Quando la memoria illumina il presente. Conferenza Unitre Cuorgnè a cura di Cortese Giorgio

Mercoledì 22 aprile, nel salone conferenze dell’Unitre, si è vissuto un momento di autentica partecipazione, dedicato al ricordo di Danilo Vittone, docente appassionato e instancabile divulgatore, capace negli anni di trasmettere il valore della Resistenza attraverso immagini, parole e incontri.
Non tutte le storie appartengono davvero al passato. Alcune continuano a respirare nel presente, ogni volta che qualcuno sceglie di riportarle alla luce. “Vitae: racconti e ricordi”, proposto dal gruppo “Facciamo Memoria”, nasce proprio da questa esigenza: non lasciare che il tempo spenga voci che hanno ancora molto da dire.
L’evento è stato introdotto dalla regista Gabriella Garda insieme alle interpreti dello spettacolo. In scena Cristina Bernard e Sandra Boggio; con loro i musicisti Fulvio Biesta e Luca Bertot e la voce di Catia Sale. Le riprese video sono state curate da Andy Verga, per un audiovisivo prodotto dalla Città di Cuorgnè.
Al centro dell’incontro, le vicende del 1944 di tre donne: Cecilia Genisio, Elena Recanati Foa e Clotilde Roda Boggio, la “Mamma Tilde”, figure diverse ma unite da una stessa forza interiore. Non eroine nel senso retorico del termine, ma persone capaci, in un tempo drammatico, di scegliere il bene, mettendo a rischio se stesse per salvare altri.
Tra tutte, la storia di Mamma Tilde colpisce per la sua limpida semplicità: accogliere un bambino ebreo di pochi mesi, proteggerlo come un figlio e sottrarlo così alla violenza della deportazione. Un gesto silenzioso, privo di clamore, ma di una grandezza disarmante. Accanto a lei, il coraggio operativo di Cecilia Genisio, staffetta partigiana, e la forza di Elena Recanati, madre che sopravvive all’orrore del lager e riesce a riabbracciare il proprio figlio.
A rendere ancora più intensa la narrazione è stata la scelta di affidare l’interpretazione ai familiari delle protagoniste. Non attori professionisti, ma custodi diretti di quelle memorie, capaci di restituire autenticità e verità a ogni parola. Una scelta che emoziona, ma che allo stesso tempo invita a riflettere: quando il racconto passa di mano, il tempo ha già iniziato a creare distanza e la memoria richiede una cura ancora più consapevole.
“Vitae” non punta sulla perfezione scenica, ma sull’essenziale: la verità delle storie, la loro forza umana. Ed è proprio questa semplicità a renderlo così vicino, così necessario.
Ricordare non è mai un gesto neutro. È una scelta. Significa decidere da che parte stare, anche oggi, nel nostro quotidiano. Perché ciò che è stato non resta confinato nei libri di storia, ma continua a interrogare il presente.
La memoria, in fondo, non è un archivio immobile, ma un filo che ci attraversa. Se lo lasciamo spezzare, perdiamo orientamento; se lo custodiamo, diventa guida. E forse è proprio questo il suo senso più profondo: non dirci soltanto chi siamo stati, ma aiutarci a comprendere chi vogliamo essere.
foto di Osvaldo Marchetti