Montagna sacra” che invita a non salire in cima tratto da LA STAMPA  di Daniele Cat Berro
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Montagna sacra” che invita a non salire in cima tratto da LA STAMPA di Daniele Cat Berro

Evento: 11/10/2026 — 11/10/2026
Domenica la valle ospiterà un evento che prevede una camminata nel
Vallone di Lavina e la proiezione del documentario "La Montagna Sacra - Antichi sentieri sul Gran Paradiso"
Fin da quando ero poco più che bambino sono attratto dalle vette, oltre che dalla montagna in generale, e lo sono tuttora. Intendendo le sommità montuose non come elementi di conquista sportiva, ma come luoghi di conoscenza del territorio, osservazione, talora di condivisione, altre volte di meditazione solitaria di fronte alla bellezza del mondo naturale. Mi è capitato di rimanerci su anche tre, quattro ore, senza annoiarmi.

Raggiungere una cima – chi frequenta le terre alte mi capirà – ha un qualcosa di altamente simbolico, che trascende il significato fisico e geografico della località e diventa perfino metafora della determinazione e della fatica necessarie per raggiungere gli obiettivi della vita. D’altra parte il medesimo significato possono assumerlo un colle, un ghiacciaio, un lago, un bosco, un prato.

Cinque anni fa, nel 2021, lessi per la prima volta il manifesto del nascente progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, il cui comitato promotore invita ad astenersi simbolicamente dal salire questa cima peraltro già remota e ben poco frequentata del Parco nazionale Gran Paradiso. Una piramide slanciata, elegante e ben visibile dalla pianura piemontese (ma nulla c’entra con il ben più noto Monviso!) che culmina a 3322 metri lungo lo spartiacque tra la Valle Soana (in Piemonte) e la Valle di Cogne (in Valle d’Aosta).


Nessun divieto formale, nessun posto di blocco, nessuna sanzione. Solo la rinuncia volontaria a mettere piede su questa vetta rocciosa in uno dei luoghi più isolati del parco nazionale più antico d’Italia, per riflettere in termini ben più ampi sulla necessità di porre dei limiti all'eccessiva invasività della nostra specie Homo sapiens, la più prepotente di tutte, ci piaccia o no questa definizione. In montagna e ancor più in pianura, ma in generale negli ambienti di tutto il mondo, giacché ormai i segni della nostra presenza e dei nostri rifiuti sono ubiquitari, dai ghiacci dell’Antartide, alle foreste equatoriali, alle buie fosse oceaniche.

Vi aderii subito, avvertendo pieno accordo sul nesso tra la perdita della cultura del limite da parte dell’umanità (e soprattutto della civiltà capitalistica e iper-consumistica) e la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo. Una relazione spesso ignorata, tuttavia elemento-chiave per comprendere e affrontare la più grande sfida che, creata da noi stessi, abbiamo di fronte.

Infatti, partire da una montagna di una piccola valle alpina per ragionare sull’insostenibilità del nostro vivere non è un bizzarro esercizio da ambientalisti naif e perditempo, come in molti potrebbero ritenere. E' un punto di partenza per prendere coscienza del fatto che il nostro porsi sempre al centro e al di sopra di tutto – in un termine, il nostro atteggiamento antropocentrico – è alla base del grave deterioramento degli ecosistemi e in generale del sistema terrestre da cui dipendiamo, situazione studiata e accertata da migliaia di ricercatori delle più diverse discipline.

Tra tutte, la scienza dei limiti planetari (planetary boundaries) ideata dallo scienziato ambientale svedese Johan Rockström, secondo cui sette dei nove limiti definiti dal mondo scientifico come cruciali nel mantenere la stabilità del sistema terrestre (cambiamento climatico, integrità della biosfera, modifica dei flussi biogeochimici, consumo di suolo, utilizzo di acqua dolce, nuovi inquinanti, acidificazione degli oceani) sono ormai pericolosamente superati e lampeggiano in rosso nel cruscotto dell'astronave-Terra.

Solo scardinando l'attuale modello socio-economico fondato sulla prevaricazione umana sul resto del mondo vivente e non, e con l'aiuto della migliore conoscenza scientifica e pensiero filosofico oggi disponibili, potremmo compiere quel salto evolutivo che - ammesso non sia troppo tardi - ci permetterebbe di mantenere questo pianeta abitabile per le generazioni future. Il termine “sacra” non deve far intendere connotazioni religiose e confessionali, bensì l’accezione universale di sacro come “diverso da noi”.

Montagna sacra per la Natura, da rispettare come madre di fitti e delicati intrecci di relazioni ecosistemiche di cui noi siamo parte (alla pari con gli altri esseri viventi, però) e da cui dipende la nostra esistenza. E assai significativo è che il progetto – nato da un’idea dell’attivista ambientale Toni Farina e dello zoologo Antonio Mingozzi e sottoscritto da oltre milletrecento firmatari delle più diverse provenienze, professioni e sensibilità - sia stato accolto con favore e promosso anche e soprattutto da alpinisti eccellenti e famosi come Enrico Camanni (del 2024 è il suo libro “Montagna Sacra”, Laterza), Alessandro Gogna ed Hervé Barmasse, nonché dal “cercatore di vie” Riccardo Carnovalini, che si distinguono per l’approccio etico ai territori montani.

Sia chiaro, il progetto non auspica una montagna disabitata, ma ci chiama a rivedere il nostro modo di fruirla e in generale di rapportarci alla natura, suggerisce di “cambiare sguardo”, lasciando più spazio a ciò che non siamo noi: animali, piante, rocce, silenzi, processi naturali.
Una necessità quanto mai attuale, considerate anche le crescenti e insostenibili pressioni turistiche a cui sono soggetti molti ambienti di media e alta quota, presi d’assalto durante estati sempre più roventi e invivibili nelle pianure ai loro piedi.

Tralasciando per un attimo gli aspetti più universali e se vogliamo filosofici della questione, in termini pratici e locali alcuni parchi delle Alpi occidentali hanno preso provvedimenti concreti - in quei casi, sì, con tanto di sanzioni per i trasgressori - per proteggere dal disturbo umano diretto ambienti d’alta montagna particolarmente sensibili: da alcuni anni il Parco nazionale Gran Paradiso in inverno vieta l’accesso ad alcune cascate di ghiaccio in Valnontey (Cogne) per la tutela della nidificazione del gipeto; dall’estate 2026 il Parco nazionale francese della Vanoise, confinante con il Gran Paradiso, ha interdetto un breve tratto della cresta di confine tra il Colle della Losa e la cima del Gran Cocor, a tremila metri, al passaggio degli escursionisti, dannoso per la conservazione delle piccole piante pioniere; il regolamento del Parco naturale del Mont Avic, in bassa Valle d’Aosta (come pure quello del Parco del Mercantour, Alpi Marittime), impone ai frequentatori di rimanere strettamente sui percorsi segnati per evitare l’erosione dei suoli e l’impatto sugli ecosistemi, e di fatto vieta l’accesso alle vette non raggiunte da sentieri (con eccezione di compromesso per quattro cime più note: Mont Avic, Mont Glacier, Rosa dei Banchi e Bec Costazza).

Ecco che, pur provando attrazione per le sommità alpine, non mi turba affatto l’esercizio di rinunciare a salirne (almeno) alcune sia per proteggere territori fragili, sia per riflettere su qualcosa di ancora più grande.

Un approccio rivoluzionario, una sfida enorme, ma che (nel caso del Monveso di Forzo) può anche partire da un piccola valle alpina come quella del Soana dove da qualche tempo non a caso ribollono idee innovative (si veda anche il progetto Vihta contro lo spopolamento dei paesi di fondovalle). Domenica 11 ottobre la valle ospiterà il quinto evento “Insieme per la Montagna Sacra” per condividere e divulgare le finalità del progetto: camminata nel Vallone di Lavina (partenza ore 10 da Forzo) e, alle 15, la proiezione del documentario "La Montagna Sacra - Antichi sentieri sul Gran Paradiso" al Teatro comunale di Ronco Canavese.


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