Giornata Internazionale dell’Infermiere: il cuore della cura. – 12 maggio 1820. – La voce che inventa il mondo. – 13 maggio 1917. – 15 maggio 1891, Rerum Novarum: la nascita della dottrina sociale della Chiesa. – 14 maggio 1948. – Giornata Internazionale della Famiglia: il cuore della società. – 15 maggio 1891. – Il «sì» che non si sente più: l’inno di Mameli tra storia e regole istituzionali. – 16 maggio 1929. – Fouché, la più grande spia di Napoleone. – 17 maggio 1861. – La Germania tra Bismarck e l’abisso: l’ombra lunga di Guglielmo II. – 18 maggio 1980. – Diventa la speranza di qualcuno. Dona sangue…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Giornata Internazionale dell’Infermiere: il cuore della cura.Ogni 12 maggio il mondo celebra la Giornata Internazionale dell’Infermiere, un’occasione per riconoscere l’incredibile dedizione, competenza e umanità di milioni di professionisti che, giorno dopo giorno, si prendono cura della salute e del benessere delle persone. La data coincide con la nascita di Florence Nightingale, 1820-1910, pioniera dell’assistenza infermieristica moderna. Nightingale non era solo un’infermiera: fu una riformatrice sociale, statistica e attivista della sanità pubblica. Durante la guerra di Crimea si distinse per il coraggio e la dedizione, migliorando drasticamente le condizioni degli ospedali militari e salvando migliaia di vite. La sua visione rivoluzionaria trasformò l’infermieristica in una professione riconosciuta e rispettata in tutto il mondo. Gli infermieri sono spesso il primo contatto con il paziente, la presenza rassicurante nelle ore di dolore, paura o incertezza. Tra monitor, farmaci e procedure mediche, la loro attenzione non si limita agli aspetti clinici: ascoltano, consolano, guidano e proteggono. Il loro lavoro è invisibile agli occhi di molti, ma essenziale per il funzionamento di ospedali, cliniche e strutture sanitarie in tutto il mondo.

La Giornata Internazionale dell’Infermiere è nata per valorizzare una professione che affronta sfide straordinarie: carichi di lavoro pesanti, turni estenuanti, emergenze sanitarie globali e la pressione emotiva di trovarsi quotidianamente davanti a malattia e sofferenza. È un momento per riflettere anche sull’importanza di politiche che garantiscano sicurezza, formazione continua e rispetto del personale infermieristico, perché la qualità della cura dipende anche dal benessere di chi la eroga.

Celebrare questa giornata significa sottolineare il ruolo centrale degli infermieri nella società: mediatori tra pazienti e medici, educatori della salute, custodi di fiducia e solidarietà. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo di un infermiere può fare la differenza nella vita di una persona.

In fondo, la Giornata Internazionale dell’Infermiere ci ricorda che la cura non è solo competenza tecnica, ma anche empatia, attenzione e umanità. Gli infermieri, seguendo l’esempio di Florence Nightingale, ci insegnano che prendersi cura degli altri è un atto di grande coraggio e generosità, e che ogni società si misura dal rispetto e dal sostegno che riserva a chi dedica la propria vita a proteggere e salvare quella degli altri.

Favria, 12.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno prendersi cura degli altri è una forma alta di umanità. Felice martedì.

12 maggio 1820: nasce Florence Nightingale. Fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna.

La voce che inventa il mondo.

Si pensa spesso che l’Ottocento abbia privilegiato il narratore onnisciente, quel punto di vista sovrano capace di illuminare ogni anfratto della storia. Ma la tradizione è più mossa, più complessa: Jane Eyre, Barry Lyndon, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il giocatore, Le memorie di un italiano, Dracula testimoniano che già allora l’io narrante sapeva imporsi, spesso come presenza parziale, fallibile, umanissima. E tuttavia il contrasto decisivo non è soltanto tra narratore interno ed esterno: è tra chi sa tutto e chi si limita a riferire ciò che accade, tra chi domina la scena e chi osserva da un margine. Tolstoj, maestro dell’onniscienza, ne sperimenta le infinite modulazioni. In Guerra e pace questa voce si fa filosofia, storia, analisi; in Anna Karenina diventa invece traduttrice fedele di emozioni inespresse, come quando lascia emergere il dubbio di Dolly sulla felicità di Anna o quello di Vrònskij davanti a un sorriso che non convince. Il lettore viene così illuso di trovarsi in una posizione privilegiata, dispensato, almeno in apparenza, dal lavoro di scavo sotto la superficie.

Il narratore interno, invece, restringe l’orizzonte: è testimone, parte in causa, spesso vittima dei propri abbagli. Stevenson, con Il Master di Ballantrae, ne fa uno strumento di tensione e sospetto; Conrad eleva l’espediente a struttura portante, affidando a Marlow una voce lucidissima, minuziosa, e al tempo stesso marcatamente artificiale. Henry James osservava come la massa di dettagli conradiani cadesse sul lettore “come secchi d’acqua su un incendio improvvisato”: un modo per dire che la letteratura, ritardando e complicando, salva dalla semplificazione.

La scelta della voce è dunque l’orma segreta del romanzo. I promessi sposi e Anna Karenina avanzano grazie a un narratore che tutto vede; Jane Eyre vive del suo non sapere; i romanzi a cornice oscillano tra onniscienza e testimonianza; il giallo sperimenta ogni possibilità, dal portavoce di Poe o Conan Doyle alla prima persona hard boiled, fino alla rivoluzione di Agatha Christie quando fa del narratore l’assassino. Dürrenmatt alza ulteriormente la posta: in La promessa la voce narrante è insieme partecipe e marginale, e solo così la soluzione postuma del caso acquista verità e profondità.

È evidente che cambiare voce significa cambiare destino: Anna Karenina non potrebbe sopravvivere a un narratore interno, così come i racconti di Gombrowicz perderebbero forza senza il loro io distorto, sbilenco, inaffidabile.

E forse è questa la verità più semplice e più difficile della narrativa: ogni storia nasce prima dalla scelta di chi la racconta. La voce non è un mezzo, ma un mondo; non è un canale, ma un confine. E ogni volta che apriamo un romanzo, ciò che davvero ci viene consegnato non è solo ciò che accade, ma lo sguardo che decide cosa far esistere. Perché in letteratura, come nella vita, la realtà non è mai una, ma quella che qualcuno trova il coraggio di raccontare.

Favria, 13.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni esperienza porta con sé una lezione preziosa. Felice mercoledì.

13 maggio 1917: prima apparizione di Fatima. Evento religioso molto importante per i cattolici.

15 maggio 1891, Rerum Novarum: la nascita della dottrina sociale della Chiesa

Nel cuore delle trasformazioni economiche e sociali dell’Ottocento, segnate dall’ascesa dell’industrializzazione e dall’espansione del capitalismo moderno, la società europea si trovò di fronte a una frattura sempre più evidente: quella tra capitale e lavoro. Da un lato la crescita della produzione e della ricchezza, dall’altro condizioni di vita spesso disumane per gli operai, salari insufficienti, sfruttamento del lavoro minorile e assenza di tutele.

In questo scenario di profonde tensioni sociali, la Chiesa cattolica decise di intervenire con un documento destinato a segnare una svolta storica. Il 15 maggio 1891 papa Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum Novarum, considerata l’atto di nascita della dottrina sociale della Chiesa.

Il testo affrontava per la prima volta in modo organico la cosiddetta “questione sociale”, cioè l’insieme dei problemi generati dalla modernità industriale e dal nuovo ordine economico. Leone XIII riconosceva senza ambiguità le ingiustizie del sistema capitalistico, denunciando l’avidità di molti imprenditori e la riduzione del lavoro a semplice merce. Per la Chiesa, il lavoro non poteva essere separato dalla dignità della persona umana, e dunque doveva essere garantito un salario giusto, capace di assicurare condizioni di vita dignitose. Allo stesso tempo, l’enciclica si mostrava fermamente critica verso il socialismo rivoluzionario, giudicato incompatibile con la visione cristiana dell’uomo. La proprietà privata veniva difesa come diritto naturale, ritenuto fondamentale per l’autonomia e la sicurezza dei lavoratori stessi. La Chiesa temeva inoltre che l’ideologia socialista alimentasse la lotta di classe, distruggendo la coesione sociale. La proposta di Leone XIII si collocava quindi oltre le due grandi polarità del suo tempo: rifiutava sia il capitalismo senza regole sia il socialismo rivoluzionario. Al loro posto indicava una “terza via”, fondata sulla collaborazione tra le classi sociali, sul riconoscimento reciproco di diritti e doveri e sulla costruzione di forme associative e sindacali ispirate alla giustizia e al dialogo.

In questa prospettiva, lo Stato veniva chiamato a svolgere un ruolo di tutela dei più deboli, senza però annullare l’iniziativa privata. L’obiettivo non era la contrapposizione, ma l’equilibrio; non il conflitto permanente, ma la ricerca di un ordine sociale più umano.

La Rerum Novarum non è soltanto un documento storico, ma una riflessione ancora attuale sul significato del lavoro e della giustizia. Essa ci ricorda che ogni sistema economico, per quanto efficiente, perde il suo senso se dimentica la persona. Forse, in fondo, la vera questione sociale non è mai solo economica, ma profondamente etica: riguarda il modo in cui una società sceglie di guardare all’altro, se come mezzo o come fine. E ogni epoca, come quella inaugurata nel 1891, è chiamata a rispondere alla stessa domanda essenziale: quale dignità riconosciamo al lavoro umano e, attraverso esso, alla nostra stessa umanità?

Favria, 14.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. La speranza cresce quando non smetti di provarci. Felice giovedì.

14 maggio 1948: nascita dello Stato di Israele. Evento chiave della storia contemporanea.

Giornata Internazionale della Famiglia: il cuore della società

Ogni anno, il 15 maggio, il mondo celebra la Giornata Internazionale della Famiglia, un’occasione per riflettere sul ruolo fondamentale che le famiglie svolgono nella nostra vita e nella società. La data, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1993, serve a ricordare che la famiglia non è solo un nucleo di legami affettivi, ma anche il primo luogo di educazione, protezione e sostegno reciproco. Le famiglie sono il tessuto su cui si costruiscono valori, tradizioni e cultura. Sono il primo ambiente in cui impariamo a relazionarci, a comunicare, a rispettare gli altri e a sviluppare empatia. In un mondo sempre più complesso e veloce, la famiglia rappresenta ancora un punto di riferimento stabile, capace di trasmettere sicurezza e identità. La Giornata Internazionale della Famiglia offre anche l’opportunità di riflettere sulle sfide contemporanee: disuguaglianze, povertà, migrazioni, violenze domestiche, crisi economiche e cambiamenti nei modelli familiari. Promuovere politiche sociali che sostengano i nuclei familiari significa investire nel benessere dei bambini, degli anziani e di tutta la comunità. Significa garantire accesso all’istruzione, alla sanità, al lavoro dignitoso e a uno sviluppo equilibrato per ogni membro.

Questa giornata invita a celebrare le diverse forme di famiglia: tradizionali o monoparentali, allargate o ricostituite, multiculturali o dello stesso sesso. Ogni famiglia, con le sue specificità, contribuisce a rendere la società più ricca, inclusiva e resiliente.

In fondo, la Giornata Internazionale della Famiglia ci ricorda una verità semplice e profonda: le famiglie non sono soltanto legami di sangue, ma fili invisibili che uniscono le persone attraverso affetto, cura e solidarietà. È un invito a prendersi cura di chi ci sta accanto, a rafforzare i legami che ci definiscono e a riconoscere che il benessere della società nasce sempre da quello delle famiglie.

E forse, in un mondo in cui tutto cambia così rapidamente, il valore più grande di una famiglia è proprio questo: essere un porto sicuro dove ritrovare noi stessi, imparare a crescere insieme e tramandare umanità.

Favria, 15.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Nella vita quotidiana le relazioni autentiche sono la nostra vera forza. Felice venerdì.

15 maggio 1891: enciclica “Rerum Novarum”. Fondamento della dottrina sociale della Chiesa.

Il «sì» che non si sente più: l’inno di Mameli tra storia e regole istituzionali

Dal mese di dicembre 2025, nelle cerimonie militari italiane di rilevanza istituzionale, l’ultima sillaba del Canto degli italiani, il celebre «sì», non viene più cantata. A sorprendere è soprattutto il valore simbolico di questa semplice esclamazione: un grido finale che da sempre conclude con vigore l’inno nazionale, unendo gli italiani sotto il concetto di patria e sacrificio. Secondo fonti ufficiali, la scelta non nasce da un provvedimento politico diretto né da un diktat di Palazzo Chigi. L’iniziativa è partita dallo Stato maggiore della Difesa, che ha regolamentato l’esecuzione dell’inno nelle cerimonie con bandiera di guerra o alla presenza del Presidente della Repubblica, attenendosi al testo musicale originale di Michele Novaro, che ripete quartine e ritornello ma non prevede l’aggiunta del «sì» finale.

Il «sì», in realtà, era un’aggiunta successiva al manoscritto originale di Goffredo Mameli, che nel 1847 non lo aveva scritto. Novaro lo introdusse per concludere l’inno con «un grido supremo, un giuramento e un grido di guerra». Negli anni, questa esclamazione ha rappresentato il culmine patriottico dell’inno, cantata con entusiasmo negli stadi e nelle manifestazioni sportive, mentre nelle esecuzioni ufficiali del passato, come quella del tenore Mario Del Monaco nel 1971, la sillaba conclusiva era assente. Le nuove disposizioni non vietano il «sì» in senso assoluto: esso resta libero nelle occasioni civili o sportive. Tuttavia, la sua assenza nelle cerimonie ufficiali istituzionali ha suscitato curiosità e qualche sopracciglio alzato, soprattutto perché il gesto sembra contraddire l’idea di patriottismo che normalmente si associa al governo attuale. In definitiva, la vicenda del «sì» finale dimostra quanto il rapporto tra simboli, tradizione e regole ufficiali possa diventare complesso. Una sola sillaba può rappresentare secoli di storia e al tempo stesso essere oggetto di scelte tecniche e protocollari. Forse, il vero insegnamento non sta nella sillaba in sé, ma nel modo in cui i simboli assumono significati diversi a seconda del contesto: ciò che in uno stadio scatena l’orgoglio collettivo, in un’aula istituzionale diventa disciplina e ordine. Forse, il patriottismo non si misura solo nel grido finale, ma nella capacità di riconoscere il valore della memoria e delle regole che la custodiscono.

Favria, 16.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Rallentare a volte aiuta a ritrovare l’essenziale. Felice sabato.

16 maggio 1929: primi Oscar del cinema. Nasce il premio più importante per il cinema.

Fouché, la più grande spia di Napoleone.

«Tutto è permesso a chi agisce nel senso della Rivoluzione». In questa frase, attribuita a Joseph Fouché, è racchiusa l’essenza di uno dei personaggi più enigmatici, temuti e discussi della storia francese. Ministro della Polizia sotto Napoleone Bonaparte, inventore di fatto della moderna polizia politica, Fouché fu molto più di una semplice “spia”: fu il regista invisibile del potere, l’uomo che sapeva tutto e che, proprio per questo, sopravvisse a tutti. Coinvolto nei momenti più sanguinosi della Rivoluzione del 1789, Fouché riuscì a restare al centro della scena politica attraversando regimi opposti: la Convenzione, il Direttorio, l’Impero napoleonico e persino la Restaurazione borbonica. La sua eredità è sinistra e affascinante allo stesso tempo: una rete di sorveglianza onnipresente, la repressione implacabile di ogni minaccia e una capacità senza pari di adattarsi ai mutamenti del potere. Nato nel 1759 da una famiglia modesta arricchita con la tratta degli schiavi, Fouché studiò presso l’Oratorio e intraprese inizialmente la carriera ecclesiastica, arrivando a insegnare. L’ingresso nella massoneria e il clima politico del 1789 lo spinsero però verso la Rivoluzione. Eletto deputato alla Convenzione nel 1792, passò dai girondini ai giacobini e votò a favore dell’esecuzione di Luigi XVI. Non era un grande oratore, ma possedeva un talento organizzativo freddo ed efficace, che lo portò a distinguersi per la brutale repressione degli avversari della Rivoluzione, in particolare a Lione. Sotto il Direttorio, Fouché comprese che il regime era ormai privo di prestigio. Quando Napoleone Bonaparte rientrò dall’Egitto nel 1799 con l’intento di prendere il potere, Fouché scelse di non ostacolarlo. Il colpo di Stato del 18 brumaio aprì una nuova fase politica, e Bonaparte, riconoscente, lo confermò ministro della Polizia. Da quella posizione, Fouché costruì un sistema di controllo che divenne un modello per i regimi successivi. Commissariati, prefetture e una fitta rete di informatori, i famigerati mouchards, gli garantivano un flusso continuo di notizie. Erano presenti in ogni ambiente sociale: dalle cucine dei sovrani in esilio fino alla cerchia più intima dell’imperatore. L’informazione era potere, e Fouché sapeva come ottenerla e usarla. Per Napoleone, Fouché era indispensabile: solo lui poteva tenere sotto controllo giacobini e monarchici. Il pericolo era reale, come dimostrò l’attentato dinamitardo del Natale 1800, da cui Bonaparte uscì illeso. Accusato inizialmente di negligenza, Fouché riuscì a dimostrare che si trattava di una cospirazione monarchica. Anche quando il ministero della Polizia venne temporaneamente soppresso, Napoleone dovette richiamarlo: nessun altro possedeva il suo “polso di ferro”. Il rapporto tra i due restò però segnato dalla diffidenza. Fouché non condivideva la scelta di Bonaparte di trascinare la Francia in una guerra permanente contro l’Europa e aspirava a una pace duratura. Nel 1809 raggiunse l’apice della carriera difendendo il Paese da una possibile invasione britannica, impresa che gli valse il titolo di duca d’Otranto. Ma quando, l’anno successivo, condusse trattative segrete di pace con l’Inghilterra alle spalle dell’imperatore, fu allontanato dal governo. Prima di lasciare l’incarico, bruciò i documenti più sensibili del ministero, portando con sé segreti irreparabili. Dopo la prima caduta di Napoleone nel 1814, Fouché si adattò ancora una volta al nuovo corso, entrando in contatto con i Borbone. Tornò ministro della Polizia durante i Cento Giorni, quando l’imperatore rientrò dall’Elba, e in quell’occasione mostrò la coerenza più profonda della sua strategia: la fedeltà agli ideali della Rivoluzione. Fece sopprimere la censura, evitò processi sommari e suggerì a Napoleone di governare come un monarca costituzionale. Dopo Waterloo, guidò un governo provvisorio e favorì il ritorno di Luigi XVIII, cercando di “consegnare la Rivoluzione al re e il re alla Rivoluzione”. Il nuovo sovrano lo mantenne inizialmente al suo posto, ma lo scandalo di un regicida al governo risultò insostenibile: Fouché fu destituito ed esiliato. Temuto, odiato, ammirato, Joseph Fouché fu descritto da Victor Hugo come dotato di «anima di demone e volto di cadavere», da Stefan Zweig come un «traditore nato», mentre Balzac lo considerava uno degli uomini più straordinari e fraintesi del suo tempo. Lo storico Emmanuel de Waresquiel ne ha invece sottolineato il pragmatismo politico e la fedeltà alla Rivoluzione, definendolo uno degli uomini più potenti e sorprendenti della sua epoca. Morì a Trieste il 25 dicembre 1820, ordinando prima di distruggere gran parte del suo archivio personale. Con quei documenti andarono in fumo i segreti di una vita vissuta nell’ombra, tra silenzio e dissimulazione. Fedele solo a sé stesso, Fouché lasciò in eredità un nuovo modo di esercitare il potere: invisibile, capillare, spietato. Un potere che, da allora, non ha mai smesso di accompagnare la storia moderna.

Favria, 17.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Il quotidiano rispetto rende il mondo un luogo più giusto. Felice domenica.

17 maggio 1861: primo Parlamento italiano. Dopo l’unità, nasce lo Stato italiano moderno.

La Germania tra Bismarck e l’abisso: l’ombra lunga di Guglielmo II.

La storia della Germania tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è una terra di mezzo inquieta e febbrile, sospesa tra la solidità ferrea costruita da Bismarck e la catastrofe che avrebbe aperto la strada a Hitler. In questo spazio fragile e carico di tensioni si muove la figura di Guglielmo II, ultimo imperatore del Reich, uomo che più di ogni altro incarnò insieme l’ascesa vertiginosa e la rovina dell’impero tedesco. Nato nel 1859 nel castello di Potsdam, accolto come una “nuova recluta per l’esercito” ancor prima di essere cullato, Guglielmo venne al mondo già marchiato dal destino. Un parto traumatico gli lasciò una menomazione permanente al braccio sinistro, che non sarebbe mai guarita. In un ambiente dominato dal culto della forza e dalla disciplina prussiana, quella fragilità fisica divenne una ferita morale: un segno di debolezza da nascondere, da negare, da compensare con un’ostentazione continua di energia, autorità e grandezza. Educato come se il suo handicap non esistesse, Guglielmo imparò a cavalcare, a sparare, a nuotare, a suonare il pianoforte, a imporsi in ogni campo come simbolo di vigore. Ma dentro di sé maturò un carattere inquieto, nevrotico, costantemente assetato di approvazione. Voleva essere amato dal suo popolo e temuto dai suoi nemici; desiderava apparire invincibile proprio perché, nel profondo, si sentiva vulnerabile. Quando salì al trono nel 1888, a soli ventinove anni, ereditò un impero potente, rispettato, costruito con pazienza e lucidità politica dal nonno Guglielmo I e soprattutto da Otto von Bismarck. Il cancelliere di ferro aveva tessuto una rete di alleanze che teneva la Germania al centro dell’equilibrio europeo, evitando l’isolamento e prevenendo una guerra su due fronti. L’impero prosperava: l’industria cresceva, il commercio fioriva, la Germania era ormai una potenza mondiale. Ma Guglielmo non sopportava l’ombra lunga di Bismarck. Voleva governare da solo, essere protagonista, imprimere il suo stile personale alla storia. Nel 1890 costrinse il vecchio statista alle dimissioni. Fu una rottura epocale. Con l’uscita di scena di Bismarck, l’architettura diplomatica che aveva garantito la stabilità dell’Europa cominciò lentamente a sgretolarsi. Il giovane kaiser, affascinato dalle parate militari e dalla grandeur imperiale, si lanciò in una politica estera impulsiva e contraddittoria. Non rinnovò il trattato con la Russia, favorendo l’alleanza tra Mosca e Parigi. Inasprì i rapporti con la Gran Bretagna, prima con il famoso telegramma al presidente boero Kruger, poi con la costruzione di una poderosa flotta da guerra che sfidava apertamente il dominio britannico sui mari. Si mosse con arroganza nelle crisi marocchine, cercando di imporsi come arbitro coloniale quando ormai il mondo era già stato spartito. Nel frattempo, all’interno, la Germania cambiava. Cresceva la classe operaia, aumentavano i consensi dei socialdemocratici, si faceva strada una società più complessa e meno disposta a obbedire ciecamente allo Stato-militarista. Guglielmo oscillava tra il desiderio di reprimere e quello di essere amato. Temendo di passare alla storia come un tiranno sanguinario, evitava la repressione diretta, ma continuava a sognare una monarchia assoluta, fondata su un potere che credeva di origine divina. Le tensioni internazionali, intanto, si moltiplicavano. Nei Balcani l’impero ottomano si stava dissolvendo, mentre Austria-Ungheria e Russia si contendevano l’influenza sulla Serbia. La Germania, legata a Vienna dalla Triplice Alleanza, si trovava sempre più coinvolta in una spirale di crisi diplomatiche che preparavano il terreno al conflitto. Nel 1914 l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu la scintilla che incendiò un continente già saturo di polvere da sparo. Guglielmo garantì all’Austria il suo appoggio, convinto che una dimostrazione di forza avrebbe ristabilito l’ordine. In realtà aprì la porta alla Prima guerra mondiale. Quando scoppiò il conflitto, il kaiser si illuse per un momento di essere finalmente il comandante supremo che aveva sempre sognato di diventare. Ma ben presto venne messo da parte dai suoi stessi generali. La guerra di trincea, lunga e logorante, divorò le risorse dell’impero e l’entusiasmo del popolo. Guglielmo si chiuse in una crescente apatia, mentre il potere reale passava nelle mani dello Stato maggiore.

L’intervento degli Stati Uniti nel 1917, la fame, le rivolte interne, il crollo degli alleati portarono infine alla disfatta. Nel novembre 1918 la rivoluzione scoppiò a Berlino, la repubblica fu proclamata e il kaiser, abbandonato da tutti, fuggì in Olanda. L’impero che aveva ereditato come una fortezza d’acciaio crollò come un castello di sabbia. In esilio, a Doorn, Guglielmo II assistette alla lenta agonia della Germania di Weimar, umiliata dal trattato di Versailles, impoverita, attraversata da rancori e desideri di rivincita. Vide nascere il nazismo e, come molti monarchici, sperò inizialmente che Hitler potesse restaurare la grandezza perduta. Morì nel 1941, mentre l’Europa era di nuovo in fiamme. La sua parabola personale coincide con quella dell’impero tedesco: una vertiginosa ascesa seguita da una caduta rovinosa. Senza Guglielmo II, probabilmente, la Germania non sarebbe precipitata così rapidamente verso la guerra e la sconfitta; ma senza la sconfitta del 1918, forse, non ci sarebbe stato neppure il terreno fertile su cui sarebbe germogliato il nazismo. E così la storia sembra suggerire una lezione amara e sempre attuale: quando il potere è guidato dall’insicurezza e dal bisogno ossessivo di riconoscimento, quando l’orgoglio personale prende il posto della prudenza politica, le nazioni intere possono diventare ostaggio delle fragilità di un solo uomo. In fondo, la tragedia di Guglielmo II non fu soltanto quella di un imperatore sconfitto, ma quella di un uomo che non riuscì mai a fare pace con se stesso e che trascinò un continente dentro la propria inquietudine.

Favria, 18.05.2026 Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni inizio porta con sé nuove opportunità. Felice lunedì.

18 maggio 1980: eruzione del Monte St. Helens. Disastro naturale negli Stati Uniti.

Diventa la speranza di qualcuno. Dona sangue.

Venerdì 29 maggio 2026 torna la giornata di donazione di sangue a Favria, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20.

Pochi minuti del tuo tempo possono salvare una vita. Un gesto semplice, concreto, che può fare la differenza proprio quando qualcuno ne ha più bisogno.

È possibile anche ricevere informazioni sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria: 333 1714827 mail favria@fidasadsp.it, presentarsi con documento d’identità. Il 29 maggio scegli di esserci. Dona.