La montagna che abbaia (Lu cin dla Vina’) a cura di Dario Viglino
Racconti di memoria e radici

La montagna che abbaia (Lu cin dla Vina’) a cura di Dario Viglino

Una Citroen 2cv con targa parigina  viaggiava senza fretta
 sull’ autostrada Torino-Aosta: alla guida Michel, al suo fianco  Martine, due amici  francesi,  figli di italiani, che venivano a passare le loro vacanze in valle Soana, nei paesi  dove avevano vissuto i loro genitori prima di emigrare a Parigi in cerca di lavoro e di fortuna. Era  l’estate di tanti  anni fa e  dal mangianastri sul sedile  arrivavano le canzoni di Michel Fougain mentre, sull’ orizzonte, dei nuvoloni nerissimi  facevano presagire un brutto temporale. Una volta arrivati a Ivrea, svoltarono in direzione Cuorgne’ e poi salirono in  alta valle.  Intanto la pioggia comincio’ a cadere forte e  il piccolo tergicristallo della Citroen gia’ faticava a far  vedere la strada, così decisero di fermarsi ed aspettare che  smettesse di piovere almeno un po’. La pioggia finì e fu allora che videro, attraverso i vetri appannati,  a lato della strada, qualcosa di bianco che si muoveva: scesero dalla macchina, si  avvicinarono e, con sorpresa, videro che si trattava di un  un piccolo cucciolo di cane da pastore  tutto bagnato e infreddolito. Non si capiva come la povera  bestiola potesse  essere finita lì,  ma,  senza pensarci, i due ragazzi lo  raccolsero e lo avvolsero in una coperta  di lana  e lo portarono con loro fino alla piccola borgata di Forzo: qui fu accudito fino a  riprendersi del tutto, gli prepararono una bella cuccia e  la mattina seguente il cagnolino   era in splendida  forma! Un veterinario  del parco nazionale del  Gran Paradiso visito’ il cucciolo e, in un attimo,  divenne la mascotte del piccolo paesino dove  tutti, piccoli e grandi, si preoccuparono che il cagnotto avesse tutto quello che gli  sarebbe servito  per crescere bene. E cosi fu.  In due mesi il cagnolino era  diventato bellissimo e forte  aveva già  uno sguardo da leader, due occhi nerissimi,  le orecchie sempre attente e le zampe già forti e instancabili.Finirono le vacanze e  i due ragazzi dovettero ritornare in Francia. Il cucciolo fu affidato a  un  pastore  che se ne prese cura e lo porto’  a casa sua, dove  passo’ l’inverno al caldo di una stalla. Arrivò la primavera  e   il cane, diventato ancora più bello e ancora più forte, fu pronto per salire con le mucche in alpeggio, lassù sotto il torre di Lavina.  Il giorno della partenza all’alba tutte le bestie erano in piazza coi loro campanacci al collo,  ma tutti volevano vedere il cane  diventato ormai una star di quel piccolo villaggio: per lui un bel collare di cuoio e un piccolo sonaglio fatto da un calderaio per far allontanare le vipere , e con incise  due lettere M, le due iniziali dei ragazzi che una  sera lo raccolsero e gli  salvarono la vita. I bambini lo salutarono abbracciandolo  e diedero al pastore una scatola di biscotti dicendogli: “..dagliene uno  ogni tanto, così lui si ricorderà di noi e vousauti  turnade prest...” Tutti si commossero a quelle parole e finalmente la mandria  partì per l’alpeggio. Quel cane si rivelo’ di grande  aiuto per il  pastore che ne fu presto orgoglioso e per lui ci fu sempre un bell’osso e anche il biscottino, come promesso ai bimbi. Tutto era stato  bello come nelle migliori favole che la montagna racconta, ma  un maledetto  pomeriggio  successe l’incredibile.  Era la fine  dell’estate, il pastore  era sceso col mulo  in paese  per rifornirsi di sale e di altre cose che servivano in alpeggio, mentre il cane era rimasto, come sempre,  a guardia della mandria: ma quel giorno era un giorno diverso, qualcosa di strano aveva allarmato il cane.  Quasi avesse presagito che di lì a poco la montagna non  sarebbe più stata la stessa, seguì il suo istinto che lo porto’ a radunare la mandria e a portarla più a est, in un luogo per lui più  sicuro, e così fece:  appena le bestie furono vicino alla stalla, come sempre  lui torno’ indietro per vedere se ve ne  fossero ancora altre al pascolo e fu allora che si sentì un urlo terribile,  le piante si inclinarono e  una parte di  montagna frano’ travolgendo tutto quello che trovava sulla sua strada. Dal paese tutti videro la montagna  andare giù in una nuvola di polvere  e tutti salirono col pastore all’alpeggio:  arrivati alla malga  videro che  le mucche erano tutte al loro posto nella stalla. Solo il cane mancava, solo il cane non  c’era più. Lo cercarono tutti,  per giorni  e giorni, ma nessuno riusci’ a  trovarlo. Passo’ il tempo, ma  il ricordo di quel cane, che mise in gioco la sua giovane vita per salvare la mandria, rimase  nella mente e nel cuore di tutta quella piccola comunità, e poi, negli anni, divento’   leggenda. Qualcuno infatti  giurava di aver sentito di notte abbaiare  un cane là, sulla montagna dove c’era l’alpeggio,  proprio lassù, dove nessuno, da allora, aveva mai  più avuto il coraggio di salire.  La montagna che abbaia metteva paura e terrore. Tanta gente si  era convinta che sentire abbaiare il  cane avvertisse di  una imminente disgrazia. Rosa, la donna più vecchia della borgata, facendosi il segno della croce, diceva sempre: “Non si deve mai ridere di queste cose, ricordatevi  che la montagna  abbaio’ quando la valanga travolse la casa del mulino, ed anche quando la piena del torrente portò via i prati e gli orti del Convento,  abbaiò quando caddero i due grandi massi dalle montagne dietro Pessey sfiorando le case, e, per questo, la montagna che abbaia va rispettata”. Fu così che questa leggenda si radicò, e qualcuno cominciò a chiamare il posto, dove una volta c’era  l’alpeggio,  “lu mont del cin”. Nel frattempo, in due ragazzi che quel giorno raccolsero il cane erano diventati grandi, avevano fatto carriera, lui era uno chef  di successo e  lei lavorava a Parigi all’Oreal: il caso li fece rincontrare in un caffè della capitale,  alla  fermata del metro’. Un aperitivo insieme parlando di loro, dei loro figli, della vita e del futuro:  poi lui abbasso’ lo sguardo e  disse “So che non sei più andata in valle Soana” Lei rispose che avrebbe voluto tanto, ma la vita frenetica non le aveva più  permesso di farlo. E lui “… sai, invece  io ci sono ritornato qualche volta… ma  non e’ più come un tempo, i ragazzi non vanno più a sedersi la sera sugli scalini della vecchia Società Operaia, sono rimasti in  pochi e quei pochi hanno sempre un telefono nelle mani, chattando  con la loro solitudine  imprecano perché la  connessione non e’ sicura…”. “ Peccato” disse lei con un sorriso non sorriso “che vuoi farci? Le cose devono andare  così, i ragazzi non partono più con una 2cv come avevamo fatto noi...Insieme  avevamo assaporato qualche cosa che  loro non conosceranno mai,  ed e’ un peccato perchè era stato bellissimo e noi, purtroppo, non siamo stati capaci di lasciarlo in eredità….” E Michel ridendo “ Sai, ma io ho ancora quella 2cv perfettamente funzionante e restaurata, pensiamoci!”  Risero tutti e due e tornarono  alle loro case felici di essersi incontrati e di avere ricordato quei giorni d’estate, passati insieme nella piccola borgata alpina,  completamente diversa dal traffico parigino e dalla fretta di produrre e consumare  del giorno d’ oggi. Ma quel poco tempo passato insieme aveva felicemente  cambiato tutti e due,  facendo loro ritrovare, attraverso i ricordi, un sapore che il tempo aveva nascosto in qualche parte del  loro cuore, e una magia parigina, quel giorno, aveva funzionato per loro e quel sapore gliel’aveva fatto ritrovare  in un attimo, facendoli ritornare giovani almeno per un pò .  Erano stati felici  al tavolo di un bar, ma la cosa prometteva forse delle emozioni ancora più grandi, ancora più mature. Tutto era vero! Si salutarono con la promessa di rimanere in contatto più spesso e tornarono tutti e due alla vita che avevano scelto di vivere. Intanto quella magia, sogghignando, continuava con successo  a lavorare nella loro  mente fino a far trovare  ad entrambi la voglia,  l’emozione, il coraggio di vedersi, la voglia di risentire le loro voci vicine come un tempo, la voglia di stupirsi e la voglia di dribblare insieme la razionalità. Senza un appuntamento, guidati dalla magia parigina, si rividero nello stesso bar vicino a Bobillon. Senza fare domande  decisero di rifare quel viaggio in Italia. Una veloce pianificazione alla francese  e una bella domenica partirono: la 2cv  ancora funzionava bene, il rumore del motore era rimasto quello inconfondibile e anche il piccolo tergicristallo  era rimasto fermo  lì, allo stesso posto sul parabrezza, lo stesso di  tanti anni fa. Passarono il tunnel del Monte Bianco e finalmente arrivarono in Italia. Si fermarono a mangiare qualcosa dalle parti di Ivrea e  la 2cv, parcheggiata nel piazzale della trattoria, fece bella mostra di sé, lasciandosi  fotografare col telefonino  da tanti  giovani che non  conoscevano quella vettura che assomigliava a un cappello con due occhi gialli , ma che metteva buon umore a tutti e che, per un po', fu  la primadonna  del parcheggio. Intanto dal meteo radio sentirono che le condizioni del tempo erano brutte e avrebbe piovuto per qualche giorno, ma oramai l’albergo era prenotato, mancava poco e sarebbero arrivati. Decisero di proseguire e, per fare un po di spettacolo, Michel mise in moto  la 2cv con la manovella! E  via come un razzo, o quasi , verso l’alto Canavese,  un’altra piccola pausa a Pont prima di affrontare le salite che portavano al paesino: oramai  la meta era vicinissima, finalmente!  Il tempo di dirlo e qualche goccia bagnò il parabrezza, e dopo qualche chilometro  si trovarono in  mezzo a un fortissimo temporale, la strada praticamente era diventata un ruscello, i rami delle piante caduti sulla strada sotto la violenza del vento.  Si fermarono ad aspettare che smettesse almeno un po' e quando finalmente la pioggia fini’, scesero dalla macchina per decidere se proseguire o tornare indietro, la meta era vicinissima, bastava attraversare il ponte, e forse era meglio rischiare e arrivare su.  Avevano deciso di salire quando videro venire  verso di loro un vecchio cane da pastore che li guardò: aveva due occhi neri e al collo un  sonaglio che faceva un suono conosciuto che li paralizzò. Rimasero pietrificati, tutti e due incapaci di muoversi davanti ad una leggenda che conoscevano bene  e che per tanti anni aveva fatto parte di loro, delle loro vite fino ad allora. Ma ora  era lì davanti a loro e avevano il privilegio di vederla. Capirono subito entrambi  che la bestia voleva dir loro qualcosa, qualcosa di importante. Il cane abbaiò e poi li guardò negli occhi, come per invitarli  a non proseguire. Senza pensarci i due capirono che avrebbero fatto meglio a tornare indietro: il vecchio cane rimase ancora con loro  il tempo di ricevere due carezze  e poi, brillando, si sciolse  nella pioggia. I due  si abbracciarono e scoppiarono a piangere  perché avevano capito tutto quello che c’era da capire: quel cane, che un giorno loro avevano salvato, forse adesso stava salvando loro. Tornarono indietro e quando furono a Ronco  una notizia era già sulla bocca di tutti: la strada che saliva dal Crest  era franata per un lungo tratto, ma  fortunatamente non c’erano state vittime. Quella notte nessuno dei due riusci’ a dormire,  le  tante emozioni erano state fortissime,  ma, al tempo stesso, si resero conto di essere stati fortunati  ad avere visto da vicino una leggenda, ed avere capito che le leggende  esistono davvero. Al mattino ripartirono per la Francia decidendo di non raccontare nulla a nessuno di quello che avevano visto e vissuto quella sera.  Forse era  meglio tenere questo segreto dentro di loro, insieme alla sua  leggenda, e lasciarlo custodito qui, tra queste montagne, le più belle del mondo. 
V.D. 

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