L’Alfa Romeo.Simbolo di eccellenza che unisce design, tecnologia e
velocità, la storia dell’Alfa Romeo comincia nel 1906, quando il francese Alexandre Darracq fonda a Milano la “Società Italiana Automobili Darracq” (SIAD), con l’obiettivo di produrre vetture economiche per il mercato italiano. Ma il progetto si rivela un fiasco. Nel 1910, la Darracq fallisce e un gruppo di imprenditori lombardi, guidati dall’ingegnere Ugo Stella, rileva lo stabilimento al Portello, nella periferia milanese. Nasce così, il 24 giugno 1910, l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, abbreviata in A.L.F.A, sigla non casuale: richiama la prima lettera dell’alfabeto greco, simbolo di un nuovo inizio, mentre “Lombarda” è un omaggio alla regione che ospitava la neonata azienda. Il logo, ideato poco dopo, unisce lo stemma di Milano, la croce rossa su fondo bianco, al Biscione visconteo, emblema della potenza e dell’eleganza meneghina. La prima vettura, la 24 HP, debutta nel 1911: un’auto robusta e affidabile, con un motore a 4 cilindri da 4 litri, che segna l’ingresso dell’Alfa nel mondo automobilistico. Nel 1915 l’azienda, in crisi finanziaria, viene rilevata da Nicola Romeo, un ingegnere e industriale napoletano che nel 1918 aggiunge il suo cognome al marchio, dando vita all’Alfa Romeo, e imprime alla produzione un’identità sportiva. Il debutto agonistico avviene nel 1920 alla Coppa Gentlemen di Parma, ma è negli anni ’30 che l’Alfa Romeo si impone come dominatrice delle competizioni. Modelli leggendari come la 8C 2300 e la P3, progettati da Vittorio Jano, vincono gare prestigiose come la Targa Florio, la Mille Miglia e il Gran Premio d’Italia. Il marchio si impone in tutto il mondo come sinonimo di velocità e innovazione. Ma la crisi è dietro l’angolo: la Grande depressione colpisce anche l’Alfa, Romeo passa la mano e nel 1933 l’azienda passa sotto il controllo dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo stabilimento del Portello viene bombardato, ma l’Alfa si rialza con tenacia. Sotto la guida dell’ingegnere Orazio Satta Puliga, il focus si sposta sulla produzione di massa, senza rinunciare alla qualità. È la Giulietta del 1954 a segnare la vera svolta. Con il suo design firmato Bertone e il motore bialbero da 1.3 litri, la nuova auto conquista il cuore degli italiani e diventa poi un’auto di culto. Negli anni ’60, modelli come la Giulia, con la celebre versione “Super”, consolidano il mito, grazie a linee eleganti e prestazioni brillanti. Il periodo tra gli anni ’60 e ’70 è il più prolifico. L’Alfa si afferma anche all’estero, vincendo campionati turismo con la GTA e incantando con la 33 Stradale, considerata una delle auto più belle mai realizzate. Nel 1986 un’altra svolta: l’Alfa viene ceduta alla Fiat e la fusione porta modelli controversi: la 164 del 1987 viene apprezzata per il design di Pininfarina, ma la qualità costruttiva inizia a scricchiolare. Gli anni ’90 aprono al rilancio, con la 156 (1997), e la 147 (2000), sebbene il marchio abbia ormai perso parte della sua unicità. Nel 2014, con il lancio della Giulia Quadrifoglio, l’Alfa Romeo ritrova slancio, tornando a competere nel segmento premium. L’ingresso in Stellantis nel 2021, nato dalla fusione tra FCA e PSA, apre una nuova era. Oggi, l’Alfa punta sull’elettrificazione: la Tonale, primo modello ibrido plug-in del 2022, e l’annunciata Giulia elettrica per il 2026 testimoniano un impegno verso la sostenibilità senza tradire il Dna sportivo.
Favria, 24.06.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. Non voglio grandi cose dalla vita, ma piccole cose che facciano grande la mia vita. Felice martedì.
24 Giugno 1859
Si combatte la Battaglia di Solferino durante la Seconda guerra d’indipendenza italiana. Le forze francopiemontesi sconfiggono gli austriaci. L’orrore del campo di battaglia ispirerà Henry Dunant a fondare la Croce Rossa Internazionale.
La battaglia di Pavia.
È raro trovare un episodio altrettanto carico di significati quanto la battaglia di Pavia del 1525. Non è stato solo uno scontro tra eserciti, come altri combattimenti pur decisivi ed epocali, ma uno degli apici della storia europea. Ci si può leggere di tutto: è stato il culmine delle Guerre d’Italia che hanno caratterizzato il Rinascimento almeno quanto l’esplosione culturale e artistica; l’apice dello scontro tra Francia e impero asburgico, allora le due realtà politiche più potenti del continente; il culmine della rivalità tra gli Stati italici, che si contendevano ogni centimetro di suolo della Penisola a suon di armati e di opere d’arte; il lato crudele e spietato del Rinascimento, fatto di bellezza ma anche di tanti orrori. Ed è stato anche l’apice della transizione dal Medioevo all’Età moderna: le armi bianche e da fuoco l’una accanto all’altra e l’una contro l’altra, il definitivo passaggio di consegne dalla cavalleria alla fanteria, il confronto tra mercenari e soldati degli eserciti nazionali, l’affiancamento tra un assedio e una battaglia campale, il coinvolgimento di tante nazioni, al punto da poterla considerare una guerra europea, il confronto fra condottieri e generali famosi, concentrati tutti insieme in un solo giorno e in un solo luogo. Il combattimento in sé, poi, assume una valenza che va ben al di là di uno scontro militare. A Pavia, quel 24 febbraio di mezzo millennio fa, si trovano tanti temi che conferirebbero spessore a un romanzo storico: c’è il romantico declino della cavalleria, quella corazzata francese, iniziato davanti agli arcieri inglesi di Enrico V ad Azincourt un secolo prima, e infrantosi definitivamente davanti alle picche spagnole proprio a Pavia; il declino, un po’ meno romantico ma non meno drammatico, di quelle formazioni mercenarie di svizzeri e lanzichenecchi che avevano caratterizzato i campi di battaglia degli ultimi due secoli; il trionfo di una nuova formazione, il terciospagnolo, fatto di quadrati misti di archibugieri e picchieri, che avrebbe dominato l’Europa nel secolo e mezzo successivo. E poi, la circostanza romantica per eccellenza: un re alla testa dei propri cavalieri che cade prigioniero nelle mani del nemico. Nulla come quest’ultimo elemento avrebbe potuto rendere una battaglia più decisiva per spostare gli equilibri geopolitici di un continente. Allora, rievochiamola. Quasi tutta la cronaca europea dei secoli successivi è stata influenzata dall’esito di questo combattimento, tanto da rendere più importante conoscere il contesto in cui si svolse e le sue cause e conseguenze, piuttosto che il suo svolgimento. C’è un prima di Pavia e un dopo Pavia, nella storia d’Europa. Dobbiamo risalire a trent’anni prima, quando il territorio che diventerà l’Italia è tormentato dalle rivalità tra gli Stati che si disputano l’egemonia: Ducato di Milano, repubbliche di Firenze e di Venezia, papato e Regno di Napoli. Insomma, un bel pezzo d’Europa, ricco e tormentato al tempo stesso, che sembra reclamare un padrone; almeno, questo è ciò che pensano i sovrani delle tre potenze con ambizioni imperiali, e i cui tentacoli arrivano ovunque: dapprima i re di Francia e gli Asburgo, questi ultimi detentori della corona di quel Sacro romano impero fondato da Carlomagno sette secoli prima. In seconda battuta, la Penisola suscita anche gli appetiti di quella che è appena diventata un’altra grande potenza: la Spagna di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, che con la loro unione hanno posto fine a secoli di rivalità regionali non meno endemiche di quelle tra Stati italiani, chiuso il capitolo della Reconquista, la guerra santa contro gli arabi, e posto le basi, finanziando l’impresa di Cristoforo Colombo, per un nuovo, sterminato impero. Il Regno di Napoli è la preda più ambita perché sia la Spagna che la Francia vantano diritti sul suo trono, in mano a una dinastia aragonese. Entrambi considerano il Meridione d’Italia un trampolino di lancio per una crociata contro l’infedele, l’Impero ottomano che domina parte del bacino mediterraneo. E a tale scopo, puntano a guadagnarsi l’appoggio del papato, ingaggiando da allora in poi una gara che, prima ancora di un conflitto militare, è una sfida per il primato morale e politico sulla cristianità occidentale, che vede l’Italia come teatro di guerra e terreno di confronto. L’invadenza della Francia e le pressioni dei sovrani francesi, a Carlo VIII subentra Luigi XII, sul papato risvegliano però il terzo attore geopolitico, il gigante dormiente, che ha validi motivi per intervenire a sostegno dello Stato della Chiesa. La Riforma luterana ha inferto un colpo terribile alla credibilità già in bilico dei pontefici, minati da scismi, nepotismi, ambizioni temporali: e chi se non il sovrano del Sacro romano impero è tenuto a dar loro manforte? Proprio a causa di queste dinamiche la terra in cui fioriscono le arti, lo sfarzo delle corti, il culto del bello, gli artisti di sconfinato talento è la stessa di sanguinose battaglie come Fornovo, Agnadello, Bicocca, Seminara, Cerignola, Garigliano, Marignano, Novara, Milano, Ravenna, Romagnano, Trezzo d’Adda. In questo contesto si distinguono comandanti e combattenti il cui nome stato consegnato ai posteri, come Giovanni dalle Bande Nere, il Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba, Ettore Fieramosca, Ugo di Moncada, Bartolomeo d’Alviano, il Trivulzio, Prospero Colonna, Fabio Orsini, il Baiardo, il Maramaldo…L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma ciò che accade nel primo ventennio di guerra è solo il preambolo di quanto avviene dal momento in cui su un solo uomo, Carlo d’Asburgo, convergono le eredità dei maggiori regnanti d’Europa. Tramite il padre Filippo, duca di Borgogna, Carlo è il nipote dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, e tramite la madre, Giovanna la Pazza, della coppia reale di Spagna, Ferdinando e Isabella. Per via di parenti morti precocemente o preda di infermità mentale, si ritrova a 19 anni a regnare su Austria, Germania, Aragona e Castiglia, Borgogna, Paesi Bassi, Regno di Napoli e Indie Occidentali. È lui il sovrano sul cui impero non tramonta mai il sole. Mai, dai tempi dell’Impero romano, un solo uomo ha detenuto un potere così esteso in Occidente. Il titolo di imperatore del Sacro romano impero è a portata di mano. Di fronte alla sua progressiva ascesa, gli equilibri europei deflagrano: l’ambizioso Francesco I di Valois, nuovo sovrano francese, ingaggia con lui una larvata competizione per il trono imperiale, anche per rompere il prevedibile accerchiamento che la Francia subirebbe in caso di fusione tra corona spagnola e corona asburgica. Ma Carlo ha più titoli e più influenza e la spunta, assumendo nel 1519 il nome di Carlo V e rendendo inevitabile il conflitto, che vede più che mai l’Italia come terreno di confronto. Dovunque si volti, in Navarra, nelle Fiandre, in Italia, Francesco vede Asburgo. A sud delle Alpi, il cerchio su di lui si stringe nel 1521: il Ducato di Milano, già degli Sforza ma da anni in orbita francese, finisce in mano spagnola grazie all’energica azione del condottiero Prospero Colonna. Francesco reagisce, ma le sue truppe, affiancate da Giovanni dalle Bande Nere, vengono respinte l’anno dopo alla Bicocca, sempre dal Colonna, e presto la Francia perde il controllo sull’intera Italia Settentrionale. Ma l’anziano condottiero muore nel 1523 e al suo posto Carlo V sceglie il conestabile Carlo di Borbone, un principe francese passato in campo nemico a seguito di contrasti col sovrano. Spinto dall’animosità verso Francesco, il conestabile approfitta della vittoria di Romagnano colta dal suo subalterno, il marchese di Pescara Ferdinando d’Avalons, per lanciare una controffensiva oltre le Alpi e assalire Marsiglia. Ma a quel punto interviene Francesco I in persona, che respinge l’attacco e contrattacca a sua volta; sull’abbrivio arriva fino a Milano, usando poi la capitale come base per recuperare l’intero ducato. Gli imperiali intanto si asserragliano a Pavia e diventa chiaro che davanti alle sue mura si deciderà il destino della campagna. Francesco pone la città sotto assedio, ma le difese reggono, dando modo al marchese di Pescara di approntare un’armata di soccorso, che arriva il 2 febbraio 1525. Gli imperiali sono quasi tutti soldati a piedi, mentre la forza dei francesi risiede nella cavalleria pesante di Francesco, composta dal fior fiore della nobiltà transalpina. L’esercito francese è asserragliato all’interno del Parco ducale e non è facile indurlo a uscire allo scoperto. Ma il marchese non può permettersi di attendere troppo: la sua armata, afflitta da carenza di viveri e di pagamenti, potrebbe sfaldarsi presto, e la notte tra il 23 e il 24 fa penetrare le sue truppe attraverso tre brecce, costringendo Francesco allo scontro in campo aperto. Per i francesi è una disfatta: i cavalieri vanno letteralmente a consegnarsi al fuoco degli archibugieri nemici, di cui sono facili bersagli grazie alle loro vesti sgargianti che spiccano nella nebbia mattutina. Dopo due sole ore di combattimento l’esito è deciso e il re, ferito e prigioniero, dovrà scrivere alla madre la celebre lettera in cui ammette che “tutto è perduto fuorché la vita e l’onore”. Era già accaduto poco meno di due secoli prima, durante la Guerra dei cent’anni, che un sovrano francese, in quel caso Giovanni II il Buono, finisse nelle mani del nemico. Un ostaggio tanto prezioso non può che rivelarsi decisivo per le sorti di una guerra. Francesco è costretto ad accettare la fine della sovranità francese in Italia e a lasciare campo libero alle aspirazioni di Carlo anche sugli altri fronti. Questo di fatto sancisce l’eclissarsi della Francia come grande potenza, almeno fino all’avvento di Luigi XIV, un secolo e mezzo dopo. E fino alla sconfitta spagnola dell’Armada Invencible nel 1588, contro la flotta inglese di Elisabetta I, gli Asburgo non avranno più rivali in Europa.
Favria, 25.06.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. Nella vita quotidiana le parole non smuovono le montagne ma il duro lavoro quotidiano fa miracoli. Felice mercoledì.
25 Giugno 1950
La Corea del Nord invade quella del Sud, dando inizio alla Guerra di Corea. Il conflitto coinvolge anche Stati Uniti, Cina e forze ONU. Si conclude nel 1953 con un armistizio, ma senza un trattato di pace definitivo
Mjollnir, il martello di Thor!
Nel vasto pantheon delle armi mitologiche, poche possono vantare la fama e il potere di Mjollnir, il leggendario martello di Thor. Questo strumento divino, forgiato nelle fucine cosmiche dei nani, non è solo un’arma, ma un simbolo di potenza, giustizia e protezione che ha attraversato i secoli, dalla mitologia norrena fino alla cultura popolare contemporanea. La storia di Mjollnir inizia con un inganno e una scommessa. Secondo il mito, Loki, il dio dell’inganno, tagliò per scherzo i capelli d’oro di Sif, moglie di Thor. Per rimediare al suo errore e sfuggire all’ira del dio del tuono, Loki si recò dai nani, i più abili fabbri dell’universo, per creare una nuova chioma d’oro per Sif. I nani Brokkr e Sindri non si limitarono a forgiare i capelli magici, ma crearono anche altri doni per gli dei, tra cui Mjollnir. La creazione del martello fu un processo epico: Sindri mise dell’oro in una fornace e ordinò a Brokkr di pompare il mantice senza sosta. Nonostante i tentativi di Loki di sabotare il lavoro, trasformandosi in una mosca e pungendo Brokkr, il martello fu completato. Tuttavia, a causa di una breve interruzione causata da Loki, il manico risultò più corto del previsto. Questo difetto divenne parte integrante della leggenda di Mjollnir, simboleggiando come anche le imperfezioni possano contribuire alla grandezza. Nonostante il manico corto, o forse proprio grazie a esso, Mjollnir si rivelò un’arma di potenza ineguagliabile, capace di frantumare montagne e scatenare tempeste. Thor, impressionato dalle sue qualità, lo scelse come sua arma principale, dando inizio a una partnership che avrebbe definito entrambi nella mitologia norrena. La scelta di Thor non fu casuale: il dio del tuono riconobbe in Mjollnir non solo un’arma formidabile, ma uno strumento che rispecchiava la sua natura duale: come Thor era sia protettore che distruttore, così Mjollnir poteva sia creare che distruggere, un parallelo che rafforzava il legame tra il dio e la sua arma Mjollnir non era un semplice martello da guerra. Le sue proprietà magiche lo rendevano un’arma versatile e formidabile, degna del dio del tuono. Innanzitutto, era indistruttibile e poteva essere brandito solo da chi fosse degno, una caratteristica che ha ispirato numerose interpretazioni moderne del mito. Questa qualità non era solo un deterrente contro il furto, ma rappresentava anche un test morale: solo coloro che possedevano la forza, il coraggio e la rettitudine di Thor potevano sollevare il martello. L’arma poteva essere lanciata a grandi distanze ma ritornava sempre nella mano di Thor. Questa capacità non solo rendeva Mjollnir un’arma a lungo raggio efficace, ma simboleggiava anche la fedeltà e il legame indissolubile tra Thor e il suo strumento divino. Ma le sue capacità andavano ben oltre il combattimento: Mjollnir poteva controllare il tempo atmosferico, scatenando fulmini e tempeste; poteva rimpicciolirsi fino a essere nascosto sotto i vestiti di Thor, garantendo al dio una sorpresa tattica; nelle mani giuste, poteva persino resuscitare i morti, un potere che sottolineava il suo ruolo non solo come strumento di distruzione, ma anche di rinnovamento e vita. In battaglia, il martello era devastante: si diceva che Thor potesse sterminare intere armate di giganti con un solo colpo, un’iperbole che tuttavia catturava l’essenza del terrore che Mjollnir incuteva nei nemici degli dèi. Inoltre, l’arma svolgeva un ruolo importante nei rituali: era usato per benedire matrimoni, nascite e funerali, simboleggiando la protezione di Thor su tutti gli aspetti della vita umana. Questa funzione rituale evidenziava come Mjollnir non fosse solo un’arma, ma un ponte tra il divino e l’umano, un canale attraverso il quale la benedizione e la protezione degli dèi potevano fluire nel mondo mortale. Questa combinazione di potere distruttivo e capacità creatrici rendeva Mjollnir un simbolo perfetto del duplice ruolo di Thor come protettore e guerriero, incarnando l’equilibrio tra forza e responsabilità che era al cuore della concezione norrena dell’eroismo. L’influenza di Mjollnir si estende ben oltre i confini della mitologia norrena. Durante l’era vichinga, amuleti a forma di martello di Thor erano ampiamente diffusi in Scandinavia, indossati come simboli di protezione e di identità pagana. Questi amuleti divennero particolarmente popolari durante il periodo di cristianizzazione del Nord Europa, fungendo da controparte ai crocifissi cristiani. La persistenza di questi simboli testimonia la profonda connessione che i popoli nordici sentivano con le loro antiche divinità, e in particolare con Thor e il suo martello. Con il declino del paganesimo norreno, Mjollnir scivolò nell’ombra per secoli, sopravvivendo principalmente nelle saghe e nel folklore. Tuttavia, il XIX secolo vide una rinascita dell’interesse per la mitologia norrena, con artisti e scrittori romantici che riscoprirono e reinterpretarono queste antiche leggende. Pittori come Marten Eskil Winge e scrittori come William Morris contribuirono a riportare Thor e Mjollnir nell’immaginario culturale europeo, spesso romanticizzando e reinterpretando i miti alla luce delle sensibilità dell’epoca. Questa rinascita pose le basi per la popolarità moderna di Thor e del suo martello. Nel XX secolo, Mjollnir fece il suo ingresso trionfale nella cultura popolare attraverso i fumetti Marvel, dove Thor divenne un supereroe e il suo martello un’icona riconoscibile a livello globale. La versione Marvel di Mjollnir, con la sua iscrizione “Chiunque impugni questo martello, se ne è degno, possiederà il potere di Thor”, ha introdotto il concetto di “essere degno” a un pubblico globale, trasformando il martello in un simbolo di virtù eroica e responsabilità morale. Questa nuova incarnazione, pur distanziandosi in parte dalle radici mitologiche, ha contribuito a mantenere vivo l’interesse per la figura di Thor e per la mitologia norrena in generale, portando questi antichi miti a un pubblico completamente nuovo. Oggi, Mjollnir appare in film blockbuster, videogiochi e persino come simbolo di vari movimenti culturali e spirituali moderni, dimostrando la sua continua rilevanza e il suo potere di affascinare l’immaginazione umana. Il suo simbolismo si è evoluto: da emblema di forza bruta e protezione divina, Mjollnir è diventato un simbolo di responsabilità, di potere usato saggiamente, e del potenziale eroico latente in ognuno di noi. Sebbene Mjollnir sia un’arma mitologica, il suo impatto si estende al mondo reale della storia militare e della strategia. Il concetto di un’arma suprema, capace di garantire la vittoria al suo possessore, ha influenzato il pensiero militare per millenni. Dalla ricerca della “spada nella roccia” di Re Artù alle moderne “armi miracolose”, l’idea di un’arma imbattibile continua a ispirare strategie e tecnologie militari. Questa ricerca dell’arma definitiva riflette un desiderio profondamente umano di sicurezza e dominio, un’eco dell’antico ruolo di Mjollnir come garante della protezione divina. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, il progetto nazista “Die Glocke, la Campana” fu soprannominato Mjollnir dai suoi creatori, sperando di evocare il potere leggendario del martello di Thor per creare un’arma rivoluzionaria. Die Glocke resta uno dei più enigmatici progetti segreti nazisti della Seconda guerra mondiale. Soprannominato “Mjollnir” dai suoi creatori, questo dispositivo a forma di campana, alto circa 4-5 m, avrebbe utilizzato metalli pesanti in rapida rotazione e sostanze esotiche per generare effetti antigravitazionali o addirittura manipolare il tempo. Secondo alcune fonti, gli esperimenti si svolgevano in un complesso sotterraneo noto come Der Riese, Il Gigante, in Polonia. Si dice che gli scienziati coinvolti soffrissero di strani disturbi, da vertigini a morte improvvisa. Dopo la guerra, Die Glocke svanì nel nulla. Alcune teorie suggeriscono che fu trasportata in Sudamerica o acquisita dagli Stati Uniti nell’Operazione Paperclip. Sebbene molti storici considerino “Die Glocke” una leggenda urbana, il suo mito persiste, alimentando teorie del complotto su tecnologie naziste avanzate. L’utilizzo del nome Mjollnir riflette l’ambizione nazista di creare un’arma di potenza divina, capace di ribaltare le sorti. Questo uso del nome non solo dimostra la persistente influenza culturale del mito, ma anche come simboli antichi possano essere cooptati per scopi moderni, a volte con conseguenze tragiche. Nell’era moderna, il nome Mjollnir è stato adottato per vari progetti militari e sistemi d’arma, dalla denominazione in codice di missili a programmi di ricerca avanzata. L’US Air Force, ad esempio, ha un programma chiamato “Project Mjollnir” focalizzato sullo sviluppo di tecnologie di propulsione avanzate. Questi usi moderni del nome evocano non solo la potenza dell’arma mitologica, ma anche la sua associazione con la protezione e la giustizia, aspetti che le forze armate moderne cercano di enfatizzare nella loro immagine pubblica. Questo dimostra come il simbolismo di Mjollnir continui a risuonare nel contesto militare, rappresentando la ricerca dell’arma definitiva capace di garantire la supremazia sul campo di battaglia. Inoltre, l’idea di un’arma che risponde solo a un utilizzatore degno ha influenzato lo sviluppo di sistemi di sicurezza avanzati e tecnologie di riconoscimento biometrico per le armi moderne. Concetti come le smart guns, armi da fuoco che possono essere attivate solo dal proprietario autorizzato, riflettono in modo sorprendente l’antica idea di Mjollnir come arma che risponde solo al suo vero padrone. Mjollnir non è solo un relitto del passato mitologico, ma un concetto che continua a plasmare il nostro approccio alla guerra e alla tecnologia militare. La leggenda di Mjollnir mostra chiaramente che, nel nostro perseguimento di potenza militare, non bisogna mai perdere di vista le responsabilità etiche che accompagnano tale potere, un messaggio tanto rilevante oggi quanto lo era nell’antica Scandinavia.
Favria, 26.06.2025
Buona giornata. La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti. Felice giovedì.
26 Giugno 1945
A San Francisco viene firmata la Carta delle Nazioni Unite da 50 Stati, dando vita ufficialmente all’ONU. L’organizzazione nasce con l’obiettivo di prevenire future guerre e mantenere la pace nel mondo.
Giulio II
Nel 1503 sale al soglio pontificio Giulio II, nipote di papa Sisto IV. Quest’ultimo era stato un convinto assertore del valore politico e ideologico del Parte e il nuovo pontefice ne segue le orme, commissionando opere importantI ad artisti eminenti mentre, con armatura ed esercito al seguito, reprime le mire autonomiste di Bologna. Giulio II immagina per Roma una rinascita nel solco della classicità antica e fa aprire una nuova strada, la via Giulia. Poi affida a Bramante la ricostruzione della vetusta basilica di San Pietro e decide di lasciare le stanze abitate dal suo odiato predecessore, Alessandro VI Borgia: per questo commissiona a Raffaello la decorazione del piano superiore del palazzo apostolico. Celebre anche per i suoi capricci, il Papa affida i lavori per la realizzazione della sua tomba monumentale a Michelangelo, ma li interrompe di continuo, sempre insoddisfatto.
Favria, 27.06.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. È vero: amiamo la vita non perché siamo abituati alla vita, ma perché siamo abituati ad amare. Felice venerdì.
27 Giugno 1954
L’Unione Sovietica mette in funzione a Obninsk la prima centrale nucleare a scopo civile. È l’inizio dell’era dell’energia nucleare per uso pacifico, anche se il suo sviluppo sarà accompagnato da controversie e pericoli
La bandiera dell’ONU
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il presidente Usa Franklin D. Roosevelt propose la creazione di un’organizzazione internazionale per mantenere la pace. Nel 1945, i rappresentanti di 50 Paesi si riunirono a San Francisco per definire la nascita delle Nazioni Unite. Per l’occasione, fu creato un emblema da applicare sui tesserini dei partecipanti, progettato dall’architetto statunitense Donald McLaughlin. Il suo disegno, una mappa del mondo circondata da ramoscelli d’ulivo, divenne poi il simbolo dell’Onu. McLaughlin collaborò anche con l’Office of Strategic Services (Oss) nella progettazione dell’aula utilizzata per i processi di Norimberga. La bandiera delle Nazioni Unite è stata progettata per rappresentare l’idea di pace e cooperazione tra i popoli. Lo sfondo azzurro, noto come “UN blue”, fu scelto in contrasto con il rosso, tradizionalmente associato alla guerra, per trasmettere invece serenità e neutralità. Al centro è raffigurata una proiezione azimutale della mappa del mondo vista dal Polo Nord, simbolo dell’equidistanza tra le nazioni e dell’universalità dell’organizzazione. In origine il Nord America occupava il centro della mappa, ma nella versione definitiva si decise di porre il meridiano di Greenwich, longitudine zero al centro, per garantire maggiore equilibrio nella rappresentazione del mondo.
Favria, 28.07.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. Nella vita quotidiana il migliore balsamo è l’amicizia. Felice sabato.
28 Giugno 1914
L’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e sua moglie vengono assassinati a Sarajevo da Gavrilo Princip, nazionalista serbo-bosniaco. L’evento innesca una reazione che porterà alla Prima guerra mondiale.
Nella terra Orange.
Nel 1937 la regina Guglielmina ribadì per decreto che i colori della bandiera del Regno dei Paesi Bassi dovevano essere rosso, bianco e blu a righe orizzontali. Ma allora perché associamo l’arancione ai Paesi Bassi? Nel 1556, quando Carlo V d’Asburgo, imperatore del Sacro romano impero, abdicò, assegnò metà dei territori alla cattolica Spagna e metà alla Germania dove il protestantesimo stava raccogliendo consensi. I Paesi Bassi si ritrovarono sotto il dominio spagnolo finché nel 1648 Guglielmo I d’Orange capitanò la battaglia per l’indipendenza. Per quanto l’Orange, il principato francese che aveva ereditato, non avesse alcun nesso con il color arancio, Guglielmo scelse proprio questo colore per le sue truppe. Gli piaceva indossare un mantello arancione, un cappello bianco e un collare blu: questi colori diventarono la base della prima bandiera olandese, in alto, che potrebbe essere il più vecchio dei tricolori nazionali, nonché l’ispirazione per i rivoluzionari francesi. Tuttavia, poiché l’arancione tende a sbiadire, esso fu gradualmente sostituito dal rosso, mentre l’arancio rimase per le divise sportive olandesi. Arancione sparito. L’arancio è stato presente fino al 1994 anche nella bandiera del Sudafrica, ex colonia della Compagnia olandese delle Indie Orientali. Durante le guerre napoleoniche quei territori furono conquistati dagli inglesi, mentre i boeri, discendenti dei primi coloni olandesi, fondarono lo Stato libero dell’Orange e il Transvaal, confluiti poi, nel 1910 nell’Unione Sudafricana. Inizialmente sulla bandiera del nuovo Stato campeggiava la Union Jack, simbolo del dominio inglese, e lo stemma nazionale all’interno di un disco. Considerata però troppo inglese dai boeri, nel 1928 fu cambiata. Venne usata la vecchia bandiera dei Paesi Bassi con strisce arancione, bianca e blu con all’interno tre piccoli vessilli, la Union Jack, quello dello Stato Libero d’Orange e quello della Repubblica del Transvaal. Considerata simbolo del dominio dei bianchi e dell’apartheid, nel 1994 fu sostituita dall’attuale vessillo, composto da rosso, il sangue versato, blu, il cielo, verde, la terra, giallo, la ricchezza mineraria, nero per la popolazione nera e bianco per la popolazione bianca. Nel 2019 la Corte sudafricana ha vietato l’uso della vecchia bandiera in contesti pubblici.
Favria, 29.07.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no! Felice domenica
29 Giugno 1974
La Grecia, dopo la caduta della dittatura militare, vota per la fine della monarchia. Il referendum sancisce la nascita della Repubblica Ellenica. Re Costantino II viene esiliato.
La nascita dei bagnini.
Il primo bagno di mare passato alla storia, quello di re Giorgio III d’Inghilterra, detto “il pazzo”, non ha avuto luogo nelle acque e sotto il sole caldo di un’estate mediterranea, ma in quelle di Weymouth,, sulla costa della Manica, nel luglio del 1789. La regale immersione, nel novembre 1789, con una bathing machine, una cabina a ruote trainata in mare da cavalli, accompagnata dall’inno “God save great George our King”, con ninfe in abiti di flanella a righe, non aveva niente a che fare con la follia del sovrano, dovuta, pare, ad una patologia attribuita alla porfiria o all’abuso di arsenico. L’evento segnava un passaggio che avrebbe portato nei decenni successivi alla nascita della civiltà balneare. Questo evento per prima cosa inaugurò la moda aristocratica dei bagni invernali che duravano 1-2 minuti, Weymouth divenne immediatamente una capitale mondana come le tante, Brighton , Deauville, Granville, Cannes, Nizza, Biarritz, che dovranno la loro fama a testimonial di rango, grandi nobili e dame famose per la loro bellezza. Il nome di Dieppe è associato a Ortensia Beauharnais, figliastra di Napoleone e regina d’Olanda, che si immergeva dal 1812 nell’acqua in un raffinato completo di lana color cioccolato, imitata nel 1824 da Maria Carolina di Borbone, principessa delle Due Sicilie, sorvegliata da ispettori in alta uniforme. La moda dei bagni di mare era destinata ad affermarsi rapidamente grazie ad una piccola avanguardia formata dall’aristocrazia e dall’alta borghesia europea che nel Settecento aveva riscoperto le Thermae. II famoso centro termale di Bath, nel Somerset era il luogo in cui trascorrevano la villeggiatura le élites col pretesto di curarsi con le rinomate Aquae Sulis. In realtà, commentava, sarcastico, il filosofo ed enciclopedista Denis Diderot:” Gli uomini vanno per distrarsi dalla monotonia delle mogli e le mogli da quella dei mariti. » tra abluzioni, seduzioni e pettegolezzi. L’avvcinamento al mare era spinto dalle teorie mediche sulle virtù terapeutiche dell’acqua e dell’aria di mare, impregnata di sali minerali. L’elioterapia e la talassoterapia erano consigliate per numerose patologie: dermatiti, ulcere, ferite, rachitismo. Fanciulli ossuti e ragazze esangui traevano beneficio dalla balneoterapia e i medici consigliavano la talassoterapia anche come sussidio terapeutico nella cura di alcune forme tubercolari. Questa moda, segnò il debutto dei bagnini, in inglese lifeguards, angeli custodi dei bagnanti. A cavallo tra ’700 e ’800 queste mansioni furono affidate a membri della servitù chiamati “bagnatori e bagnatrici”, come alle terme. Il galateo vittoriano era ferreo e l’ora del bagno era quella dell’alta marea. Al suono di un campana le donne raggiungevano le cabine e robuste bagnine spingevano le novelle nereidi a subire la doccia delle onde. La bagnina più famosa dell’epoca fu la rubiconda Martha Gunn, detta allora la regina delle bagnatrici di Brighton, nata da una famiglia di pescatori ed esperta in bizze del meteo britannico – che in abito blu, scialle rosso, cuffia in testa, spingeva in mare le cabine e aiutava le graziose clienti a uscire dall’acqua e le nobildonne facevano la fila per lei. Poi a metà dell’Ottocento questi compiti iniziarono ad essere passati ai maschi, quando i bagni terapeutici si diffusero al di fuori delle cerchie aristocratiche. Poi, grazie allo sviluppo delle linee ferroviarie i ricchi borghesi scoprirono le coste dell’Europa Meridionale: Cascais ed Estoril in Portogallo; Biarritz, Cannes, Nizza, Montecarlo in Francia; Sanremo e la Riviera Ligure. E al posto delle bathing machines nacquero prima strutture galleggianti, come il Soglio di Nettuno a Trieste, nel 1823, poi su palafitte: Il Grandioso Stabilimento di Rimini fu inaugurato il 18 luglio 1873, dotato di Kursaal, la “sala per cure”, e camerini divisi per signori e signore. Se nell’Europa del Nord bisognava ripararsi dal vento, al Sud il problema era difendersi dal sole. Negli “stabilimenti”, termine derivato dalla terminologia termale, si “prendevano i bagni”: l’acqua di mare veniva trasportata da robusti marinai, talvolta utilizzata per irrigazioni. Oppure i timidi bagnanti venivano calati da botole in mare. Si prendeva l’onda”, si respirava iodio, ma non si nuotava. La situazione andò evolvendosi rapidamente. Il passo successivo fu il passaggio dal bagno al nuoto, cioè da una pratica passiva a un esercizio attivo, fino ad allora riservato alla formazione militare. E portò a vincere un terrore secolare ispirato dalle immense distese d’acqua marine. Questo per merito dei medici come il patologo Paolo Mantegazza, autore di testi dove prometteva maliziosamente agli uomini “l’innalzamento di cose che tendono troppo al centro”, e alle donne strizzate in corsetti, pantaloni lunghi e calze nere, il “miglioramento di diametri troppo generosi”. Se al principio i timidi neofiti bagnanti si limitavano a rapide immersioni a due passi dalla riva, tenendosi stretti alle corde di sicurezza che recintavano lo specchio d’acqua concesso alle prodezze natatorie, in seguito ci presero sempre più gusto. Le tiepide acque invitavano persone di ogni età a gettarsi nelle onde per semplice sollazzo, oltre che per riacquistare la sanità perduta. Baffuti bagnini, ex pescatori del posto, passavano l’estate a palleggiarsi i bambini affidati loro. La confidenza portò i bagnati ad avventurarsi sempre più a largo, finché un numero crescente di persone iniziò a restare avviluppate dai flutti e a morire trascinate dalla corrente. Allora alcuni cittadini emeriti, tra cui Edoardo Maragliano, inventore del vaccino antitubercolare, fondarono a Genova, il 17 luglio 1871, la prima Società nazionale di Salvamento al mondo. Riconosciuta ente morale con Regio decreto firmato da Vittorio Emanuele II, aveva tra i suoi scopi statutari “incoraggiare il salvamento costiero, prevenire le asfissie per sommersione e premiare in denaro gli eroi del mare”. Sui lidi italiani spuntarono casupole dette “asili di soccorso” di cui 40 lungo la costa ligure, nel 1891, pattugliate da volontari in divisa bianca d’estate e in panno blu d’inverno, deputati a esporre bandiere di segnalazione, bianca o rossa per divieto di bagno, e addestrati a soccorrere gli spossati e praticare loro la respirazione artificiale. Ogni asilo disponeva della barella Respira, del dottor Muggia, dove i quasi annegati venivano sdraiati dai soccorritori a pancia in giù per fare uscire l’acqua dai polmoni, ritenuta causa di morte, oppure rianimati con il metodo del pistoiese Filippo Pacini, per trazione esercitata sulle membra toraciche. Un’alternativa preferibile alle tecniche fino ad allora impiegate sui fradici moribondi, cioè le frizioni sul corpo, i clisteri di fumo di tabacco o, peggio, l’insufflazione di aria nei polmoni che, a detta di Pacini, non faceva altro che finire di ammazzarli”. Nel frattempo, l’insegnamento del nuoto, a rana o crawl, diffuso dal nuotatore australiano Richmond “Dick” Cavill, veniva caldeggiata a scopi preventivi. Il giornalista Nino Salvaneschi riferì l’entusiasmo suscitato tra il pubblico del Bagno di Diana a Milano, uno stabilimento balneare cittadino, l’8 settembre 1901, dai nuotatori britannici della Royal Life Saving Society nel condurre a riva un corpo una persona sul punto di annegare, e si dibatte nell’acqua. Nei ruggenti Anni Venti si era imposta l’elioterapia, la cura del sole, dalle spiagge scomparvero ombrellini parasole e gonne a balze e apparvero costumi corti e scollati. Con l’Italia fascista nacque ufficialmente il mestiere di bagnino, quella dei bagni di mare era per Mussolini una passione antica che rientrava nel progetto di perfezionamento fisico del popolo. Nel 1926 la Società Salvamento vigilava su 60 stabilimenti balneari e 55 asili di soccorso. Sei anni dopo, nel 1932, la legge obbligò tutti gli stabilimenti del Regno a dotarsi di bagnini tenuti a sostenere prove di idoneità di nuoto e di voga. Quell’anno ne vennero abilitati 3.255, incaricati tra l’altro del salvataggio e della sorveglianza nelle 300 colonie marine, non più tristi sanatori, ma gioiose palestre allietate dal canto di giovinezza come recitava la propaganda, per piccoli italiani tra i 6 e i 12 anni, provenienti dalle campagne o dalle periferie. Il bagnino più famoso d’Italia allora fu Pasquale Corazza, bagnino ufficiale della famiglia Mussolini a Riccione. Nell’Italia del Dopoguerra le spiagge ripresero a riempirsi e l’obbligo del tutore dei bagnanti fu ribadito dalla circolare del ministero dell’Interno del 2 settembre 1959. Nell’Italia della Dolce Vita, delle Lambrette e delle prime code domenicali avvenne la metamorfosi definitiva del bagnino nell’immaginario. Né bruschi marinai né pescatori dalla faccia rugosa e con i pantaloni arrotolati alla caviglia, bensì seduttori di bellezze nordiche e mogli in vacanza: uno stereotipo cui hanno contribuito film del 1957 Poveri ma belli, di Dino Risi, dove Renato Salvatori passava il tempo a corteggiare straniere e signore in bikini. Un mito che si è evoluto nel “pappagallo” abbronzato, capelli lunghi, catena d’oro al collo, sopravvissuto alle battaglie per l’emancipazione femminile. Rivisto e corretto decenni dopo dalla serie cult Baywatch del 1989, che impose il mito dei lifeguards californiani, tra cui l’ex reginetta di Playboy Pamela Anderson, impegnati a scrutare da torrette di sorveglianza, sperimentate nella Guerra di Corea, o a correre sulla spiaggia di Malibu, trasmettendo l’immagine degli Stati Uniti come “bagnino del mondo”, utile anche in politica. Finzione a parte, il mito dei bagnini resta intatto. Homines enim ad deos nulla re propius accedunt quam salutem hominibus, diceva Cicerone: “Niente avvicina gli uomini agli dèi quanto salvare altri uomini”.
Favria, 30.06.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata. La vita è come una macchina fotografica, concentriamoci solo su ciò che è importante, catturiamo i momenti belli e tiriamo fuori il negativo. Felice lunedì.
30 Giugno 1908
Una gigantesca esplosione devasta una remota zona della Siberia nei pressi del fiume Tunguska. Probabile l’impatto di un meteorite o di una cometa. La conseguenza fu che rase al suolo oltre 2mila km di foresta.
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