Un mondo senza ombra. – 5 maggio 1821. – Il cavallo che fece la storia. – 6 maggio 1994. – Il Lusitania: una tragedia tra guerra, verità e propaganda. – 7 maggio 1824. – Il lusso della lentezza. – 8 maggio 1945. – Giornata dell’Europa: celebrare l’unità e la forza del continente. – 9 Maggio 1936. – San Cataldo il viaggio di un monaco tra mare, fede, e memoria della città. – 9 maggio 1950. – 10 Maggio 1796. – Virus ad alta mortalità: il lato oscuro del mondo invisibile. – 11 maggio 330. – Diventa la speranza di qualcuno. Dona sangue…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Un mondo senza ombra.

Uno dei pochi personaggi che poteva fare a meno dell’ombra è stato Peter Pan. Ma ci è voluta tutta la fantasia di uno scrittore per immaginare qualcuno capace di vivere senza questa presenza silenziosa che accompagna ogni nostro passo. Nella realtà, l’ombra è così naturale che quasi non la notiamo: sappiamo che i corpi bloccano la luce e creano zone più scure, e diamo questo fatto per scontato. Proprio per questo è difficile immaginare cosa succederebbe se l’ombra non esistesse. Provare a pensarci, però, è un buon esercizio. Basta partire dagli alberi, i più grandi produttori di ombra sul pianeta. Se le foglie lasciassero passare quasi tutta la luce, se fossero trasparenti o quasi, il Sole arriverebbe direttamente al suolo. Niente zone fresche, niente riparo. Solo luce continua, ovunque. Qualche striscia d’ombra resterebbe vicino ai tronchi, ma per il resto il terreno sarebbe sempre illuminato. All’inizio potrebbe sembrare un paesaggio piacevole, luminoso, quasi allegro. In realtà, per molte forme di vita sarebbe un problema serio. L’ombra non è solo meno luce: significa temperature più basse, meno evaporazione, suolo più umido. Senza di essa il terreno si asciugherebbe in fretta, diventando arido. Molte piante non riuscirebbero a vivere, soprattutto quelle che hanno bisogno di fresco e umidità. Felci, muschi e altre specie delicate semplicemente scomparirebbero.

I boschi diventerebbero ambienti più poveri e simili a zone aperte e assolate. Cambierebbero anche i fiori: oggi molti sbocciano in primavera, approfittando della luce che filtra prima che le chiome si chiudano del tutto. In un mondo senza ombra potrebbero fiorire in ogni stagione, con colori diversi e più intensi. Ma questa apparente ricchezza nasconderebbe una perdita: meno varietà, meno equilibri, meno relazioni tra le specie. Un suolo sempre secco sarebbe anche più esposto agli incendi. Il calore costante del giorno e il freddo improvviso della notte creerebbero forti sbalzi termici. Persino sottoterra le conseguenze sarebbero pesanti: funghi e batteri, fondamentali per decomporre i resti organici e nutrire le piante, faticherebbero a sopravvivere. Senza di loro, i grandi alberi crescerebbero peggio e gli ecosistemi perderebbero stabilità. Anche gli animali ne risentirebbero. Molti cercano l’ombra per riposare, cacciare o nascondersi. I predatori avrebbero più difficoltà ad avvicinarsi alle prede, e le prede sarebbero sempre esposte. Le catene alimentari diventerebbero più semplici e fragili. E non andrebbe meglio nelle città: senza l’ombra degli alberi, le strade sarebbero roventi, le temperature salirebbero ancora di più e vivere diventerebbe più faticoso. Persino gesti quotidiani e abitudini lontane dalla natura cambierebbero. Alcune coltivazioni, come il caffè, danno frutti più abbondanti al Sole, ma di qualità peggiore. Anche qui, l’ombra non toglie: migliora. Alla fine, l’ombra ci insegna qualcosa di essenziale. Non è solo buio, non è assenza: è protezione, equilibrio, respiro. In un mondo che spesso cerca solo più luce, più velocità, più esposizione, l’ombra ci ricorda che crescere bene significa anche sapersi fermare, ripararsi e lasciare spazio alla freschezza delle cose che non si vedono subito.

Favria, 5.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. La gentilezza apre strade dove la forza non arriva. Felice martedì.

5 maggio 1821: muore Napoleone Bonaparte. Protagonista della storia europea.

Il cavallo che fece la storia

Nessuno ha dedicato loro un monumento, eppure i cavalli da guerra sono stati protagonisti silenziosi di battaglie decisive che hanno cambiato il corso della storia. Shakespeare, nel far pronunciare a Riccardo III la celebre frase «Un cavallo. Un cavallo. Il mio regno per un cavallo», coglieva perfettamente l’importanza vitale di un destriero sul campo di battaglia: senza di esso, un sovrano poteva perdere non solo la battaglia, ma anche la vita e il regno. La storia conferma la verità di queste parole: la perdita del cavallo nella battaglia di Bosworth nel 1485 segnò la fine di Riccardo III e l’ascesa di Enrico VII, inaugurando la dinastia Tudor. Il cavallo non era solo un mezzo di trasporto o un simbolo di prestigio: era uno strumento strategico fondamentale. Dalla battaglia di Hastings del 1066, dove i cavalieri normanni guidati da Guglielmo il Conquistatore travolsero i fanti anglosassoni, fino alla vittoria di Robert Bruce a Bannockburn nel 1314, la mobilità, la forza e l’agilità dei destrieri determinarono esiti cruciali. La cavalleria pesante inglese, pur superiore numericamente, fu spesso neutralizzata da tattiche intelligenti, terreni insidiosi o dal solo ingegno dei cavalieri avversari, mostrando quanto il cavallo fosse indispensabile e al contempo vulnerabile. Il destino dei cavalieri e dei loro destrieri era strettamente intrecciato. Sir John Talbot, alla battaglia di Castillon nel 1453, cadde insieme al suo cavallo sotto i colpi della cannoniere francese, segnando la fine del predominio inglese in Francia e l’epoca medievale della guerra cavalleresca. Allo stesso modo, Riccardo III perse la vita quando il suo cavallo rimase impantanato, confermando che anche i migliori comandanti dipendevano dalla fedeltà e dalla forza dei loro destrieri. Non solo guerre e battaglie: i cavalli segnarono anche la vita dei sovrani nei tornei e nelle giostre. Enrico II di Francia e, più tardi, Enrico VIII, subirono incidenti che cambiarono la loro vita e, in certi casi, la storia stessa. L’incidente di Enrico VIII durante una giostra nel 1536, ad esempio, contribuì al suo inasprimento caratteriale e forse influenzò la successione al trono dei Tudor.

I cavalli non hanno ricevuto onori né monumenti, eppure il loro ruolo nelle vicende umane è stato fondamentale. Senza di loro, molte battaglie si sarebbero concluse diversamente, regni sarebbero caduti prematuramente, e la storia, così come la conosciamo, avrebbe potuto prendere percorsi completamente diversi. Sono stati silenziosi artefici di gloria e sconfitta, testimoni fedeli e protagonisti invisibili di secoli di conflitti e potere.

Favria, 6.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. La costanza trasforma i piccoli passi in grandi risultati. Felice mercoledì.

6 maggio 1994: inaugurato il Tunnel della Manica. Collega due nazioni sotto il mare.

7 maggio 1915 – Il Lusitania: una tragedia tra guerra, verità e propaganda

Nel pieno della Prima guerra mondiale, il 7 maggio 1915, il transatlantico britannico Lusitania venne colpito da un siluro del sommergibile tedesco U20 al largo delle coste irlandesi e affondò in pochi minuti, portando con sé 1.198 vite umane, tra cui 128 cittadini statunitensi. Fu una tragedia che scosse profondamente l’opinione pubblica internazionale e che divenne immediatamente un terreno di scontro non solo militare, ma anche politico e comunicativo.

La Gran Bretagna comprese subito la forza simbolica dell’evento e lo trasformò in uno strumento di propaganda: l’affondamento venne raccontato come un atto di barbarie deliberata contro civili innocenti, rafforzando l’immagine della Germania come potenza brutale e priva di scrupoli morali. La narrazione pubblica, tuttavia, semplificava una realtà più complessa. A bordo del Lusitania viaggiavano anche materiali bellici, circostanza che la Germania utilizzò per giustificare l’attacco nell’ambito della guerra sottomarina contro i rifornimenti nemici.

Negli Stati Uniti, la notizia provocò indignazione e sgomento, ma non portò a un’immediata entrata in guerra. Il presidente Woodrow Wilson mantenne una linea di prudente neutralità, riflettendo la volontà di una parte consistente dell’opinione pubblica americana di restare estranea al conflitto europeo. Le proteste diplomatiche furono dure, ma non sufficienti a rompere l’equilibrio politico interno, segnato da profonde divisioni.

Solo nel 1917, con la ripresa della guerra sottomarina indiscriminata e il telegramma Zimmermann, gli Stati Uniti abbandonarono la neutralità. L’affondamento del Lusitania rimase così sospeso tra memoria e propaganda, tra dolore reale e uso politico della sofferenza.

E forse proprio qui si rivela il suo significato più profondo: nelle guerre moderne non si combatte soltanto sul mare o nelle trincee, ma anche nella costruzione del racconto. La verità non scompare, ma viene contesa, piegata, interpretata. E davanti a una nave che affonda con centinaia di vite, resta una domanda che supera la storia stessa: quando la morte diventa messaggio politico, cosa rimane della verità dell’uomo, e quanto spazio resta ancora per la coscienza?

Favria, 7.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Scegli di credere in ciò che stai diventando. Felice giovedì.

7 maggio 1824: debutta la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Celebre per l’Inno alla gioia.

Il lusso della lentezza

Aveva fretta, così ha detto! Quella fretta sottile e imperiosa che non fa rumore, ma che lascia sempre qualcuno un passo indietro, intrappolato nell’attesa. La stessa che lo spinge, in un piccolo negozio di quartiere, a allungare la mano sopra le spalle degli altri per afferrare l’ultimo litro di latte rimasto, mentre dietro qualcuno osserva, le mani vuote, e sente scivolare tra le dita il tempo della propria giornata. La stessa che alla posta o in banca trasforma ogni fila in un ostacolo personale, un’inutile frustrazione da aggirare: una porta secondaria da cercare, uno sportello giusto da intercettare, uno sguardo deciso per scavalcare l’attesa. Non cattiveria, no. Solo un’abitudine a conquistare ogni minuto, a non perdere nulla di quello che il mondo offre in fretta.

La fretta non nasce dal caso. È un’arte che si affina giorno dopo giorno, negli istanti più banali: nei piccoli vantaggi rubati agli altri, nei secondi strappati al flusso naturale delle cose, nella convinzione che attendere sia una colpa. Chi può permetterselo passa avanti, perché il tempo, si sa, ha un prezzo diverso a seconda della tasca di chi lo possiede. Gli altri restano lì, immobili, con il loro tempo più lento, più pesante, più povero. E imparano a misurare la propria vita in attese, in minuti che sembrano non contare nulla.

La stessa logica, inflessibile, si ripete in montagna. Non come gli altri, quelli che partono quando il cielo è ancora scuro, caricano la macchina in silenzio, risalgono la valle, parcheggiano sull’asfalto gelato e attendono. Battono i piedi per scaldarsi, respirano l’aria gelida, ascoltano il silenzio rotto solo dal passo lento. Ogni salita è una conquista, ogni metro una piccola vittoria: chi cammina così conosce il valore del tempo, della fatica, del silenzio.

No, lui no. Per lui il tempo stringe sempre, anche quando non ce n’è bisogno. E quando stringe, si taglia, si salta, si aggira. Così si sorvola il percorso, si elimina l’attesa, si atterra direttamente sulla neve, in cima, mentre gli altri arrivano stanchi e felici. Senza il viaggio, senza i passi nel bosco, senza il silenzio che permette di respirare, senza la meraviglia di scorgere un animale selvatico tra gli alberi, di sentire il profumo della resina o il fruscio leggero della neve sotto i piedi. Solo il rumore assordante di un elicottero, il turbine delle pale, il respiro accelerato di chi non sa più fermarsi.

Chi corre sempre diventa prigioniero della propria velocità. Accumula minuti risparmiati che non sa più dove investire. Perché rallentare, se puoi accelerare? È il paradosso: più risorse hai, più credi di poter comprare anche il tempo. Così il tempo diventa merce, privilegio, status. Chi può, passa avanti. Chi resta indietro aspetta. La lentezza diventa colpa, l’attesa condanna.

Eppure ci sono luoghi in cui la fila è sacra, dove il denaro non compra l’urgenza, dove l’unica regola è semplice: arrivare, mettersi dietro, restare. Tutti uguali. Nessuna scorciatoia. Nessuna precedenza. Solo il tempo condiviso. Qui la pazienza non è debolezza, ma atto di dignità. Qui tutti, poveri e ricchi di passione, condividono la stessa condizione: l’attesa.

Forse il vero lusso, oggi, non è correre più degli altri.È potersi fermare senza sentirsi in colpa. È vivere il percorso, passo dopo passo, e comprendere che ciò che conta non è la cima, ma la strada, il silenzio, l’aria che riempie polmoni e mente. Alla fine, non siamo ciò che conquistiamo in fretta, ma ciò che siamo capaci di attraversare lentamente.

Favria, 8.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni sorriso è un seme di speranza. Felice venerdì.

8 maggio 1945: fine della Seconda guerra mondiale in Europa. Giorno della vittoria alleata.

Giornata dell’Europa: celebrare l’unità e la forza del continente

Ogni 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa, un momento per riflettere sul valore unico dell’unità europea e sul percorso straordinario che ha portato i Paesi del continente a cooperare, dialogare e costruire insieme un futuro di pace, prosperità e solidarietà. Questa data ricorda la storica dichiarazione di Robert Schuman, del 1950, che propose la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, gettando le basi per l’odierna Unione Europea.

L’Europa non è solo un insieme di confini geografici o istituzioni: è una comunità di popoli che condividono valori fondamentali come la democrazia, la libertà, i diritti umani e il rispetto reciproco. Nonostante le critiche e i cliché che spesso accompagnano l’immagine della burocrazia europea, l’Unione rimane uno strumento straordinario di coesione, capace di affrontare sfide complesse come crisi economiche, pandemie, emergenze ambientali e minacce alla sicurezza comune.

Insieme, gli Stati membri hanno creato un mercato unico, hanno promosso la mobilità dei cittadini, difendono i diritti dei consumatori e dei lavoratori, proteggono l’ambiente e sostengono lo sviluppo sostenibile. La forza dell’Europa risiede proprio nella collaborazione: la capacità di superare divisioni storiche, conflitti e differenze culturali per lavorare a un progetto condiviso che arricchisce ogni Paese e ogni cittadino.

Celebrare la Giornata dell’Europa significa ricordare che la pace, la libertà e la prosperità non sono mai garantite: vanno costruite ogni giorno attraverso il dialogo, l’impegno e la partecipazione. Nonostante le complessità delle istituzioni e le lentezze della politica, l’Unione Europea resta il nostro più grande strumento di protezione, sviluppo e coesione, un progetto unico al mondo, nato dall’esperienza storica e dalla volontà dei popoli di non tornare mai più ai conflitti che hanno segnato il XX secolo.

In fondo, l’Europa è la nostra forza perché ci insegna che, anche nelle differenze, possiamo trovare un terreno comune, e che l’unità non è una rinuncia all’identità nazionale, ma una risorsa preziosa per costruire insieme un futuro migliore.

Favria, 9.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. L’unione nasce dal rispetto delle differenze. Felice sabato.

9 Maggio 1936

Benito Mussolini proclama la nascita dell’Impero italiano: il capo del fascismo lo annuncia dal balcone di Palazzo Venezia, in seguito alla conquista dell’Etiopia

San Cataldo il viaggio di un monaco tra mare, fede, e memoria della città.

Nel vasto intreccio di storie che compongono la tradizione cristiana medievale, la figura di San Cataldo occupa un posto singolare, sospesa tra storia e leggenda, tra biografia spirituale e costruzione simbolica della memoria collettiva. Nato a Munster, in Irlanda, tra il 610 e il 620, Cataldo appartiene a quel mondo monastico celtico che tra altissimo Medioevo e prime forme di cristianità europea viveva una religiosità intensa, itinerante, profondamente segnata dall’idea del viaggio come forma di ascesi. Secondo la tradizione, alla morte dei genitori egli rinunciò ai propri beni distribuendoli ai poveri, scegliendo la via del monastero. Entrò così nella comunità di Lismore, uno dei centri spirituali più importanti dell’Irlanda cristiana, dove si formò e crebbe fino a diventare abate alla morte del suo maestro Cartagh. Già in questa fase della sua vita emerge un elemento fondamentale: la leadership spirituale non come potere, ma come continuità di una tradizione di rinuncia e servizio.

Ma la dimensione più affascinante della sua vicenda è quella del movimento. Cataldo non rimane confinato nel suo monastero: intraprende un pellegrinaggio in Terrasanta, secondo uno schema tipico della spiritualità medievale, in cui il viaggio verso i luoghi sacri non è mai solo geografico, ma anche interiore, trasformativo, simbolico. È proprio durante questo percorso che, secondo la tradizione agiografica, Cristo gli appare affidandogli una missione precisa: raggiungere Taranto per riportare la fede cristiana in una città che sarebbe tornata, in qualche modo, al paganesimo.

L’elemento dell’apparizione, centrale nelle vite dei santi medievali, non va letto soltanto come evento miracoloso, ma come linguaggio narrativo attraverso cui le comunità cristiane esprimono la legittimazione di una missione storica. La voce divina diventa così il modo per dare fondamento assoluto a un processo di evangelizzazione e trasformazione culturale.

Cataldo giunge dunque nel Sud Italia, sbarcando nei pressi di Lecce, e si muove in un territorio segnato da stratificazioni culturali profonde, dove la tradizione romana, quella bizantina e le nuove presenze cristiane convivono e si sovrappongono. Qui si dedica alla predicazione e alle opere di carità, assumendo il ruolo tipico del santo fondatore: non solo guida spirituale, ma anche mediatore sociale, figura capace di intervenire concretamente nelle crisi della comunità.

La tradizione gli attribuisce anche la liberazione della città di Corato da una pestilenza, elemento che inserisce la sua figura all’interno di una tipologia molto diffusa nell’agiografia medievale: il santo come protettore contro le calamità, interprete e risolutore delle paure collettive. Epidemie, guerre, carestie e morti improvvise diventano così il campo in cui si esercita la funzione simbolica della santità.

Cataldo muore a Taranto l’8 marzo del 685 e viene sepolto nella parte orientale della cattedrale cittadina. La sua presenza, tuttavia, non si esaurisce con la morte. Come spesso accade nel Medioevo, la memoria del santo continua a vivere attraverso il culto delle reliquie, che diventa elemento centrale dell’identità urbana e religiosa.

Nel 927 la città di Taranto subisce un devastante attacco saraceno che distrugge gran parte dell’abitato e danneggia gravemente la cattedrale. Con la distruzione dell’edificio sacro si perde anche la memoria precisa della tomba del santo, che scompare per quasi due secoli dalla tradizione documentata. È un vuoto significativo: la scomparsa del luogo fisico corrisponde a una sospensione della memoria collettiva.

Solo nel 1071, durante i lavori di ricostruzione voluti dal vescovo Drogone, la tomba viene riscoperta insieme a una crocetta aurea. Il ritrovamento delle reliquie assume immediatamente un valore che va oltre il dato archeologico: è un evento di rifondazione simbolica della città. Le ossa del santo vengono collocate sotto l’altare maggiore della nuova cattedrale, e successivamente trasferite in una cappella a lui dedicata.

Da quel momento San Cataldo diventa una presenza stabile e identitaria per Taranto, invocato nei momenti di crisi, soprattutto contro guerre, epidemie e morte improvvisa. La sua figura si integra pienamente nel sistema di protezione spirituale delle città medievali, dove i santi non sono solo modelli morali, ma veri e propri garanti invisibili dell’equilibrio sociale.

La sua vicenda, così come ci è giunta, è un intreccio di elementi storici, tradizionali e simbolici. L’Irlanda monastica, il pellegrinaggio verso l’Oriente, l’arrivo nel Sud Italia, la missione evangelizzatrice, la morte, la perdita e la riscoperta delle reliquie: ogni fase costruisce un percorso che non è solo biografico, ma anche geografico e spirituale, una linea che unisce spazi lontani attraverso la narrazione della santità.

In questa prospettiva, San Cataldo non è soltanto un personaggio del passato, ma una figura che incarna un modello di movimento e trasformazione: il santo come viaggiatore, come ponte tra mondi culturali diversi, come presenza che attraversa la storia e la riordina simbolicamente.

Forse ogni città custodisce, nel profondo della propria memoria, una figura come quella di San Cataldo: qualcuno che ha attraversato il tempo non per restare immobile, ma per lasciare tracce, per scomparire e riapparire, per trasformare la perdita in significato. E in questa alternanza di presenza e oblio si rivela una delle verità più antiche della storia umana: ciò che conta non è solo ciò che sopravvive, ma ciò che, anche dopo essere stato perduto, continua a essere cercato.

Favria, 10.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. La calma interiore rende più chiaro il cammino. Felice domenica.

9 maggio 1950: dichiarazione Schuman. Atto di nascita dell’Unione Europea.

10 Maggio 1796

Napoleone sconfigge gli austriaci nella battaglia del ponte di Lodi, nella Prima campagna d’Italia. La vittoria permette al generale di entrare a Milano.

Virus ad alta mortalità: il lato oscuro del mondo invisibile

Il mondo dei virus è invisibile agli occhi ma potentissimo nella capacità di colpire e cambiare la vita degli esseri umani. Alcune malattie hanno segnato la storia e continuano a rappresentare minacce reali, dimostrando quanto fragile sia l’equilibrio tra uomo e natura.

Il vaiolo, dichiarato eradicato nel 1980 grazie a una campagna globale di vaccinazione, era causato dal Variola virus. Altamente contagioso, si trasmetteva per via aerea o tramite contatto con lesioni cutanee e oggetti contaminati. La forma più grave, il Variola major, provocava febbre alta, dolori e un’eruzione pustolosa, con mortalità fino al 30%. Anche nelle forme emorragiche più gravi, senza cure tempestive, la mortalità poteva superare il 20%.

Il Nipah si trasmette soprattutto attraverso fluidi corporei di pipistrelli della frutta e maiali infetti o tramite consumo di frutta contaminata. Provoca febbre, mal di testa, vomito e nei casi più gravi encefalite con convulsioni e coma, con mortalità tra il 40% e il 75%.

L’hantavirus, diffuso tramite roditori infetti, può provocare febbre alta e insufficienza respiratoria o renale, con mortalità fino al 50% per la sindrome polmonare da hantavirus, più comune nelle Americhe. Altre forme, come la febbre emorragica da hantavirus in Asia ed Europa, hanno mortalità più bassa, tra l’1% e il 15%.

La dengue, trasmessa dalle zanzare Aedes, provoca febbre alta, forti dolori muscolari e articolari e può evolvere in forme gravi con insufficienza multiorgano. L’influenza aviaria (H5N1) colpisce soprattutto gli uccelli, ma può infettare l’uomo provocando polmonite grave, insufficienza multiorgano e mortalità fino al 60%.

La rabbia, trasmessa da morsi o saliva di animali infetti, raggiunge il sistema nervoso centrale causando infiammazione cerebrale, spasmi muscolari e paralisi progressiva. Senza vaccinazione preventiva, è quasi sempre fatale, con mortalità vicina al 100%.

L’ebola e il virus di Marburg, trasmessi tramite fluidi corporei di persone o animali infetti, provocano febbre alta, emorragie e insufficienza multiorgano, con mortalità tra l’80% e il 90%.

Il virus Hendra, trasmesso dai cavalli infetti che a loro volta possono aver contratto il virus dai pipistrelli della frutta, provoca febbre, tosse, affaticamento e nei casi gravi encefalite, insufficienza respiratoria e coma, con mortalità tra i casi confermati del 60%.

Il virus HIV, responsabile dell’immunodeficienza umana, si trasmette tramite sangue, liquidi corporei o rapporti sessuali non protetti. Non è immediatamente letale, ma distrugge progressivamente i linfociti T, indebolendo il sistema immunitario e portando all’AIDS se non trattato con terapia antiretrovirale. Storicamente ha causato milioni di vittime, sebbene oggi la sopravvivenza sia drasticamente migliorata grazie ai farmaci.

Infine, il SARS-CoV-2 (COVID-19), identificato per la prima volta a Wuhan nel 2019, si trasmette per via respiratoria tramite droplet e aerosol prodotti da persone infette. Può provocare polmonite acuta, insufficienza respiratoria e complicazioni sistemiche, soprattutto nei soggetti fragili. Pur con mortalità inferiore ad altri virus letali, l’alta contagiosità ha causato milioni di decessi e un impatto sanitario senza precedenti.

Questi virus ci ricordano quanto la vita sia fragile e quanto sia prezioso il nostro rapporto con la natura. La scienza, la prevenzione e la cooperazione globale hanno salvato milioni di vite, ma la minaccia invisibile resta. La lezione più profonda è che conoscere e rispettare il mondo invisibile non serve solo a proteggerci: ci insegna il valore della vita, l’importanza della responsabilità e il potere della solidarietà. Anche davanti alle minacce più terribili, l’ingegno e la cura umana possono trasformare paura e fragilità in conoscenza, resilienza e speranza.

Favria, 11.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Iniziamo la settimana con fiducia, dai siamo pronti a farcela. Felice lunedì

11 maggio 330: inaugurazione di Costantinopoli. Diventerà capitale dell’Impero Bizantino.

Diventa la speranza di qualcuno. Dona sangue.

Venerdì 29 maggio 2026 torna la giornata di donazione di sangue a Favria, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Pochi minuti del tuo tempo possono salvare una vita. Un gesto semplice, concreto, che può fare la differenza proprio quando qualcuno ne ha più bisogno. È possibile anche ricevere informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria: 333 1714827 mail favria@fidasadsp.it, presentarsi con documento d’identità. Il 29 maggio scegli di esserci. Dona.