Raphael Lemkin e la nascita del concetto di genocidio. – 27 gennaio – Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto, – 27 gennaio 1945. – 28 gennaio 1986. – Quando l’impero profumava di fosfati. – 29 gennaio 1886. – Ottimismo nonostante tutto: il segno umano del progresso. – 30 gennaio 1649. – Golden Retriever. – 31 gennaio 1949. – Febbraio, il mese della purificazione. – 1 febbraio 1327. – 2 febbraio 962 d.C. Nella Basilica di San Pietro nasce il Sacro Romano Impero. – 2 febbraio 1882. – Febbraio, il mese dei cuori che salvano vite…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Raphael Lemkin e la nascita del concetto di genocidio

Fino a ottant’anni fa esisteva il crimine, ma non il nome. Solo nel 1944 il giurista polacco Raphael Lemkin coniò la parola “genocidio” per definire lo sterminio sistematico di un popolo e ne tracciò i confini legali. Alcuni protagonisti della storia hanno strade e statue a loro dedicate, ma il nome di Lemkin rischiò di cadere nell’oblio: quando morì nel 1959, la sua morte passò quasi inosservata e alla cerimonia funebre erano presenti solo sette persone. Perché ricordarlo? Grazie a Lemkin possiamo oggi definire con precisione crimini efferati come la Shoah o lo sterminio degli armeni durante la Prima guerra mondiale, e i colpevoli di genocidio possono essere perseguiti legalmente. La battaglia di Lemkin per la definizione legale del genocidio fu anche una battaglia personale. Nato nel 1900 a Hrodna, oggi in Bielorussia, Lemkin crebbe in un contesto di pogrom antisemiti e discriminazioni. La madre gli insegnò a leggere e scrivere, dato che agli ebrei era vietato frequentare le scuole pubbliche. Nonostante le difficoltà, studiò con passione, imparando nove lingue e leggendo in quattordici. Durante gli anni Venti, Lemkin intraprese la carriera giuridica in Polonia e iniziò a riflettere sulla necessità di una legislazione internazionale capace di proteggere le minoranze da atti sistematici di violenza culturale e fisica. Lo sterminio degli armeni lo convinse che tali atti non potevano essere classificati come semplici crimini di guerra: erano delitti contro l’umanità e necessitavano di una giurisprudenza specifica. Nel 1933, alla conferenza della Società delle Nazioni a Madrid, Lemkin parlò per la prima volta di due crimini: “vandalismo”, per la distruzione del patrimonio culturale, e “barbarie”, per la soppressione di interi gruppi umani. Le sue idee suscitarono scalpore e in patria lo accusarono di difendere gli ebrei a scapito degli interessi della Polonia, togliendogli incarichi universitari e pubblici. Nonostante l’isolamento, continuò a lanciare allarmi, soprattutto di fronte all’ascesa di Hitler. Quando nel 1939 la Polonia fu invasa da Germania e Unione Sovietica, Lemkin fuggì prima in Svezia e poi negli Stati Uniti, cercando di salvare i suoi familiari e amici. Ben 49 dei suoi parenti morirono nei campi di sterminio nazisti. Negli Stati Uniti, Lemkin denunciò ripetutamente lo sterminio degli ebrei, scrivendo nel 1944 il volume Axis Rule, in cui analizzava le politiche naziste di annientamento dei popoli. Fu in questo libro che Lemkin coniò il termine “genocidio”, unendo il greco ghénos (tribù o razza) e il latino caedo (uccidere). Scrisse: “Il genocidio deve tragicamente trovare posto nel dizionario del futuro accanto ad altre parole tragiche come ‘omicidio’ e ‘infanticidio’”. Churchill lo aveva definito il “crimine senza nome”; Lemkin gli diede finalmente un nome preciso. Il termine fu utilizzato per la prima volta nei processi di Norimberga nel 1945 e, grazie alla sua perseveranza, nel 1948 fu adottata la Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sancendo che il genocidio non è solo sterminio fisico, ma anche tentativo di cancellare la lingua e la cultura di un popolo. Lemkin morì il 28 agosto 1959, solo e povero, lasciando una montagna di carte e appunti. Nelle sue memorie scrisse: “Al di sopra di tutto vola un’anima bella che ama il genere umano e perciò è sola”. Oggi, guardando alla Storia, ci accorgiamo di una dolorosa verità: chi ieri subì atrocità come l’Olocausto, o altri genocidi, talvolta reagisce con violenza, a volte perfino replicando brutalità simili a quelle dei propri oppressori. Le vittime diventano carnefici, ma rimangono esseri umani, uomini e donne con paure, desideri e fragilità. La storia del genocidio ci insegna che la crudeltà non nasce dalla razza o dall’appartenenza, ma dall’ombra dentro ciascuno di noi; riconoscerla è il primo passo per fermarla e per ricordare Lemkin: non solo come giurista, ma come monito della nostra responsabilità collettiva verso l’umanità.

Favria, 27.01.2026  Giorgio Cortese

27 gennaio – Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto

Buona giornata! Oggi ricordiamo la storia per costruire un futuro di giustizia e umanità. Felice martedì!

27 gennaio 1945

L’Armata Rossa sovietica, durante la sua rapida avanzata invernale dalla Vistola all’Oder, libera il campo di sterminio nazista di Auschwitz: il mondo scopre l’orrore dei campi di sterminio nazisti.

I giorni della merla

I “giorni della merla”, tradizionalmente collocati il 29, 30 e 31 gennaio, sono considerati i più freddi dell’anno e vengono ancora oggi utilizzati nella meteorologia popolare per trarre presagi sul resto dell’inverno. Secondo l’antica credenza, se in questi giorni le temperature risultano miti, l’inverno durerà a lungo; se invece sopraggiunge un’ondata di freddo intenso, la primavera non tarderà ad arrivare. La merla, simbolo di questa tradizione, diventa così un segnale del ciclo stagionale, un messaggero naturale dell’avanzare del tempo.

Le origini del nome e del mito sono incerte e stratificate. Una spiegazione settecentesca attribuita a Sebastiano Pauli interpreta la locuzione come un riferimento a un grande cannone chiamato “Merla”, che sarebbe stato trasportato sul fiume Po ghiacciato proprio in quei giorni. Un’altra ipotesi parla invece di una nobildonna di Caravaggio, appartenente alla famiglia De Merli, che riuscì ad attraversare il fiume solo grazie al gelo di fine gennaio. Parallelamente coesistono numerose tradizioni orali, spesso locali, che spiegano il colore scuro della merla come conseguenza del rifugio dell’uccello in un comignolo fumoso per sfuggire al gelo.

La leggenda più ampia e complessa collega i giorni della merla al mito greco di Demetra e Persefone, riflesso nella cultura latina in Cerere e Proserpina. Persefone, costretta a trascorrere parte dell’anno nell’Ade dopo il rapimento da parte di Ade, sarebbe annunciata alla madre da un uccello messaggero: la merla. La sua comparsa, in determinati giorni del calendario romano antico, avrebbe segnalato l’arrivo o il ritardo della primavera. Il parallelismo tra questo mito e le leggende italiane nasce dall’associazione tra cicli stagionali, rinascita, fertilità e dal ruolo augurale degli uccelli nell’antica Roma. In tale contesto, la figura della merla si carica di significati simbolici: messaggera, tramite fra mondi stagionali e tramite fra divino e naturale.

La narrazione popolare, cristianizzata e semplificata nel corso dei secoli, ha conservato il nucleo meteorologico, perdendo in parte la complessità mitologica originaria. Nel folklore di molte regioni italiane,  dalla Lombardia alla Romagna, dal Friuli alla Maremma, sopravvivono varianti del racconto in cui la merla bianca, perseguitata dal freddo di gennaio, cerca rifugio in un camino e ne esce per sempre nera. Le tradizioni locali spesso arricchiscono la narrazione con rituali comunitari, canti corali o detti proverbiali legati all’osservazione del clima.

In questo intreccio di miti classici, leggende popolari, errori di calendario e tradizioni contadine, la merla diventa un simbolo del rapporto profondo tra l’essere umano e il ciclo naturale. La sua figura oscilla tra la concretezza meteorologica e la dimensione poetica: è allo stesso tempo un semplice uccello che cerca riparo dal freddo e una messaggera che annuncia la trasformazione del mondo.

I giorni della merla raccontano, più che un fenomeno climatico, la tensione dell’uomo verso il bisogno di dare senso al mutamento. In un inverno che sembra non finire e in un freddo che può sorprendere o ingannare, la merla diventa metafora della nostra condizione: creature che cercano riparo, interpreti dei segni del mondo, narratori del tempo che passa. Le leggende, pur diverse, condividono una verità semplice e profonda: la natura non parla con parole, ma con ritmi, cicli e presenze. Sta a noi ascoltare, leggere e ricordare che ogni inverno porta sempre in sé il seme della primavera.

Favria, 28.01.2026

Buona giornata. Oggi il gelo può diventare un invito a riscaldare i nostri progetti. Felice mercoledì!

28 gennaio 1986

Un’esplosione distrugge appena dopo il decollo lo Space Shuttle Challenger della Nasa: nel disastro muoiono sei astronauti e Christa McAuliffe, un’insegnante che dallo spazio avrebbe dovuto tenere una lezione agli studenti via satellite.

Quando l’impero profumava di fosfati

In un libro di storia letto recentemente mi sono imbattuto in una vicenda che sembra uscita da una satira di Jonathan Swift e che invece racconta molto bene la natura profonda dell’imperialismo americano. Una storia che affonda le radici a metà Ottocento, quando la risorsa più ambita del pianeta non era ancora il petrolio, né l’uranio, né le terre rare, ma il guano: escrementi d’uccello fossilizzati, accumulati per secoli su isole remote e apparentemente inutili.

Per decenni i navigatori avevano evitato quegli isolotti coperti da montagne maleodoranti alte anche cento metri. Poi il tedesco Alexander von Humboldt scoprì che il guano, ricchissimo di fosfati, era un fertilizzante eccezionale. In piena rivoluzione industriale, con una popolazione in rapida crescita e un’agricoltura arretrata, quella “sporca” sostanza divenne improvvisamente oro bianco.

Il Perù, che possedeva i più grandi giacimenti, divenne teatro di vere e proprie guerre del guano. Ma la corsa all’accaparramento non si fermò lì: cominciò una caccia globale alle isole non ufficialmente rivendicate da nessuno. Fu allora che entrarono in scena gli Stati Uniti.

A metà Ottocento l’America aveva un continente da coltivare, milioni di bocche da sfamare e un’ideologia da realizzare: il “destino manifesto”, la convinzione di essere chiamata dalla Storia a dominare il mondo. Il guano diventò una questione di sicurezza nazionale. Nel 1850 il presidente Millard Fillmore lo dichiarò apertamente nel suo discorso di insediamento, affermando che il governo avrebbe dovuto usare “tutti i mezzi necessari” per garantirne l’approvvigionamento al popolo americano.

Nel 1856 il Congresso approvò il Guano Islands Act: una legge che autorizzava qualsiasi cittadino statunitense a prendere possesso di qualsiasi isola disabitata ricca di guano e reclamarla come proprietà degli Stati Uniti. Non come territorio federale, ma come possesso da sfruttare. Una colonia senza doverla chiamare colonia.

Decine di isole vennero così occupate in ogni angolo del pianeta: Caraibi, Pacifico, Oceano Indiano. Tra queste Navassa, nei Caraibi, da sempre utilizzata dai pescatori haitiani. Gli americani piantarono la bandiera, mandarono le cannoniere e l’isola divenne statunitense. Lo è ancora oggi.

Esaurito il guano, molte di queste isole furono trasformate in basi militari. Le celebri Midway, decisive nella Seconda guerra mondiale, furono acquisite proprio grazie alla legge del guano. Altre decine vennero semplicemente saccheggiate e poi abbandonate.

Lo sfruttamento avveniva in condizioni disumane. Il guano veniva scavato a mano, in ambienti tossici, da schiavi, detenuti, immigrati cinesi ingannati e deportati, e poi da afroamericani ridotti a una semi-schiavitù. A Navassa, nel 1889, gli operai neri si ribellarono uccidendo alcuni sorveglianti bianchi. Furono processati negli Stati Uniti, come se l’isola fosse America, ma senza che ne fosse mai diventata parte.

Quando il caso arrivò alla Corte Suprema, i giudici stabilirono un principio destinato a diventare dottrina imperiale: la sovranità non è una questione giuridica, ma politica. Se il governo decide che un territorio è suo, la legge si limita ad applicare quella decisione.

In altre parole: la forza crea il diritto. Il diritto giustifica la forza.

Questa è la vera origine dell’impero americano: non un progetto di libertà, ma un modello di sfruttamento travestito da legalità. Non una missione morale, ma una contabilità globale. Le isole del guano sono state solo il primo laboratorio di una logica che oggi si applica a petrolio, gas, minerali, rotte commerciali, satelliti e mari.

Cambiano le mappe, non la mentalità. Cambiano i pretesti, non l’obiettivo. Conquistare senza annettere, sfruttare senza responsabilità, dominare senza assumersene il peso umano.

L’impero non ha patria: ha interessi. Non ha coscienza: ha bilanci. E dove arriva non lascia civiltà, ma contratti. Perché per chi guarda il mondo come un magazzino, anche gli uomini diventano merce.

Favria,  29.01.2025  Giorgio Cortese

Buona giornata. I giorni più rigidi preparano i cuori più coraggiosi. Felice giovedì!

29 gennaio 1886

L’ingegnere tedesco Karl Benz registra il suo motore e la vettura su cui è montato, la Benz Patent Motorwagen con un unico brevetto, consacrandosi come inventore della prima autovettura.

Ottimismo nonostante tutto: il segno umano del progresso

C’è un filo rosso che collega l’osservazione di Kant sulla Rivoluzione francese con il nostro presente digitale: l’idea che, perfino nei momenti più oscuri, qualcosa nell’umanità continua a orientarsi verso il progresso. Kant vedeva nella Rivoluzione, nonostante il Terrore, un “segno di storia”: la prova che l’essere umano, attraverso drammi e contraddizioni, non rinuncia al proprio cammino verso l’emancipazione dettata dalla ragione. Oggi viviamo una fase in cui anche la rivoluzione digitale sembra aver generato il proprio Terrore: sfruttamento dei dati, concentrazione del potere, guerre ibride, manipolazione, polarizzazione dell’opinione pubblica. Due imperi, uno in declino e uno in ascesa, si contendono il valore generato dalle attività online di un’intera umanità spesso inconsapevole della propria ricchezza e del proprio ruolo. L’Europa, terreno di produzione più che di decisione, è scivolata in una condizione di debolezza che ricorda quella delle aree tradizionalmente sfruttate del mondo. E come nella storia politica del Novecento, rischia di cedere all’“appeasement” mentre i rapporti di forza globali cambiano a velocità impressionante.

Eppure non si tratta di una resa. Al contrario, il riconoscimento della natura profondamente umana di ciò che accade permette un nuovo ottimismo. Non esiste un Golem digitale che avanza da solo: ogni ingiustizia, ogni distorsione, ogni violenza del web nasce da scelte, interessi, poteri esercitati da esseri umani. Il Terrore tecnologico non è opera della tecnica, ma dell’uso che ne facciamo.

Ed è proprio questo che permette la speranza. Se la minaccia è umana, lo è anche la possibilità di invertire la rotta. La storia non è così avanzata da essere irreversibile. Possiamo ancora apprendere, come le galline che hanno imparato a non finire sotto le automobili, a usare la tecnica per il bene invece che per il male. Possiamo riprenderci il nostro valore, il nostro ruolo e la nostra responsabilità. Ma nessuna soluzione potrà arrivare dalla semplice indignazione: occorre una nuova azione politica, finalmente all’altezza del peso che il digitale ha assunto nelle nostre vite.

Kant ci ricorda che il progresso non è una linea retta ma una tensione: l’umanità non è buona per natura, ma capace di scegliere, correggersi, rialzarsi. La tecnica è solo uno specchio della nostra libertà. Se oggi esso ci restituisce immagini inquietanti, non è perché la tecnologia abbia fallito, ma perché siamo noi a dover ancora imparare a usarla senza trasformarla in clava.

L’ottimismo, allora, non consiste nel negare il Terrore del presente, bensì nel riconoscere che, proprio perché è opera nostra, abbiamo anche il potere di superarlo. L’umanità non è mai condannata: è chiamata, sempre, a diventare ciò che può essere.

Favria, 30.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Gennaio sta finendo: porta con te solo ciò che ti arricchisce. Felice venerdì!

30 gennaio 1649

Carlo I d’Inghilterra è il primo monarca della storia a essere condannato a morte e giustiziato dopo un regolare processo e una sentenza emessa in nome della legge. È l’atto più significativo e drammatico della presa del potere da parte di Cromwell.

Golden Retriever.

Il Golden Retriever è più di un cane: è una presenza che riempie lo spazio, la casa, il tempo. È il compagno che segue ogni passo senza rumore, che vive per stare accanto al suo umano, che trova nella compagnia la sua vera ragione d’essere. C’è qualcosa di unico nel suo sguardo, una luce calda che sembra dire: Io ci sono, sempre. È un messaggio silenzioso che passa attraverso occhi pieni di fiducia e affetto sincero, capaci di sciogliere anche le giornate più difficili.

Nel suo carattere dolce e solare si nasconde un’anima gentile che porta armonia ovunque vada. Sa giocare con entusiasmo, consolare con discrezione, accogliere ogni persona come fosse un’amica. Proprio per questo il suo nome non è casuale: golden descrive sì il colore del mantello, ma soprattutto la qualità del suo cuore, grande, luminoso, generoso senza misura. Diventa parte della famiglia con la naturalezza di chi c’è sempre stato: compagno instancabile dei bambini, amico fedele degli adulti, presenza calma che riscalda la casa.

Tra tutti i Retriever, è forse il più incantevole. Il pelo morbido, l’espressione irresistibile, il carattere docile lo rendono una creatura capace di conquistare chiunque. E oggi, superato il periodo in cui veniva considerato un cane “di lusso”, si afferma come il perfetto compagno di vita, amato da chi desidera un animale equilibrato, socialissimo e sorprendentemente intuitivo. La sua pazienza, la sua capacità di adattarsi, il modo in cui entra in sintonia con le persone lo rendono un alleato prezioso per famiglie dinamiche e cuori sensibili.

Rispetto al cugino Labrador, il cucciolo di Golden è spesso più semplice da gestire: meno irruento, più pacato, a tratti quasi riflessivo. Le femmine tendono a essere più sensibili, i maschi più portati al lavoro e alla collaborazione. Nel gioco, però, sfoggia un lato buffo e irresistibile: inchini, capriole, corse allegre che sembrano coreografie improvvisate. Evita i conflitti, preferisce conquistare tutti con la dolcezza. È il cane ideale per chi ama socializzare, vivere il tempo con leggerezza, circondarsi di energie positive.

La serenità che emana conquista anche chi non conosce il mondo dei cani. Con un Golden si impara la gioia dell’aria aperta, la bellezza del movimento condiviso, la semplicità dei momenti trascorsi senza fretta. Ama le avventure nei boschi, le giornate al mare, le passeggiate in campagna. E come ogni cane, chiede il dono più prezioso: tempo. Tempo da condividere, tempo per giocare, tempo per stare insieme con sincerità.

Quando arriva il momento dello sport, non si tira mai indietro. Qualunque attività sceglierai, il tuo Golden vorrà farla con te: dal trekking alla danza, dagli ostacoli alle passeggiate in montagna, fino ai giochi più fantasiosi. È il primo a dire “ci sto”, e l’ultimo a stancarsi della vostra compagnia. La sua generosità è infinita, e per questo sarà sempre il tuo compito guidarlo con buon senso, rispettando i suoi limiti mentre lui rispetta i tuoi.

E alla fine, quando la giornata si acquieta, il Golden Retriever svela il suo vero dono: quello di rendere la vita un po’ più bella, un po’ più semplice, un po’ più dorata. È il cane che non dovrai mai convincere ad amarti: lo farà da solo, con la naturalezza di un cuore che non sa trattenersi.

Forse è per questo che, guardandolo dormire accanto a te, ti sorprendi a pensare che la felicità ha spesso la forma di un respiro tranquillo e di una coda che batte piano. E capisci che l’amore, quello autentico, è fatto di presenze silenziose, di fedeltà senza condizioni, di un’anima che ti sceglie ogni giorno. Un’anima d’oro.

Favria, 31.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Chiudi il mese con speranza: il resto dell’anno attende il tuo splendore. Felice sabato!

31 gennaio 1949

Si conclude al Salone delle feste del Casinò la prima edizione del Festival di Sanremo: Nilla Pizzi si aggiudica la vittoria con la canzone “Grazie dei fiori”.

 Febbraio, il mese della purificazione

Il mese di febbraio deve il suo nome al latino februarius, che a sua volta deriva da februus, “purificante” o “che purifica”. Curiosamente, anche la parola italiana “febbre” condivide la stessa radice: per gli antichi Romani, la febbre non era solo un sintomo di malattia, ma un segno di purificazione del corpo. Così, febbraio diventava il tempo ideale per riti e cerimonie volte a pulire l’animo e prepararsi a un nuovo ciclo di vita.

Secondo il calendario romano, febbraio era l’ultimo mese dell’anno e veniva dedicato alla dea Febris, protettrice della febbre purificatrice, incarnazione latina del dio etrusco Februus. Durante questo periodo, gli abitanti di Roma compivano rituali religiosi e civili, destinati a propiziare fortuna e prosperità nel nuovo anno. Non solo le persone si purificavano, ma anche le strade e gli edifici venivano ripuliti a fondo, così da entrare nel nuovo anno senza macchie, reali o simboliche.

Tra le curiosità legate a febbraio c’è anche il suo rapporto con il calendario: negli anni comuni, febbraio inizia sempre nello stesso giorno della settimana di marzo e novembre; negli anni bisestili, invece, quando ha 29 giorni, coincide con agosto. Inoltre, essendo il mese più corto, febbraio ha sempre occupato un ruolo particolare nei conteggi degli anni, dai calendari romani fino alle correzioni di Giulio Cesare e alla riforma gregoriana.

Febbraio ci ricorda, così, che il tempo non è solo una sequenza di giorni, ma un ciclo in cui la fine e l’inizio si intrecciano. È un mese che invita a riflettere sulla necessità di lasciar andare ciò che è vecchio, di liberarsi delle impurità e di prepararsi a rinascere. Forse il suo insegnamento più prezioso è che, come il corpo e lo spirito necessitano di purificazione, anche le nostre vite hanno bisogno di momenti di pausa e di rinnovamento per accogliere il futuro con leggerezza e consapevolezza.

Favria, 1.02.2026    Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno la vita è meravigliosa e degna di essere vissuta insieme, in ogni istante. Felice domenica.

1 febbraio 1327

Dopo la deposizione del padre Edoardo II, a seguito di una rivolta dei baroni, Edoardo III viene proclamato re d’Inghilterra a soli 14 anni. Il suo regno durerà mezzo secolo.

2 febbraio 962 d.C. Nella Basilica di San Pietro nasce il Sacro Romano Impero.

Papa Giovanni XII incorona il re di Germania Ottone I: prende così corpo il progetto di ristabilire in Europa un’autorità fondata sull’asse tra potere temporale e potere spirituale. Posando la corona sul capo di Ottone I, il 2 febbraio 962, papa Giovanni XII conferì al sovrano sassone una legittimità universale che rinsaldava l’alleanza tra potere spirituale e potere temporale e inaugurava una nuova fase politica destinata a durare per secoli, riprendendo il sogno già parzialmente concretizzato da Carlo Magno. L’evento non fu soltanto una celebrazione solenne, ma l’esito di un preciso progetto volto a restaurare, con la nascita del Sacro Romano Impero, un’autorità stabile nell’Europa centro-occidentale dopo le turbolenze seguite alla dissoluzione dell’eredità carolingia. Ottone, già re di Germania dal 936, aveva consolidato il proprio potere attraverso un abile equilibrio tra forza militare e controllo dei grandi feudatari. La vittoria sugli Ungari nella battaglia di Lechfeld (955) gli aveva conferito enorme prestigio e lo aveva presentato come difensore della cristianità. Il suo intervento in Italia per sedare conflitti interni e proteggere il papato costituì il passo decisivo verso la corona imperiale. L’incoronazione nella Basilica di San Pietro sancì così la nascita di un nuovo impero, che riprendeva l’eredità romana e carolingia, ma con caratteristiche originali: un forte radicamento germanico, una stretta collaborazione con la Chiesa e una crescente struttura feudale. Da quel momento, gli imperatori tedeschi avrebbero legato la loro legittimità al rapporto con il papato, un equilibrio destinato a generare, nel tempo, anche profonde tensioni.

Favria, 2.02.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Camminiamo uniti con fiducia, pronti ad accogliere nuove possibilità. Felice lunedì.

2 febbraio 1882

Nasce a Dublino il poeta e drammaturgo James Joyce: con la sua opera più nota, “Ulisse”, pubblicata nel 1922, rivoluziona la letteratura di stampo ottocentesco e apre la strada al romanzo moderno.

Febbraio, il mese dei cuori che salvano vite

C’è un gesto così semplice che sembra piccolo… eppure può cambiare tutto. Può accendere una speranza, strappare qualcuno dall’oscurità, regalare un domani: donare il sangue.

Febbraio è il mese del freddo che piano cede alla luce, del cuore che batte più forte per chi aspetta un segno. È il momento giusto per ricordarci che ognuno di noi può diventare il filo invisibile che tiene insieme la vita di qualcun altro. Una storia di coraggio, di lotta, di vita che non vuole fermarsi. Donare il sangue significa esserci quando serve davvero. Significa dare un respiro in più a un bambino che affronta sfide troppo grandi, a chi aspetta un intervento urgente, a chi ha visto la propria vita cambiare in un attimo. In pochi minuti puoi diventare la luce nel loro buio, il loro raggio di speranza, il battito che non si ferma. Il tuo sangue non è solo sangue. È futuro che ricomincia, è tempo che ritorna, è speranza che prende forma nelle mani di chi la aspetta. Ti aspettiamo a Favria, venerdì 27 febbraio, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Porta con te un documento d’identità: la prenotazione è obbligatoria, per tutelare tutti.

Info e prenotazioni: cell 333 1714827  mail favria@fidasadsp.it