Il valore della memoria e della libertà nell’81° anniversario della Liberazione di Giorgio Cortese

Oggi celebriamo l’81° anniversario della Guerra di Liberazione italiana, una delle pagine più decisive, dolorose e profondamente umane della nostra storia. Una pagina simbolo del 25 aprile, che non è solo una ricorrenza, ma una radice viva che continua a nutrire il nostro presente.
Ottantuno anni sono molti: il tempo che separa le generazioni e trasforma il ricordo in storia. Oggi dobbiamo riconoscere che i testimoni diretti di quella stagione: guerra, dittatura, Resistenza, sono ormai pochissimi. Le loro voci si sono affievolite, i racconti meno presenti nelle piazze, nelle scuole, nelle famiglie.
Potremmo pensare che la memoria si stia spegnendo. Ma non è così: la memoria non scompare quando mancano i testimoni, cambia forma. Diventa responsabilità. Diventa nostra.
Non possiamo più limitarci ad ascoltare: dobbiamo scegliere di ricordare. E ricordare non è un rito automatico, ma un atto consapevole e morale.
La Guerra di Liberazione fu anche una guerra civile, dentro la società e le coscienze. Italiani contro italiani, scelte difficili e irreversibili. Giovani che lasciavano casa senza sapere se sarebbero tornati, madri che salutavano i figli senza certezze, uomini e donne che, pur con paura, decidevano di non piegarsi.
Non erano eroi per natura, ma persone comuni che compresero che la libertà non può essere rimandata.
Per capire quelle scelte dobbiamo tornare alle origini del fascismo: nato in un’Italia fragile e segnata dalla crisi del dopoguerra, si è imposto gradualmente, insinuandosi nella vita quotidiana, nelle istituzioni, nella scuola, nel linguaggio, fino a spegnere il dissenso.
Ed è questo che deve farci riflettere: il passato non si ripete identico, ma può tornare sotto altre forme. Non con gli stessi simboli, ma con dinamiche simili: l’uso della paura, la ricerca di capri espiatori, la rinuncia graduale alla libertà in cambio di sicurezza.
Per questo la memoria è fondamentale: non nostalgia, ma difesa e responsabilità.
Da quella tragedia è nata la Costituzione italiana, e già il suo nome è significativo: constitutio, da constituere, “porre insieme”, “fondare”. È l’atto con cui un popolo decide se stesso.
Non è solo una legge, ma un progetto di convivenza nato dalle macerie della guerra civile, per trasformare la divisione in unità.
Dentro questo progetto troviamo articoli fondamentali: l’articolo 11, che ripudia la guerra; l’articolo 2, che riconosce i diritti inviolabili della persona; l’articolo 3, sull’uguaglianza; e l’articolo 32, che tutela la salute come diritto individuale e collettivo.
La Costituzione è questo: memoria che diventa regola, sacrificio che diventa diritto, dolore che diventa futuro.
E al centro c’è la libertà: poter scegliere, pensare, dissentire senza paura. Una libertà fragile, che non si eredita ma si custodisce.
Il rischio più grande non è perderla improvvisamente, ma dimenticare quanto è costata.
Le nostre città ne conservano tracce nei nomi delle strade dedicate ai partigiani e ai caduti. Nomi che spesso leggiamo distrattamente, ma che rappresentano vite spezzate per la nostra libertà. Fermarsi a ricordarli è un gesto di giustizia.
Un pensiero va agli Alpini, che incarnano valori profondi di solidarietà, disciplina, sacrificio e spirito di corpo. In pace come in guerra hanno dimostrato cosa significa resistere insieme, affrontare la fatica senza lasciare indietro nessuno, e sostenersi nei momenti più difficili. Molti di loro hanno conosciuto il dolore del conflitto e della perdita, e proprio da quella esperienza nasce un forte senso di umanità e responsabilità collettiva, che li lega idealmente ai valori della Resistenza e della Liberazione.
Oggi non limitiamoci a ricordare: sentiamo la responsabilità di questa storia. Perché i testimoni non ci sono più, ma la loro storia continua in noi, nelle nostre scelte e nel nostro modo di vivere la democrazia. La memoria non è qualcosa da conservare: è qualcosa da vivere.
E se sapremo esserne all’altezza, il 25 aprile non sarà solo una data, ma una direzione, una promessa e un impegno continuo.