere fino in fondo la propria imprudenza, cercò di giustificare la sconfitta parlando di forze nemiche enormemente superiori, quando in realtà erano poche migliaia di uomini ben guidati. La verità era più semplice e più amara: aveva sottovalutato il nemico e sopravvalutato sé stesso. La perdita del braccio non fermò Horatio Nelson. Scrisse subito con la mano sinistra, sopportò dolori lancinanti e trasformò quella mutilazione in un simbolo di sacrificio e tenacia. Negli anni successivi avrebbe conosciuto la gloria definitiva, fino a Trafalgar. Ma a Santa Cruz de Tenerife rimase impressa la sua unica, vera disfatta: il giorno in cui il mare, la terra e il coraggio di un’isola gli insegnarono che anche gli eroi possono cadere.

Favria, 20.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno sforziamoci di agire sempre con giustizia e integrità. Felice lunedì.

Quando doni sangue, regali possibilità.

Mercoledì 29 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria,

nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20.

Ogni sacca donata può trasformarsi in una cura, un intervento riuscito, una speranza per chi sta affrontando un momento difficile. Bastano pochi minuti del tuo tempo per compiere un gesto semplice, concreto e prezioso. Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per numerose terapie salvavita.

Prenotazione obbligatoria. Cell. 333 1714827 oppure favria@fidasadsp.it

Presentarsi con un documento d’identità.

Dona oggi ciò che non puoi conservare, per regalare a qualcuno ciò che non può comprare: una possibilità in più di vivere.

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