Negli anni Settanta, in paese, non servivano Internet, telefoni cellulari o social network per divertirsi.
Bastavano una bicicletta, un telefono fisso, un gruppo di ragazzi con un po’ di fantasia e, soprattutto, qualcuno disposto a cadere nello scherzo. In quegli anni c’era una signora che tutti conoscevano.
Si chiamava Lina. Era una donna minuta, piccolina di statura, con i capelli raccolti in una permanente che, a quei tempi, sembrava quasi una nuvola intorno alla testa. Aveva una latteria e conosceva praticamente tutti quelli che entravano nel negozio. Ma Lina aveva una caratteristica che l’aveva resa famosa in paese: era curiosissima. Se qualcuno raccontava qualcosa, lei voleva sapere tutto.
«Chi era?»
«Dove è andato?»
«Ma è vero?»
«E poi che cosa è successo?»
Le notizie, con Lina, non avevano bisogno della radio. Per questo, scherzando, qualcuno aveva cominciato a chiamarla Radio Lina. E proprio quel soprannome fu l’ispirazione per una delle più memorabili beffe organizzate da un gruppo di ragazzi del paese.
Era la metà degli anni Settanta, non c’erano ancora i telefoni con il display che permettevano di vedere chi chiamava. Quando squillava il telefono, non sapevi chi ci fosse dall’altra parte.
Alzavi la cornetta e scoprivi tutto, i ragazzi lo sapevano bene.
Una sera decisero di organizzare uno scherzo per il mattino dopo, era il mese di agosto e non andavano a scuola. Uno di loro avrebbe telefonato a Lina, mentre gli altri sarebbero rimasti nei paraggi, pronti a godersi la scena.
L'idea era semplice: imitare una trasmissione radiofonica di quelle che facevano domande agli ascoltatori per telefono e mettevano in palio dei premi.
A quei tempi, una vincita di centomila lire non era una cosa da poco, era una una bella cifra.
E proprio quella fu la cifra scelta come premio.
Il telefono squillò, Lina rispose.
Dall’altra parte arrivò una voce completamente camuffata: «Pronto? Parlo con la signora Lina?»
«Sì, sono io.»
«Buonasera, signora Lina. La chiamiamo dalla nostra trasmissione radiofonica. Lei è stata sorteggiata per partecipare a un piccolo quiz.»
Lina rimase in silenzio per qualche secondo.
La curiosità, naturalmente, prese subito il sopravvento: «Un quiz?»
«Esattamente. Una domanda molto semplice. Se risponde correttamente, vincerà un premio, un gettone d’oro del valore di centomila lire.»
Dall’altra parte della cornetta Lina probabilmente si mise più comoda: «Centomila lire!»
I ragazzi, invece, erano già piegati dalle risate, cercando disperatamente di non farsi sentire.
Il finto conduttore continuò: «Signora Lina, la domanda è questa. Lei sa chi cantava la famosa canzone “Volta colomba bianca”.» Una canzone molto conosciuta dell’epoca.
Il finto conduttore la incalzò: «Signora Lina, lei sa chi ha cantato “Vola colomba, bianca vola”?»
Lina non ebbe il minimo dubbio: «Certo che lo so! Nilla Pizzi»
La risposta arrivò sicura, convinta, era fatta. Dall’altra parte del telefono i ragazzi cominciarono a trattenere il fiato. Qualcuno si tappò la bocca con una mano, un altro si piegò sul manubrio della bicicletta.
Il finto conduttore, con una voce il più possibile seria, concluse: «Complimenti, signora Lina. Lei ha risposto correttamente. Ha vinto il premio di centomila lire.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Centomila lire?»
«Esattamente.»
«Ma quando posso ritirarle?» A quel punto la situazione stava diventando pericolosissima.
I ragazzi non riuscivano quasi più a trattenersi.
«Riceverà tutte le indicazioni successivamente. Complimenti ancora e grazie per aver partecipato.»
«Grazie a voi!» Click e la telefonata terminò.
Per qualche secondo nessuno parlò, poi esplose una risata fragorosa.
«Centomila lire!»
«Ci ha creduto!»
«Avete sentito come era contenta?»
Ridevano tutti.
Ma dopo le prime risate qualcuno disse: «Adesso basta. Ricomponiamoci.»
«Perché?»
«Andiamo a vedere la sua faccia.»
Era la parte più difficile, dovevano tornare seri. Salirono sulle biciclette e si avviarono verso la latteria di Lina. Uno di loro, però, non riusciva proprio a smettere di ridere: «Se mi vede, capisce tutto!»
«Allora passa dall'altra parte.»
«E tu non ridere!»
«Io? Io non rido!»
Naturalmente ridevano tutti, arrivati nei pressi della latteria, cercarono di comportarsi come se nulla fosse.
Lina era fuori dal negozio e raccontava già a qualcuno la grande notizia: «Ho vinto centomila lire!»
I ragazzi si guardarono quello fu il momento in cui capirono che lo scherzo aveva funzionato perfettamente.
Ma bastò uno sguardo, uno soltanto e qualcuno cominciò a ridere, poi un altro e poi un altro ancora.
Lina li vide e capì.
Il sorriso le sparì lentamente dal volto: «Ah! Siete stati voi!»
Cadde il silenzio, i ragazzi cercarono di fare i seri ma era ormai troppo tardi.
«Non si fanno questi scherzi!» protestò Lina, un po’ indignata e un po’ divertita.
«Ma Lina, era solo uno scherzo!»
«Sì, ma io ci avevo creduto!»
E allora scoppiarono nuovamente a ridere.
Lina cercò di mantenere il broncio, ma alla fine anche lei dovette arrendersi.
I centomila lire, naturalmente, non arrivarono mai.
Rimase però una storia, una di quelle storie che negli anni si raccontano, si ingrandiscono, cambiano qualche particolare e diventano parte della memoria di un paese.
Oggi abbiamo telefoni che ci dicono chi ci sta chiamando, messaggi che arrivano in un istante, Internet, social network e mille modi per comunicare.
Ma forse abbiamo perso qualcosa, allora bastava poco per divertirsi: una telefonata, una bicicletta e quattro amici capaci di ridere insieme.
Lo scherzo a Lina fu forse un po’ birichino, ma non cattivo e soprattutto rimase nel tempo come un ricordo di un’epoca in cui le risate non avevano bisogno di essere fotografate, pubblicate o condivise.
Bastava viverle e forse questa è la vera morale di quella storia: “le cose che ricordiamo più a lungo non sono quelle che costano di più, ma quelle che ci hanno fatto ridere insieme agli altri”.
E, naturalmente, da quel giorno Radio Lina controllò molto più attentamente chiunque telefonasse alla latteria. Perché centomila lire si potevano anche perdere, ma la curiosità di Lina… quella non sarebbe mai andata in pensione.
