NOVELLA VALLE SOANA. Quando le mucche annunciano il temporale: la lezione silenziosa che la montagna continua a insegnare.
Rubrica Cortese

NOVELLA VALLE SOANA. Quando le mucche annunciano il temporale: la lezione silenziosa che la montagna continua a insegnare.

Ci sono giornate in montagna che sembrano scolpite nell'eternità. L'aria è limpida, il cielo così azzurro da sembrare infinito e il silenzio ha il suono della pace. È facile credere che nulla possa cambiare.

Così era quel pomeriggio d'estate nell'alta Val Soana.

I pascoli d'altitudine si distendevano come un immenso tappeto verde, punteggiato dal giallo brillante dell'arnica montana, dal blu intenso delle genziane, dal viola delle campanule, dal rosa dei rododendri e dal bianco delicato dell'achillea millefoglie. Una brezza lieve trasportava il profumo della resina dei larici e delle pietre riscaldate dal sole.

Sulle creste del Gran Paradiso il cielo era terso, senza una sola nube. Il silenzio era interrotto soltanto dal tintinnio dei campanacci della mandria, dal canto limpido del fringuello, dal richiamo lontano del cuculo, dal cinguettio delle cince tra gli abeti e dal fischio improvviso di una marmotta, sentinella dei pascoli.

Seduto su un grande masso levigato dal tempo c'era Giacomo, margaro da una vita. Da oltre cinquant'anni conduceva ogni estate la sua mandria agli alpeggi. Il sole aveva inciso rughe profonde sul suo volto, ma non era riuscito a spegnere la luce dei suoi occhi, chiari e sereni come il cielo delle montagne. Indossava un vecchio cappello di paglia, una camicia scolorita dal lavoro e stringeva tra le mani un lungo bastone di frassino, levigato dagli anni.

Conosceva ogni sentiero, ogni sorgente, ogni prato. Ma soprattutto conosceva il linguaggio della montagna, quella lingua antica che non si legge nei libri e che non ha bisogno di parole.

Sul sentiero comparve Andrea, uno studente universitario appassionato di escursionismo. Camminava con passo deciso, lo zaino sulle spalle e gli scarponi ancora quasi nuovi. Si fermava ad osservare i fiori, seguiva con lo sguardo il volo di una poiana sopra le creste, ascoltava incuriosito il canto degli uccelli e respirava profondamente quell'aria limpida che sembrava restituire serenità.

Aveva negli occhi la curiosità di chi desidera imparare e il cuore aperto alle meraviglie della montagna. Non immaginava, però, che quella giornata gli avrebbe regalato una lezione destinata a restargli dentro per tutta la vita.

Giacomo lo salutò con un cenno: «Giovanotto, se vuoi un consiglio, torna verso Ronco. Tra poco arriverà un bel temporale.»

Andrea sorrise e alzò lo sguardo: «Un temporale? Ma guardi il cielo... è completamente sereno.»

Il vecchio margaro non guardò nemmeno verso le cime.

Indicò semplicemente la mandria: «Non guardare il cielo. Guarda loro.»

Andrea osservò attentamente.

Le mucche, che fino a pochi istanti prima pascolavano tranquille, avevano smesso quasi contemporaneamente di brucare. Sollevavano il muso verso il vento, inspiravano profondamente, poi lentamente si raccolsero e iniziarono a dirigersi verso la baita.

«È incredibile...» disse il ragazzo. «Sembrano essersi messe d'accordo.»

Giacomo sorrise: «No, ragazzo. Sentono quello che noi uomini abbiamo quasi dimenticato. L'odore della pioggia che arriva, l'umidità che cambia, il vento che gira, la pressione dell'aria che diminuisce. I loro sensi leggono la natura molto prima dei nostri occhi.»

Andrea rimase in silenzio: «E voi come avete imparato tutto questo?»

Il margaro accarezzò il bastone: «Vivendo quassù. Mio padre me lo insegnò quando ero poco più giovane di te, e lui lo aveva imparato da suo padre. La montagna è una maestra paziente. Ogni giorno ti parla. Ti insegna osservando gli animali, il volo delle rondini, il comportamento delle api, il profumo dell'aria, il rumore del vento tra gli abeti. Ma bisogna avere tempo. E soprattutto bisogna avere voglia di ascoltare.»

Quelle parole rimasero sospese nel silenzio.

Andrea respirò profondamente, anche lui percepì qualcosa di diverso.

Una brezza più fresca sfiorò il suo viso, l’aria aveva cambiato profumo e la  luce sembrava meno intensa.

Passarono appena pochi minuti dietro le cime del Gran Paradiso comparvero improvvisamente nuvole scure che avanzarono veloci. Un lampo illuminò l'orizzonte e il tuono rotolò tra le montagne come la voce profonda della terra.

Le prime grosse gocce iniziarono a battere sull'erba.

«Avevate ragione...» sussurrò Andrea.

Giacomo scosse lentamente il capo: «Non io.»

Indicò la mandria già al riparo: «Sono state loro. Le mucche non leggono il meteo. Leggono la natura.»

I due trovarono rifugio sotto il tetto della baita.

La pioggia cadeva con forza sui prati, mentre il profumo dell'erba bagnata invadeva ogni cosa. I campanacci suonavano piano, quasi accompagnando il ritmo della pioggia.

Andrea osservava quel paesaggio con occhi nuovi.

Capì che la montagna non è soltanto un luogo da attraversare, fotografare o raccontare, è  un mondo da ascoltare.

Ogni fiore, ogni uccello, ogni animale, ogni filo d'erba custodisce un frammento di una conoscenza antica che l'uomo moderno rischia di dimenticare.

Quando il temporale si allontanò e un raggio di sole illuminò milioni di gocce d'acqua trasformando il pascolo in un mare di diamanti, Andrea riprese il sentiero.

Era lo stesso ragazzo di poche ore prima, eppure era cambiato.

Aveva compreso che esistono saperi che non si imparano all'università, non si trovano nelle enciclopedie e non si acquistano con la tecnologia.

Il cellulare può indicare un sentiero, mostrare una mappa, prevedere il tempo con sofisticati satelliti. Può rispondere a migliaia di domande in pochi secondi. Ma non sentirà mai il profumo della pioggia che arriva. Non ascolterà il vento che cambia direzione. Non saprà leggere il silenzio improvviso di un bosco, il volo basso delle rondini o il comportamento di una mandria che cerca riparo.

Per questo la tecnologia è un aiuto prezioso, ma non potrà mai sostituire gli occhi di chi osserva, il cuore di chi ama la natura e l'esperienza di chi la vive ogni giorno.

Le montagne continuano a parlare, lo  fanno senza schermi, senza batterie e senza connessione.

Parlano attraverso il vento, i fiori, gli animali e il silenzio.

E forse il vero progresso non consiste nell'avere un cellulare sempre più intelligente, ma nel non dimenticare l'antica intelligenza della natura.

Perché chi impara ad ascoltarla scopre che le sue lezioni non passano mai di moda. Rimangono vive, stagione dopo stagione, nel cuore di chi sa ancora fermarsi, osservare e meravigliarsi.

 

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