Il Gatto Norvegese delle Foreste: eleganza selvaggia e cuore silenzioso, – 24 febbraio 1607. – Pandora come specchio dell’umano. – 25 febbraio 1919. – Quando l’interesse prende il posto della coscienza. -26 febbraio 1922.. – Azawakh e Saluki: l’eleganza necessaria dei levrieri del deserto. – 27 febbraio 425 d.C.. – Sessantotto giri intorno al sole. – 28 febbraio 1983. – Marzo, tra Marte e la Natura che Rinasce. – 1 Marzo 492dC. – Greci a Tartesso: storia, incontri e mito di un antico Occidente. – 2 Marzo 1978 – 27 marzo: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno. LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Il Gatto Norvegese delle Foreste: eleganza selvaggia e cuore silenzioso

Il fascino del Gatto Norvegese delle Foreste è di quelli a cui è difficile sottrarsi. La sua bellezza imponente, quasi fiabesca, cattura lo sguardo; ma è solo conoscendolo davvero, condividendo con lui la quotidianità, che questo fascino si trasforma in un legame profondo. Non è un semplice animale da compagnia, ma un vero partner felino dal carattere speciale, unico, plasmato da una storia antica e da un ambiente severo. Il Norvegese delle Foreste è una delle poche razze feline che non hanno subito una selezione artificiale invasiva. È, piuttosto, il risultato diretto della natura: boschi fitti, grandi spazi aperti, inverni lunghissimi e rigidi, in cui solo i soggetti più forti, adattabili e intelligenti riuscivano a sopravvivere. Per secoli ha vissuto accanto alle popolazioni nordiche, probabilmente fin dall’epoca dei Vichinghi, condividendo la vita quotidiana delle fattorie come presenza utile e discreta. Era il gatto che proteggeva le scorte di cibo dai roditori, che si muoveva con sicurezza tra legnaie, stalle e magazzini, incurante di pioggia, freddo e neve. Il suo mantello fitto e semilungo, straordinariamente isolante, è il simbolo più evidente di questa origine. Ma non è solo il corpo a raccontare la sua storia: è il suo carattere. Il lungo rapporto con l’uomo, in un contesto solo parzialmente domestico, ha forgiato un legame equilibrato e rispettoso. Il Norvegese non è un gatto servile né dipendente; è un compagno che cammina accanto all’essere umano senza rinunciare alla propria autonomia. Il Norvegese moderno conserva intatta questa impronta antica. È perfettamente inserito nella vita domestica, ma mantiene una forte capacità di scelta e di osservazione. Ama esplorare, soprattutto in verticale, arrampicarsi, osservare dall’alto prima di decidere come muoversi o intervenire. Porta nella quotidianità un equilibrio raro: la calma di chi sa convivere con noi e la solidità di chi proviene da un mondo meno protetto, dove l’attenzione e la valutazione erano strumenti di sopravvivenza. La sua comunicazione è sottile, raffinata, fatta più di sfumature che di vocalizzi. Non invade lo spazio, non chiede con insistenza. Si avvicina, osserva, aspetta il momento giusto. Un tocco leggero, uno sguardo diretto, una presenza silenziosa sono i suoi strumenti preferiti. Predilige interazioni tranquille, basate sulla fiducia reciproca e sulla prevedibilità dei gesti. Quando decide di condividere la vita familiare, lo fa scegliendo di stare vicino, senza bisogno di attenzioni continue: gli basta condividere lo stesso spazio, partecipare al ritmo della casa con discrezione. Quando però il legame si approfondisce, il Norvegese delle Foreste lo dimostra con una compagnia costante e silenziosa. Segue i nostri spostamenti, si posiziona in punti strategici da cui può osservare ciò che accade, diventando una presenza rassicurante. Anche nei confronti degli altri animali mantiene un atteggiamento equilibrato: osserva, valuta, decide, evitando scontri inutili. La sua comunicazione rispecchia la filosofia della razza: misurata, intelligente, rispettosa. Ed è proprio per questo straordinariamente efficace. Il Gatto Norvegese delle Foreste ci insegna che la vera profondità non ha bisogno di clamore. In un mondo che spesso confonde la presenza con il rumore, lui sceglie il silenzio, l’osservazione e la coerenza. È un cuore sensibile che non chiede di essere posseduto, ma compreso. E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che i legami più autentici nascono quando impariamo a stare accanto, senza invadere, semplicemente essendo presenti.

Favria, 24.02.2026  Giorgio Cortese


Buona giornata. Continuiamo a seminare gentilezza e speranza. Felice martedì.

24 febbraio 1607

Il Palazzo ducale di Mantova ospita la prima rappresentazione de L’Orfeo di Claudio Monteverdi, opera che è considerata il primo vero capolavoro della storia del melodramma

Pandora come specchio dell’umano

Da oltre trent’anni James Cameron abita Pandora come fosse un luogo reale, un continente interiore in cui sperimentare nuove forme di narrazione, nuovi mondi e antiche emozioni. Avatar non è soltanto la saga più vista di sempre: è un progetto che, film dopo film, ha riscritto il rapporto tra tecnologia e immaginazione, tra spettacolo e sentimento. Il primo capitolo, nel 2009, ha conquistato il vertice della storia del box office; La via dell’acqua, nel 2022, ha replicato il successo. E tra i cinque titoli più visti al mondo compare anche Titanic: un altro segno di quanto Cameron sappia parlare alle vertigini universali del pubblico.

Il nuovo capitolo, Avatar – Fuoco e cenere, approdato nelle sale a dicembre 2025, rinnova la sfida e porta l’universo di Pandora in una fase più matura e drammatica. Milano ha accolto alcuni protagonisti del film: Sam Worthington, Stephen Lang, Bailey Bass, Trinity Jo-Li Bliss e Jack Campion  a testimonianza di quanto l’immaginario creato da Cameron sia ormai parte integrante della cultura pop globale.

La storia riparte dal lutto: Jake Sully e Neytiri, rifugiati tra i Metkayina, cercano di elaborare la perdita di Neteyam. Ma su Pandora giunge un popolo nuovo, il Popolo della Cenere, manipolatori del fuoco guidati da Varang, alleata dell’eterno nemico Quaritch. Mentre la Terra muore e l’assalto alla luna si intensifica, la lotta si sposta sul terreno più fragile: quello dell’elaborazione della perdita, dei legami familiari, della sopravvivenza emotiva.

Cameron cambia rotta. Dopo la denuncia dell’avidità nel primo film e la difesa degli ecosistemi nel secondo, Fuoco e cenere scava nel dolore, nel suo peso e nelle sue conseguenze. Worthington lo riassume con lucidità: questo è un film sull’amore come unica risorsa e sull’idea che, in un mondo incerto, la famiglia,  in tutte le sue forme, rappresenti l’ultima solida frontiera. E mentre i giovani attori ricordano la forza delle comunità unite e il ruolo centrale delle donne, Lang, con la sua esperienza da villain, riflette su come ogni grande storia debba illuminare passato e futuro, aiutando a rendere sopportabile il presente.

La tecnologia, estremamente sofisticata, non sottrae nulla all’urgenza umana del racconto. La performance capture, lungi dall’essere un ostacolo, diventa un ponte verso una recitazione più intima. Worthington lo ribadisce: gli attori sono chiamati a essere veri, e tutto ciò che arriva sullo schermo è l’estensione di quella verità, non la sua negazione.

Alla fine, ciò che Cameron sembra volerci consegnare non è solo un’esperienza visiva inedita, ma una domanda. Pandora non è soltanto un pianeta lontano, ma una metafora della nostra fragilità: un mondo vivo che ci costringe a guardare ciò che preferiremmo evitare. La perdita, la paura, la brutalità umana, ma anche la resistenza, l’amore, la possibilità di trasformare il dolore in responsabilità.

Forse il segreto di Avatar sta proprio in questo: ricordarci che anche nei mondi più remoti ciò che davvero conta è ciò che portiamo dentro. Perché ogni luogo immaginario diventa reale quando ci insegna qualcosa su di noi e solo allora la fantasia diventa verità.

Favria, 25.02.2026  Giorgio Cortese


Buona giornata. Scegliamo la gioia come strada del nostro cammino. Felice mercoledì.

25 febbraio 1919.

L’Oregon diventa il primo stato degli Stati Uniti a tassare la benzina, applicando un’aliquota di un centesimo per gallone di carburante.

Quando l’interesse prende il posto della coscienza.

C’è una regola tacita che sembra attraversare il mondo degli affari come un filo scuro: fare agli altri ciò che non vorremmo subire. Non è soltanto un paradosso morale, ma una prassi che molti considerano realistica, quasi inevitabile. In un contesto economico e finanziario, una riflessione di respiro etico non è un’intrusione, perché l’economia riguarda persone prima ancora che capitali. Amartya Sen lo ha ricordato più volte, sostenendo che separare l’economia dall’etica significa privarla della sua anima e ridurla a puro calcolo.

Questa logica capovolta è stata raccontata con straordinaria efficacia da Charles Dickens nel Martin Chuzzlewit. Dopo il suo primo viaggio negli Stati Uniti, lo scrittore rimase profondamente deluso da una società che gli appariva dominata dall’interesse e dalla diffidenza reciproca. Nel romanzo emerge una regola non dichiarata ma largamente praticata: negli affari non vale il principio evangelico del fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, bensì il suo contrario. Agire per primi, colpire prima di essere colpiti, perché si dà per scontato che l’altro, se potesse, farebbe lo stesso.

Non si tratta di un’intuizione isolata. Anche Alexandre Dumas padre, nel Conte di Montecristo, affermava senza indulgenza che negli affari non esistono amici, ma solo soci. È una constatazione che sembra assolvere ogni durezza, come se il profitto autorizzasse la sospensione dei legami morali. Questa visione, già problematica ai vertici della grande economia, diventa ancora più grave quando scende nei livelli ordinari della vita sociale.

La perdita del senso morale, infatti, si manifesta nella quotidianità: nel piccolo inganno considerato innocuo, nell’evasione fiscale giustificata come astuzia, nell’interesse personale che prevale su ogni norma condivisa, nella corruzione vissuta come un male necessario. Quando questi comportamenti diventano sistematici, la regola denunciata da Dickens smette di essere una provocazione letteraria e diventa una descrizione fedele della realtà.

Ci si adegua a questa deriva perché si è smarrito non solo il senso della morale, ma anche quello della generosità, della gratuità e della solidarietà. Donare senza calcolo, perdonare senza tornaconto, riconoscere l’altro come fine e non come mezzo appaiono gesti fuori mercato. Eppure è proprio in questa dimenticanza che l’interesse prende il posto della coscienza e l’economia, privata della sua dimensione umana, rischia di trasformarsi in una pratica fredda, dove tutto ha un prezzo ma nulla ha più valore.

Favria,  26.02.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Guardiamo il presente con gratitudine e il futuro con speranza. Felice giovedì.

26 febbraio 1922.

Prestano giuramento nelle mani del re i ministri del governo di Luigi Facta. Il politico liberale piemontese è stato l’ultimo presidente del Consiglio prima dell’avvento del fascismo

Azawakh e Saluki: l’eleganza necessaria dei levrieri del deserto

L’eleganza estrema che caratterizza Azawakh e Saluki colpisce immediatamente lo sguardo, ma sarebbe un errore leggerla come semplice bellezza estetica. In questi due cani, tra i più antichi in assoluto, ogni linea del corpo risponde a una funzione precisa: la caccia a vista. Nulla è superfluo, nulla è decorativo. Le forme affusolate, il torace profondo, gli arti lunghissimi e la leggerezza apparente sono il risultato di millenni di adattamento alle terre aride e desertiche, dove la sopravvivenza dipendeva dalla velocità, dalla resistenza e dalla capacità di individuare la preda a grande distanza. Azawakh e Saluki condividono una storia parallela, intrecciata a quella dei popoli nomadi e semi-nomadi che li hanno accompagnati per secoli. Non erano semplici cani da caccia, ma alleati indispensabili, compagni di viaggio, strumenti di sussistenza e, in molti casi, membri simbolici della comunità. Il Saluki, spesso definito “un dono dal cielo”, incarna una grazia quasi eterea. Le sue origini affondano nel Medio Oriente antico, tra le civiltà sumere ed egizie, dove era già raffigurato in bassorilievi e dipinti. Considerato il progenitore di tutti i levrieri, è una delle prime tipologie canine selezionate dall’uomo. Diffuso dall’antica Persia all’Egitto, dalla Siria alla Penisola Arabica, il Saluki ha sviluppato una notevole varietà di forme e mantelli, riflesso dei diversi climi e territori di provenienza. Alto, slanciato e leggero, con orecchie pendenti ornate da frange setose, il Saluki è stato per secoli il compagno ideale nella caccia alle gazzelle, ma anche a volpi del deserto e lepri. La sua velocità è impressionante, così come la sua capacità di mantenere l’inseguimento su lunghe distanze. Considerato sacro in molte culture islamiche, godeva di uno status privilegiato: non era un cane qualunque, ma un dono divino. Nel rapporto con l’uomo, il Saluki si distingue per un carattere riservato e dignitoso. Non è espansivo, non cerca attenzioni continue, ma crea legami profondi e silenziosi. Ama il comfort della vita domestica, purché gli venga garantita la possibilità di esprimere la sua natura di levriero attraverso corse regolari in spazi aperti. Il suo istinto venatorio resta forte e innato, e richiede rispetto e gestione consapevole. L’Azawakh, definito spesso “la freccia del deserto”, rappresenta invece l’essenzialità assoluta del Sahara. Originario delle regioni tra Mali, Niger e Burkina Faso, è stato per millenni il cane dei Tuareg e di altri popoli nomadi. Le pitture rupestri dell’Africa Centrale testimoniano una presenza antichissima di cani dalla silhouette simile, suggerendo una continuità straordinaria nel tempo. Altissimo sugli arti, asciutto fino all’estremo, con muscoli nettamente disegnati sotto la pelle sottile, l’Azawakh sembra quasi una scultura in movimento. Il suo corpo è costruito per dissipare il calore, percorrere lunghe distanze e scattare con fulminea rapidità. Nato come cacciatore di gazzelle e lepri, ha svolto anche un importante ruolo di guardiano degli accampamenti, grazie a un temperamento vigile e selettivamente diffidente. Arrivato in Europa solo nel Novecento, l’Azawakh conserva ancora oggi un carattere molto vicino a quello originario: indipendente, sobrio nelle manifestazioni affettive, ma profondamente leale verso il proprio nucleo familiare. In casa è tranquillo e discreto, quasi invisibile, purché gli vengano garantiti movimento, spazio e rispetto della sua natura. Azawakh e Saluki ci ricordano che la vera eleganza nasce dalla necessità, non dall’ornamento. Sono cani che portano inciso nel corpo il dialogo millenario tra l’uomo e l’ambiente, tra il bisogno di sopravvivere e la capacità di adattarsi. Vivere con loro significa accettare una relazione fatta di rispetto, distanza giusta e silenzi condivisi. Perché, come il deserto che li ha generati, non chiedono di essere dominati, ma compresi.

Favria, 27.02.2026 Giorgio Cortese


Buona giornata. Celebriamo ciò che abbiamo costruito insieme, passo dopo passo. Felice venerdì.

27 febbraio 425 d.C..

L’imperatore romano Teodosio II fonda l’Università di Costantinopoli. L’ateneo aveva 31 cattedre: 10 in grammatica greca e latina, 2 in diritto, una per filosofia e 8 per la retorica: 5 in greco e 3 in latino.

Sessantotto giri intorno al sole

Mi chiamo Giorgio Domenico Cortese. Sono nato il 28 febbraio 1958 a Cuorgnè, ho vissuto a Cuorgnè fino a 28 anni e oggi sono 41 anni che abito a Favria. Due anni fa mi è stato diagnosticato un tumore alla prostata con metastasi alle ossa. Da allora combatto ogni giorno, con speranza, ottimismo e fede, e ogni giorno imparo cosa significhi davvero vivere. Il compleanno non è solo una data sul calendario. È un passaggio, un momento in cui il passato incontra il presente e il futuro si fa più chiaro. È l’occasione per fermarsi, respirare, guardarsi dentro e riconoscere quanto siamo forti, anche quando ci sentiamo fragili. Questo sessantottesimo compleanno porta con sé ricordi luminosi e ombre profonde. Persone care che non ci sono più, momenti che non torneranno, ma anche la certezza che il bene fatto resta, invisibile ma solido, e che la vita continua a donarci occasioni per amare, sorridere e sorprenderci. Ogni anno ricevo messaggi, auguri e parole gentili. Sono preziosi, ma il più importante rimane quello che possiamo rivolgerci a noi stessi: un augurio di coraggio, di amore per la vita e per ciò che siamo diventati. Sono io la persona che è stata sempre al mio fianco, la mia compagna più fedele, il mio punto fermo, quella che non molla mai. Oggi mi auguro di continuare a crescere, di accettare le mie cadute e i miei trionfi, di non dare spiegazioni a chi non le merita. Mi auguro di essere sempre autentico, di mostrare le mie emozioni senza paura, di trovare gioia nelle piccole cose: un sorriso, un tramonto, una parola gentile, un momento qualunque che diventa straordinario se lo vivi davvero. Non conta il numero degli anni. Conta quanta vita mettiamo in quegli anni. Conta la capacità di continuare a credere, a sperare, a sognare. Il tempo non si misura in giorni, ma in emozioni, in coraggio, in sorrisi condivisi. Ogni compleanno è un ritmo silenzioso della vita, un invito a guardare dentro di sé e a riconoscere il proprio valore. Se, nonostante le prove, siamo ancora capaci di sperare, ridere e amare, allora significa che la vita non ci ha mai traditi. E se possiamo continuare a credere, allora nessun ostacolo potrà mai fermare il cuore di chi ama davvero vivere.

Favria, 28.02.2026  Giorgio Cortese


Buona giornata. Salutiamo questo mese con il cuore aperto a nuovi inizi. Felice sabato.

28 febbraio 1983.

Oltre cento milioni di spettatori seguono negli Stati Uniti l’ultima puntata della popolarissima serie televisiva “M.A.S.H”.

Marzo, tra Marte e la Natura che Rinasce

Marzo, terzo mese del calendario gregoriano, porta con sé un significato antico e profondo. Il suo nome deriva dal latino Martius, dedicato a Marte, il dio romano della guerra, originariamente legato anche all’agricoltura prima di essere identificato con il greco Ares. Un tempo marzo era il primo mese dell’anno nel calendario romano, e solo con la riforma di Numa Pompilio vennero aggiunti gennaio e febbraio. Per molte culture, marzo continua a segnare l’inizio dell’anno: in India con il capodanno indù, in Iran con Nowruz e nel calendario ebraico con il mese di Nisan.

Marzo è sinonimo di passaggi e trasformazioni. Alle Idi, il 15 marzo, i Romani celebravano il nuovo anno, rendevano sacrifici agli dei e pagavano i debiti; in quel giorno del 44 a.C., Giulio Cesare fu assassinato, cambiando per sempre il corso della storia romana. L’equinozio di primavera, tra il 19 e il 21 marzo, segna il momento in cui il giorno e la notte si equivalgono, simbolo di equilibrio e rinascita. Il tempo di marzo è proverbiale per la sua variabilità: pioggia, sole e vento si alternano in un ritmo che influenza i raccolti e il lavoro dei contadini, da secoli fonte di proverbi e detti popolari.

Anche il linguaggio conserva tracce di questo legame tra il mese e la natura: derivati di marzo descrivono piante, cereali, uccelli e persino formaggi che nascono o si raccolgono in questo periodo. La marza, piccolo tralcio con due o tre gemme, è usata negli innesti; marzare significa innestare; marzolino e marzolina indicano formaggi prodotti in marzo; marzaiolo o marzaiuolo descrive ciò che è tipico del mese, e marzeggiare indica il tempo variabile e instabile di marzo. Persino alcune specie di uccelli, come la marzaiola, prendono il nome dal loro passaggio in questo mese. E in agricoltura, termini come marzasca, marzatello o marzatico ricordano la semina di cereali e piante primaverili, mentre marzolo e marzuolo indicano funghi, uccelli e varietà di frumento tipiche del mese.

Marzo ci insegna che la vita è un continuo intreccio tra tempo, natura e storia. La sua instabilità e la varietà dei suoi fenomeni ci ricordano che la trasformazione è inevitabile, e che da ogni cambiamento nasce la possibilità di rinnovamento. Così come il dio Marte simboleggiava forza e iniziativa, marzo ci invita a guardare avanti con coraggio e a cogliere in ogni piccolo germoglio l’opportunità di rinascere.

Favria, 1.03.2025  Giorgio Cortese

Buona giornata. Oggi iniziamo insieme il mese di marzo, questo nuovo tratto di strada: non serve avere tutto chiaro, basta avere il coraggio di fare il primo passo, e poi un altro ancora. Felice domenica.

1 Marzo 492

Nato nella provincia romana corrispondente all’attuale Algeria, Gelasio I diventa papa alla morte di Felice III. Sarà l’ultimo pontefice di origine africana.

Greci a Tartesso: storia, incontri e mito di un antico Occidente.

Erodoto, oltre duemila anni fa, ricordava come i Greci avessero raggiunto Tartesso, un lontano Occidente governato da un re chiamato Argantonio. Le indagini archeologiche nella zona di Huelva confermano la presenza di Greci in quell’area proprio nel periodo indicato dalle fonti, benché oggi sembri sempre più probabile che i primi contatti risalgano alla fine del IX-inizio dell’VIII secolo a.C. Questa presenza si interruppe alla fine dell’VIII secolo, per poi riprendere solo nella seconda metà del VII secolo a.C., quando compaiono testimonianze più concrete di navigatori provenienti dalla Ionia, la costa occidentale dell’attuale Turchia. Tra essi spicca Coleo di Samo, considerato il primo a raggiungere Tartesso.

Il viaggio di Coleo rimane avvolto da un alone di mistero, probabilmente alimentato dallo stesso mercante, che volle celare rotte e modalità della sua impresa per proteggere un mercato nuovo e redditizio. Partito con l’intenzione di recarsi in Egitto, fu spinto dai venti verso l’isola di Platea, al largo della Libia, e nuovamente sospinto verso occidente oltre le Colonne d’Ercole, fino alle coste di Tartesso. Ciò che vide, acquistò e scambiò rimane ignoto, ma è certo che riportò in patria sessanta talenti d’argento, un guadagno enorme, parte del quale venne dedicato in un monumentale dono votivo alla dea Hera. Coleo affermava di non aver incontrato altri Greci in quelle terre, ma gli oggetti ionici e altri reperti rinvenuti nel santuario di Hera a Samo indicano che i Sami sfruttarono a lungo e con profitto l’emporion tartessico.

Ben presto la scoperta di questa rotta suscitò l’interesse di altri Greci, soprattutto dei Focei, eccellenti naviganti che solcavano il Mediterraneo con le loro pentecontere, navi leggere e veloci, capaci di affrontare lunghi tragitti e garantire difesa. Le fonti attribuiscono loro l’esplorazione dell’Adriatico, del Tirreno e dell’Iberia, segno evidente del carattere foceo delle testimonianze che Erodoto raccolse. Fu attraverso i loro resoconti che il nome di Argantonio entrò nella tradizione: un sovrano longevo e benevolo, la cui età eccezionale,  centoventi anni, di cui ottanta di regno, già ai tempi di Erodoto apparteneva più al mito che alla realtà. Altri poeti, come Anacreonte, contribuirono a dipingere Tartesso come una terra favolosa ai confini del mondo, mentre autori come Stesicoro collocarono lì miti eroici, come quello di Gerione affrontato da Eracle.

Argantonio sembra aver instaurato un rapporto privilegiato con i Focei, offrendo loro ospitalità e perfino terre per stabilirsi, proposte che però i Greci non accettarono. La relazione tra Greci e sovrani stranieri, interpretata come “amicizia”, aveva un valore diplomatico e istituzionale, come attestato anche nei casi di Naucrati in Egitto, di Lampsaco e di Massalia, fondate o favorite grazie a legami personali sanciti da patti e matrimoni. Anche ad Argantonio vennero attribuite azioni benevole, come l’invio ai Focei di risorse per la costruzione delle mura della loro città, poi effettivamente individuate dagli archeologi e databili ai primi decenni del VI secolo a.C.

L’ubicazione precisa di Tartesso resta incerta, ma le ricerche indicano Huelva come il principale punto di contatto. Qui sono state rinvenute ceramiche greche, soprattutto ioniche e attiche, più numerose che in qualsiasi altro sito iberico dello stesso periodo. A queste si aggiungono ceramiche locali imitanti modelli greci e iscrizioni in lingua greca prodotte in loco, segno tangibile della presenza fisica di artigiani e mercanti ellenici. Le dediche a divinità sia greche sia locali mostrano inoltre il ruolo cruciale dei culti nella mediazione culturale.

Il mondo che i Greci trovarono era già maturo e complesso. Tartesso, fiorito grazie alla secolare presenza fenicia e al loro impatto tecnologico e culturale, prosperava grazie al commercio dei metalli  oro, argento, stagno e dei prodotti agricoli richiesti nel Mediterraneo orientale. I Fenici avevano introdotto innovazioni fondamentali come il ferro, l’alfabeto, le nuove tecniche ceramiche e i culti orientali, generando una società ricca e stratificata che esprimeva il proprio prestigio con beni esotici, avori, vasellame e manufatti elaborati. Nell’VIII-VII secolo a.C. Tartesso rappresentava quindi un punto di incontro tra Levante e Occidente, con centri fondamentali a Cadice, Siviglia e Huelva.

Nel VI secolo a.C. questo sistema entrò in crisi per ragioni ancora sconosciute, ma la cultura tartessica non scomparve: sopravvisse e si trasformò nella valle del Guadiana, come dimostrano gli straordinari complessi di Casas del Turuñuelo e Cancho Roano. L’ultima notizia relativa ad Argantonio risale alla metà del VI secolo, poco prima della conquista di Focea da parte dei Persiani, quando i rapporti con i Greci si erano ormai affievoliti, forse proprio a causa della sua morte.

La storia dei rapporti tra Greci e Tartesso, filtrata dalle testimonianze di Erodoto e confermata in parte dall’archeologia, rivela l’incontro tra due mondi diversi ma complementari: l’intraprendenza ionica e la ricchezza tartessica, la tradizione mitopoietica greca e la solidità culturale di un Occidente influenzato dai Fenici. La figura mitizzata di Argantonio, garante di prosperità e amicizia, riflette la memoria di generazioni di contatti trasformati in leggenda. Tartesso rimane così una delle più affascinanti espressioni del Mediterraneo arcaico, luogo in cui storia e mito si intrecciano fino a diventare inseparabili.

Favria, 2.03.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Continuiamo a costruire insieme il nostro cammino: anche i piccoli progressi ci avvicinano ai nostri sogni. Felice lunedì

 2 Marzo 1978

Il cecoslovacco Vladimír Remek è il primo astronauta non appartenente a Unione Sovietica o Stati Uniti ad andare nello spazio: vola a bordo della Sojuz 28 per 7 giorni, 22 ore e 17 minuti.

 27 marzo: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno

Ci sono gesti silenziosi che cambiano tutto. Donare il sangue è uno di questi. Non fa rumore, non chiede applausi, ma può fare la differenza tra l’attesa e la speranza, tra una difficoltà e una nuova possibilità.

La risposta dei donatori è stata forte: per la data del 27 febbraio i posti sono quasi tutti occupati. Un segnale bellissimo di partecipazione. Per chi non è riuscito a prenotare,  o per chi desidera fare la propria parte, c’è un’altra occasione importante da segnare in agenda:

Venerdì 27 marzo, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà la donazione di sangue intero.

Donare significa esserci quando conta davvero. Significa diventare una possibilità in più per un bambino che affronta cure delicate, per chi attende un intervento urgente, per chi ha visto la propria quotidianità fermarsi all’improvviso. In pochi minuti, il tuo gesto può trasformarsi in respiro, forza, continuità. Il sangue donato non è solo una risorsa sanitaria: è tempo restituito, è futuro che riparte, è speranza concreta nelle mani di chi sta aspettando.

Accanto alla donazione di sangue intero, è possibile informarsi anche sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita, per patologie croniche e immunodeficienze. È una procedura sicura, controllata e altrettanto preziosa.

Per partecipare è necessario prenotare e presentarsi con un documento d’identità.

Per informazioni e prenotazioni: cell.  333 1714827 oppure tramite mail:  favria@fidasadsp.it

A volte non servono grandi gesti. Basta scegliere di esserci. Il 27 marzo può essere il giorno in cui fai la differenza.