La marcia del principe Tommaso.
La marcia su Torino del principe Tommaso ricorda una delle più tristi epoche della storia del Piemonte, detta tra Madamisti e Principisti, una guerra civile suscitata dalle discordie tra la preincipessa reggente, Madama Reale, e i suoi due cognati i principi Tommaso e Maurizio di Savoia. Questa canzone ironica prova come anche in mezzo alle difficoltà i piemontesi del tempo ne traevano un lato ironico, l’allegria che è alla base nell’affrontare le avversità della vita. Tommaso di Savoia era figlio del duca Carlo Emanuele I e di Caterina d’Austria, nipote diretto di Emanuele Filiberto, Testa di Ferro, pronipote di Francesco I di Francia e nipote collaterale di Filippo II re di Spagna. Era nato nel 1506 e tentò invano di togliere la reggenza dello stato alla duchessa Cristina di Francia detta Madama Reale, figlia di Enrico Iv di Francia e di Maria Medici, sorella di Luigi XIII. Tommaso si mise alla testa del partito spagnolo in Italia con il fratello il cardinale Maurizio dando inizio alla guerra civile in Piemonte tra il 1639/1642. Il principe Tommaso fu uno dei più valenti comandanti del suo tempo, sccoppiata la guerra tra Spagna e Francia, Tommaso al comando degli spagnoli. Questa marcia si riferisce quando il 26 marzo 1639 con duemila dragoni marciò su Chivasso, che gli aprì le porte; prese Ivrea e si accampò nel Canavese e nel Biellese e fece un accordo con la Valle d’Aosta. Poi con un proclama sottoscritto col fratello incitò i popoli a ribellarsi a Madama Reale. Il 14 aprile, Tommaso puntò su Trino, si volse contro Asti, che occupò, dopo aver espugnato Villanova. Il 26 luglio occupò Torino. Il 24 settembre 1640, Tommaso uscì da Torino, ma per sottrarsi al pericolo della prigionia riparò a Ivrea. Ma, non soccorso dagli Spagnoli, per salvare Ivrea dovette fare una diversione su Chivasso. Disperato di ottenere la vittoria con un alleato così poco leale, gli spagnoli, preoccupato della situazione dei figli che, rimasti eredi dei conti di Soissons, erano alla rnercé del re di Francia, non indifferente ai danni causati ai popoli dalla guerra, avanzò proposte di pace alla cognata. Il 14 giugno 1642 fu conclusa la pace tra i due fratelli e la cognata e tra essi e il re di Francia. Tommaso ebbe la luogotenenza d’Ivrea, Biella e territorî rispettivi, per tutta la minorità di Carlo Emanuele II. Il 26 luglio, Tommaso entrò in Torino. Nella lotta tra Spagna e Francia Tommaso si diede a cacciare gli Spagnoli dall’Italia. Le vittorie accrebbero il suo credito alla corte di Francia, nella quale trovò facile ascolto per i reclami contro Madama Reale. Nel 1655 con un esercito di ventiquattromila uomini invase la Lombardia e pose l’assedio a Pavia (22 luglio 1655), ma la carestia e i dissapori col duca di Modena lo costrinsero a levar l’assedio. Questa disfatta gli empì l’animo di cordoglio. Si ritirò a Torino, dove si spense il 22 gennaio 1656. Fu sepolto nei sotterranei della cattedrale, poi Carlo Alberto gli fece innalzare un monumento nella cappella della Sindone.
Prinse Tomà ven da Milan/ cun na brigada dè scaussacan./ Scuassavo d’ sa, scaussavo d’ là/ Viva la brigada d’prinse Tomà./ Prinse Tomà ven da Versei/ Cun na brigata d’spaciafurnei./ Spaciavo d’ sa, spaciavo d’là/ Viva la brigada d’prinse Tomà./ Prinse Tomà ven da Civass/ Cun na brigada de sciapasass / Sciapavo d’ sa, sciapavo d’ là / Viva la brigada d’prinse Tomà. / Prinse Tomà ven da Brandis / Cun na brigada d’ ramassamniss/ Ramasso d’sa, ramasso d’là / Viva la brigada d’prinse Tomà / Prinse Tomà ruva a Turin /Cun na brigada d’ spaciacamin / Spaciavo d’sa, spaciavo d’là / Viva la brigada d’prinse Tomà
Principe Tommaso vien da Milano con una brigata di scalzacani. Scalzavano di qua, scalzavano di là. Viva la brigata del Principe Tommaso. Tommaso vien da Vercelli con una brigata di spazzacamini. Spazzano di qua, Spazzano di là. Viva la brigata del principe Tommaso. Principe Tommaso vien da Chivasso con una brigata di spaccapietre. Spaccano di qua, spaccana di là Viva la brigata del Principe Tommaso principe Tommaso arriva a Torino con una brigata di spazzacamini, spazzavano di qua, spazzavano di là. Viva la brigata del Principe Tommaso.
Mi è stata raccontata anche una seconda versione
Prinse Tomà ven da Versei cun na brigada dè spaciafurnei/ sensa credit e pien di debit. Viva la facia d’ prinse Tomà./ Prinse Tomà ven da Civass cun ‘t n’armada de scanagat, / Sensa credit, pien di debit. Prinse Tomà ven da Brandis cun t ‘una squadra d’ cavai gris/ Sensa crédit, pien di débit. Viva la facia d’prinse Tomà. Prinsi Tomà riva a Turin cun na brigada d’ birichin. Sensa credit, pien di debit. Viva la facia d’ prinsi Tomà!
Favria, 30.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggi tra gli ultimi giorni dell’anno e i sogni che si avvicinano, che le nostre giornate siano serene, luminose e colma di piccoli momenti di gioia. Felice martedì!
30 dicembre 1922
Con la firma del trattato di unione fra Russia, Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia nasce ufficialmente l’Unione Sovietica.
Cotechino e zampone: gusto, storia e fortuna per iniziare bene l’anno
Scocca la mezzanotte del 31 dicembre. I calici tintinnano, i baci si incrociano, i fuochi colorano il cielo… e in tavola, puntuali come un rito, arrivano loro: il cotechino (o zampone) con le lenticchie. È il piatto simbolo del Capodanno italiano, una tradizione che affonda le radici nella cultura contadina e che ogni anno torna a ricordarci che, prima ancora del brindisi, la fortuna si serve calda, speziata e fumante.
Ma perché proprio questo accostamento? Da un lato il cotechino o lo zampone, salumi da cuocere a base di carni magre di maiale, cotenna, guanciale e gola, arricchiti con sale e spezie come pepe, noce moscata e cannella. Dall’altro le lenticchie, tra i legumi più antichi coltivati dall’uomo, già citate nella Genesi, quando Esaù scambiò la propria primogenitura per un piatto fumante di lenticchie.
Le lenticchie, infatti, hanno da sempre un valore simbolico: la loro forma tondeggiante e schiacciata ricorda piccole monete, e la loro capacità di conservarsi a lungo le rendeva, in passato, una preziosa riserva contro la carestia. Non è un caso che nell’antica Roma ci si scambiasse a Capodanno una scarsella – una borsetta di cuoio – piena di lenticchie, con l’augurio che si trasformassero in ricchezza nel nuovo anno.
Il maiale, invece, è da sempre simbolo di abbondanza e prosperità. Animale resistente, onnivoro e generoso, non si sprecava nulla del suino: dalla carne ai salumi, dalle ossa al sapone, dalle setole alle spazzole, persino il sangue era ingrediente prezioso. Ecco perché ancora oggi il salvadanaio ha la forma di un porcellino: emblema domestico della fortuna.
Cotechino e zampone condividono lo stesso cuore (l’impasto), ma differiscono per la “veste”: nel primo viene insaccato nel budello naturale, nel secondo viene cucito nella pelle del piedino anteriore del maiale. Se sul cotechino troviamo testimonianze scritte a Modena fin dal 1745, lo zampone ha addirittura una leggenda eroica: nel 1511, durante l’assedio alla Mirandola da parte delle truppe papali, i cittadini, per non lasciare i maiali al nemico,– insaccarono la carne condita proprio nella pelle delle zampe. Una soluzione ingegnosa che salvò scorte e sapori.
Oggi, sia il cotechino che lo zampone modenese sono prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP), riconoscimento che tutela una tradizione viva, gustosa e identitaria. Non importa quale dei due portiate in tavola: ciò che conta è il messaggio che portano con sé. Sono cibo della memoria e della speranza, simboli di una cucina che nasce dalla necessità ma celebra la convivialità.
Insieme alle lenticchie, raccontano una storia fatta di gesti semplici, di sapori robusti e di fiducia nel domani. Una cucchiaiata alla volta, ci ricordano che la fortuna va coltivata, cucinata e – soprattutto – condivisa.
Buon anno a tutti voi, cari lettori! Che il 2026 sia gentile con chi lo aspetta, coraggioso con chi lo affronta e generoso con chi ne ha più bisogno. Che porti salute, luce, serenità… e tanti sorrisi attorno a una tavola imbandita. Con un piatto fumante e il cuore pieno, brindiamo insieme alla vita.
Auguri di cuore da Favria!
Favria, 31.12.2025 Giorgio Cortese
31 dicembre 1999
A mezzanotte scatta il passaggio al nuovo millennio: tra timori per un possibile bug informatico (il famigerato Y2k) e grandi celebrazioni, il mondo festeggia l’arrivo dell’anno 2000.
Quando fuori gela, ma dentro si ride: la magia delle Feste a tavola
C’è un momento dell’anno in cui il freddo punge le mani, il buio arriva presto… ma basta aprire una porta e tutto cambia. Dentro, c’è un altro mondo: luci che brillano, profumi che raccontano storie, voci che si rincorrono. È la magia delle Feste.
Dicembre ci travolge con la sua corsa folle tra pacchetti, code, tombole e playlist di Michael Bublé. Ma sotto questo vortice, c’è qualcosa di più prezioso che vale la pena fermarsi ad ascoltare: il calore delle persone.
E dove si incontra davvero questo calore? Sempre lì: attorno a una tavola.
Non serve una cena da chef o un menù stellato. Bastano una tovaglia macchiata di sugo, un piatto fumante, e qualcuno con cui condividere tutto questo. Perché le Feste si celebrano nei dettagli: nello scambio di battute tra una forchettata e l’altra, nella fetta di panettone passata a chi arriva in ritardo, nel brindisi che parte un po’ storto ma finisce con un sorriso. Ogni cultura ha la sua festa, ogni tavola ha la sua storia. Natale, Capodanno, Hanukkah, Kwanzaa, solstizi e riti d’inverno: diversi nomi, stesso bisogno umano di stringersi, raccontarsi, mangiare insieme.
E i piatti? Sono molto più che ricette. Sono ricordi conditi d’amore. C’è la lasagna della nonna che “così buona non viene più”, il brasato che cuoce per ore e profuma tutta la casa, l’insalata russa che torna puntuale come un amico fedele.
E naturalmente lui: il panettone. Da dolce milanese a re delle Feste, conquista tutti. Con uvetta o senza, artigianale o del supermercato, non importa: è la scusa perfetta per stare un po’ di più a tavola, magari con una tazza di caffè e una chiacchiera in più.
E i brindisi? Quei piccoli riti che nessuno prende troppo sul serio, ma che in fondo sono carichi di senso. Alzi il bicchiere, che sia spumante, vino rosso o cioccolata bollente, e dici “alla salute”, ma intendi “resta qui con me, anche l’anno prossimo”.
Sempre più spesso, accanto ai piatti della tradizione, si fanno spazio nuove storie: una baklava fatta in casa, un riso speziato portato dal vicino, una torta americana con tanto di marshmallow sopra. È la bellezza di un mondo che si siede alla stessa tavola.
E non è solo questione di sapori. È accoglienza, curiosità, scambio. È dire: la mia tradizione ha un posto anche per la tua.
Giorgio Cortese
Alla fine delle Feste, quello che resta non sono le portate elaborate, né le foto su Instagram. Restano i momenti. Quelli in cui hai cucinato con tuo figlio sporcando tutta la cucina, quelli in cui hai riso fino alle lacrime con gli amici, quelli in cui hai pensato: “Sono fortunato”.
Viviamo in un tempo che ci dà tutto subito. Ma forse è proprio per questo che il sapore dell’attesa è diventato così raro e così bello. Un panettone mangiato solo a dicembre ha tutto un altro gusto.
E forse il segreto è tutto qui: non in cosa mettiamo nel piatto, ma in chi invitiamo a sedersi con noi. Perché, alla fine, l’unico vero ingrediente che rende speciale una tavola… è la compagnia.
Buoni propositi per il 2026: cura di sé e gentilezza verso sé stessi
Con l’inizio del nuovo anno, è naturale riflettere sui buoni propositi: dal migliorare il sonno, al dedicarsi a più attività fisica, fino a instaurare abitudini più sane. Spesso, però, questi propositi sembrano sfuggire tra impegni e routine quotidiana. Ma perché facciamo liste di buoni propositi? Perché rappresentano il nostro desiderio di prenderci cura di noi stessi, di migliorare la nostra vita giorno dopo giorno. La chiave non è la quantità, ma la qualità: scegliere obiettivi che abbiano un reale significato per noi, che ci motivino davvero. Non si tratta di “non essere pigri”: la motivazione autentica supera stanchezza e noia. Se un corso di pilates ci aiuta a ridurre il mal di schiena, sarà più facile seguirlo, perché sentiremo i benefici concreti delle nostre azioni.
Creare obiettivi realistici e compatibili con la propria quotidianità, mettere al centro il benessere e procedere a piccoli passi permette di rendere i propositi sostenibili. È importante anche essere gentili con sé stessi: accettare i fallimenti senza giudicarsi e imparare da ogni esperienza è parte fondamentale della crescita personale.
Il 2026 è un’opportunità per coltivare la motivazione, apprezzare i piccoli progressi e vivere con maggiore consapevolezza. Inizia l’anno con leggerezza e fiducia: ogni piccolo gesto verso il tuo benessere conta.
Buon inizio 2026!
E ricorda: la vita non è solo raggiungere obiettivi, ma imparare a camminare con grazia lungo il proprio percorso. Ogni passo, anche il più piccolo, ha il suo valore.
Favria, 1.01.2026 Giorgio Cortese
1 gennaio – Giornata della Pace
Buona giornata! Oggigiorno iniziamo l’anno con cuore aperto e mente serena. Coltiviamo la pace dentro di noi e attorno a noi. Felice giovedì!
1 gennaio 1993
La Cecoslovacchia si divide pacificamente in due Stati sovrani, Repubblica Ceca e Slovacchia: la “separazione di velluto”, come venne chiamata per la concordia con cui fu realizzata, chiude un’epoca della storia d’Europa.
Elogio della lentezza
Viviamo in un’epoca in cui tutto corre. Lo spazio si restringe, il tempo evapora, e la velocità è divenuta la nuova divinità del mondo moderno. Percorriamo distanze immense in istanti sempre più brevi e, in questo trionfo dell’immediatezza, abbiamo smarrito la lentezza che accompagna il pensiero, la profondità che abita il silenzio. Ci muoviamo rapidi, ma raramente sappiamo dove stiamo andando; comunichiamo senza sosta, ma difficilmente ci ascoltiamo davvero. La velocità, nata come strumento, è diventata misura del valore umano: più veloce è sinonimo di migliore, più efficiente, più degno. È l’illusione di una potenza che, in realtà, ci sottrae il tempo stesso dell’esistenza. Già agli inizi del Novecento, il Futurismo celebrava la “bellezza della velocità” come simbolo di forza e rinnovamento. Oggi quella profezia si è compiuta, ma il suo splendore è intriso di inquietudine. Le macchine che dovevano liberarci ci hanno legati al ritmo della loro fame di dati e connessioni; l’informazione che prometteva conoscenza ci ha consegnati a un flusso continuo di stimoli effimeri. Tutto accade e deve accadere ora. Non c’è più spazio per l’attesa, per la gestazione, per l’imprevisto che dà sapore al vivere. La velocità è divenuta un valore assoluto, un imperativo etico, un dovere sociale. Essa plasma economie, rapporti, persino la percezione di noi stessi. Il tempo non è più esperienza, ma risorsa: qualcosa da gestire, comprimere, monetizzare. Eppure, nel cuore di questa frenesia, emerge un paradosso: più acceleriamo, più ci sentiamo immobili. Le giornate si riempiono di eventi e messaggi, ma si svuotano di senso. L’anima, costretta a un continuo adattamento, perde la sua densità, come un respiro trattenuto troppo a lungo.
Un filosofo ha scritto che l’uomo contemporaneo è vittima di una “stanchezza senza nome”, un esaurimento non del corpo, ma dello spirito, prodotto dalla pressione incessante di dover essere sempre connessi, performanti, presenti. In questo conflitto tra la velocità del sistema e la lentezza dell’anima, la persona rischia di frantumarsi: perde memoria, perde relazione, perde profondità.
La memoria, un tempo fondamento della nostra identità, oggi appare superflua, un peso. Nel dominio tossico dell’istante, ciò che è stato si dissolve, e ciò che sarà non trova radici. Viviamo sospesi in un presente perpetuo, in cui la continuità del tempo è rimpiazzata dall’urgenza di non restare indietro. Ma chi detta il passo? E soprattutto: verso quale destino stiamo correndo?
Forse la vera rivoluzione non è accelerare ancora, ma imparare di nuovo a fermarsi. L’unico argine alla furia del tempo è la pausa, un gesto semplice e potente che restituisce spessore al momento, che riapre la possibilità di comprendere. Fermarsi non significa rinunciare, ma riconoscere che la vita non si lascia misurare solo dal numero di azioni compiute, ma dalla qualità con cui vengono vissute.
La lentezza è una forma di saggezza, un ritorno alla misura umana del tempo. È l’arte di concedersi attenzione, di ascoltare l’altro senza la fretta di rispondere, di camminare senza l’ossessione di arrivare. È nel ritmo disteso del pensiero che nasce la creatività, nella quiete che si forma la coscienza, nel silenzio che matura la parola. Solo in questo spazio dilatato possiamo tornare a sentire la presenza del mondo, la voce della natura, la profondità delle relazioni. In un’epoca che misura tutto in velocità, riscoprire la lentezza è un atto di libertà. È decidere di abitare il tempo anziché inseguirlo, di ritrovare la propria interiorità anziché disperdersi nel rumore. È ricordare che la bellezza non nasce dall’immediatezza, ma dalla pazienza; che la conoscenza non è accumulo, ma comprensione; che l’amore non si consuma in un istante, ma cresce nella durata.
Il futuro non appartiene a chi corre più veloce, ma a chi sa sostare. Perché solo chi sa fermarsi può davvero vedere. Solo chi accetta la lentezza può sentire il tempo come un dono e non come una condanna. In un mondo che ci vuole costantemente in movimento, la vera forza sta nella quiete. La lentezza è l’ultimo rifugio del pensiero, il respiro nascosto del tempo che continua, ostinato e silenzioso, a ricordarci che vivere non è fuggire, ma restare.
Favria, 2.01.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Lascia che il primo venerdì dell’anno ti ricordi che ogni passo conta. Felice venerdì!
2 gennaio 1839
Nasce la fotografia come arte: Louis Daguerre brevetta il dagherrotipo, aprendo la strada alla riproduzione realistica delle immagini.
Il
valore del dono: solidarietà e responsabilitàDal 1959 la FIDAS – Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue promuove un’idea semplice ma potente: donare non è solo un atto sanitario, ma un gesto di responsabilità verso la comunità. I volontari incarnano questa visione: persone comuni che compiono un gesto straordinario senza chiedere nulla in cambio, guidati da altruismo, gratuità e continuità.
In particolare, la FIDAS ADSP Zona 2 Canavese e Ciriacese rappresenta un punto di riferimento per tutti i donatori del territorio. Le associazioni locali lavorano fianco a fianco, promuovendo la cultura della donazione e organizzando raccolte periodiche di sangue e plasma, contribuendo in modo concreto alla salute della comunità.
Il dono del sangue è un gesto che salva vite e genera benefici tangibili: chi dona protegge gli altri e, allo stesso tempo, si prende cura della propria salute grazie a controlli periodici e monitoraggi regolari. Ogni donazione è una testimonianza di responsabilità civica, solidarietà e attenzione al prossimo.
Donazioni 2026 – mese di Gennaio -Zona 2 Canavese e Ciriacese:
Ciriè via Biaune 23/A- Venerdì 02 GENNAIO 2026 dalle e 08:00 alle 11:30
Rivarolo C.se. Centro Sociale – 1° piano – V.lo Castello,1 Venerdì 02 GENNAIO 2026 dalle 08:00 alle 11:30
Forno C.se. Distr. ASL 9 p.t.- ex scuole medie – Via B. Truchetti 24. Domenica 11 Gennaio 2026. Dalle 8:00 alle 11:00
Ciriè c.o ASL – v. Biaune 23/A. Cirie’ (TO) Martedì 13 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 11:30
Coiro c.o palaz. ex ONMI – Pzza Caduti Liberta 48 Corio Martedì 13 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 11:30
Favria. Ex Scuole Cortile Comunale – Via Barberis 10. Mercoledì 14 Gennaio 2026 dalle 08:00 – 11:30
Rivarolo C.se. c.o Centro Sociale – 1° piano – V.lo Castello,1 Venerdì 16 Gennaio 2026 dalle 8:00 – alle 11:30
Forno C.se Distr. ASL 9 p.t.- ex scuole medie – Via B. Truchetti 24. Sabato 17 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 11:00
Rivara. ex municipio – primo piano – Via B. Grassa 26 Sabato 17 Gennaio 2026 dalle 08:00 – 11:30
San Giusto c.o Salone Gioannini – P.zza del Municipio 9 Sabato 17 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 11:30
Corio. Palazzo . ex ONMI – Pzza Caduti Liberta 48 Domenica 18 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 11:30
Pertusio. c.o. Comune- amb.medico – p.terra – Via Forneris 7 Domenica 18 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 12:00
Lombardore. c.o. C. Ricr. Cult. – area scuole – Via Vauda Martedì 20 Gennaio 2026 dalle ore 08:00 – 11:00
Valperga c/o R.S.A.”Barucco” – Via Busano 6 Venerdì 23 Gennaio 2026 dalle ore 8:00 – 11:30
Agliè Centro Sociale – Viale Rimembranza, 8 Autoemoteca (TO) Lunedì 26 Gennaio 2026 dalle 8:00 – 12:00
Montanaro – p.t. locali Comunali – Via G. B. Bertini, 1 Lunedì 26 Gennaio 2026 dalle ore 8:00 – 11:30
Montanaro -Sabato 31 Gennaio 2026
Barbania. c.o Palazzo Municipale. Sala Consiglio – via Andreis 4 Domenica 01 Febbraio 2026 dalle ore 8:00 -11:30
La sfida è continuare a costruire una società in cui donare non sia un atto straordinario, ma una pratica quotidiana di cittadinanza attiva. La solidarietà non deve restare una parola, ma diventare azione concreta. E qui il dono rivela la sua dimensione più profonda. Donare significa riconoscere che la vita non è mai solo nostra, che siamo legati dagli altri da un filo invisibile ma indistruttibile. Ogni gesto di generosità riafferma che la fragilità di uno riguarda tutti. Così il dono diventa filosofia: non un oggetto che passa di mano, ma un atto che costruisce mondo, un modo silenzioso e potente per ricordarci che vivere ha senso solo se impariamo a prenderci cura gli uni degli altri.
Favria, 3.01.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ritrova energia nei piccoli riti che ti fanno stare bene. Felice sabato!
3 gennaio 1870
Acquistata nel 1867 dalla Russia per 7,2 milioni di dollari, dopo una serie di cambiamenti amministrativi l’Alaska diventa ufficialmente il 49º Stato degli Stati Uniti.
Louis Braille: L’uomo che restituì la lettura alla luce
Dove saremmo oggi senza la scrittura? Dalle antiche tavolette mesopotamiche ai post sui social media, la parola scritta ha sempre rappresentato la linfa vitale della civiltà: strumento di legge, sapere e cultura. Eppure, per secoli, milioni di persone cieche ne sono rimaste escluse. Questo fino a quando un ragazzo francese, rimasto cieco a soli tre anni, decise di cambiare le regole del gioco. Il suo nome? Louis Braille.
Louis Braille nacque nel 1809 a Coupvray, un villaggio a est di Parigi. Era il più giovane di quattro figli, cresciuto in una famiglia serena e benestante: il padre Simon-René era sellaio e la famiglia possedeva beni rari per l’epoca, come un forno per il pane.
Tutto cambiò quando Louis, a tre anni, si ferì gravemente all’occhio giocando con un punteruolo nella bottega paterna. L’infezione si diffuse e lo rese completamente cieco. All’epoca, le persone cieche erano spesso costrette a vivere ai margini della società, mendicando o subendo umiliazioni. Ma i genitori di Louis non si arresero: lo educarono, lo sostennero e lo iscrissero alla scuola locale. A dieci anni, Louis vinse una borsa di studio per il Royal Institute for Blind Youth di Parigi, la prima scuola per ciechi al mondo.
In quel luogo, umido e decadente, Louis eccelse. Nonostante le difficili condizioni igieniche e l’ambiente severo, strinse forti amicizie, coltivò la passione per la musica, suonava violoncello, pianoforte e organo e dimostrò un’intelligenza brillante.
Nel 1821, l’arrivo del capitano Charles Barbier, che presentò un sistema tattile pensato per i soldati, segnò un punto di svolta. Era un codice fatto di punti e linee leggibili al tatto, ma troppo complesso per un uso quotidiano. Louis, allora sedicenne, comprese il potenziale dell’idea e si mise all’opera per semplificarla.
Dopo quattro anni di lavoro, anche durante le vacanze a Coupvray, sviluppò un nuovo sistema di lettura e scrittura composto da combinazioni di sei punti in rilievo: era nato il braille.
Il sistema, semplice, logico ed efficace, fu subito adottato dagli studenti, ma ostacolato dalle autorità accademiche. Si preferiva che i ciechi leggessero le stesse lettere in rilievo dei vedenti, seppur con enorme difficoltà. Louis, divenuto insegnante a 19 anni, lottò per il riconoscimento del suo metodo, anche quando la malattia, la tubercolosi, cominciò a minare la sua salute.
Il direttore della scuola, Dufau, arrivò persino a vietarne l’uso, bruciando libri scritti in braille. Ma i ragazzi continuarono a impararlo di nascosto, spinti dalla consapevolezza che stava dando loro una vera voce.
Nel 1844, l’istituto si trasferì in una nuova sede. Grazie all’insistenza del vicedirettore Joseph Guadet, anche Dufau cambiò idea. Quel giorno, gli alunni dimostrarono al pubblico l’uso del braille leggendo versi e scrivendo in tempo reale.
Louis Braille però non visse abbastanza per veder trionfare la sua invenzione. Morì il 6 gennaio 1852, a soli 43 anni. Nessun giornale gli dedicò un necrologio. Eppure, chi lo conobbe, ricordò la sua umanità: nel testamento lasciò doni a tutti i suoi conoscenti, persino al guardiano notturno della scuola, e ordinò di bruciare le cambiali che gli erano dovute.
Nel 1878 il braille fu riconosciuto come sistema internazionale. Oggi è utilizzato da oltre sei milioni di persone in tutto il mondo. Ogni segno braille è composto da sei punti disposti in un rettangolo di due per tre: le combinazioni possibili sono 63, sufficienti per rappresentare lettere, numeri, punteggiatura, notazioni matematiche e musicali.
Nel 1952, nel centenario della sua morte, la Francia tributò finalmente a Louis Braille gli onori che meritava. Il suo corpo fu traslato al Panthéon, tempio della memoria nazionale, mentre le sue mani – simbolo del suo genio – furono lasciate nel cimitero di Coupvray, custodite in un’urna di ceramica. Alla cerimonia parteciparono centinaia di non vedenti, che marciarono per le vie di Parigi battendo i bastoni bianchi sul selciato.
Nell’era digitale, l’uso del braille è in declino. Molti bambini ciechi oggi si affidano a dispositivi audio e schermi parlanti. Tuttavia, neuroscienziati e educatori avvertono: leggere e scrivere è essenziale per lo sviluppo cognitivo. Quando una persona cieca legge il braille, si attivano le stesse aree cerebrali di chi legge con gli occhi.
Louis Braille ha dato alla comunità cieca molto più di un alfabeto. Ha restituito loro l’accesso alla cultura scritta dell’umanità, dimostrando che la vera luce non passa dagli occhi, ma dalla mente e dal cuore.
Favria, 4.01.2026 Giorgio Cortese
4 gennaio – Giornata mondiale del Braille
Buona giornata! Oggigiorno celebriamo l’accessibilità e l’inclusione: riconosciamo la forza di chi vede il mondo con occhi diversi. Felice domenica!
4 gennaio 1643
Muore ad Arcetri (Firenze) all’età di 77 anni Galileo Galilei: fisico, matematico e filosofo, è considerato il padre della scienza moderna.
Lorenzino de’ Medici: il “Bruto toscano” tra vendetta e libertà.
La notte tra il 5 e il 6 gennaio 1537, Firenze è immersa nei festeggiamenti per l’Epifania: musiche, canti e schiamazzi riempiono le strade, soffocando ogni altro rumore. Nella stanza di un palazzo nel cuore della città, però, si sta per consumare un delitto eccellente. Il duca Alessandro de’ Medici vi è appena entrato, si è spogliato e infilato sotto le coperte, convinto di essere in procinto di vivere una notte di piacere. Ma la donna promessa non sarebbe mai arrivata. Al suo posto, nell’ombra, si muove qualcuno con ben altre intenzioni. Il duca ha appena il tempo di sollevare lo sguardo prima che una lama gli si conficchi nel fianco. Ferito a morte, tenta rabbiosamente di reagire, ma il suo aggressore non è solo. In men che non si dica, una seconda ombra piomba su di lui: la vittima lotta con la forza della disperazione, cercando di divincolarsi, ma l’emorragia già gli annebbia la vista. Pochi secondi, e si spegne per sempre tra le lenzuola intrise di sangue. In un attimo, gli assassini svaniscono nella notte, lasciando Firenze senza il suo signore.
L’uomo che aveva pianificato quel clamoroso assassinio non era un comune criminale. Si chiamava Lorenzo, ma è passato alla storia come “Lorenzino” ed era anche lui un Medici. In quel momento aveva ventitré anni e una reputazione tutt’altro che limpida. Nato nel 1514 da Pierfrancesco de’ Medici e Maria Soderini, apparteneva al ramo “popolano” della famiglia, meno influente rispetto ai discendenti di Cosimo il Vecchio. Rimasto orfano di padre in giovane età, fu allevato prima dalla madre e poi dal potente Filippo Strozzi, trascorrendo l’infanzia lontano dai giochi di potere fiorentini, ma fin da ragazzo mostrò un carattere irrequieto e una grande passione per gli autori classici e gli eroi dell’antichità.
Quando aveva dodici anni venne inviato a Venezia per sfuggire alla minaccia dei lanzichenecchi di Carlo V, che incombeva sull’Italia, per poi approdare, tre anni dopo, a Roma, sotto il pontificato di Clemente VII, altro esponente della sua famiglia. Qui ottenne un modesto incarico presso la corte papale, ma si abbandonò presto a una vita sregolata e spavalda. Nel 1531, a diciassette anni, si rese protagonista di un atto grave, insieme ad alcuni amici: decapitò numerose statue antiche, forse ispirandosi alla vicenda dell’ateniese Alcibiade narrata da Plutarco. Il gesto scatenò l’ira del pontefice, che ordinò la condanna a morte dei colpevoli, ignaro che tra loro vi fosse anche Lorenzino. Per sfuggire alla punizione, il ragazzo tornò in tutta fretta a Firenze, dove trovò protezione grazie all’intercessione del cardinale Ippolito de’ Medici.
Ormai ventenne, iniziò a gravitare attorno alla corte di Alessandro, suo parente e nuovo signore della città. Se Lorenzino non era un modello di rettitudine, neanche il suo nuovo padrone, detto “Il Moro” per via della carnagione olivastra, era un tipo tranquillo. Salito al potere per volere dell’imperatore Carlo V, che nel 1532 lo aveva investito del titolo ereditario di duca, Alessandro è descritto come un governante autoritario e dispotico. Poco più che ventenne, aveva soffocato ogni resistenza interna, si era circondato di mercenari stranieri per la propria protezione, aveva stravolto le istituzioni comunali e, per prevenire rivolte, aveva privato i fiorentini delle armi. Il popolo lo detestava, mentre l’oligarchia cittadina lo vedeva come un usurpatore.
Lorenzino, due anni più giovane, divenne presto il suo compagno inseparabile di scorribande notturne e dissolutezze di corte. Insieme cacciavano, banchettavano e si lanciavano in conquiste galanti senza freni, scandalizzando la cittadinanza. Con la sua aria sorniona e apparentemente inoffensiva, Lorenzino gli faceva da spalla, organizzando incontri segreti con donne di ogni rango, comprese monache e mogli di nobili fiorentini. Tra i due, però, non vi fu mai una vera amicizia: Alessandro, arrogante e prepotente, lo considerava un pavido e un debole, deridendolo apertamente per la sua passione per i libri e soprannominandolo con disprezzo “il filosofo”. Lorenzino incassava senza reagire, ma dietro la maschera servile covava un odio profondo, accompagnato dal desiderio di compiere un gesto eclatante che lo liberasse dall’umiliazione e lo consegnasse alla storia.
Fu così che decise di mettere in atto un piano per eliminare Alessandro, facendo leva su una delle sue note debolezze: le donne. Alla fine del 1536, il duca gli chiese di organizzare un incontro con Caterina Soderini, giovane e attraente aristocratica sposata con Lionardo Ginori, allora fuori città. Lorenzino vide l’occasione perfetta. Consapevole della pericolosità del parente, si assicurò l’aiuto di un sicario senza scrupoli, Piero di Giovannabate, detto Scoronconcolo, che riuscì a far scarcerare grazie all’intercessione dello stesso Alessandro, ignaro dei suoi veri intenti. Approfittando dell’assenza di Alessandro Vitelli, capo delle milizie del duca, l’agguato fu fissato per la notte dell’Epifania.
Dopo aver cenato insieme, Lorenzino accompagnò il duca nel palazzo dove si sarebbe dovuto consumare l’incontro. Alessandro si spogliò, si infilò nel letto e depose la spada, ignaro del destino che lo attendeva. Lorenzino, fingendo di uscire, rientrò con Scoronconcolo: seguì una violenta colluttazione, durante la quale il sicario colpì il duca con una pugnalata alla gola, ponendo fine alla sua vita. Dopo l’assassinio, Lorenzino fuggì a Venezia, dove gli esuli antimedicei lo accolsero come un eroe, paragonandolo a Bruto, l’uccisore di Giulio Cesare. Tuttavia, la sua impresa non ebbe l’effetto sperato. Firenze, sotto l’influenza di Carlo V, elesse un nuovo signore, Cosimo de’ Medici, cugino di Lorenzino. Gli oppositori tentarono invano di riconquistare la città e furono sconfitti il 2 agosto 1537 a Montemurlo. La repressione che seguì segnò la fine definitiva della repubblica e l’inizio dell’esilio di Lorenzino, che visse tra la Francia e Venezia fino al suo assassinio nel 1548, per ordine dell’imperatore Carlo V, suocero di Alessandro.
Il suo vero movente resta ancora oggi un mistero: fu un eroe della libertà o un giovane tormentato in cerca di vendetta? Nella sua Apologia, Lorenzino cercò di giustificare il delitto come un atto di liberazione della patria, dichiarando di aver agito per dovere civico e morale contro la tirannide. Ma dietro le parole, molti storici leggono un gesto personale, frutto di rancori e ambizioni frustrate.
La vicenda di Lorenzino de’ Medici ha continuato a esercitare fascino nei secoli successivi, ispirando autori come Alfred de Musset, che nel 1834 scrisse l’opera teatrale Lorenzaccio, e Alexandre Dumas, che nel 1861 pubblicò Una notte a Firenze. Oggi gli storici, come Stefano Dall’Aglio, rileggono la sua figura alla luce del contesto politico dell’epoca: una Firenze ancora ferita dal passaggio traumatico da repubblica a principato, in cui l’assassinio del duca apparve a molti come una vendetta simbolica contro la perdita della libertà.
Lorenzino morì senza vedere realizzato il sogno repubblicano che aveva proclamato. La sua immagine rimane sospesa tra mito e realtà: quella di un giovane inquieto che, nel tentativo di sfidare il potere, divenne egli stesso vittima della sua ambizione. La notte in cui colpì il duca Alessandro resta uno dei momenti più drammatici della storia di Firenze, un episodio che continua a interrogare la coscienza politica e morale dell’uomo rinascimentale.
Favria 5.01.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Alla vigilia dell’Epifania accogli ciò che arriva con stupore. Buon lunedì!