Giornata Mondiale per la Sicurezza sul Lavoro: proteggere chi costruisce il nostro futuro.
Ogni 28 aprile il mondo celebra la Giornata Mondiale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, un’occasione per riflettere sull’importanza di proteggere chi ogni giorno contribuisce allo sviluppo della società con il proprio impegno e la propria fatica. Il lavoro non dovrebbe mai mettere in pericolo la vita o la salute: ogni incidente sul lavoro è una ferita non solo per chi lo subisce, ma per l’intera comunità.
Questa giornata nasce per sensibilizzare governi, aziende e cittadini sull’importanza di adottare norme di sicurezza efficaci, prevenire i rischi e promuovere ambienti di lavoro sani e sicuri. È un invito a investire nella formazione, nei dispositivi di protezione e nella cultura della prevenzione, perché anche un solo incidente è troppo, e ogni vita persa sul lavoro è una tragedia evitabile.
Ogni anno migliaia di persone muoiono o restano ferite sul lavoro: operai, artigiani, impiegati, professionisti di ogni settore affrontano rischi spesso invisibili, ma reali. La sicurezza non è solo responsabilità del datore di lavoro: è un impegno collettivo che richiede attenzione, disciplina e consapevolezza da parte di tutti.
Ricordare questa giornata significa riconoscere il valore di chi lavora e il diritto fondamentale di tornare a casa sano e salvo. È anche un richiamo a promuovere la cultura della prevenzione, a rispettare le regole e a innovare per ridurre i rischi: solo così il lavoro può davvero essere fonte di dignità e non di pericolo. Perché un lavoro sicuro non è un privilegio, ma un diritto: proteggere chi costruisce il nostro futuro significa costruire un futuro migliore per tutti.
Favria, 28.04.2024 Giorgio Cortese
Buona giornata. Il rispetto costruisce ambienti sicuri e umani. Felice martedì.
28 aprile 1939
Hitler annulla unilateralmente il patto di non aggressione con la Polonia firmato dalla Germania nel 1934. Il primo settembre i nazisti invaderanno la Polonia dando così inizio alla Seconda guerra mondiale
Bravo, storia di una parola che ha imparato a farsi applauso
Che bravo sia il modo più immediato e universale per esprimere ammirazione lo sappiamo tutti. È una parola breve, sonora, istintiva. Eppure la sua storia è tutt’altro che semplice: dietro questo grido di approvazione si nasconde un percorso linguistico tortuoso, fatto di ambiguità, violenza, redenzione e infine consenso collettivo. Bravo è uno degli esempi più affascinanti di come una parola possa capovolgere il proprio significato nel corso dei secoli. L’etimologia di bravo è complessa e non del tutto univoca. Una prima ipotesi la fa derivare dal latino medievale pravus, che significa “cattivo, malvagio, distorto”. In questa linea interpretativa, il bravo non è affatto una persona meritevole, ma uno sgherro, un uomo violento o senza scrupoli, come i celebri bravi dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: individui al servizio del potere, abili nell’intimidazione e nell’inganno. Un’altra ipotesi collega bravo al latino barbarus, a sua volta dal greco bárbaros, cioè “straniero”, “incivile”, “rozzo”. Da qui l’idea di una figura selvaggia, istintiva, feroce, ma anche audace. A questa famiglia semantica si collegano termini delle lingue galliche e iberiche, come il provenzale brau o lo spagnolo bravo, con il significato di “indomito”, “temerario”, “coraggioso”. In questo passaggio, la brutalità inizia lentamente a trasformarsi in valore. La parola attraversa così una lunga fase di ambiguità. Bravo può indicare il violento come il valoroso, il mercenario come l’uomo capace. È la forza, più che la moralità, a essere il tratto comune. Solo gradualmente l’abilità smette di essere associata all’inganno o alla sopraffazione e comincia a essere riconosciuta come competenza, eccellenza, talento. La vera svolta arriva tra il XVIII e il XIX secolo, con un protagonista inatteso: l’opera lirica italiana. Nei teatri, il pubblico cerca un’espressione immediata, sonora e condivisa per manifestare entusiasmo. Bravo! diventa l’interiezione perfetta: breve, potente, comprensibile anche senza conoscere l’italiano. Dire Bravo! a un tenore o a una soprano equivale al massimo riconoscimento possibile, un invito implicito al bis, una consacrazione pubblica. È in questo contesto che la parola si “purifica” definitivamente. L’abilità non è più temeraria o violenta, ma artistica. Il bravo non è più lo sgherro, ma l’interprete capace di dominare la scena e l’emozione. Da qui il successo globale del termine, che viene adottato senza traduzione nei teatri di tutto il mondo, diventando parte del lessico performativo universale. Curiosamente, mentre in italiano bravo resta un aggettivo flessibile: bravo, brava, bravi, brave, nel suo uso internazionale la parola si cristallizza nella forma maschile singolare. Nei teatri di Londra, Berlino o Sydney, Bravo! è rivolto indistintamente a uomini e donne. È un’“imprecisione grammaticale” che nessuno percepisce come errore, perché l’italianismo viaggia leggero: porta con sé l’emozione, non le regole. Oggi bravo vive su più livelli. È l’applauso solenne del loggione e il complimento quotidiano al bambino che si allaccia le scarpe da solo; è il riconoscimento dell’artista e l’approvazione affettuosa di un gesto semplice. In ogni caso, conserva una forza comunicativa che parole come “eccellente” o “ottimo” raramente raggiungono. Bravo è diretto, caldo, umano. La storia di bravo ci ricorda che le parole non nascono buone o cattive: lo diventano nel tempo, attraverso l’uso che una comunità ne fa. Ciò che un giorno designava la violenza, oggi celebra il talento; ciò che era segno di paura è diventato segno di ammirazione. In fondo, ogni bravo gridato è una piccola vittoria del linguaggio sulla brutalità delle origini, la prova che anche le parole, come le persone, possono imparare a trasformare la forza in bellezza.
Favria, 29.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni esperienza ti rende più consapevole. Felice mercoledì.
29 aprile 1587
Francis Drake affonda la flotta spagnola nel porto di Cadice ostacolando la piena realizzazione del piano di Madrid volto all’invasione dell’Inghilterra.
Il pane che parla: lessico, memoria e impasti d’Europa.
Tutte le lingue d’Europa e del Mediterraneo custodiscono un giacimento vastissimo di parole, modi di dire e proverbi legati al pane. Un tesoro insieme immenso e umile, come il pane stesso: quotidiano, necessario, apparentemente semplice eppure stratificato di storia. I dialetti d’Italia, in particolare, offrono una ricchezza senza equivalenti, che rispecchia quasi perfettamente la varietà dei pani prodotti lungo la Penisola. Spesso la stessa parola indica pani diversi anche in luoghi vicini; altre volte accade l’opposto, e uno stesso pane cambia nome attraversando una collina o un confine comunale. Basta chiedersi quante forme possa assumere una ciabatta commestibile, o cosa si nasconda davvero dietro il nome michetta, per capire che il lessico del pane è una geografia mobile.
Una galleria rutilante di questa varietà l’ha offerta Gian Luigi Beccaria in Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo. Il suo viaggio nelle parole del pane italiano prende avvio da un’enumerazione quasi caotica dei nomi recuperabili anche solo nel Veneto: anareta, bovolo, mula, rizzon, giraffe, bechi. Molti di questi termini rimandano metaforicamente al mondo animale, componendo una sorta di bestiario da forno in cui il pane assume forme vive, osservate e nominate a partire dall’esperienza quotidiana. Oggi è possibile orientarsi in questo mare linguistico anche grazie all’Atlante della lingua e dei testi della cultura gastronomica italiana, che restituisce, attraverso mappe fitte e voci stratificate, la profondità storica della panificazione nel nostro Paese.
Sarebbe facile limitarsi ai modi di dire più noti, quelli che attraversano il parlato quotidiano senza che ce ne accorgiamo. Diamo pane al pane quando vogliamo essere schietti; diciamo che qualcuno è buono come il pane o che si è tolto il pane di bocca per chi ama; rendiamo pan per focaccia, cerchiamo di guadagnarci il pane, finiamo a pane e acqua, troviamo pane per i nostri denti senza sempre riuscire a masticarlo. È un repertorio sterminato, così radicato da sopravvivere anche quando il gesto concreto del fare il pane è ormai lontano dall’esperienza di molti.
Più interessante è la caccia alle espressioni rare o tramontate. Non tanto perché siano state cancellate dalla modernità tecnologica o globalista, che anzi ha moltiplicato pani, panini e derivati, quanto perché è venuto meno il contesto che le rendeva trasparenti. Chi ricorda ancora l’esortazione «alle tre si cuoce il pane» per richiamare all’attenzione un interlocutore distratto? O chi dice più che qualcuno ha avuto tre pani per coppia per indicare un grande affare? Eppure la coppia di pane, con le sue innumerevoli varianti di forma e di nome, è stata per secoli una misura concreta di abbondanza e di fortuna.
Alcune espressioni resistono, ma in forma opaca. Mangiare pane a ufo oggi suscita domande curiose, come se c’entrassero oggetti volanti non identificati, mentre l’origine seicentesca toscana rimanda semplicemente al mangiare a sbafo. In questi casi la lingua conserva l’involucro, ma ha smarrito il significato: una crosta rimasta senza mollica.
È in questo intreccio profondo tra lingua e panificazione che si colloca simbolicamente anche l’Accademia della Crusca. Fin dalla fine del Cinquecento ha assunto le metafore del grano, della farina e del pane come immagini strutturali della propria identità. Il motto Il più bel fior ne coglie allude al fior di farina, la parte più pura ottenuta dal frullone, e ancora oggi gli accademici scelgono uno pseudonimo e un motto dipinti su una pala da fornaio. Non è un vezzo antiquario, ma la dichiarazione di un’idea di lingua come materia viva da setacciare, impastare e cuocere lentamente. Non stupisce allora che un presidente abbia scelto come motto Sotto la neve pane, o che l’attuale si faccia chiamare L’integrale, richiamando un pane povero ma integro, che non separa ciò che nasce insieme. In fondo, il pane non è solo ciò che si mangia: è il modo in cui una comunità si racconta. Finché una lingua conserva molte parole per dire il pane, conserva anche la memoria dei gesti, dei forni, delle attese. Quando quelle parole si perdono o diventano incomprensibili, non si impoverisce solo il lessico, ma la grammatica stessa del vivere comune. Forse per questo il pane continua a generare metafore: perché è una promessa mantenuta ogni giorno, un patto minimo tra terra, lavoro e tempo. E finché sapremo ancora nominarlo in tanti modi, vorrà dire che, sotto la crosta delle trasformazioni, qualcosa di essenziale continua a lievitare.
Favria, 30.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Aprile si chiude lasciando semi di speranza per ciò che verrà. Felice giovedì 30 aprile.
30 aprile 1977
A Buenos Aires prima marcia di protesta delle Madri di Plaza de Mayo: reclamano informazioni sulla sorte dei loro figli, desaparecidos (scomparsi) durante la dittatura militare in Argentina.
Maggio, il risveglio della terra
Maggio è il mese in cui la natura esplode in tutta la sua bellezza e forza, un tempo in cui il mondo sembra respirare a pieni polmoni dopo il risveglio primaverile. Il suo nome deriva dal latino Maius, probabilmente collegato a Maia, antica divinità italica della terra e delle messi, madre di Mercurio e simbolo della fertilità e dell’abbondanza. La sua stessa etimologia richiama la grandezza e la prosperità: Maia, la Grande Madre, che regge il ciclo della vita e il calore del sole.
Sin dall’antichità maggio è stato celebrato con rituali che univano natura, mito e vita quotidiana. Il Calendimaggio, festeggiato il primo giorno del mese, segna ancora oggi l’antico rito celtico di Beltane: giovani innamorati portano rami fioriti, danzano, cantano e recitano componimenti poetici dedicati alla rinascita della stagione. Nell’antica Roma, Maia e Flora erano le dee onorate nei primi giorni di maggio, mentre altre cerimonie come i Floralia, i Lemuria, i Mercuralia, il Tubilustrium e gli Ambarvali scandivano un calendario in cui natura, lavoro e devozione si intrecciavano in un equilibrio sacro e concreto. Curiosamente, maggio era anche considerato un mese “vietato” per i matrimoni: si credeva che sposarsi in questo periodo potesse portare sfortuna, e così gli antichi romani evitavano di unirsi in matrimonio durante il mese dei morti e della memoria degli antenati.
Maggio è il mese dei fiori: le rose, simbolo di amore e purezza, ricordano l’adorazione per la Beata Vergine Maria, celebrata con devozione già dal XVI secolo. Le maggiolate, le canzoni e le rappresentazioni sceniche popolari, come quelle ancora vive in Toscana e in Emilia, testimoniano l’energia collettiva che il mese porta con sé, unendo musica, parola e natura in un’unica celebrazione. Dalla campagna ai villaggi, dal fieno maggese alla lana maggiatica, maggio segna il ritmo dei raccolti, il lavoro della terra e la vita stessa delle comunità. Il mese custodisce anche il lato oscuro e misterioso: il ricordo dei defunti attraverso le Rosalia e i Lemuria, il rito propiziatorio degli Ambarvali, le celebrazioni legate a Mercurio e Vulcano. Maggio è dunque un mese di dualità: gioia e memoria, nascita e trasformazione, celebrazione e sacrificio. Forse è proprio questo contrasto a rendere maggio così intenso: un tempo in cui la vita si mostra in tutte le sue possibilità e contraddizioni. Come la terra che si apre e si colora di fiori, anche noi siamo chiamati a rinascere continuamente, ad accogliere il ciclo naturale del tempo, e a ricordare che ogni fioritura porta in sé la promessa di un nuovo inizio.
Favria, 1.05.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni impegno onesto costruisce dignità e futuro. Felice venerdì.
Cavalli vapore: da animali da tiro a simbolo di potenza
La potenza dei motori viene espressa in cavalli, o cavalli vapore (CV), perché tra Settecento e Ottocento, all’epoca dell’invenzione del motore a vapore, il cavallo era il principale riferimento di forza nel lavoro agricolo e nei trasporti. Per rendere comprensibile la propria macchina e promuoverla commercialmente, l’ingegnere scozzese James Watt confrontò l’efficienza del motore con quella degli animali da tiro, familiari a tutti i potenziali acquirenti.
Osservando quanto lavoro un cavallo poteva compiere sollevando pesi o azionando mulini, Watt stabilì che il suo motore era in grado di fare il lavoro di più cavalli contemporaneamente. Da questo paragone nacque l’unità di misura “cavallo vapore”, che definiva la quantità di lavoro che un cavallo da tiro poteva svolgere in un dato intervallo di tempo. Successivamente, il cavallo vapore metrico fu definito come la potenza necessaria per sollevare 75 chilogrammi di un metro in un secondo, corrispondente a circa 735,5 watt.
Oggi, sebbene il kilowatt (kW) sia l’unità ufficiale nel Sistema Internazionale, il cavallo continua a essere utilizzato nel linguaggio comune e nel mercato automobilistico, perché offre un riferimento immediato e intuitivo per comprendere la forza di un motore. La storia del cavallo vapore ci ricorda che la tecnologia si costruisce spesso sul confronto con esperienze quotidiane, trasformando l’osservazione della realtà in strumenti universali di misura e comprensione.
Favria, 2.05.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Concediti tempo: anche la serenità è un traguardo. Felice sabato..
Giornata Mondiale della Libertà di Stampa: il coraggio di chi racconta la verità
Ogni 3 maggio il mondo celebra la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, un momento per riconoscere l’importanza fondamentale di un’informazione libera, indipendente e imparziale. Il diritto all’informazione non è un privilegio dei giornalisti, ma un pilastro della democrazia: permette ai cittadini di conoscere la realtà, formarsi opinioni consapevoli e partecipare attivamente alla vita della società. Una stampa libera garantisce che le notizie siano verificate, equilibrate e accessibili a tutti, senza discriminazioni né condizionamenti politici o economici. È uno strumento universale di conoscenza, che ci ricorda quanto sia preziosa la trasparenza: senza informazioni corrette, senza dibattito aperto e senza confronto, la libertà stessa diventa fragile e il potere può facilmente distorcere la verità. Ma celebrare la libertà di stampa significa anche ricordare il coraggio dei giornalisti che rischiano la vita per fare il loro lavoro. In molti Paesi, cronisti e fotoreporter vengono uccisi, arrestati o perseguitati semplicemente per aver raccontato la realtà. Secondo l’UNESCO, oltre 1.700 giornalisti sono stati uccisi negli ultimi decenni mentre svolgevano le loro inchieste, e in più dell’85 % dei casi i responsabili non sono mai stati perseguiti. Centinaia di giornalisti sono inoltre detenuti in tutto il mondo per aver criticato chi detiene il potere, spesso accusati ingiustamente di diffondere “false informazioni” o “sovversione”. Ogni giornalista ucciso o incarcerato rappresenta una tragedia personale e un attacco alla libertà di conoscere, partecipare e pensare criticamente.
In un mondo dove le bufale e la disinformazione si diffondono rapidamente, difendere la libertà di stampa significa difendere la nostra capacità di discernere, comprendere e scegliere, proteggere la verità e garantire il diritto universale all’informazione. Celebrare questa giornata è ricordare che una società informata è una società libera, e che il coraggio di chi racconta la verità è ciò che ci permette di vivere in democrazia.
Perché la libertà di stampa non è un lusso: è la linfa della democrazia, e difenderla è difendere la dignità di tutti noi.
Favria, 3.05.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La verità condivisa rende le comunità più forti. Felice domenica.
Russia e Ucraina: un vincolo antico tra storia, mito e politica
Emblematico della continuità della linea politico-strategica russa è il caso dell’Ucraina, una continuità storica che collega l’azione di Vladimir Putin direttamente alla Russia zarista. Anche qui ricompaiono le due costanti della politica russa: la volontà di riunire tutta l’antica Rus’ e il complesso dell’accerchiamento da ovest, del timore di un Occidente percepito come minaccioso e incombente. Eppure, la Rus’ di Kiev non era un’entità esclusivamente russa: era la culla comune di tutte le popolazioni slave orientali, e per di più nacque dall’iniziativa dei variaghi, i vichinghi svedesi. L’idea di una riunificazione dell’antico Stato russo appare quindi solo parzialmente fondata.
Dopo la caduta della Rus’ di Kiev, le strade di Russia e Ucraina iniziarono a divergere. Entrambe caddero sotto il dominio dei mongoli, ma l’Ucraina fu la prima a liberarsene: nel 1362 il granduca di Lituania sconfisse l’Orda d’Oro, arrivando fino a Kiev. Da quel momento, l’Ucraina occidentale entrò a far parte del potente Granducato di Lituania, avvicinandosi alla sfera religiosa cattolica, mentre la Russia rimase ancora per un secolo sotto il giogo mongolo, liberandosene soltanto molto più tardi. La parte sud-orientale dell’Ucraina rimase invece fino al XVII secolo sotto il khanato di Crimea, vassallo dell’Impero ottomano.
Il Granducato di Lituania, che si estendeva dal Baltico al Mar Nero, si unì alla Polonia con l’Unione di Lublino del 1596, dando vita a un vastissimo regno. In questo contesto, l’Ucraina fu attraversata da rivolte contadine e cosacche contro l’aristocrazia polacca, finché nel 1654 i cosacchi accettarono la protezione dello zar: è solo da questo momento che l’Ucraina entra stabilmente nella sfera russa.
Nel XIX secolo, l’identità culturale ucraina venne duramente attaccata dalla politica unificatrice dello zar. L’ukaz di Ems del 1876 proibì la stampa e la diffusione di qualsiasi testo in lingua ucraina. Alla vigilia della rivoluzione del 1917 l’Ucraina proclamò la propria indipendenza, ma la risposta bolscevica fu immediata: nel 1919 l’Armata Rossa entrò a Kiev e il Paese fu inglobato nell’Urss, dove subì la politica centralizzatrice di Stalin. Tra il 1932 e il 1933 una carestia devastante, l’Holodomor, provocò milioni di morti, soprattutto ucraini. Ancora oggi non c’è unanimità tra gli storici: per alcuni fu una calamità naturale aggravata dalle politiche sovietiche, per altri una repressione intenzionale contro i kulaki e contro un popolo considerato poco docile. Per gli ucraini, l’Holodomor resta un genocidio; la Russia continua a negarne l’intenzionalità. La memoria di quell’evento divide, e probabilmente continuerà a farlo.
Affermare che russi e ucraini siano “lo stesso popolo”, come fa Putin, significa affermare che i loro destini non possono essere separati. «Siamo un unico popolo», ha detto, «due parti dello stesso spazio storico e culturale». È una narrazione che attinge alla storia, ma la semplifica, ignorando secoli di differenze politiche, religiose e culturali.
La vicenda ucraina dimostra quanto il passato possa diventare uno strumento politico potente e quanto pericoloso sia trasformare la storia in mito. Nella pretesa continuità tra Rus’, impero zarista, Urss e Russia contemporanea si annida un’idea di destino che non lascia spazio all’autodeterminazione dei popoli. Ed è proprio in questo cortocircuito tra memoria selettiva e geopolitica che si comprende come la storia, se usata come arma, possa diventare essa stessa un campo di battaglia.
Favria, 4.05.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni lunedì è una nuova possibilità di crescita. Felice lunedì 4 maggio.
Diventa la speranza di qualcuno. Dona sangue.
Venerdì 29 maggio 2026 torna la giornata di donazione di sangue a Favria, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20.
Pochi minuti del tuo tempo possono salvare una vita. Un gesto semplice, concreto, che può fare la differenza proprio quando qualcuno ne ha più bisogno.
È possibile anche ricevere informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria: 333 1714827 mail favria@fidasadsp.it, presentarsi con documento d’identità. Il 29 maggio scegli di esserci. Dona.