Occidente in Trasformazione: tra crisi, memoria e possibilità
Il «Patto Atlantico» è diventato, nel linguaggio pubblico, una sorta di simbolo dell’Occidente stesso. In per molti nel linguaggio comune i due termini vengono perfino avvicinati fino a sembrare sinonimi. Eppure gli Stati fondatori condividevano un tratto storico evidente: provenivano da esperienze coloniali o neo-coloniali e, negli anni della nascita dell’Alleanza Atlantica, temevano che l’ordine mondiale si stesse ribaltando.
Con i movimenti di decolonizzazione in piena espansione, non era più possibile presentarsi al mondo con le vecchie logiche di dominio. Serviva un nuovo linguaggio, un nuovo abito politico. «Libertà» e «democrazia» divennero le parole d’ordine, spesso utilizzate come strumenti retorici più che come programmi concreti. Ripulita così la superficie, l’Occidente cercò di mantenere il proprio ruolo globale mentre molte società reclamavano autonomia e dignità.
Per rafforzare la propria coesione, però, serviva anche un «nemico». Nel corso della storia recente questa figura è cambiata più volte di posizione geografica e di identità politica, al punto che talvolta a essere designata come minaccia è stata perfino una parte dell’Occidente stesso. La logica binaria: noi e loro, civiltà e barbarie, valori e anti-valori, ha funzionato come collante ideologico, ma ha anche prodotto tragedie e conflitti che hanno segnato il Novecento.
La caduta dell’Unione Sovietica ha dissolto l’antagonista principale e ha aperto una fase nuova. L’ampliamento simultaneo dell’Unione Europea e della Nato ha generato possibilità ma anche tensioni latenti: mentre si celebrava la fine della divisione del mondo in blocchi, si stavano preparando nuove aree di attrito. Con il tempo, le fratture interne all’Occidente sono diventate più evidenti: divergenze commerciali, strategie geopolitiche non sempre convergenti, modelli economici che non coincidono più.
A complicare il quadro si aggiungono i conflitti che devastano regioni considerate periferiche, dove spesso si intrecciano interessi globali e sofferenze locali. La retorica dei “valori” universali mostra tutta la sua fragilità quando la realtà denuncia incoerenze, doppi standard, giustificazioni selettive. Le categorie tradizionali: democrazia, pesi e contrappesi e diritti, vengono discusse, reinterpretate, persino contestate da chi osserva le contraddizioni tra principi proclamati e pratiche effettive.
Perfino le istituzioni internazionali, lodate quando confermano determinate narrazioni e criticate quando le smentiscono, diventano terreno di scontro simbolico. Ogni decisione viene passata al vaglio dell’identità politica e culturale, invece che considerata in base ai fatti o al diritto. Da qui nasce un clima in cui ogni parola pesa, ogni definizione accende polemiche, ogni giudizio sembra minacciare equilibri delicatissimi.
E tuttavia, in questo scenario frammentato e talvolta cupo, non tutto è immobilità o declino. La crescente discussione pubblica sulle responsabilità globali, la consapevolezza diffusa nell’interdipendenza tra i popoli, il desiderio crescente di giustizia internazionale e di trasparenza indicano che la storia non è prigioniera delle sue ombre. La crisi delle vecchie categorie può diventare l’occasione per ripensarne di nuove.
A ben vedere, ciò che oggi appare come un mondo in collisione è anche un mondo in trasformazione. L’idea di Occidente, liberata dalle rigidità del passato, potrebbe diventare meno un’etichetta e più un percorso: non un blocco compatto, ma una conversazione aperta tra culture diverse; non un recinto di valori astratti, ma un laboratorio di democrazia reale.
Da questa crisi può nascere un pensiero più umile e più fecondo, capace di riconoscere la dignità di ogni popolo e di dialogare senza la paura di perdere potere. Se l’Occidente vorrà davvero rinnovarsi, non sarà attraverso nuovi muri o nuovi «nemici», ma attraverso la scelta coraggiosa di un’interdipendenza consapevole, fondata sulla reciprocità e sul rispetto. È da qui che può germogliare un futuro più libero, più giusto e finalmente più umano.
Favria, 17.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Lasciamo che la speranza guidi i nostri pensieri e le nostre azioni. Felice martedì.
17 febbraio 1848.
Dopo secoli di persecuzioni, grazie alle “lettere patenti” firmate da Carlo Alberto di Savoia, a valdesi ed ebrei sono riconosciuti diritti civili e politici nel Regno di Sardegna
Dissipazione: il destino sparpagliato dell’energia e dell’anima.
La parola “dissipazione” sembra appartenere, a prima vista, al linguaggio tecnico della fisica: si parla di dissipazione del moto, dell’energia meccanica o di quella elettrica. In un sistema conservativo, ciò che si disperde non si perde mai davvero: si trasforma, accresce il moto termico delle particelle, diventa calore, vibrazione, quieta febbre dell’universo.
Eppure, molto più spesso, la dissipazione si insinua nei discorsi sulla vita interiore. Lo aveva intuito Ugo Foscolo: nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, diario di un’esistenza provvisoria e smarrita, il termine assume un peso biografico, quasi carnale. È un vivere che si frantuma, come un’eredità dispersa prima ancora di essere compresa.
Il termine latino dis–supare, gettare qua e là, racchiude questa duplice natura: da un lato dissolvere, disperdere; dall’altro sciupare, dilapidare energie materiali o spirituali senza un progetto generativo, senza la brace di un desiderio a tracciare la direzione. Dissipare significa deviare dal cammino scelto, lasciare che l’indifferenza corrompa gli obiettivi, tradire se stessi con gesti che consumano anziché nutrire.
È dissipazione anche lo spreco del tempo in attività che nulla hanno a che vedere con i propri scopi. E può nascondersi nell’attivismo frenetico, nella corsa continua che sommerge il silenzio per paura del vuoto: quando l’horror vacui sostituisce la stabilitas loci, non solo fisica, ma interiore. Così l’esistenza diventa una fuga senza meta, una deriva priva dell’ombra epica del viaggio di Ulisse. L’eroe omerico vaga per avvicinarsi all’essenza del proprio destino; chi si disperde, invece, vaga per non incontrarlo.
La storia offre figure che incarnano questa inclinazione distruttiva: Assurbanipal, re assiro del VI secolo a.C., divenne simbolo di vita sardanapalesca, abbandonata ai piaceri e allo sperpero. E la letteratura non ha mancato di stigmatizzare la dissipazione: Aulo Persio Flacco, nelle sue satire, osserva con sdegno una Roma corrotta, in cui ogni vizio è figlio di un disperdersi morale prima ancora che materiale.
Eppure, come spesso accade, la lingua custodisce anche un volto luminoso della parola. Dissipare può significare rischiarare: il sole che dissolve la nebbia, una testimonianza che chiarisce ogni dubbio, una parola amica che scioglie il peso di un dolore. In questo caso, dissipare non è perdita ma rivelazione, non è dispersione ma liberazione.
Forse la nostra vita è un equilibrio sottile tra ciò che si disperde e ciò che si illumina. Ogni gesto può essere dissipazione o chiarore, smarrimento o rivelazione. Dipende da dove scegliamo di lasciare cadere la nostra energia: nel vento che la sparpaglia, o nella terra che la accoglie. E così, mentre il mondo si muove, rumoroso e febbrile, possiamo ancora imparare dal sole: dissipare non per svuotare, ma per rendere visibile ciò che davvero conta, ciò che resta, quando tutto il resto si dissolve.
Favria, 18.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Accogliamo le difficoltà come occasioni per crescere insieme. Felice mercoledì.
18 febbraio 2008.
Un blitz dei carabinieri a Reggio Calabria mette fine alla ventennale latitanza di Pasquale Condello, detto ’U Supremu, boss incontrastato della ’ndrangheta dopo l’arresto di Giuseppe Morabito.Cibo che livella: nobili e popolani uniti da un filo di pasta
La pasta è un alimento antico, universale, figlio della semplicità: farina e acqua, impastati e modellati da mani diverse nei secoli. I greci la conoscevano come impasto mescolato a salse, i romani la gustavano nelle laganae celebrate da Orazio, antenate delle nostre lasagne. Ma la “vera” pasta, quella di semola di grano duro, nacque dove questo cereale poteva essere lavorato e conservato grazie all’essiccazione, divenendo così un prodotto trasportabile, commerciabile, duraturo.
È nel mondo islamico medievale che la cultura della pasta di semola trova il suo perfezionamento, per poi approdare in Sicilia, come racconta al-Idrisi nel XII secolo, quando mulini e pastifici producevano grandi quantità di vermicelli destinati anche al mercato internazionale. Dalla Sicilia, porta naturale fra Africa ed Europa, la pasta si diffuse rapidamente, ben prima del viaggio di Marco Polo. Quando Marco Polo tornò dalla Cina nel 1269, quindi, la pasta era una realtà in Italia da secoli: oltre ai “vermicelli”, il termine “spaghetti” è settecentesco, erano nati anche i “macarruni”, termine di etimologia incerta che potrebbe derivare dal tardo latino macare, cioè schiacciare, comprimere un impasto. Nel Duecento e nel Trecento i maccheroni e i vermicelli erano già così diffusi da comparire nelle opere di Walther von der Vogelweide, in Boccaccio e in Sacchetti.
Eppure, per lungo tempo, la pasta rimase un piatto da ricchi. I maccheroni compaiono persino come lascito testamentario, e le prime ricette, dalle lasagne del Liber de Coquina a quelle raffinate di Maestro Martino e di Bartolomeo Scappi prevedevano cotture lunghissime, salse dolci, spezie orientali, formaggi, zucchero, perfino acqua di rose. Una cucina lontana dall’immagine attuale della pastasciutta, ma segno della grande considerazione riservata a questo alimento.
Solo nel XVII secolo avvenne la svolta sociale. La pasta diventò popolare a Napoli, dove la produzione industriale tramite torchio e trafile meccaniche aumentò l’offerta e abbassò i costi. Era perfetta per i giorni di magro, sostitutiva della carne, nutriente e accessibile. E tuttavia conquistò anche i nobili: Ferdinando IV la mangiava con le dita, ignorando posate e cerimoniale, rapito dal gusto dei maccheroni.
Il vero punto di svolta fu l’arrivo del pomodoro in cucina, a partire dal Settecento. Prima considerato una curiosità esotica e persino afrodisiaco – la “pomme d’amour” – trovò presto la sua espressione più felice proprio nell’incontro con la pasta, dando vita al piatto italiano per eccellenza.
Durante il suo viaggio in Italia, Goethe registrò con meraviglia la passione dei napoletani per la pasta: semplice, onnipresente, economica, condita con un po’ di formaggio. In Sicilia, a Agrigento, gli vennero serviti maccheroni «della pasta più sottile e più bianca», modellati a mano come piccoli tubetti simili a conchiglie. Li definì senza paragoni, per delicatezza e purezza di sapore. Un piatto di pasta, insomma, “per leccarsi le dita”.
E forse proprio qui sta il segreto della sua forza: la pasta è un ponte invisibile che unisce chi la prepara e chi la mangia, annulla differenze, accoglie storie diverse e le mescola come ingredienti. Davanti a un piatto fumante, il mondo sembra più semplice: torniamo tutti simili, fatti della stessa fame e dello stesso desiderio di condivisione. In fondo, la pasta ci ricorda che la vera nobiltà è nel nutrire e nel lasciarsi nutrire.
Favria, 19.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ricordiamoci che la serenità nasce dalla condivisione. Felice giovedì.
19 febbraio 1674
Il Trattato di Westminster pone fine alla terza guerra anglo-olandese: nelle more dell’accordo c’è la cessione di New Amsterdam, futura New York, dai Paesi Bassi all’Inghilterra
Le ombre del passato e la luce della memoria
L’età medievale è stata a lungo immaginata come un tempo cupo, dominato da guerre incessanti, devastazioni e assedi. Un’epoca in cui l’Europa sembrava vivere sotto la minaccia costante delle incursioni barbariche, dei saccheggi vichinghi, delle razzie degli Ungari e dei Mongoli. Per secoli, questa visione ha alimentato il mito di un Medioevo tetro, violento, arretrato. Oggi la storiografia più accreditata ha in parte corretto questo sguardo: non più invasioni, ma migrazioni; non popoli “rozzi e assetati di sangue”, ma comunità che, pur attraverso conflitti e crisi, contribuirono a formare la complessa identità europea. È uno sguardo più aperto verso l’Altro, consapevole dei rischi che nascono quando la storia viene distorta a fini politici o ideologici.
Eppure, l’immagine del barbaro feroce resta impressa nell’immaginario collettivo. Gli stessi Vandali, guidati dal loro re Genserico e colpevoli del celebre sacco di Roma, sono diventati sinonimo di devastazione. In loro, una certa storiografia romanistica ha visto i “distruttori” di un Impero che, in realtà, era già in declino. Nel Novecento, questa narrazione fu recuperata e piegata alle necessità della propaganda fascista, che cercava nella grandezza di Roma un mito fondatore, attribuendo alla “contaminazione” razziale e culturale la decadenza dell’Impero. L’Editto di Caracalla, che nel 212 estese la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero, venne interpretato da alcuni ideologi come l’inizio della sua rovina, a dimostrazione di quanto pericolosamente la storia potesse essere trasformata in un arsenale di giustificazioni politiche.
Nel secolo successivo, un’altra grande potenza fece della memoria storica uno strumento propagandistico. Nel 1938 Stalin promosse l’uscita del film Alexander Nevskij di Ejzenstejn, opera d’arte e al tempo stesso manifesto politico. Il principe medievale diventava nel film il difensore eterno della patria russa, simbolo dell’unità nazionale e dell’orgoglio contro i nemici stranieri. Il motto pronunciato nel film : “Chiunque entri da noi con una spada, morirà di spada”, riecheggiava come un monito rivolto alla Germania nazista, proprio negli anni in cui le tensioni si facevano sempre più pericolose. Nel 1941 l’Operazione Barbarossa sembrò trasformare il mito in realtà, e il gelo russo, insieme alla resistenza del popolo, contribuì a segnare la fine del sogno hitleriano. La propaganda sovietica seppe intrecciare abilmente questi eventi, celebrando la vittoria come un compimento della missione dei “santi guerrieri” della storia russa.
L’immagine di Nevskij non scomparve con la fine dello zarismo né con l’avvento del comunismo. L’Ordine imperiale creato nel 1725 fu cancellato dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ma Stalin lo resuscitò nel 1942, depurato degli elementi religiosi, per infondere coraggio all’esercito e al popolo. In quegli anni la Chiesa ortodossa, da tempo emarginata, si ricongiunse sorprendentemente con il potere sovietico: il patriarca Sergio benedisse la “guerra sacra” contro il nemico nazista, e Stalin, comprendendo la forza simbolica della fede, favorì l’elezione del Patriarca di Mosca. Per una volta, la ragion di Stato e la religione marciarono unite sotto la stessa bandiera.
Oggi quell’antica figura torna ancora una volta a rivivere nella Russia contemporanea. Nel 2010, Vladimir Putin ha rifondato l’Ordine di Alexander Nevskij, trasformandolo in un riconoscimento civile destinato a chi contribuisce allo Stato e alla cultura. E le parole del patriarca Cirillo, dopo l’invasione dell’Ucraina, richiamano ancora una volta l’ombra lunga della storia: una lotta descritta come metafisica, come scontro tra bene e male, con richiami espliciti alla Grande Guerra Patriottica e alla missione degli antenati. Ma tutto ciò non appartiene all’“oscuro Medioevo”: appartiene al 2022.
Nella conclusione di questa lunga traversata attraverso secoli di miti, paure e manipolazioni, resta una certezza sottile ma fondamentale: la storia non è mai solo passato. È una fiamma che ogni epoca può decidere di alimentare o soffocare, di usare per illuminare o per incendiare. Quando la memoria diventa arma, le ombre degli antichi barbari tornano a camminare accanto a noi. Ma quando la memoria diventa coscienza, allora la storia, da maestra severa, si trasforma in guida: non più per glorificare guerre, ma per ricordarci che ogni epoca anche la nostra, può scegliere se essere notte o aurora.
Favria, 20.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Concludiamo la settimana con gratitudine e pace nel cuore. Felice venerdì.
20 febbraio 1810
Leader dell’insorgenza tirolese contro le truppe francesi, Andreas Hofer viene fucilato a Mantova dopo essere stato arrestato in seguito alla delazione di un ex compagno d’armi.
Il dialetto, lingua dell’anima: dai versi popolari all’“Arpa discordata”
La ricchezza della nostra cultura linguistica si riflette nel modo in cui le comunità raccontano se stesse, la propria storia e la propria identità. Così come il vernacolo meneghino ha una tradizione letteraria antica e vivace, anche il Piemonte può vantare esempi significativi di lingua dell’anima che si esprime attraverso il piemontese. Tra questi spicca il poemetto L’arpa discordata (L’arpa dëscordà), attribuito al sacerdote Francesco Antonio Tarizzo di Favria, che offre una vivida narrazione in lingua piemontese degli eventi legati all’assedio di Torino nel 1705‑1706 e della successiva liberazione della città. Scritto in quasi duemila versi, L’arpa discordata non è solo un resoconto storico, ma una cronicà in dialetto che porta in primo piano la voce popolare: scene di vita quotidiana, ansie e paure, eroismi e umori collettivi si susseguono con ritmo serrato e tono vivo. In piemontese, la lingua parlata dalla gente, questa esperienza di guerra diventa memoria collettiva, raccontata senza filtri di artificio letterario, ma con la forza espressiva propria di chi vive quegli eventi. Un esempio di versi tratti dal poemetto ci fa assaporare questo stile diretto e popolare, dove il tono cronachistico si mescola a immagini vivide e partecipate: La Fojada, guardé bin,/ i lassroma pa pié Turin./ Con le vòstre canonade/ fèj pa por a le masnà./ (La Feuillade, guardate bene,/ non lasciò piede a Torino./ Con le vostre cannonate/ non fate paura alle masnade. E ancora, con taglio ironico e coinvolgente: Ën mes la piassa dë San Gioann/ së congregavo ij barbagiann,/con na man dë novelista/ de longh nas e curta vista…/(In mezzo a piazza San Giovanni/ si riunivano i barbagianni,/con una quantità di narratori/ dal naso lungo e dalla vista corta…Questi versi ci restituiscono non solo eventi storici, ma soprattutto la visione del mondo di chi li ha vissuti e raccontati, un mondo in cui la lingua popolare diventa strumento di partecipazione emotiva e civile. Il piemontese, come altre varianti regionali italiane, è molto più di un semplice dialetto: è lingua viva, custode di memoria e identità. È lingua dell’anima perché riflette il modo in cui una comunità pensa, sente e racconta se stessa. A Milano, la grande antologia sulla letteratura in vernacolo meneghino mostra quanto profonda e ricca sia la tradizione dialettale meneghina, ma analogamente il Piemonte ha saputo esprimersi con forza attraverso autori come Tarizzo e molti altri poeti, soprattutto nei secoli scorsi, quando il piemontese non era semplicemente parlato, ma scritto e diffuso come mezzo di espressione collettiva..
Nel mondo contemporaneo, dove l’italiano standard domina i media e l’istruzione, queste testimonianze sono un invito a non dimenticare le lingue e i dialetti che parlano del cuore di un popolo: voci antiche che ancora oggi ci ricordano chi siamo e da dove veniamo, reti linguistiche in cui si intrecciano storia, cultura e sentimento. Le parole di L’arpa discordata e di tanti altri testi piemontesi ci dicono che la lingua del popolo è anche lingua della memoria e dell’identità, e merita di essere riscoperta, studiata e custodita come patrimonio vivo di umanità.
Favria, 21.02.2025 Giorgio Cortese
21 febbraio – Giornata Internazionale della Lingua Madre
Buona giornata! Celebriamo la ricchezza delle nostre lingue: custodi di cultura, memoria e identità. Felice sabato!
21 febbraio 1919
Anton Graf von Arco- Valley uccide Kurt Eisner, presidente della Repubblica Bavarese. Questo atto gli procurò molte simpatie: fu condannato a morte, ma la pena gli venne commutata a 5 anni di carcere
25 febbraio 1922, sale al patibolo Henry Landru, il Barbablù francese
Condannato per l’omicidio di dieci donne, spogliate dei loro averi tra il 1914 e il 1919, l’enigmatico criminale viene ghigliottinato nella prigione di Versailles. Henri Désiré Landru, passato alla storia come il “Barbablù francese”, rimane una delle figure criminali più enigmatiche e discusse della Francia del primo Novecento. Nato a Parigi nel 1869 in una famiglia modesta, Landru mostrò fin da giovane un ingegno vivace e una grande abilità nel manipolare gli altri. Dopo aver tentato senza successo varie attività commerciali, si avvicinò progressivamente a truffe e raggiri, costruendosi una reputazione di uomo seducente, astuto e sempre pronto a reinventarsi. La svolta oscura della sua vita avvenne durante la Prima guerra mondiale. Mentre il Paese era scosso dalla mobilitazione, dalla povertà e dall’incertezza, Landru iniziò a sfruttare la solitudine di molte donne rimaste senza marito o in cerca di una stabilità economica. Attraverso annunci matrimoniali pubblicati sui giornali, si presentava come un uomo perbene alla ricerca di una compagna con cui condividere una nuova vita.
In realtà, era l’inizio di un meccanismo perverso: avvicinare donne vulnerabili, conquistarne la fiducia, ottenere il controllo dei loro beni e, secondo l’accusa, farle sparire senza lasciare traccia. Simulando una finta agiatezza economica, faceva loro intravedere un probabile matrimonio e le invitava a soggiornare brevemente in una villa isolata da lui affittata a Gambais, Seine-et-Oise, l’attuale dipartimento di Yvelines. Grazie alla sua eloquenza, riusciva a far firmare alle vittime una procura che gli permetteva di impadronirsi dei loro conti bancari. Poi le strangolava e, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ne faceva sparire i corpi smembrandoli e bruciandoli nel forno della cucina della villa. Tra il 1914 e il 1919 scomparvero nel nulla almeno dieci donne che avevano avuto contatti con lui. Sebbene l’inchiesta non abbia mai trovato resti identificabili, la scomparsa sistematica delle donne e la presenza dei loro effetti personali nelle abitazioni usate da Landru costituirono elementi fondamentali per l’accusa. La sua cattura avvenne nel 1919, dopo che i parenti di alcune donne denunciarono la loro scomparsa sospetta. Un paziente lavoro investigativo portò gli inquirenti a incrociare i diversi nomi usati da Landru e a riconoscerne il volto. Fu arrestato a Parigi e interrogato a lungo. Ostinato e silenzioso, mantenne sempre un atteggiamento calmo, negando ogni addebito e sostenendo che le donne si fossero allontanate volontariamente. Il processo, che si svolse nel 1921 a Versailles, attirò un’enorme attenzione mediatica. La figura di Landru, elegante, ironico e imperturbabile, affascinò e inquietò il pubblico. Gli inquirenti costruirono un caso basato su prove indirette, ma numerose e coerenti: lettere, registri, oggetti appartenuti alle donne e testimonianze. Nonostante l’assenza di prove materiali decisive, la giuria lo ritenne colpevole di undici omicidi: dieci donne e un ragazzo, figlio di una delle scomparse.
La condanna fu la più severa: la pena di morte. Il 25 febbraio 1922 Henri Désiré Landru venne giustiziato mediante ghigliottina nella prigione di Versailles. La sua figura continua ancora oggi ad alimentare dibattiti e studi, sospesa tra la certezza dei suoi inganni e il mistero delle sue presunte vittime. Landru rimane uno dei criminali più celebri e controversi della storia francese, simbolo inquietante di come fascino e manipolazione possano trasformarsi in un’arma letale.
Favria, 25.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Trasformiamo ogni attimo in un’occasione di bene condiviso. Felice domenica.
22 febbraio 1300.
Con la promulgazione della bolla Antiquorum habet fida relatio papa Bonifacio VIII indice il primo Giubileo della storia cristiana
Il centro del mondo, lontano da Roma
Ci sono terre che la storia occidentale ha osservato a lungo come quinte laterali, sfondi silenziosi di vicende decise altrove. Il Turkmenistan è una di queste. Eppure, quando i suoi reperti emergono dal sottosuolo e attraversano i confini, raccontano una storia diversa: non quella di una periferia, ma di un centro antico, pulsante, in cui per millenni si sono intrecciati uomini, idee, merci e visioni del sacro. Nel cuore dell’Asia centrale, nel delta fossile del fiume Murghab, tra il III e il II millennio avanti Cristo, fiorì la civiltà della Margiana. Non un episodio isolato, ma una delle grandi matrici della storia eurasiatica. Qui, nell’età del Bronzo, prese forma una società capace di unire raffinatezza artigianale e profondità simbolica, inserita in una rete di relazioni che collegava la Mesopotamia, l’Iran e la Valle dell’Indo. È ciò che gli archeologi chiamano civiltà dell’Oxus, ma che, al di là delle etichette, appare come un laboratorio precoce di globalità. Le figure femminili in steatite e marmo provenienti da Gonur-tepe, le celebri “principesse battriane”, non sono semplici oggetti di pregio. Sono icone di potere, immagini di un’élite che traduceva l’ordine del mondo in forma visibile. Accanto a loro, materiali provenienti da lontano – lapislazzuli, avorio, turchese, testimoniano scambi che sfidano l’idea di un’antichità frammentata. Un sigillo inciso con un elefante e segni della scrittura dell’Indo dice più di molte cronache: racconta un mondo connesso, in movimento, già consapevole della distanza. È però nelle necropoli che la Margiana rivela la sua complessità più profonda. Le tombe monumentali, con camere in mattoni crudi e corredi sontuosi, parlano di una società gerarchica, ma anche di una visione dell’aldilà carica di significati. Armi, gioielli, vasellame accompagnavano i defunti in un viaggio che non era fine, ma passaggio. In assenza di scrittura, sono le immagini a parlare: figurine antropomorfe e sigilli diventano una lingua simbolica, popolata di divinità, eroi e animali sacri. Tra queste figure emerge la Signora degli Animali, archetipo di un equilibrio cosmico in cui l’essere umano non domina la natura, ma dialoga con essa. Questa capacità di trasformare una geografia fragile in stabilità politica e culturale è forse la lezione più attuale della Margiana. Una civiltà antica che seppe essere resiliente, non chiudendosi, ma aprendosi. Più di mille anni dopo, la stessa regione torna protagonista con l’ascesa dei Parti. Il loro impero, esteso dall’Eufrate alla Battriana, controllava le grandi vie di comunicazione tra Asia e Mediterraneo. Nella memoria europea, gli Arsacidi sono rimasti spesso prigionieri di un ruolo secondario: antagonisti di Roma, avversari nelle guerre per l’Armenia e la Mesopotamia. Ma questa lettura riduttiva oscura una realtà ben più complessa. Nisa, capitale arsacide, mostra un volto diverso dell’antichità. Qui l’ellenismo non è imitazione, ma rielaborazione. Le forme greche si intrecciano con tradizioni iraniche e centroasiatiche, dando vita a una sintesi originale. I rytha in avorio, con le loro figure ibride e le decorazioni minuziose, le teste in argilla che evocano sovrani, eroi e modelli alessandrini, l’Afrodite Anadiomene in marmo: tutto parla di un mondo colto, sofisticato, capace di assorbire e trasformare. Un ellenismo lontano dal Mediterraneo, ma non per questo marginale. Tra Gonur-tepe e Nisa si riconosce una continuità profonda. Non si tratta solo di commerci o influenze artistiche, ma di una trama millenaria di relazioni che ha plasmato l’Eurasia ben prima che la modernità disegnasse le sue mappe. Guardare a queste civiltà significa mettere in discussione categorie rigide, rivedere l’idea stessa di centro e periferia. Forse la vera eredità che giunge dal Turkmenistan non è solo archeologica. È un invito a ripensare la storia come spazio condiviso, dove le distanze non separano, ma connettono. E a ricordare che ciò che chiamiamo “lontano” spesso lo è solo rispetto ai nostri sguardi, non rispetto al cammino profondo dell’umanità.
Favria, 23.02.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Iniziamo la settimana con entusiasmo e fiducia reciproca. Felice lunedì.
23 febbraio 1836.
Rivoluzione texana: inizia la battaglia di Alamo, l’assalto delle truppe messicane alla missione francescana. Lo scontro si chiude il 6 marzo con l’uccisione di tutti i difensori della fortezza.
27 marzo: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno
Ci sono gesti silenziosi che cambiano tutto. Donare il sangue è uno di questi. Non fa rumore, non chiede applausi, ma può fare la differenza tra l’attesa e la speranza, tra una difficoltà e una nuova possibilità.
La risposta dei donatori è stata forte: per la data del 27 febbraio i posti sono quasi tutti occupati. Un segnale bellissimo di partecipazione. Per chi non è riuscito a prenotare, o per chi desidera fare la propria parte, c’è un’altra occasione importante da segnare in agenda:
Venerdì 27 marzo, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà la donazione di sangue intero.
Donare significa esserci quando conta davvero. Significa diventare una possibilità in più per un bambino che affronta cure delicate, per chi attende un intervento urgente, per chi ha visto la propria quotidianità fermarsi all’improvviso. In pochi minuti, il tuo gesto può trasformarsi in respiro, forza, continuità.
Il sangue donato non è solo una risorsa sanitaria: è tempo restituito, è futuro che riparte, è speranza concreta nelle mani di chi sta aspettando.
Accanto alla donazione di sangue intero, è possibile informarsi anche sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita, per patologie croniche e immunodeficienze. È una procedura sicura, controllata e altrettanto preziosa.
Per partecipare è necessario prenotare e presentarsi con un documento d’identità.
Per informazioni e prenotazioni: cell. 333 1714827 oppure tramite mail: favria@fidasadsp.it
A volte non servono grandi gesti. Basta scegliere di esserci.Il 27 marzo può essere il giorno in cui fai la differenza.