Scottish Fold – L’illuminazione – La radio nel Ventennio – Il gentiluomo di velluto – Il diavolo della Tasmania – Breugé, brogé – Il giardino degli Egizi – Donare sangue – Eventi storici giorno per giorno….LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE
Rubrica Cortese

Scottish Fold – L’illuminazione – La radio nel Ventennio – Il gentiluomo di velluto – Il diavolo della Tasmania – Breugé, brogé – Il giardino degli Egizi – Donare sangue – Eventi storici giorno per giorno….LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Scottish Fold, il gentiluomo silenzioso dal cuore morbido

C’è qualcosa nello Scottish Fold che parla direttamente alle emozioni, senza bisogno di parole. Sarà per quelle orecchie piegate in avanti, come se stesse ascoltando il mondo con attenzione e rispetto, o per lo sguardo grande e rotondo che sembra sempre chiedere permesso. Questo gatto non entra in casa: si insinua con grazia, conquista con discrezione e resta con una presenza che rassicura. Il suo aspetto è un invito alla tenerezza. La testa arrotondata, le guance piene, il corpo compatto e tarchiato gli conferiscono l’aria di un piccolo orsetto di peluche, ma dietro quella morbidezza vive un’anima equilibrata e sensibile. Le celebri orecchie ripiegate, che gli danno il nome, non sono solo un tratto estetico: sembrano raccontare il suo modo di stare al mondo, mai sopra le righe, sempre gentile, mai invadente. Lo Scottish Fold nasce in Scozia, da una storia quasi casuale che ha il sapore delle fiabe moderne. Tutto ebbe inizio nel 1961 con Susie, una gatta bianca dalle strane orecchie piegate, osservata con curiosità e poi valorizzata da allevatori attenti. Da quel momento prese forma una razza che avrebbe conquistato il mondo, soprattutto per il suo carattere oltre che per l’aspetto. Una razza che, proprio per la sua particolarità genetica, richiede oggi grande responsabilità e consapevolezza, affinché la bellezza non prevalga mai sul benessere. Vivere con uno Scottish Fold significa condividere la quotidianità con un compagno pacato e affettuoso. È un gatto che ama la famiglia, partecipa alla vita domestica e segue le persone da una stanza all’altra senza mai essere invadente. Non pretende attenzioni continue, ma quando decide di avvicinarsi lo fa con una dolcezza disarmante, accompagnando le carezze con fusa profonde e costanti. Spesso sceglie una persona di riferimento, ma resta gentile e disponibile con tutti.

Ha un temperamento saggio e riflessivo. Di fronte a situazioni stressanti non reagisce con aggressività: preferisce allontanarsi, osservare, ritrovare la calma. È educato, pulito, rispettoso degli spazi, poco incline a graffiare o distruggere. Eppure, sotto questa calma apparente, conserva un lato giocoso e curioso: ama piccoli giochi, oggetti da “rubare” e nascondere, momenti di attività tranquilla che spezzano la routine con leggerezza.

Lo Scottish Fold è anche un grande comunicatore. La sua voce è morbida, mai insistente, e usa miagolii delicati come se stesse davvero conversando. Non ama il caos né i rumori improvvisi, ma sa convivere bene con bambini educati e con altri animali, purché il suo bisogno di tranquillità venga rispettato. È un gatto che apprezza il comfort, il calore, i ritmi regolari, e che sa restare solo senza soffrire, aspettando con pazienza il ritorno dei suoi umani.

In fondo, lo Scottish Fold non è solo un gatto dall’aspetto tenero: è un piccolo maestro di equilibrio. Insegna che si può essere forti senza essere duri, presenti senza essere invadenti, affettuosi senza possedere. Con le sue orecchie piegate sembra ricordarci che ascoltare è un atto d’amore, e che la vera eleganza, nella vita come nelle relazioni, sta nella gentilezza silenziosa con cui scegliamo di stare accanto agli altri.

Favria, 7.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno respiriamo, rilassiamoci e godiamo dei piccoli piaceri della vita. Felice martedì.

7 giugno 1494. Trattato di Tordesillas.

Fu firmato l’accordo tra Spagna e Portogallo che divideva le nuove terre esplorate fuori dall’Europa in due zone d’influenza.

L’illuminazione: dalle torce antiche ai lampioni intelligenti.

Oggi le città sono illuminate da una rete capillare di lampioni elettrici che garantiscono sicurezza e vivibilità anche di notte, ma il cammino verso questa realtà è stato lungo e complesso.

Nell’antichità, l’illuminazione era affidata soprattutto al fuoco: torce, lampade a olio e stoppini impregnati di grasso o pece. In alcune città ellenistiche, come Antiochia, esistevano già forme embrionali di illuminazione pubblica con torce lungo le vie principali. A Roma, invece, la notte era affidata ai vigiles, che pattugliavano le strade con torce, mentre i più ricchi potevano contare su schiavi portatori di lampade a olio.

Nel Medioevo la situazione cambiò poco, e la luce rimase un bene limitato. Solo tra XVI e XVII secolo alcune città europee iniziarono a organizzare sistemi più strutturati, imponendo ai cittadini l’esposizione di lumi alle finestre. Un importante passo avanti si ebbe a Parigi nel 1667, quando furono installate lanterne pubbliche a olio, dando origine alla figura dei lampionai incaricati di accenderle ogni sera.

Con il XIX secolo arrivò la vera rivoluzione: il gas e poi l’elettricità. L’ingegnere William Murdoch sviluppò i primi lampioni a gas, mentre in seguito l’arco elettrico di Pavel Jablochkov introdusse nuove possibilità, seppur con limiti tecnici. Il salto decisivo avvenne con Thomas Alva Edison, che perfezionò la lampadina a incandescenza e avviò i primi sistemi di illuminazione elettrica urbana nel 1882 a Londra. Parallelamente, lo studio della corrente alternata di Nikola Tesla rese possibile il trasporto dell’energia su lunghe distanze, favorendo la diffusione globale dell’illuminazione elettrica.

Nel corso del XX secolo si diffusero nuove tecnologie, dalle lampade a vapori di mercurio a quelle a sodio, fino all’arrivo dei LED nel nuovo millennio. Oggi l’illuminazione pubblica sta evolvendo verso sistemi “smart”, integrati con sensori e connessioni digitali: i lampioni intelligenti non solo illuminano, ma monitorano traffico, ambiente e consumi energetici, contribuendo a città più efficienti e sostenibili.

Favria 8.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Sforziamoci di essere luce anche nelle giornate grigie. Felice mercoledì.

8 luglio 1497.

Vasco da Gama parte dal Portogallo per il viaggio che lo porterà in India.

La radio e la colonna sonora del Ventennio fascista.

Per Benito Mussolini “l’arma più forte” restava il cinema, ma fu la radio il mezzo di comunicazione davvero più pervasivo nella costruzione del consenso durante il Ventennio. Da iniziale bene di lusso, negli anni Trenta divenne uno strumento di massa, diffuso capillarmente nei luoghi di aggregazione pubblica e privata: dalle scuole ai dopolavoro, fino alle piazze. Questo processo fu reso possibile da politiche di diffusione come la Radio Rurale del 1933, apparecchio a prezzo calmierato pensato per uniformare l’ascolto su scala nazionale, e dalla successiva Radio Balilla tra il 1937 e il 1938, destinata alle famiglie e costruita su un unico canale centrale controllato dal regime.

La programmazione non era neutrale. Accanto ai discorsi di Mussolini e a trasmissioni esplicitamente propagandistiche come le Cronache del regime, la musica svolgeva un ruolo decisivo nel modellare l’immaginario collettivo. Brani come Giovinezza, nato come canto goliardico e trasformato prima in inno degli Arditi durante la Grande Guerra e poi in inno ufficiale del fascismo dal 1924, venivano trasmessi ossessivamente. Durante la Guerra d’Etiopia, invece, dalle piazze e dagli altoparlanti pubblici risuonava anche Faccetta nera (1937), interpretata da Carlo Buti, esempio di propaganda musicale esplicita che mescolava retorica coloniale, razzismo e costruzione emotiva del consenso.

Accanto alla propaganda diretta, la musica svolgeva però anche una funzione più sottile: quella dell’evasione controllata. Il regime incoraggiava un palinsesto fatto di melodie leggere, valzer, tanghi e canzonette romantiche, capaci di distrarre l’ascoltatore e rendere più accettabile il contesto politico repressivo. La censura eliminava qualsiasi forma di espressione critica o anche solo ambigua, lasciando spazio a un intrattenimento innocuo e rassicurante. In questo scenario si affermarono interpreti di grande popolarità come Carlo Buti e Beniamino Gigli, legati a un repertorio tradizionale e privo di sperimentazioni considerate rischiose. Anche la canzone napoletana venne selezionata e depurata, privilegiando i brani più lirici e sentimentali rispetto a quelli popolari e irriverenti.

Il rapporto con le influenze straniere fu complesso. Il jazz, pur apprezzato dal pubblico italiano, venne progressivamente guardato con sospetto come espressione della cultura anglosassone e afroamericana. Le canzoni straniere furono spesso tradotte e italianizzate, arrivando persino a trasformare i nomi degli artisti: Louis Armstrong diventò “Luigi Braccioforte”, Benny Goodman “Beniamino Buonomo”. Nacque così una versione domestica del genere, lo “swing italiano”, o canzone jazzata, che imitava i ritmi moderni ma li svuotava di contenuti culturali percepiti come pericolosi. Il jazz autentico continuò comunque a circolare in modo sotterraneo, soprattutto nelle grandi città, per poi riemergere con forza dopo il 1943 con la progressiva apertura all’influenza americana. La musica trasmessa dalla radio negli anni Trenta parlava quasi sempre d’amore, nostalgia e vita quotidiana, con toni romantici o leggeri, mai satirici. Brani come Crapa pelada, originariamente filastrocca popolare, furono reinterpretati solo dopo la caduta del fascismo come possibili forme di satira politica. Accanto alle voci di Buti e Rabagliati, il Trio Lescano introdusse elementi di modernità, mentre la cosiddetta “canzone leggera” diventò la vera colonna sonora del Paese, più influente persino della musica colta allineata al regime.

La hit parade dell’epoca, da Balocchi e profumi a Pippo non lo sa, passando per Parlami d’amore Mariù e Mamma, restituisce l’immagine di un’Italia sospesa tra intrattenimento e controllo, dove la musica non era solo svago ma anche uno strumento politico capace di orientare emozioni e consenso.

Alla fine, la radio non fu soltanto un mezzo tecnico: divenne una fabbrica quotidiana di immaginario collettivo, in cui la musica leggera copriva e al tempo stesso sosteneva la struttura ideologica del regime.

Favria, 9.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Se ogni giorno coltiviamo la gentilezza, raccoglieremo sorrisi. Felice giovedì.

Il gentiluomo di velluto.

C’è un gatto che entra in casa senza fare rumore e finisce per diventarne il cuore silenzioso. Il British Shorthair è così: discreto, elegante, solido come una presenza su cui si può sempre contare. Gli occhi color rame, profondi e calmi, raccontano un’anima regale; il corpo compatto e tondeggiante ricorda un piccolo orsacchiotto, ma dietro quell’aspetto morbido si nasconde un carattere equilibrato, intelligente e sorprendentemente affettuoso.

Autonomo e poco esigente, questo gatto non è mai invadente. Sa stare da solo senza soffrire, ma quando sceglie di avvicinarsi lo fa con sincerità, regalando momenti di gioco misurato, coccole tranquille e una compagnia rassicurante. È allegro, curioso, di buon carattere, facile da gestire anche per chi è alla prima esperienza. In famiglia si dimostra paziente con i bambini, dolce con gli anziani e socievole con gli estranei, accettando senza problemi anche altri animali.

Per lungo tempo il mantello blu grigio-azzurro è stato il suo segno distintivo, tanto da farlo conoscere come British Blue. Oggi, grazie al lavoro degli allevatori, la varietà di colori e disegni è vastissima: bianco, nero, rosso, crema, cioccolato, lilla, versioni bicolori, van, tabby, silver, smoke, tipped e pointed. Ogni combinazione conserva però la stessa inconfondibile eleganza, fatta di pelo corto, fitto e vellutato, che invita al contatto e rende ogni carezza un piacere. Le sue origini affondano nella storia della Gran Bretagna, dove per secoli visse come gatto di casa e di fattoria, robusto e adattabile. Solo nella seconda metà dell’Ottocento iniziò a essere selezionato come razza vera e propria. Tra i primi estimatori figurava Harrison Weir, padre della felinofilia moderna, che nel 1871 organizzò la prima esposizione felina al Crystal Palace di Londra. Da quel momento, il British Shorthair passò dall’essere un comune gatto domestico a un felino apprezzato anche nelle esposizioni più prestigiose. Nel Novecento, incroci mirati con il Persiano contribuirono a rafforzarne la struttura e a rendere il mantello ancora più folto. Nacque così il British Shorthair moderno: più grande dell’Europeo, con testa rotonda, guance piene, coda spessa e uno sguardo dolce che sembra sempre sul punto di sorridere. Il temperamento rimase però pacato, riservato, quasi flemmatico, in perfetto stile britannico. Accanto alla storia documentata, una leggenda affascinante accompagna questo gatto attraverso i secoli. Si racconta che i suoi antenati arrivarono in Europa dall’antico Egitto. Quando il generale Gasthelos, sposato con la figlia del faraone Scota, fuggì dopo il naufragio delle truppe egizie nel Mar Rosso, portò con sé i suoi beni più preziosi, tra cui i gatti tanto amati a corte. Sbarcato in Portogallo, quei felini si accoppiarono con esemplari locali e, spinti dalla curiosità tipica della specie, iniziarono un lungo viaggio che li avrebbe condotti fino alla Gran Bretagna, dove trovarono una nuova patria. Verità o mito, questa storia contribuisce a rafforzare l’aura misteriosa e nobile che ancora oggi circonda il British Shorthair. È una razza generalmente sana e longeva. L’unica vera attenzione va riservata alla sua naturale golosità, che può portarlo al sovrappeso se non stimolato al gioco e a una corretta alimentazione. Nonostante la mole compatta, ama divertirsi e può diventare sorprendentemente abile nel riporto e nel nascondino. Non è un acrobata né un distruttore seriale: preferisce il comfort, la routine e gli spazi tranquilli, dove sentirsi al sicuro. Con il suo aspetto da tenero orsacchiotto e il carattere mite, il British Shorthair sembra fatto per insegnare una piccola lezione quotidiana. Non corre, non pretende, non reclama il centro della scena. Eppure c’è sempre. Ricorda che l’affetto più autentico non ha bisogno di clamore, ma solo di presenza. E che, come questo gatto gentiluomo, anche noi possiamo imparare a essere forti senza durezza, indipendenti senza distanza, e profondi senza fare rumore.

Favria, 10.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. La gioia è nelle piccole cose. Felice venerdì.

10 luglio 1943.

Inizia lo sbarco alleato in Sicilia durante la Seconda guerra mondiale.

Il diavolo della Tasmania, fragile ferocia di un’isola.

Il diavolo della Tasmania è uno degli animali più sorprendenti e vulnerabili del pianeta. Mammifero marsupiale carnivoro, grande più o meno quanto un Beagle, ha l’aspetto di un piccolo orsacchiotto nero, ma un carattere e una potenza che smentiscono immediatamente l’apparenza. Vive esclusivamente nell’isola di Tasmania, a sud dell’Australia, e proprio questo isolamento che per millenni lo ha protetto oggi ne amplifica la fragilità.

In natura restano circa 25.000 esemplari, un numero drammaticamente ridotto rispetto al passato recente. La causa principale di questo crollo è una malattia rara e devastante: la Devil Facial Tumour Disease (DFTD), un tumore trasmissibile che si diffonde attraverso i morsi durante i combattimenti o l’accoppiamento. Le cellule cancerose si comportano come un vero e proprio agente infettivo e portano quasi sempre alla morte dell’animale, spesso per fame, quando le escrescenze impediscono di nutrirsi.

Il corpo del diavolo della Tasmania è compatto e muscoloso: circa 60 centimetri di lunghezza, più una coda robusta di una trentina di centimetri che funge da riserva di grasso. L’aspettativa di vita è breve, appena cinque o sei anni, e la riproduzione non compensa le perdite. La femmina può partorire anche 20 o 40 piccoli, ma solo quattro sopravvivono: nel marsupio ci sono infatti soltanto quattro capezzoli, e solo i cuccioli che riescono ad attaccarsi per primi continueranno a vivere.

La sua fama di “diavolo” nasce soprattutto dal verso: un grido stridulo e inquietante, udibile a oltre un chilometro di distanza, che nella notte può sembrare un urlo demoniaco. A questo si aggiunge una caratteristica impressionante: rispetto alla sua taglia, possiede uno dei morsi più potenti del regno animale, con una forza di circa 181 bfq, superiore a quella di leoni e tigri in proporzione. È in grado di frantumare ossa e persino metalli leggeri.

Nonostante l’aggressività apparente, il diavolo della Tasmania svolge un ruolo ecologico fondamentale. È uno spazzino instancabile: si nutre soprattutto di carogne e non lascia quasi nulla della preda, consumando carne, organi, pelle e ossa. In questo modo contribuisce a mantenere l’ambiente pulito e a limitare la diffusione di malattie. La sua dieta è estremamente varia e comprende anche piccoli animali, insetti, larve, serpenti, radici, tuberi e frutta. A sua volta, non è invincibile: gufi e grandi aquile possono predare soprattutto gli individui più giovani.

La storia del diavolo della Tasmania è quella di una forza primordiale intrappolata in un equilibrio sempre più fragile. Animale temuto e frainteso, necessario ma minacciato, ci ricorda che la natura non si regge sulla bellezza rassicurante, ma anche su creature ruvide, rumorose, scomode. Proteggerle significa accettare che la vita, per restare intera, ha bisogno anche delle sue ombre. E forse è proprio lì, in quel grido notturno che ci inquieta, che la natura ci chiede di non voltare lo sguardo.

Favria, 11.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno celebriamo i piccoli piaceri e condividiamo cosi il gusto della vita. Felice sabato

11 luglio 1995.

Inizia il massacro di Srebrenica durante le guerre jugoslave.

Breugé, brogé: dal ruggito al brusio.

Nel piemontese breugé o brogé è una parola sonora e fisica: indica il muggire, il ruggire, un rumore profondo che nasce dal petto e si prolunga nell’aria. È una voce che non descrive soltanto un suono, ma lo incarna, come spesso accade nei verbi che imitano o evocano rumori. L’etimologia ci porta indietro nel tempo, al latino tardo brugere, forma probabilmente nata dall’incrocio di due verbi latini: rugire, ruggire, e bragere gridare. Da questo nodo antico, in cui il verso animale e il grido umano si sovrappongono, si dipana una famiglia di parole che attraversa le lingue romanze. Dal latino tardo si passa al francese bruire, che in antico significava «vociare, gridare», e poi più in generale «fare rumore». Da qui arriva anche l’italiano bruire, talvolta ricordato in grafia semplificata come buire, verbo raro e letterario, ma di grande suggestione. Secondo i dizionari, bruire significa “fare un rumore lieve”. È una definizione corretta, ma un po’ povera: i rumori lievi sono infiniti. Spesso però si aggiunge che questo rumore somiglia a un gorgogliare, e che si adatta in modo particolare alle acque e alle foglie. Bruiscono le siepi scosse dal vento, bruisce la pioggia sui tetti, e nel bruire di un torrente che scorre sotto i rami si può trovare una pace profonda. Non stupisce che bruire abbia attirato la poesia. Gabriele D’Annunzio scrive: “la pioggia che bruiva / tepida e fuggitiva”, restituendo perfettamente quell’idea di movimento sonoro continuo e delicato. Anche Montale ne ha fatto uso, dimostrando che questa parola, data per morta da Tommaseo nel suo dizionario ottocentesco, sapeva invece tornare a vivere nella lingua letteraria del Novecento. Curiosamente, Tommaseo ricordava anche un significato più viscerale: il bruire come gorgogliare e rumoreggiare delle budella, per vento o per altro. Un’immagine poco poetica, ma estremamente concreta, che ci ricorda quanto questi verbi siano radicati nell’esperienza corporea del suono. Così, dopo un pasto abbondante, nel silenzio un po’ intontito, anche le pance possono bruire. Il bruire descrive in genere un rumore cupo e prolungato, quasi un ruggito attenuato: meno minaccioso del ruggire, più arioso e continuo. Può bruire il fuoco nel camino, bruiscono le ventole dei condizionatori, le stampanti in funzione, o una folla lontana percepita come massa sonora indistinta. Il risultato non è lontano dal brusio. Non è certo che i due termini siano imparentati etimologicamente: c’è chi li collega e chi considera brusio una forma onomatopeica autonoma. Ma, al di là delle parentele storiche, resta l’impressione acustica: viviamo anche del suono delle parole, e spesso ne siamo guidati più dall’orecchio che dalla filologia. Dalle risonanze forti del piemontese breugé fino al rumore lieve del bruire italiano, il percorso di questa parola racconta un progressivo addolcirsi del suono: dal ruggito al gorgoglio, dal grido al sussurro continuo. È una piccola storia linguistica che mostra come le lingue sappiano modulare il rumore, trasformandolo in significato.

Favria, 12.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Sogniamo sempre in grande ma poi abbiamo il coraggio di iniziare. Felice domenica.

12 luglio 1191.

Durante la Terza crociata, i crociati guidati da Riccardo Cuor di Leone conquistano la città di San Giovanni d’Acri dopo un lungo assedio.

Il giardino, arte e passione degli Egizi.

Oasi di vita, simbolo cosmico e rifugio dell’anima lungo le rive del Nilo.

Che fossero nobili o persone comuni, gli antichi Egizi nutrivano un profondo amore per il giardino. In una terra in cui la vita era una sottile striscia verde compressa tra il deserto e il fiume, il giardino non era soltanto un ornamento o un luogo di svago, ma una dichiarazione di civiltà, un atto di resistenza contro l’aridità e il caos. L’Egitto, grande oasi fluviale circondata dalle sabbie del Sahara, offriva un contrasto visivo e simbolico potentissimo: da una parte la sterilità del deserto, dall’altra la rigogliosa fertilità garantita dal Nilo. Il giardino nasceva proprio in questo spazio di confine, come un microcosmo ordinato, fresco e vitale. La realizzazione e la manutenzione di un giardino richiedevano grandi risorse. L’acqua doveva essere sollevata, convogliata, distribuita; il terreno arricchito con limo; le piante curate quotidianamente. Per questo, per lungo tempo si è pensato che i giardini fossero un lusso riservato esclusivamente alle élite. Le grandi dimore aristocratiche, spesso a due piani, erano circondate da giardini geometricamente organizzati, veri e propri status symbol che riflettevano la posizione sociale del proprietario. Le testimonianze archeologiche e iconografiche confermano questa visione: dipinti tombali e modellini in legno deposti nelle sepolture ci restituiscono immagini dettagliate di questi spazi verdi. La magia funeraria, infatti, garantiva che ciò che era rappresentato nell’arte si sarebbe concretizzato nell’aldilà, permettendo al defunto di passeggiare ancora tra alberi ombrosi e stagni colmi di ninfee. Tuttavia, studi più recenti suggeriscono una realtà più sfumata. Secondo la ricercatrice Michelle Lesley Brooker, anche le classi meno abbienti potevano disporre di piccoli spazi verdi. A Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani delle tombe reali, le abitazioni presentavano una stanza iniziale senza tetto, leggermente interrata, accessibile tramite gradini: uno spazio che potrebbe essere stato un piccolo giardino domestico, modesto ma vitale, a uso familiare. Il giardino egizio era delimitato da un muro in mattoni di adobe, spesso con un profilo ondulato che evocava il Nun, l’oceano primordiale da cui, secondo il mito, ebbe origine il mondo. All’interno di questo recinto sacro prendeva forma una rappresentazione simbolica della creazione: il giardino era la collina primordiale, il benben, emersa dalle acque caotiche, luogo della nascita del dio creatore Atum. Al centro si trovava quasi sempre uno stagno, rettangolare o a forma di T, popolato da pesci, anatre e fiori di loto blu e bianchi, simboli di rinascita. Attorno crescevano papiri, mandragore, papaveri, fiordalisi e alberi da frutto come fichi, palme dum e da dattero, sicomori, acacie, salici e tamerici. Le piante venivano inizialmente coltivate in vasi di terracotta, che aiutavano a trattenere l’umidità; una volta interrati, i cocci miglioravano la capacità del suolo di conservare l’acqua. L’irrigazione era una questione vitale. Gli Egizi svilupparono sistemi ingegnosi per sollevare l’acqua dal Nilo o dai canali, tra cui lo shaduf: una semplice ma efficace leva con contrappeso, utilizzata per attingere acqua da pozzi e corsi d’acqua. Questo strumento, ancora in uso in alcune regioni, testimonia l’ingegno pratico di una civiltà capace di armonizzare tecnologia e natura. Anche i templi ospitavano giardini e laghetti. Qui la vegetazione non aveva solo una funzione simbolica, ma anche pratica: fiori, vino, incenso, profumi e unguenti erano indispensabili per il culto quotidiano degli dèi. All’ingresso di alcune tombe si trovavano giardini funerari, legati alla figura di Osiride, dio della morte e della rinascita, sepolto, secondo il mito, su una collina circondata da alberi.

Per lungo tempo questi giardini funerari furono noti solo attraverso raffigurazioni artistiche e testi letterari, finché una scoperta archeologica ha dato loro concretezza. Nella necropoli di Dra Abu el-Naga, presso Tebe, un team guidato dall’archeologo José Manuel Galán ha portato alla luce un giardino funerario di circa quattromila anni fa: un rettangolo di tre metri per due, suddiviso in quadrati, ognuno dei quali conteneva semi di specie diverse. Non un simbolo astratto, ma un vero orto, coltivato dal proprietario della tomba per accompagnarlo nell’eternità. La letteratura egizia ci offre uno sguardo intimo sulla vita nei giardini. Nei Canti del boschetto, un testo del Nuovo Regno conservato al Museo Egizio di Torino, tre alberi dialogano tra loro, rivelando emozioni sorprendentemente umane. Uno si lamenta di essere trascurato nonostante la sua bellezza, un altro protesta per la mancanza d’acqua, mentre un giovane sicomoro offre la propria ombra senza chiedere nulla in cambio, promettendo discrezione e silenzio. Questi testi rivelano quanto il giardino fosse percepito come uno spazio vivo, quasi dotato di coscienza, un luogo di incontri amorosi, rifugio dei sentimenti e scenario di relazioni profonde tra l’essere umano e la natura. Nel giardino egizio si riflette una visione del mondo sorprendentemente attuale: l’idea che la vita prosperi solo dove esistono equilibrio, cura e rispetto. Creare un giardino, per gli Egizi, non significava dominare la natura, ma ricreare l’ordine cosmico in miniatura, difendendo la vita dal deserto del caos. Forse è questa la lezione più duratura che ci arriva dalle rive del Nilo: coltivare uno spazio di armonia, dentro e fuori di noi, è un atto quotidiano di resistenza contro l’aridità, una scelta consapevole di bellezza in un mondo che, senza cura, tende sempre a tornare sabbia.

Favria, Favria 13.07.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni tanto rallentiamo, ascoltimo il nostro animo e il mondo intorno. Felice lunedì.

13 luglio 1878.

Firma del Congresso di Berlino

Quando doni sangue, regali possibilità.

Mercoledì 15 luglio 2026 torna la giornata di donazione del sangue a Favria,

nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20.

Ogni sacca donata può trasformarsi in una cura, un intervento riuscito, una speranza per chi sta affrontando un momento difficile. Bastano pochi minuti del tuo tempo per compiere un gesto semplice, concreto e prezioso. Durante la mattinata sarà possibile ricevere anche informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per numerose terapie salvavita.

Prenotazione obbligatoria. Cell. 333 1714827 oppure favria@fidasadsp.it

Presentarsi con un documento d’identità.

Dona oggi ciò che non puoi conservare, per regalare a qualcuno ciò che non può comprare: una possibilità in più di vivere.

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