Medea, il mito che cambia forma. – 24 Marzo 1973. – L’Olanda che fiorisce in Canavese. – L’eternità del gesto. – 25 Marzo 1811. – Tornare a bomba, l’origine sorprendente di un’espressione comune. – 26 Marzo 1971. – Il velocipede a ruota alta: quando andare veloci significava rischiare grosso. – 27 Marzo 1941. – Moda estrema. – 28 Marzo 1960. – Il gigante gentile. – 29 Marzo 1516. – Destra, sinistra e centro: dalla Rivoluzione francese al talk show, la partita infinita. – 15 aprile: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno! …LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Medea, il mito che cambia forma. Il bello dei miti è che non stanno mai fermi.

Non esiste una versione “vera” delle loro storie: esistono solo fili che tornano sempre uguali, intrecciati a mille varianti diverse. Ogni epoca prende un personaggio, lo smonta, lo ricostruisce, gli dà nuovi scopi. È così che vivono i miti: cambiando.

Medea ne è l’esempio perfetto. Tutti la conosciamo come la madre che uccide i suoi figli. Ma nell’antichità non era affatto scontato che dovesse essere lei a compiere un gesto così terribile. Anzi, per molti spettatori greci quest’idea doveva essere uno shock totale. Erano abituati a una Medea potente, sì, magari inquietante, ma non un’assassina dei suoi bambini.

Ed è proprio questa libertà del mito a renderla così affascinante. Medea non è solo una maga straniera abituata ai sortilegi. Quando la guardiamo bene, scopriamo che ragiona come una greca della sua epoca: parla di onore, di giuramenti, di rispetto tra pari. Non si vendica per gelosia, ma perché Giasone ha tradito non solo lei, ma l’etica stessa su cui si fonda la comunità. Ha violato quel patto di lealtà che, nel mondo del mito come in quello reale, era considerato sacro.

Così la sua vendetta diventa qualcosa di più di una tragedia personale: è una risposta estrema alla rottura dell’ordine. Fa paura perché tocca un nervo scoperto. E fa ancora più paura il fatto che sia una donna e per giunta straniera a restituire agli uomini greci una lezione così dura su parole come onore, responsabilità, fedeltà ai patti.

Nel mito, Medea vince sempre a modo suo. Non vince nel giudizio del pubblico, ma nella logica feroce del personaggio che incarna: quella di chi non arretra davanti alle conseguenze del proprio gesto, per quanto terribili possano essere.

Forse è per questo che, dopo millenni, continua a parlarci. Perché il mito, come Medea stessa, non ha paura di cambiare forma pur di dire ciò che deve. E ogni volta che proviamo a raccontarlo di nuovo, ci obbliga a guardare con onestà ciò che preferiremmo evitare: le nostre contraddizioni, i nostri limiti, le nostre paure più profonde.

Il mito non chiede che lo crediamo: chiede che lo ascoltiamo. E Medea, più di molti altri, continua a farsi sentire.

Favria, 24.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Concediamoci respiro e gratitudine: rallentare non significa fermarsi, ma ricaricare la nostra energia. Felice martedì

24 Marzo 1973.

Londra. Il pubblico applaude i Pink Floyd nel concerto “The Dark Side of the Moon at Wembley”, versione dal vivo dell’album più venduto del gruppo inglese. Il vinile integrale viene pubblicato su vinile solo il 24 marzo 2023 per il cinquantenario.

Tulipani a Favria: piccoli ponti verso l’Olanda con campi vestiti di tulipani.

L’Olanda che fiorisce in Canavese.

La primavera, in Canavese, ha un luogo preciso dove sboccia con tutta la sua bellezza. Basta arrivare a Favria per trovarsi davanti a uno spettacolo che sorprende e incanta: distese ordinate di tulipani colorati che disegnano il paesaggio, mulini a vento che sembrano usciti da una fiaba e, sullo sfondo, le Alpi ancora imbiancate sotto un cielo terso. Un colpo d’occhio che fa pensare subito all’Olanda, e invece siamo nel cuore del Piemonte, tra le campagne verdi del Canavese.

Qui, nei campi dell’Azienda Agricola La Borgheisa, Favria, la primavera si trasforma in un grande evento capace di attirare famiglie, curiosi e appassionati di natura: è il Villaggio dei Tulipani, uno dei parchi floreali più suggestivi del Nord Italia. Per la stagione 2026 saranno ben 250.000 i bulbi che daranno vita a una spettacolare fioritura, trasformando il paesaggio in un mosaico di colori tra rosso, giallo, rosa e viola. I filari ordinati si perdono all’orizzonte, creando una vera e propria opera di land art immersa nella natura.

Dietro a questo progetto ci sono Andrea e Barbara, volenterosi titolari dell’Azienda Agricola La Borgheisa, che con passione e determinazione hanno trasformato un campo agricolo in un’esperienza capace di unire natura, turismo e valorizzazione del territorio. Il loro obiettivo è semplice ma ambizioso: condividere la bellezza della primavera con chi arriva a Favria, offrendo un luogo dove fermarsi, respirare e lasciarsi sorprendere dai colori della stagione.

Il Villaggio non è solo un luogo da ammirare, ma un’esperienza da vivere. Il cuore della visita è infatti l’autoraccolta: i visitatori possono camminare tra i filari, scegliere i tulipani preferiti e raccoglierli direttamente dalla terra, portandoli a casa con tutto il bulbo. Non solo un bouquet, dunque, ma un piccolo pezzo di primavera da far rifiorire nel proprio giardino o sul balcone.

Il parco è pensato per tutti: famiglie, bambini, gruppi e scuole. I percorsi sono accessibili e curati, permettendo a chiunque di godere della fioritura in tranquillità, mentre la fattoria didattica offre ai più piccoli l’occasione di scoprire il ciclo dei fiori e il valore della biodiversità.

La visita al Villaggio può diventare anche l’occasione per scoprire il territorio che lo circonda. A pochi chilometri si trovano luoghi ricchi di storia e fascino come il Castello di Agliè, la città di Ivrea, patrimonio UNESCO, o i paesaggi naturali del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Il Villaggio dei Tulipani 2026 aprirà dal 28 marzo fino alla fine della fioritura, indicativamente a fine aprile, ed è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19. Il biglietto costa 5 euro e include la possibilità di raccogliere tre tulipani con bulbo, da portare a casa come ricordo della giornata. All’interno del campo sarà presente anche un’area food, perfetta per concedersi una pausa o un pranzo all’aria aperta immersi nei colori della fioritura.

Il Villaggio dei Tulipani è la dimostrazione che a volte la meraviglia è più vicina di quanto si pensi. Non serve attraversare l’Europa per vedere campi di tulipani: basta arrivare a Favria, dove la passione e il lavoro di Andrea e Barbara hanno fatto nascere un piccolo angolo d’Olanda nel cuore del Piemonte. L’invito è semplice: venite a Favria e lasciatevi sorprendere dai colori della primavera, passeggiando tra 250.000 tulipani con le Alpi a fare da cornice.

Informazioni e prenotazioni:

Villaggio dei Tulipani. Azienda Agricola La Borgheisa, Favria (TO)

Email: ilvillaggiodeitulipani@gmail.com

Sito ufficiale: www.ilvillaggiodeitulipani.it

Aggiornamenti ed eventi sui canali social ufficiali del Villaggio dei Tulipani.

L’eternità del gesto.

La giovinezza è breve quanto una corsa nello stadio, scriveva Teognide nel VI secolo a.C. Eppure, da millenni sopravvive una giovinezza che non appartiene agli anni, ma al gesto: quella dei corpi che sfidano la morte, del movimento che attraversa il tempo con un mistero inesauribile. Corpi che competono per un primato e insieme ricordano ai viventi la forza del sogno, inseguendo l’alloro antico e i riconoscimenti moderni, fissati nei profili di una terracotta o nella levigatezza di un marmo che esalta i muscoli ma parla soprattutto all’anima.

Questo, più di ogni altra definizione, è l’ideale olimpico: un orizzonte fragile e potente, che riaffiora oltre le retoriche e continua a proporre valori di pace, fratellanza e incontro anche nei momenti più duri della storia. La tregua sacra, l’antica ekecheiria, non esiste più, cancellata dalla furia dei secoli. Ma i Giochi, con la loro distanza così vicina, restano a indicarci una direzione: forse un’illusione, o forse una speranza.

Sono tremila anni di atleti e di atletismo a definire una delle più lunghe conversazioni della civiltà umana. Dalle piste polverose dell’antica Grecia alle arene etrusche e romane, fino alle nostre moderne competizioni, corre un filo continuo che unisce culture lontane e tempi diversi. Una storia fatta di corpi, di sfide, di cadute e risalite, di gesti che appartengono a tutti: al bambino che muove i primi passi nello sport come al campione che trasforma il proprio talento in disciplina.

Perché, al di là delle sue forme, lo sport è sempre uno solo: un linguaggio universale che ci parla di ciò che siamo e di ciò che speriamo di diventare, dentro questa fragile architettura di ossa e nervi.

Il mondo antico ci ha lasciato testimonianze che raccontano non solo la forza, ma anche la vulnerabilità: i vasi attici che raffigurano atleti in lotta, i bronzi etruschi che celebrano il gesto, le anfore piene d’olio donate ai vincitori coronati d’olivo. Ogni oggetto, ogni immagine parla di un corpo che si misura con il limite e con il dolore, che cerca l’aretè, l’eccellenza e quando può, la raggiunge. Il passato non è passato: continua a pulsare nel nostro modo di competere, di soffrire, di gioire.

E mentre la storia scorre, cambia anche chi la scrive. Lo sport, per secoli dominio quasi esclusivamente maschile, ha aperto a poco a poco i suoi spazi, riconoscendo che il gesto atletico appartiene a ogni essere umano. Oggi la parità è un obiettivo ancora in cammino, ma il percorso è tracciato, e ogni nuova generazione aggiunge un tassello a questa lenta, necessaria trasformazione.

Tutto, in fondo, converge verso un’unica verità: il gesto atletico è più di una prestazione. È un ponte tra ciò che eravamo e ciò che potremmo diventare.

La giovinezza è breve, ma il gesto no. Nel lampo di una corsa, in un salto, in un lancio che attraversa l’aria, l’essere umano sfiora l’eternità e in quell’istante capisce che la vera vittoria non è battere gli altri, ma superare se stesso.

Favria, 25.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Scegliamo oggi di concentrarci sulle possibilità, non sui limiti: ciò che coltiviamo fiorirà. Felice mercoledì

25 Marzo 1811.

Il poeta romantico Percy B. Shelley pubblica il trattato filosofico “La necessità dell’ateismo”, opera che gli procura l’immediata espulsione dall’università di Oxford.

Favria: dove il Canavese incontra l’Olanda in fiore.

Tornare a bomba, l’origine sorprendente di un’espressione comune.

L’espressione “tornare a bomba” è più recente di quanto si possa immaginare e non ha alcuna origine bellica. Compare nell’Ottocento nel linguaggio parlamentare e giornalistico con un significato molto concreto: “ritornare all’argomento principale”. La “bomba” non era un ordigno, ma il nocciolo della questione, l’idea centrale intorno a cui ruotava il discorso.

Secondo alcuni studiosi, il termine deriverebbe dalla “bomba teatrale”, il foglietto con le battute che gli attori dimenticavano e che veniva letto per riportare la scena “al punto giusto”. Secondo altri, rimanda al latino bombus, “rimbombo”, cioè il punto su cui torna l’attenzione. In ogni caso, non allude a esplosioni: è un modo rapido e colloquiale per dire “riprendiamo il filo”.

L’uso dell’espressione si diffonde soprattutto nel Novecento, entrando stabilmente nel linguaggio comune come formula vivace e gergale, perfetta per riportare una conversazione al suo tema originario.

Forse, dietro ogni “tornare a bomba”, si cela una lezione più ampia: nella vita, come nelle parole, ciò che conta davvero è saper ritrovare il centro, ritornare all’essenza delle cose senza lasciarsi distrarre dal superfluo.

Favria, 26.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Affrontiamo la giornata con determinazione: ogni piccolo passo ci avvicina ai nostri obiettivi. Felice giovedì.

26 Marzo 1971.

Durante una rapina all’Istituto Autonomo Case Popolari di Genova Mario Rossi, leader dell’organizzazione di estrema sinistra Gruppo XXII Ottobre, uccide il commesso Alessandro Floris.

A Favria campi di tulipani con petali che raccontano vento, terra e sogno.

Il velocipede a ruota alta: quando andare veloci significava rischiare grosso.

Nella seconda metà dell’Ottocento, molto prima che la bicicletta moderna conquistasse le strade di tutto il mondo, un veicolo attirava curiosità, ammirazione e non pochi timori: il velocipede a ruota alta. Con la sua silhouette inconfondibile – una ruota anteriore enorme e una posteriore minuscola – divenne il simbolo di un’epoca di sperimentazione tecnica e di entusiasmo per la mobilità individuale.

Ma perché questa forma così estrema? La risposta risiede in un dettaglio che oggi diamo per scontato: la trasmissione a catena ancora non esisteva. Nei primi modelli di bicicletta, i pedali erano fissati direttamente al mozzo della ruota anteriore, il che significava che ogni giro di pedali corrispondeva a un giro completo della ruota. Di conseguenza, la velocità dipendeva dal diametro della ruota stessa: più era grande, più metri si percorrevano a ogni rotazione. Per ottenere prestazioni migliori, gli inventori dell’epoca non avevano alternativa se non quella di ingrandire la ruota motrice, portandola a dimensioni oggi impensabili, anche oltre 1 metro e mezzo di diametro. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, il velocipede a ruota alta divenne una vera e propria moda tra i giovani uomini della classe borghese, attratti dalla sensazione di velocità e dalla possibilità di spostarsi rapidamente senza cavalli. Nonostante il costo elevato, le vendite aumentarono e nacquero gare, club e competizioni, contribuendo a diffondere la cultura del ciclismo. Tuttavia, questa soluzione tecnica portava con sé grandi limiti. Il baricentro altissimo e la posizione avanzata del ciclista rendevano il mezzo instabile, soprattutto in caso di ostacoli o frenate brusche. I ribaltamenti in avanti erano frequenti e spesso spettacolari, con conseguenze anche gravi per chi li subiva. Salire in sella non era affatto semplice: serviva una pedana laterale e una certa destrezza per acquisire equilibrio mentre il velocipede prendeva velocità. Nonostante i rischi, il velocipede rappresentò un passaggio fondamentale nella storia della mobilità. La sua esistenza spinse gli inventori a cercare soluzioni più sicure ed efficienti, e fu proprio questo percorso di innovazione a portare, nel 1885, alla nascita della cosiddetta “bicicletta di sicurezza”: due ruote di uguali dimensioni, telaio più basso e, soprattutto, trasmissione a catena. Questo dispositivo permise di moltiplicare il rapporto di pedalata senza aumentare le dimensioni delle ruote, rendendo finalmente possibile pedalare velocemente restando vicini al suolo e in posizione stabile. Con l’avvento della bicicletta di sicurezza, il velocipede scomparve quasi improvvisamente dalle strade, diventando in pochi anni un oggetto del passato. Oggi il velocipede sopravvive come curiosità storica, protagonista di musei, collezioni e rievocazioni. Ma la sua eredità va ben oltre la nostalgia: senza quella ruota gigantesca e quegli audaci pionieri in equilibrio precario, non avremmo la bicicletta così come la conosciamo. Il velocipede a ruota alta rimane il simbolo di un’epoca in cui andare più veloci significava anche osare, rischiare e reinventare il modo stesso di muoversi. Il velocipede ci ricorda che il progresso non nasce dal comfort, ma dal coraggio di mettersi in gioco, anche quando l’equilibrio è precario e la caduta possibile. Ogni innovazione richiede audacia, e ogni passo avanti, piccolo o grande, è il risultato di chi ha osato pedalare oltre i limiti dell’ordinario.

Favria, 27.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni esperienza ci insegna qualcosa: impariamo e andiamo avanti insieme. Felice venerdì.

27 Marzo 1941.

La spia giapponese Takeo Yoshikawa giunge a Honolulu, nelle Hawaii, e inizia a studiare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor: il suo lavoro sarà fondamentale in vista dell’attacco giapponese agli Usa.

Domani tra i tulipani di Favria, la primavera è poesia

Moda estrema.

Corsetti asfissianti, tacchi da equilibrista, pettinature monumentali, abiti-killer e serpenti al collo… La storia della moda ha spesso superato i limiti della razionalità, costringendo corpi e animi a obbedire a canoni estetici imposti da pressioni sociali e culturali.

Nel Rinascimento, la virilità maschile veniva ostentata con corsetti e calze aderenti che lasciavano scoperti i genitali. Per proteggerli nacquero le braguette o codpiece, inizialmente triangoli di stoffa, poi imbottiti e rigidi fino a sembrare, come notò lo storico Will Fisher, “un’erezione permanente”. La gigantesca conchiglia di Enrico VIII, ancora oggi alla Torre di Londra, ne è emblema.

Anche i piedi furono vittime della moda: le scarpe di Cracovia, con punte lunghe fino a 60 centimetri, deformavano le ossa e causavano infortuni, al punto che nel 1463 il re Edoardo IV ne limitò la lunghezza ai non nobili. La moda poteva persino decidere le sorti di battaglie: si dice che le punte eccessive rallentarono i cavalieri asburgici nella disfatta di Sempach.

Le crinoline ottocentesche, ampie sottogonne imbottite di crini, furono considerate un “male sociale” dal Guardian: infiammabili e ingombranti, causarono annegamenti e incendi mortali, come quello che costò la vita all’Arciduchessa Matilde d’Austria e alle sorellastre di Oscar Wilde.

Nel Medioevo le donne furono costrette a nascondere i capelli sotto bende e cuffie, ma l’eccesso si spinse fino all’hennin, cappello conico alto fino a 120 cm che costrinse la regina Isabella di Baviera a far rialzare le porte del castello per far passare le dame. In Francia, nel Settecento, le pettinature delle nobili raggiunsero altezze incredibili grazie a strutture in filo di ferro, decorate con miniature, frutta e persino mongolfiere. Maria Antonietta doveva inginocchiarsi per entrare in carrozza.

Le chopine veneziane e fiorentine, zeppe fino a 50 cm, elevavano la figura femminile ma rendevano ogni passo un rischio di distorsioni e fratture. Così come i corsetti, inizialmente gabbie di ferro e poi stecche di balena e vimini, che strizzavano il busto fino a girovita di 30–40 cm, causando svenimenti, deformazioni e talvolta la morte. Chirurghi e medici denunciarono più volte questi strumenti di tortura travestiti da eleganza.

Non solo struttura e forma, ma anche colore poteva essere letale: in epoca vittoriana i tessuti verdi smeraldo erano tinti con pigmenti all’arsenico, responsabili di diarrea, convulsioni e perfino decessi.

La moda si spingeva anche nell’estremo animalier: scarafaggi in catene d’oro nella tradizione maya, cappelli francesi con uccellini vivi, camaleonti da giacca in Inghilterra e serpenti portati come collane dalla marchesa Luisa Casati Stampa. Ogni eccesso era spettacolo, status e audacia, ma spesso a prezzo di dolore e rischio.

La moda è un racconto di desideri luminosi e crudeli, un dialogo tra il corpo e lo sguardo del mondo. Inseguendo bellezza, status o leggerezza, gli esseri umani hanno accettato fuoco, ferro, veleno e dolore pur di sentirsi “al passo”. Ma ogni abito estremo, ogni acconciatura impossibile, ricorda che l’eleganza più vera non opprime né uccide: è quella che lascia spazio al respiro e alla libertà di essere se stessi.

Favria, 28.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Riconosciamo la forza che ci ha permesso di arrivare fin qui: celebriamo i nostri progressi. Felice sabato.

28 Marzo 1960.

Papa Giovanni XXIII nomina cardinale il tanzaniano Laurean Rugambwa, primo cardinale africano nella storia moderna

La primavera fiorisce tra i tulipani di Favria: colori, profumi e magia a pochi passi da casa. Non mancate! Favria, Canavese, sabato 28 marzo.

Il gigante gentile.

Imponente come un felino selvatico, morbido come una nube d’inverno, il Maine Coon è il protagonista silenzioso delle case moderne: un compagno maestoso che porta con sé una storia che profuma di mare, di foreste e di leggende nate nelle nevi del New England. Tra i gatti domestici più grandi al mondo, è un’opera di natura scolpita dal clima rigido della costa nord-orientale degli Stati Uniti, dove si è formato come un vero atleta: possente, muscoloso, con un’ossatura solida e un mantello pensato per sfidare gelo, vento e intemperie.

Il suo nome, “Maine Coon”, nasce da un fraintendimento pittoresco e ormai sfatato: l’idea che potesse discendere dall’incrocio tra un gatto e un procione, racoon. Un’ipotesi affascinante, certo, alimentata dalla coda a pennacchio, dalle striature del mantello e da certe abitudini curiose come l’usare le zampe anteriori per afferrare il cibo. Ma la genetica non lascia spazio ai miti: la sua storia vera è molto più affascinante.

Il Maine Coon è il risultato perfetto dell’adattamento. Le orecchie grandi, aperte, protette da ciuffi di pelo che ricordano quelli della lince; il muso squadrato, da predatore che non sbaglia mai un colpo; le zampe robuste con larghi piedi pelosi che fungono da “racchette da neve”; la lunga coda che diventa sciarpa naturale per muso e orecchie durante il riposo. Ogni dettaglio racconta la sua origine tra neve, boschi e fattorie isolate.

Il mantello, lungo e serico, più corto sulle spalle e più ricco su fianchi e ventre, è progettato per non impigliarsi tra i rovi e per proteggere gli organi interni dal freddo. È una meraviglia estetica, certo, ma soprattutto un capolavoro funzionale. Alcuni narrano che i Maine Coon discendano dai gatti portati dalle navi dei Vichinghi, ipotesi che spiegherebbe la loro somiglianza con il Norvegese delle Foreste. Altri evocano Maria Antonietta, che avrebbe fatto imbarcare i suoi preziosi Angora su una nave diretta nel Maine nel tentativo di salvarli dai tumulti della Rivoluzione francese. Qualunque sia la verità, al loro arrivo in America questi gatti conquistarono le fattorie locali con forza, resistenza e bellezza.

Nonostante le similitudini con il Norvegese, le due razze differiscono nettamente: il Maine Coon è più grande, più massiccio, con una testa squadrata e uno stop evidente, mentre il suo parente nordico ha un profilo dritto e una testa triangolare. Anche lo sguardo tradisce le origini: ovale nel primo, a mandorla nel secondo. Dopo il successo nelle esposizioni dell’Ottocento, la razza è stata temporaneamente eclissata dall’arrivo di razze esotiche, per poi rinascere negli anni ’50 e diventare una delle più amate al mondo.

Dietro la stazza da “leone domestico” si nasconde un cuore morbido: dolce, tranquillo, rispettoso, mai aggressivo. Se qualcosa lo infastidisce, sceglie la via dell’allontanamento, non del confronto. È socievole senza essere invadente, affettuoso senza eccessi, dotato di una voce unica: un trillo sottile e buffo che fa sorridere chiunque lo ascolti.

Adatto sia alla vita all’aperto sia all’appartamento, il Maine Coon è curioso e intelligente: impara ad aprire ante, frigo, cassetti, e può trascorrere ore a giocare a riporto, come un cane. Ama l’acqua, ci gioca, ci beve, ci si infila sotto. Ha bisogno di verticalità: mensole, tiragraffi a piani, punti panoramici da cui osservare la vita domestica.

Con altri animali convive serenamente; con bambini e anziani diventa una presenza rassicurante; nei programmi di pet therapy è un compagno sorprendente, capace di trasmettere calma e calore. Ma non è adatto a chi ha poco tempo: la sua indole affettuosa ha bisogno della famiglia per esprimersi.

Il Maine Coon è un paradosso vivente: nato per la sopravvivenza, eccelle nell’arte della dolcezza; costruito per sfidare il gelo, porta calore ovunque vada; grande come un gigante, leggero nel comportamento come una piuma. La sua presenza ricorda che forza e gentilezza non sono opposti: sono, piuttosto, due modi complementari di abitare il mondo. E forse è proprio questa armonia, rara e preziosa, che fa di lui non un semplice gatto, ma un compagno capace di restituire poesia alla vita quotidiana.

Favria, 29.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Rallentiamo insieme per godere dei piccoli momenti e ricaricare la nostra energia. Felice domenica.

29 Marzo 1516.

La Serenissima Repubblica di Venezia delibera l’istituzione del “ghetto”, primo in Europa, dove gli ebrei veneziani vengono costretti a risiedere.

Destra, sinistra e centro: dalla Rivoluzione francese al talk show, la partita infinita.

Quando parliamo di destra e sinistra in politica, spesso pensiamo a dibattiti televisivi, tweet infuocati e slogan gridati a pieni polmoni. Eppure, tutto ha avuto inizio molto tempo fa, nel lontano 1789, nell’Assemblea nazionale francese. I deputati più moderati si sedettero alla destra del presidente, i radicali a sinistra, mentre i gruppi intermedi si piazzarono al centro, probabilmente sperando di evitare il caos delle discussioni più accese… o almeno di avere il miglior punto di osservazione. In sostanza, la destra voleva preservare il potere del re e mantenere le strutture socio-economiche esistenti, mentre la sinistra cercava profonde riforme, soprattutto a favore del popolo. Il centro, invece, si dedicava a mediare tra i due estremi, cercando di trovare compromessi che spesso facevano irritare tutti e due i lati. Insomma: destra = tradizionalisti, sinistra = innovatori e rivoluzionari, centro = diplomazia con un po’ di caffè e molta pazienza. Durante l’Ottocento, queste categorie si consolidarono in tutta Europa, diventando un punto di riferimento nel linguaggio parlamentare e nei dibattiti pubblici. In Italia, dopo l’Unità, la Camera dei deputati adottò la stessa distinzione, sebbene inizialmente le differenze ideologiche fossero sfumate. Solo all’inizio del Novecento, con l’estensione del suffragio e l’ascesa dei partiti di massa, il quadro si definì più chiaramente: i socialisti incarnarono la nuova sinistra, i liberali e i conservatori si collocarono a destra, mentre i partiti cattolici si assicurarono il centro, spesso con il compito di tenere insieme una partita a scacchi in cui tutti volevano muovere la regina contemporaneamente. Questa divisione, però, non è mai stata statica. Le etichette cambiano significato con il tempo, i partiti si spostano, e ciò che ieri era rivoluzionario oggi può essere considerato tradizionale. Eppure, nonostante i nomi, i colori e le sigle, l’essenza del gioco resta sempre la stessa: un equilibrio delicato tra il desiderio di conservare ciò che funziona e la necessità di innovare, tra chi sogna il cambiamento e chi teme le conseguenze delle sue stesse idee. Destra, sinistra e centro ci insegnano che la politica, come la vita, è fatta di contrasti, negoziazioni e compromessi. Non conta sedersi da una parte o dall’altra: ciò che importa è saper ascoltare, comprendere punti di vista diversi e costruire, passo dopo passo, soluzioni che tengano insieme interessi contrastanti. Alla fine, anche chi sta al centro, con pazienza e diplomazia, dimostra che il vero equilibrio nasce dal dialogo, e non dalla rigidità delle posizioni.

Favria, 30.03.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Il meglio deve ancora arrivare. Felice lunedì.

15 aprile: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno!

Ci sono gesti semplici che fanno davvero la differenza. Donare il sangue è uno di questi: pochi minuti del tuo tempo possono diventare speranza, cura e futuro per qualcuno che ne ha bisogno.

Mercoledì 15 aprile 2026, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà una nuova giornata di donazione di sangue intero.

Un piccolo gesto che può aiutare chi affronta interventi, terapie o momenti difficili. Ogni donazione è un aiuto concreto, immediato e prezioso. È possibile anche informarsi sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita.

Prenotazione obbligatoria. È possibile anche informarsi sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria, presentarsi sempre con documento d’identità. Cell.: 3331714827, mail: favria@fidasadsp.it

Bastano pochi minuti. Il 15 aprile puoi fare davvero la differenza.