Quando i dadi smettono di essere un gioco
Diogene Laerzio racconta che Eraclito, stanco delle manovre politiche e delle meschinità che dominavano Efeso, decise di allontanarsi dalla vita pubblica. Si rifugiò nel tempio di Artemide e lì trascorreva il tempo giocando a dadi con i bambini. Agli adulti che lo osservavano con stupore e disprezzo, rispose con parole taglienti: perché meravigliarsi di questo, domandava, quando è molto peggio occuparsi della politica in mezzo a chi ha smarrito ogni senso del bene comune? Quel gesto, apparentemente leggero, era in realtà una critica radicale alla comunità e alle sue illusioni di potere.
Il gioco dei dadi, in quell’episodio, non ha nulla dell’azzardo come lo intendiamo oggi. Eppure il linguaggio stesso tradisce un legame profondo: dall’arabo az-zahr deriva la parola “azzardo”, a indicare qualcosa che espone, che mette a rischio. Col tempo, però, l’azzardo è stato addomesticato, presentato come semplice gioco, come intrattenimento innocuo. Basta osservare con attenzione i volti tesi e gli sguardi febbrili fissati dagli artisti nelle loro opere, dagli affreschi romani fino a Caravaggio e a Munch, per comprendere che in quel gesto si consuma molto di più di un passatempo. Charles Baudelaire lo aveva colto con lucidità, descrivendo il giocatore come preda di un fervore che assomiglia a una febbre. L’azzardo annulla il valore dell’esperienza, della competenza, della responsabilità personale, sostituendoli con una fede superstiziosa nel caso. È una forma di sfida che seduce perché promette una scorciatoia, un riscatto immediato, anche a costo di consegnarsi all’abisso. In questa prospettiva, il rischio non è più misurato, ma esibito, e il successo viene fatto dipendere dall’audacia, dalla trasgressione, talvolta persino dall’inganno. Non stupisce, allora, che la parola azzardo sia entrata nel modo di raccontare la vita stessa. Vivere come se tutto fosse un gioco, un lancio di dadi, significa accettare l’imprevedibilità come unico orizzonte: fortuna e sfortuna, abilità e casualità si intrecciano fino a diventare la trama dell’esistenza. Questa visione ha affascinato anche la letteratura, come accade in Charles Bukowski, che trasforma il rischio in una poetica, invitando a buttarsi senza reti, a vivere nudi e temerari, come se ogni prudenza fosse una resa. Eppure, in questa esaltazione del rischio totale, si nasconde un equivoco profondo. Il vero azzardo non è esporsi senza limiti, né confondere il coraggio con l’incoscienza. Sta piuttosto nella capacità di scegliere, di mettersi in gioco senza smarrire la possibilità di fermarsi, di tornare indietro, di interrogarsi sul senso della direzione intrapresa. Forse Eraclito, seduto a giocare con i bambini, lo aveva compreso meglio di molti adulti: quando la vita diventa solo una partita da vincere, il rischio più grande è dimenticare chi siamo e perché abbiamo iniziato a giocare.
Favria, 3.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Oggi affrontiamo le sfide con curiosità e apertura: ogni ostacolo è un’opportunità per crescere. Felice mercoledì
3 Marzo 1517
Tulum, sulle coste dell’attuale penisola dello Yucatan, Messico, è la prima città Maya avvistata dai conquistadores spagnoli.
Il motore nascosto.
E se fosse la paura, il vero motore che spinge i nostri passi in questo tempo incerto? Paura di restare soli, di essere felici perché la felicità può dissolversi in un istante, paura di non essere visti, di non essere amati o di esserlo troppo. Paura di non bastare.
C’è una regione dell’animo umano in cui queste angosce diventano un meccanismo quotidiano: l’autosabotaggio. Una tendenza sorprendentemente diffusa, spesso silenziosa, che ci porta a deviare dalla strada che desideriamo, a rompere ciò che funziona, a scegliere ciò che fa male. È un masochismo che non si manifesta solo nei comportamenti individuali, ma attraversa anche la nostra società, insinuandosi nelle sue crepe. Alla radice di questa sofferenza ci sono schemi che si ripetono: ideali troppo alti assorbiti dall’esterno, aspettative impossibili da raggiungere, la convinzione, spesso non detta, di non meritare davvero il bene che accade. Così molti comportamenti che definiamo masochistici nascono, in realtà, da un narcisismo ferito: dal tentativo continuo di piacere o piacersi, e dalla frustrazione che ne deriva.
Nelle storie delle persone si ritrovano mille sfumature di questo dolore. Chi teme la felicità perché teme la sua perdita. Chi resta accanto a chi lo ferisce non per piacere nel soffrire, ma per paura di andarsene. Chi incide la propria pelle per ricordarsi di avere un corpo. Chi, sentendosi spodestato, reagisce stringendo il controllo come unica forma di identità. E chi, pur vivendo relazioni sane e tenere, trova il modo di incrinarle perché non si sente degno di esse.
In mezzo a questa complessità, esiste una definizione d’amore che illumina: costruire libertà dentro il legame, anziché distruggerlo nel possesso. Un’immagine semplice e quasi rivoluzionaria.
Ma non è solo nelle nostre vite private che l’autosabotaggio si ripresenta. Esiste anche un masochismo sociale: quello che ci porta, nei momenti più critici, a consegnare il nostro bisogno di sicurezza a figure autoritarie, semplificatrici, a narrazioni muscolari che riconoscono il nostro dolore ma non lo curano. Lo amplificano. Perché è più semplice scegliere la certezza di un comando che la fatica del dubbio; più comodo credere in una risposta semplice che sostenere la complessità; più rassicurante un nemico che un dialogo.
Viviamo immersi in un ecosistema che alimenta rancore, disinformazione, riduzionismo. E, soprattutto, la perdita della fiducia epistemica: quella capacità di considerare l’altro come una fonte affidabile di conoscenza. Senza questo tipo di fiducia, il dialogo diventa un campo minato, la democrazia un esercizio faticoso, la verità un terreno scivoloso.
Eppure, proprio qui può nascere una strada diversa.
Simone Weil sosteneva che ogni atto etico nasce dallo sguardo: dal coraggio di vedere davvero la sofferenza, senza distoglierlo. È forse questo il seme della speranza: non negare il dolore, non semplificare la complessità, non rifugiarsi in chi promette soluzioni immediate.
Resistere a un mondo impossibile significa imparare a sostare nel dubbio, ad accogliere l’ambivalenza, ad attraversare il conflitto senza cercare vendicatori. Significa riconoscere la voce sottile dell’intelletto, che forse è fioca, ma non smette mai di chiedere ascolto.
E, soprattutto, significa accettare che la paura non sia solo un ostacolo: può essere anche una soglia. Dietro di essa potrebbe nascondersi proprio ciò che ci permette di ricominciare a vivere.
Favria, 4.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno ricordiamo che ogni ostacolo è un’opportunità travestita. Felice mercoledì!
4 Marzo 1998
La Corte suprema degli Stati Uniti stabilisce che le leggi federali che sanzionano le molestie sessuali sul luogo di lavoro sono valide anche quando entrambe le parti sono dello stesso sesso.
Sempre in ritardo o puntuali per natura?
Quante volte siamo arrivati tardi, anche solo di pochi minuti, e abbiamo pensato: “Succede…”. Tutti conosciamo almeno una persona che sembra vivere in un fuso orario tutto suo: l’appuntamento con amici, il lavoro o persino il destino sembrano poter aspettare. Ma perché alcuni sono sempre puntuali e altri cronici ritardatari?
Per decenni psicologi e neuroscienziati hanno cercato di dare una risposta. Il National Geographic ha provato a fare ordine tra studi spesso contraddittori, esaminando personalità, comportamenti e perfino la biologia del cervello. Il risultato? Non esiste un gene della puntualità, né un unico tipo di ritardatario. Ci sono ottimisti, multitasker, spiriti liberi, nottambuli e distratti: ognuno con la propria relazione unica con il tempo. Gli ottimisti credono davvero di poter fare tutto in un lampo. Preparare una valigia in tre minuti o raggiungere l’aeroporto in un attimo? Nessun problema, per loro. Il cervello dice “ce la facciamo”, anche quando la realtà racconta altro. È l’ottimismo che li fa sottovalutare il tempo e spesso arrivare… tardi. I multitasker, o policronici, vivono facendo mille cose insieme: telefonate, mail, valigie e caffè, tutto nello stesso istante. Sono convinti di poter gestire tutto, ma il tempo non è elastico e, inevitabilmente, arrivano in ritardo. Per loro il tempo è flessibile, quasi un amico permissivo, mentre per i puntuali è un giudice inflessibile.
Gli spiriti liberi, invece, semplicemente seguono il loro ritmo. Meno attenti ai dettagli, più inclini all’improvvisazione, non vedono il ritardo come un problema, ma come un modo naturale di vivere la vita. La disciplina e l’orologio sociale? Secondari.
Alcuni ritardatari sono “gufi”: nottambuli che funzionano meglio la sera e faticano a svegliarsi al mattino. La loro mente si attiva lentamente, e l’orologio sociale li punisce. Non è maleducazione: è biologia. Infine ci sono i distratti: persone per cui la percezione del tempo può essere alterata da condizioni neurologiche come ADHD, autismo o dislessia. Quando sono concentrati, il tempo sembra sparire. Il ritardo non è cattiva volontà, è il cervello che perde la nozione del tempo.
La scienza ci insegna a non giudicare. Arrivare sempre tardi non significa essere irresponsabili o maleducati. Le motivazioni possono essere biologiche, psicologiche o semplicemente legate al modo unico in cui ciascuno di noi vive il tempo. Forse il ritardo è solo un altro modo di essere umani.
In fondo, essere puntuali o sempre in ritardo non è solo una questione di abitudini: è il riflesso della nostra relazione con il tempo. Alcuni lo scandiscono come un orologio, altri lo vivono come un fiume impetuoso. Forse la vera puntualità consiste nel riconoscere il ritmo del proprio esistere senza giudizio. Perché, in fondo, il tempo non è solo ciò che misuriamo, ma ciò che viviamo.
Favria, 5.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno lasciamo andare ciò che ci pesa: la nostra anima merita leggerezza. Felice giovedì!
5 Marzo 1918
Dopo la Rivoluzione d’ottobre, e la presa del potere in Russia, Lenin, temendo invasioni straniere, sposta la capitale da Pietrogrado, fino al 1914 chiamata San Pietroburgo, a Mosca.
Dal “negro” al Niger: il colore delle parole e il fiume dell’umanità
Ci sono parole che oggi, con il politicamente corretto, non vengono più usate, ma che in italiano esistono da sempre, poiché derivano dal latino. Che poi, in un certo periodo storico, abbiano assunto un significato negativo è un fatto; ma autocensurarle soltanto perché oggi sono considerate scorrette appare eccessivo.
Si pensa, per esempio, che dalla parola negro derivi il nome di un grande fiume africano, il Niger, che ha dato nome anche a due stati: Nigeria e Niger. In realtà non è così, come vedremo.
Inizio con la parola negro. Oggi, il solo pronunciarla è spesso percepito come una manifestazione di razzismo. Eppure il reverendo Martin Luther King Jr., che ha sperimentato sulla propria pelle l’odio razziale, nel suo celebre discorso I have a dream, pronunciato dai gradini del Lincoln Memorial di Washington davanti a 250.000 sostenitori dei diritti civili, usa la parola negro quindici volte. Non ricorre mai alle espressioni afro-american o colored, mentre dice black, “nero”, solo quattro volte. La sua fu una precisa scelta lessicale, non un caso.
Nelle ex colonie francofone dell’Africa, attorno al 1950, si sviluppò un movimento letterario che rivendicava con orgoglio l’identità delle popolazioni africane: la Negritudine, Négritude. Lo stesso termine, derivato da nègre, “nero”, fu scelto come bandiera di riscatto e dignità culturale.
E forse non tutti sanno che la rivista italiana dei missionari comboniani dedicata all’Africa e agli africani nel mondo, fondata un secolo e mezzo fa, si chiama ancora oggi Nigrizia.
Le parole, diceva qualcuno, sono importanti. E la parola negro cominciò a scomparire dal lessico comune solo all’inizio degli anni Settanta del Novecento, in seguito alle lotte dei neri americani. Alcuni traduttori decisero allora di bandirla, preferendo nero, che sembrava rendere più fedelmente l’angloamericano black, divenuto simbolo e parola chiave dei movimenti per i diritti civili: Black Power, Black is beautiful.In quello stesso periodo iniziò a diffondersi anche l’espressione “di colore”, traduzione dell’angloamericano coloured.
Negli anni Novanta del Novecento, con il dibattito sul politicamente corretto, si arrivò a interdire i vocaboli negro e nigger nei paesi anglosassoni, considerandoli discriminatori e offensivi.
Eppure, negro deriva dal latino niger, nigra, nigrum, cioè “nero”. Era una semplice forma arcaica dell’aggettivo, usata senza alcuna connotazione negativa. Dante scriveva “In Mongibello a la focina negra”, Petrarca “Vedova, sconsolata, in vesta negra”, Ariosto “Sotto due negri e sottilissimi archi son duo negri occhi”. Il termine, dunque, faceva parte della lingua poetica e colta.
Va però rifiutato oggi il concetto anacronistico di “razza biologica”, ancora presente in alcuni dizionari enciclopedici. Le ricerche sul DNA e la mappatura del genoma umano dimostrano che nella specie umana non esistono razze, dal punto di vista genetico: esiste un’unica razza, quella umana.
Detto questo, negro indicava semplicemente una persona appartenente a popolazioni originarie dell’Africa subsahariana, caratterizzate da pigmentazione scura della pelle. Ma anche altre popolazioni sono state definite in modo simile per il colore della pelle, come i negritos delle Filippine. In spagnolo e portoghese negro significava “nero”; così come negre in catalano, francese e occitano. Lo stesso valeva per le antiche lingue slave: in russo antico arap designava una persona proveniente, si credeva, dalla penisola arabica, poi sostituito da negr.
Diverso il discorso per i toponimi Niger e Nigeria, che derivano da una parola tuareg: ngher, abbreviazione di gher n gheren, ovvero “fiume dei fiumi”. Il nome Niger compare nelle prime carte europee solo per il tratto medio del fiume, nell’attuale Mali, mentre per la parte inferiore, oggi Nigeria, si usavano i nomi Quorra o Kworra. Solo in seguito, quando si comprese che si trattava dello stesso corso d’acqua, gli europei estesero il nome Niger a tutto il fiume.
In conclusione, la parola negro rimane problematica. Si è fatto strada l’eufemismo “di colore”, ma questo, invece di risultare neutro, finisce per sottolineare proprio quella caratteristica, il colore della pelle, che si vorrebbe non evidenziare. Per questo oggi si preferisce nero, termine più diretto e meno carico di storia coloniale. Tuttavia, anche nero non è privo di ambiguità: il punto è che sarebbe meglio specificare il colore della pelle solo quando ciò è effettivamente necessario alla comprensione di un messaggio o di un’informazione, non per rimarcare differenze irrilevanti. Del resto, quante volte ci capita di dover specificare che qualcuno è “bianco”?
Le parole scorrono come fiumi antichi: nascono pure, si tingono del tempo, si confondono nel limo della storia, eppure continuano a fluire. Negro, nero, colore: ogni vocabolo è un frammento di memoria, un’eco di dolore e di dignità. Ma il linguaggio, come il fiume Niger, non appartiene a nessuno: attraversa terre, popoli e secoli, e porta con sé l’acqua della vita. Non è il colore del fiume a definirne la purezza, ma la luce che vi si riflette. Così anche le parole dovrebbero unire, non separare; essere ponti di suono, non barriere di senso. Perché in ogni voce risuona la stessa sostanza viva: la dignità umana, che non conosce pigmento. E allora, come ci ricordò Martin Luther King, “dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli, o perire insieme come stolti”. Il fiume delle parole, pur cambiando corso, scorre sempre verso un solo mare: quello dell’uguaglianza.
Favria, 6.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno scegliamo la gentilezza verso noi stessi: siamo opere in divenire. Felice venerdì!
6 Marzo 1447
Comincia il pontificato di Niccolò V, il papa umanista che adotta per primo un piano organico di riassetto di Roma e promuove la traduzione in latino dei classici greci.
Guerriere senza tempo
Dalla notte dei tempi a oggi, la storia dei conflitti non è stata scritta solo dagli uomini. Accanto ai grandi condottieri maschili, esiste una lunga e potente tradizione di donne guerriere, sovrane e combattenti che hanno guidato eserciti, difeso territori e cambiato il destino dei loro popoli. Figure spesso dimenticate o relegate ai margini, ma decisive nel loro tempo.
Nel VI secolo a.C. Tomiri, regina dei Massageti, affrontò l’invasione di Ciro il Grande, uno dei più potenti sovrani della storia persiana. Dopo la morte del figlio, guidò una coalizione di tribù fino a sconfiggere e uccidere il re nemico, diventando simbolo di vendetta e giustizia.
Poco dopo, Artemisia I di Alicarnasso, sovrana e stratega navale, combatté al fianco dell’imperatore Serse contro le città greche. La sua abilità militare e il suo ruolo di comando scandalizzarono i Greci, poco inclini ad accettare una donna al potere, ma la resero una delle figure più temute delle guerre persiane.
Nel I secolo d.C. fu la volta di Boudicca, regina degli Iceni, che guidò una feroce rivolta contro i Romani in Britannia, incendiando città e mettendo in crisi l’autorità imperiale. La sua lotta nacque dalla violenza subita e si trasformò in un grido di libertà collettiva.
Nel cuore dell’Oriente romano brillò Zenobia, regina di Palmira, colta e carismatica, capace di conquistare territori vastissimi e di sfidare direttamente Roma, arrivando a fregiarsi del titolo di imperatrice.
Nel Giappone medievale, Tomoe Gozen incarnò l’ideale della guerriera perfetta: abilissima con le armi, combatté accanto ai samurai durante la guerra Genpei, dimostrando che il valore in battaglia non conosce genere.
Nel cuore dell’Europa, Giovanna d’Arco, giovanissima contadina, cambiò il corso della Guerra dei Cent’anni guidando le truppe francesi alla liberazione di Orléans. Pagò il suo coraggio con la vita, ma divenne simbolo eterno di fede e determinazione.
Nel Rinascimento italiano, Caterina Sforza, la “tigre di Forlì”, difese con ferocia i propri domini, sfidando congiure, eserciti e persino il potere del Vaticano, mostrando una forza politica e militare fuori dal comune.
In Africa, Nzinga di Ndongo e Matamba guidò la resistenza contro la colonizzazione portoghese, organizzando eserciti e comandando battaglioni di sole donne. La sua intelligenza diplomatica le valse il rispetto persino dei suoi avversari.
In India, Rani Lakshmi Bai, regina di Jhansi, divenne il volto della ribellione contro l’Impero britannico, combattendo a cavallo e guidando migliaia di soldati in nome della libertà.
Infine, nel continente americano, Lozen, guerriera apache, unì coraggio militare e capacità diplomatiche per difendere il suo popolo dall’espansione dei coloni, diventando una figura leggendaria della resistenza indigena.
La forza che attraversa la storia
Queste donne non furono eccezioni casuali, ma la prova che forza, intelligenza e leadership non appartengono a un solo genere. Combatterono non solo contro eserciti nemici, ma contro pregiudizi, tradizioni e sistemi che negavano loro il diritto di comandare. La loro eredità ci ricorda che il coraggio può assumere molte forme e che la storia, quando finalmente viene raccontata per intero, mostra quanto le donne abbiano contribuito a costruire il mondo. Celebrarle oggi non è solo un atto di memoria, ma un riconoscimento dovuto a una forza che continua, silenziosa e tenace, ad attraversare il tempo.
Favria, 7.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Oggi ascoltiamo noi stessi e gli altri: nella calma nasce la chiarezza e la speranza. Felice sabato.
7 Marzo 1799
Napoleone conquista Giaffa in Palestina: dopo una notte tormentata dai dubbi si sente costretto, per garantire la ritirata dei propri uomini, a procedere all’uccisione di oltre 2.000 prigionieri musulmani.
Giornata Internazionale della Donna
Oggi celebriamo la Giornata Internazionale della Donna, un giorno che ci invita a riflettere, a guardare dentro noi stessi e a riconoscere il valore immenso che le donne portano nel mondo. Ma ricordiamolo subito: non è solo un giorno di ricordo o di celebrazione simbolica. È un richiamo urgente alla dignità, al rispetto, alla giustizia e alla parità, valori che vanno difesi ogni singolo giorno, 365 giorni l’anno, sempre. Le donne sono il cuore pulsante della nostra società. Sono madri che crescono i figli con amore e sacrificio, sorelle che sostengono nei momenti più difficili, figlie che ci insegnano la speranza e colleghe che trasformano il lavoro in passione e determinazione. Sono amiche che ascoltano, consigliere che guidano, menti brillanti che cambiano il mondo. Sono eroi invisibili che ogni giorno, silenziosamente, costruiscono la storia e il futuro di tutti noi.
Non possiamo dimenticare le donne che hanno scritto la storia con il loro coraggio. Quelle che hanno sfidato leggi ingiuste, che hanno lottato per il diritto di voto, per il diritto all’istruzione, per la libertà di parola e di scelta. Quelle che hanno acceso luci dove il mondo voleva oscurità, quelle che hanno aperto porte chiuse da pregiudizi e discriminazioni. Ogni donna che ha lottato, ogni donna che ha resistito, ogni donna che ha rischiato tutto per la giustizia e la libertà merita di essere ricordata.
E insieme a loro, dobbiamo pensare alle donne che oggi lottano nel silenzio. Quelle che affrontano la violenza domestica, le discriminazioni sul lavoro, gli stereotipi nella società, le difficoltà economiche, il peso di generazioni che hanno bisogno di cura. La loro battaglia è spesso invisibile, ma è reale e quotidiana. Anche il loro coraggio è storia, anche il loro coraggio è futuro.
Questa giornata ci ricorda che la libertà, i diritti, la parità non sono mai conquiste definitive. Vanno difesi, coltivati, celebrati ogni giorno. Non basta un applauso oggi, non basta un fiore, non basta una frase di circostanza. Serve impegno concreto, azioni quotidiane, scelte responsabili. Serve riconoscere il valore di ogni donna in ogni momento della vita: nelle case, nelle scuole, nelle aziende, nelle istituzioni, nello sport, nella scienza, nell’arte.
Oggi celebriamo la forza delle donne: la loro resilienza, la loro determinazione, la loro capacità di trasformare la sofferenza in energia, il dolore in azione, le sfide in opportunità. Perché ogni donna che cresce, cresce tutta la comunità. Ogni donna che trova la sua voce, quella voce diventa eco di giustizia, solidarietà e progresso. Ogni donna che viene ascoltata diventa esempio per chi verrà dopo.
E diciamolo chiaramente: rispetto 365 giorni, sempre. Non solo oggi, non solo qui. Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta deve riflettere il valore delle donne. Perché un mondo senza il rispetto per le donne è un mondo incompleto. Un mondo che dimentica la metà della sua forza, della sua intelligenza, della sua umanità.
Ricordiamo anche le donne che hanno sacrificato la vita per la libertà, la giustizia e i diritti. Le donne che hanno combattuto in tempi di guerra e di oppressione, le donne che hanno sfidato regimi e barriere sociali, le donne che hanno messo il coraggio davanti alla paura. Il loro esempio è un faro che illumina il presente e guida il futuro.
Oggi, in questa giornata speciale, celebriamo la vita, il coraggio e la dignità di tutte le donne, di chi lotta, di chi sogna, di chi ama e protegge. Celebriamo la luce che portano nelle nostre vite e la speranza che ci donano. Celebriamo chi rende possibile un mondo più giusto e più umano.
Perché ricordiamolo sempre: una società che rispetta le donne è una società più forte, più giusta, più vera. Non lasciamo che questo giorno sia solo un momento simbolico. Facciamolo diventare un impegno quotidiano, una scelta di responsabilità, una promessa che mantenere la dignità e l’uguaglianza delle donne sarà la nostra priorità ogni giorno dell’anno.
Oggi e sempre, celebriamo le donne. Celebriamo la loro forza, la loro bellezza, la loro determinazione. Celebriamo la speranza che portano, la luce che accendono e la giustizia che ci ricordano di costruire.
Favria, 8.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno celebriamo la forza, la resilienza e la bellezza di tutte le donne. Siamo orgogliosi di riconoscerle e onorarle!
8 Marzo 1921
Il premier spagnolo Eduardo Dato viene assassinato da tre anarchici catalani durante il tragitto tra il Parlamento e la Puerta de Alcalá.
Il canto a cappella: la voce come strumento assoluto
Il canto a cappella accompagna la storia dell’umanità fin dalle sue origini, quando la voce umana era l’unico mezzo per esprimere emozioni, narrare miti, invocare il sacro. Nella tradizione occidentale questa pratica affonda le sue radici nei monasteri medievali, dove le celebrazioni liturgiche erano animate dai monaci della schola cantorum. A loro era proibito l’uso di strumenti musicali, ritenuti estranei al raccoglimento spirituale e troppo legati alla musica profana delle piazze e dei castelli. Da qui nacque l’antica tradizione del canto gregoriano, riformato da papa Gregorio Magno e tramandato come una delle più pure forme di vocalità sacra.
Solo molto tempo dopo comparve l’espressione “a cappella”, che inizialmente indicava la zona della chiesa dove i cantori erano collocati: la cappella laterale o gli scranni del coro posti dietro l’altare. Da luogo fisico, il termine passò a designare l’insieme dei musicisti al servizio di un signore o del vescovo, e in seguito il compositore che li guidava divenne noto come maestro di cappella.
Cantare senza strumenti richiede una grande precisione d’intonazione, un ascolto profondo tra i coristi e una consapevole gestione della risonanza, grazie alla quale la voce vibra nelle cavità del corpo e crea sfumature timbriche complesse. È questo equilibrio raffinato che rende possibile la polifonia dei grandi maestri rinascimentali, i madrigali di Monteverdi e Gesualdo, così come le moderne reinterpretazioni pop, gospel o jazz. Persino nel melodramma ottocentesco il canto a cappella compare come risorsa espressiva, come accade nel Macbeth di Verdi.
Nel Novecento e oltre, questa tradizione millenaria ha trovato nuove forme e nuovi interpreti: dai The Tokens, che nel 1961 resero celebre The Lion Sleeps Tonight, ai Swingle Singers con le loro eleganti versioni vocali del repertorio classico, fino a Bobby McFerrin e ai Pentatonix, che hanno portato il canto a cappella ai vertici delle classifiche mondiali.
A ben guardare, la forza di questa pratica sta nella sua essenzialità: quando tutto è ridotto alla voce, non esistono maschere dietro cui nascondersi. Ogni suono nasce dal corpo e rivela ciò che siamo, nella nostra fragilità e nella nostra potenza. Il canto a cappella ricorda che l’essere umano possiede già in sé lo strumento più completo, e che la musica come la vita trova il suo senso più autentico quando, spogliata del superfluo, lascia emergere la vibrazione originaria della nostra interiorità.
Favria, 9.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno l’energia che mettiamo nel sorridere può cambiare una giornata intera. Felice lunedì!
9 Marzo 1814
Impero austriaco, Regno Unito, Impero russo e Regno di Prussia firmano il Trattato di Chaumont, impegnandosi a combattere fino alla totale disfatta di Napoleone.
27 marzo: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno
Ci sono gesti silenziosi che cambiano tutto. Donare il sangue è uno di questi. Non fa rumore, non chiede applausi, ma può fare la differenza tra l’attesa e la speranza, tra una difficoltà e una nuova possibilità.
Venerdì 27 marzo, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà la donazione di sangue intero.
Donare significa esserci quando conta davvero. Significa diventare una possibilità in più per un bambino che affronta cure delicate, per chi attende un intervento urgente, per chi ha visto la propria quotidianità fermarsi all’improvviso. In pochi minuti, il tuo gesto può trasformarsi in respiro, forza, continuità. Il sangue donato non è solo una risorsa sanitaria: è tempo restituito, è futuro che riparte, è speranza concreta nelle mani di chi sta aspettando.
Accanto alla donazione di sangue intero, è possibile informarsi anche sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita, per patologie croniche e immunodeficienze. È una procedura sicura, controllata e altrettanto preziosa.
Per partecipare è necessario prenotare e presentarsi con un documento d’identità.
Per informazioni e prenotazioni: cell. 333 1714827 oppure tramite mail: favria@fidasadsp.it
A volte non servono grandi gesti. Basta scegliere di esserci. Il 27 marzo può essere il giorno in cui fai la differenza.