Epifania: oro, incenso e mirra. – 6 gennaio – Giornata dell’infanzia missionaria. – 6 gennaio 1907. – Modelli: tra misura, forma e ironia della vita. – 7 gennaio 1953. – La rapa: radici antiche e sorrisi contadini. – 8 gennaio 1935. – La sorpresa che risveglia: un’arte quotidiana per ritrovare la felicità. -9 gennaio 1792 – Stalingrado: il gelo, la guerra e la scelta della resistenza. – 10 gennaio 1863. -Columbia Pictures: 102 anni di cinema tra mito, innovazione e rivoluzioni. – 11 gennaio 1846. -Donna: storia di una parola e riflesso di un pensiero. – 12 gennaio 1519. – Un Dono per il 2026 che vale una vita…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE.

Epifania: oro, incenso e mirra

La parola “Epifania” viene dal greco epipháneia, “apparizione” o “manifestazione”, perché celebra la rivelazione di Cristo al mondo attraverso i Magi. La Befana, figura della tradizione popolare italiana, ne è una trasformazione folkloristica: una vecchia donna che porta doni ai bambini, mescolando sacro e festa.

Secondo il Vangelo di Matteo, i Magi, guidati da una stella, giunsero a Betlemme e «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

Perché proprio questi doni?

Oro: simbolo di bellezza, eternità e luce, degno di un re. Incenso: resina sacra che purifica l’aria e accompagna le preghiere verso il cielo. Mirra: resina dall’aroma intenso, usata per unzioni sacre e riti funebri, a ricordarci la fragilità della vita terrena. Questi doni, preziosi e pieni di significato, parlano della natura divina e umana di Cristo, della sua missione salvifica.

E forse il vero insegnamento è qui: seguire la propria stella, portare doni che hanno senso, riconoscere il divino nella vita quotidiana. Oro, incenso e mirra diventano così simboli di luce, preghiera e memoria: segni di meraviglia e di amore che attraversano i secoli e continuano a illuminare il cammino di chi sa guardare oltre.

Favria, 6.01.2026   Giorgio Cortese

6 gennaio – Giornata dell’infanzia missionaria

Buona giornata! Oggi la luce dell’Epifania illumini ciò che davvero conta  e ci ricordiamo di proteggere e valorizzare l’infanzia in ogni parte del mondo. Felice martedì!

 6 gennaio 1907

Medico ed educatrice, Maria Montessori apre a Roma la prima “Casa dei Bambini”, rivoluzionando il metodo educativo prima in Italia e in seguito in tutto il mondo.

Modelli: tra misura, forma e ironia della vita.

La parola modello ha radici antiche e profonde: deriva dal latino tardo modulus, diminutivo di modus, che significa “misura” o “norma”. Già nell’antichità, dunque, un modello non era semplicemente un esempio da imitare, ma una forma misurata, una regola che dava ordine e proporzione. Il modus indicava un riferimento, un criterio, una forma da cui trarre ispirazione, e da lì il modulus  e infine il nostro modello, ha cominciato a rappresentare tutto ciò che serve da guida, esemplare o misura. Nel tempo, il significato di modello si è moltiplicato, adattandosi a contesti diversi. Può essere un oggetto da riprodurre fedelmente, come nella scultura o nella sartoria, ma anche un prototipo tecnico, un calco fossile, un’esemplificazione teorica in matematica o economia. Esistono modelli acustici, aerodinamici, analogici, intuitivi… insomma, se esistesse una disciplina chiamata modellologia, probabilmente includerebbe quasi tutto ciò che è misurabile, riproducibile o interpretabile. E poi ci sono i modelli di moda, le persone che posano affinché altri imparino a replicare un gesto, un sorriso, un portamento. La parola si declina anche in senso figurato: un modello di virtù, un cittadino modello, una madre modello. Tutto ciò che diventa esempio, forma, misura. Persino la burocrazia, ahimè!  ci offre i suoi moduli, documenti da compilare che ci ricordano che anche la vita più caotica ha bisogno di forma.

Il filo conduttore, quindi, non è solo la riproduzione o l’esemplificazione, ma la forma stessa, che definisce la funzione, che misura, che guida. E qui la parola si fa quasi filosofica: ogni modello ci insegna qualcosa sul mondo, e su noi stessi. La perfezione di un modello non sta nel copiarlo, ma nel comprenderne la misura, nel trovare la giusta proporzione tra imitazione e originalità.

E così, in un mondo pieno di modelli da seguire, di prototipi da imitare, di schemi da rispettare… ci resta solo da sorridere. Perché, in fondo, la vita è l’unico modello che rifiuta di essere replicato alla perfezione, e l’unico modulo che non si compila mai senza errori. E forse è proprio per questo che ogni tanto ci piace sperimentare, rimodulare, scombussolare le forme: perché l’ironia della vita è l’unico modello davvero originale.

Favria 7.01.2026    Giorgio Cortese

Buona giornata. Riprendi il ritmo con gentilezza verso te stesso. Felice mercoledì!

7 gennaio 1953

Il presidente Harry Truman comunica al mondo che gli Stati Uniti hanno costruito e sperimentato la bomba all’idrogeno, annuncio che innesca la corsa agli armamenti nucleari

La rapa: radici antiche e sorrisi contadini gennaio 1935

La rapa, umile ortaggio dalle radici profonde, nasce nell’Asia sudoccidentale, dove le popolazioni nomadi la utilizzavano sia come alimento sia come foraggio per i cavalli. Giunta in Europa grazie a Greci e Romani, venne subito apprezzata per la sua versatilità e per le virtù nutritive, diventando presto un elemento fondamentale della cucina medievale, prima che la patata conquistasse i campi. Nei villaggi contadini la rapa non era solo cibo: era un compagno di vita, resistente ai climi ostili di Livigno e Trepalle, insostituibile nei periodi di carestia, e amata per la sua polpa dolce e le cime nutrienti che arricchivano zuppe e ragù. La conoscenza dell’ortaggio era pratica e dettagliata nel  curarne la semina e la raccolta, cucinarla e persino preparare decotti medicinali con grappa e miele per i malanni di gola, era parte integrante della vita contadina, un sapere che legava la famiglia alla terra e al tempo.

La rapa attraversa anche il mondo delle fiabe e dei miti: nella celebre storia russa della “rapa gigante”, per sradicarla occorrono uomini, donne e animali di tutte le dimensioni. La lezione è semplice ma profonda: ogni contributo, anche quello più piccolo, è indispensabile per raggiungere un obiettivo comune. Nelle tradizioni popolari, la rapa si fa metafora di testardaggine, semplicità e ostinazione: “testa di rapa” indica chi è un po’ tontolone, mentre “cavare il sangue da una rapa” serve a descrivere l’impossibilità di ottenere qualcosa che è fuori portata. La pianta parla quindi un linguaggio universale, fatto di gesti, storie e saggezza pratica, che unisce nutrimento e morale.

Oggi la rapa è tornata in auge grazie al recupero della cucina contadina, simbolo di genuinità, autenticità e radicamento culturale. Le tradizioni gastronomiche non solo raccontano la storia del cibo, ma custodiscono dialetti, usi e memorie delle generazioni passate. In Piemonte, la rapa vive con una vivace ironia nei modi di dire e nel linguaggio quotidiano: ci ricorda che, quando siamo stanchi, siamo “cheut come na rava”, che chi è un po’ lento o ottuso è “testa ‘d rava”, che cercare di ottenere l’impossibile equivale a “gavé sango da na rava”, e che chi arriva sempre tardi, beh, “rivé al temp del rave cuìje”. Non manca poi la comicità sottile della “storia della rava e della fava”, che imita la chiacchiera banale e inconcludente con un ritmo tutto suo, fatto di rime e bisillabe che evocano un bla-bla-bla senza fine.

Eppure, dietro l’ironia e la semplicità, la rapa insegna anche una lezione più profonda. Come nella fiaba, ogni piccolo contributo ha valore; come nel campo contadino, la resilienza e l’umiltà nutrono la vita; come nei modi di dire piemontesi, la realtà può essere presa con leggerezza senza perdere saggezza. La rapa diventa così simbolo di connessione tra uomo e terra, tra passato e presente, tra il serio e il sorriso: un ortaggio che, silenzioso e modesto, sa insegnare che la forza non sta nella grandezza apparente, ma nella sostanza, nella costanza e nella dolcezza nascosta che rende la vita più completa e più vera.

Favria,  8.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Lasciamo che il nuovo anno continui a sorprenderci in meglio. Felice giovedì!

8 gennaio 1935

Nasce a Tupelo, in Mississippi, Elvis Presley, il “re del rock’n’roll”, cantante e attore destinato a segnare la musica del Novecento e a lasciare un segno indelebile nella cultura di massa.

La sorpresa che risveglia: un’arte quotidiana per ritrovare la felicità

Infelicità è carenza di sorprese. La vita ne è piena, ma spesso siamo noi a dormire: l’educazione, in fondo, è allenamento a star svegli e pronti a riceverle. Qualche giorno fa ho ascoltato dal computer il primo movimento del concerto per violino n.1 di Vivaldi, La Primavera. Il celeberrimo Allegro, forse il brano più noto al mondo, dura appena tre minuti e venti, ma basta quel tempo per mettere di buon umore. Come ci riesce? Sorprendendo.

La sorpresa è infatti il primo gradino della felicità, purché non coincida con la sua versione impoverita di oggi: il bisogno continuo di choc dopaminergici da post e video, che servono più a dimenticare l’insoddisfazione che a destare la vita. Le vere sorprese, dal latino super prendere, “afferrare dall’alto”, “elevare”, donano una leggerezza che non è fuga ma presenza, perché sorprendersi significa fare esperienza della gratuità: sentire che la vita è data, gratis, anche nel ripetersi. Un arcobaleno è sempre sorprendente, così come l’Allegro della Primavera.

Quest’anno quel concerto compie 301 anni. Era il 1725 quando ad Amsterdam vennero pubblicati gli spartiti del Cimento dell’armonia e dell’invenzione: 12 concerti per violino solista e archi, di cui i primi quattro sono le celeberrime Stagioni. In un’epoca priva di registrazioni, la musica rimaneva solo attraverso la pubblicazione, privilegio dei grandi.

La prima esecuzione però era avvenuta qualche anno prima a Venezia, in un orfanotrofio, sorprendendo tutti. Vivaldi, sacerdote e maestro di violino, insegnava alle giovani accolte in una delle istituzioni di carità della città: l’Ospedale della Pietà, destinato alle ragazze altrimenti esposte alla strada. Qui venivano educate nel canto e nello strumento, raggiungendo risultati entrati nella storia. Vivaldi dirigeva queste musiciste celate da grate lignee mentre un pubblico proveniente da tutta Europa accorreva per ascoltarle.

Nelle Stagioni il compositore si divertì a imitare i suoni naturali: uccelli, tuoni, cani, foglie, venti gelidi, stupendo per genialità compositiva ed esecutiva, in un contesto sociale unico per l’epoca, quando alle donne era vietato suonare in chiese e teatri.

Il contrario della sorpresa è il “dare per scontato”, espressione nata per indicare qualcosa di acquisito perché pagato, saldato. Ma la vita è felicità solo quando la si riconosce come dono, non come pretesa. Il giorno in cui qualcosa o qualcuno è dato per scontato, la gioia finisce: felicità e stupore sono la stessa cosa. Non è la felicità a renderci grati; è la gratitudine a renderci felici.

Ci sono persone che, pur avendo tutto, non sono felici, e altre che, avendo poco, lo sono. La differenza sta nella pratica della gratitudine: la capacità di ricevere l’istante come un dono, capacità che spesso si rivela solo quando si perde qualcosa o qualcuno. Sorprendersi è un’abilità interiore e va allenata. Tradizioni spirituali e filosofiche millenarie invitano infatti a svegliarsi e vegliare: non per vivere nell’ansia, ma per vivere nella gratitudine.

La sorpresa non riguarda solo ciò che è bello: può riguardare anche il difficile o l’ordinario, perché ciò che conta è che accade a noi, liberi di decidere che cosa farne. Non è importante ciò che succede, ma ciò che se ne fa. Così, un geniale musicista che incontra ragazze abbandonate le trasforma in una Primavera immortale.

AnnaMaria della Pietà,  violinista, clavicembalista e compositrice, fu la solista più celebrata; a lei Vivaldi dedicò 28 concerti per violino. Chiara della Pietà, “la meraviglia di Venezia”, suonava tutti gli strumenti a corda e a fiato. Per Candida della Pietà, celebre per purezza ed estensione di voce, scrisse arie con indicazione “per Candida”. Apollonia della Pietà divenne interprete di concerti per fagotto, strumento allora raro. Di Barbara e Pellegrina della Pietà, cantanti soliste, si diceva che “i forestieri, udendo le loro voci, giuravano di trovarsi in paradiso”.

Per queste ragazze senza cognome se non “della Pietà”, la musica fu salvezza e riscatto. Chi le ascoltava senza vederle rimaneva poi stupito, incontrandole, di trovarsi davanti donne semplici, popolane: una sorpresa che ribaltava ogni attesa. La tomba della felicità è infatti ciò che si dà per scontato o per scartato: chi dà per scontato non riceve, chi non riceve non è grato, chi non è grato non è felice.

Essere felici significa rimanere aperti alla vita, desti al suo passaggio, capaci di lasciarsi sorprendere anche dal già noto. La sorpresa genera gratitudine, la gratitudine genera gioia, e la gioia mantiene vivi. Per ritrovare questa disposizione basta a volte un gesto semplice: fermarsi, ascoltare, lasciarsi toccare da un frammento di bellezza. Magari proprio da un Allegro di Vivaldi.

Favria, 9.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Le piccole vittorie di oggi saranno nostra forza di domani.  Felice venerdì!

9 gennaio 1792

Firmato nell’allora capitale del Principato di Moldavia tra Russia e Impero ottomano, il Trattato di Iassi pone fine alla guerra tra le due potenze e consolida il controllo di Mosca sul Mar Nero

Stalingrado: il gelo, la guerra e la scelta della resistenza

Nel cuore dell’inverno del 1942, Stalingrado, città industriale sulle rive del Volga, divenne il teatro di una delle battaglie più feroci della Seconda Guerra Mondiale. Hitler, con l’Operazione “Fall Blau”, mirava al Caucaso e al suo petrolio, e pensava che la città sarebbe caduta in pochi giorni sotto l’avanzata della VI Armata tedesca. Ma la realtà si rivelò ben diversa.

Il generale Vasilij Čujkov guidava una resistenza feroce. Soldati, operai e miliziani locali si trinceravano tra le macerie, combattendo casa per casa, stanza per stanza. Ogni edificio, ogni cantiere, ogni fabbrica divenne una fortezza. L’ordine di Stalin, “Nessun passo indietro!”, scandiva la determinazione sovietica: un principio che, per quanto crudo, trasformava la disperazione in forza collettiva. L’autunno lasciò il passo all’inverno, e il 19 novembre 1942 l’Armata Rossa lanciò l’Operazione “Urano”, accerchiando le truppe tedesche e dei loro alleati. La VI Armata si trovò intrappolata nella sacca di Stalingrado, condannata dal freddo, dalla fame e dall’inesorabile pressione sovietica. L’Operazione “Anello”, lanciata il 10 gennaio 1943, schiacciò i superstiti, e il 31 gennaio il generale Paulus si arrese, segnando la prima sconfitta totale della Wehrmacht e il punto di svolta della guerra sul fronte orientale.

La battaglia durò poco più di cinque mesi e provocò perdite umane colossali: tra soldati e civili, oltre due milioni di morti, feriti e dispersi. Per la Germania, la sconfitta significò la perdita di un intero esercito e la fine del mito dell’invincibilità militare. Per l’Unione Sovietica, fu l’inizio di una lunga avanzata verso Berlino e la vittoria finale degli Alleati.

Ma oltre i numeri, le strategie e le operazioni militari, Stalingrado ci parla di qualcosa di più profondo: dell’intima connessione tra scelta, resistenza e destino. La battaglia ci ricorda che ogni passo, ogni decisione anche nelle condizioni più disperate, può cambiare il corso della storia. In un mondo spesso dominato dall’imprevisto e dalla violenza, la grandezza dell’uomo non sta solo nella forza delle armi, ma nella capacità di resistere, di scegliere e di perseverare, anche quando la fine sembra inevitabile. Forse la vera vittoria non è mai quella militare, ma quella che nasce dalla determinazione di non cedere mai alla rassegnazione.

Favria, 10.01.2025    Giorgio Cortese

Buona giornata. Inizia questa nuova giornata con il cuore leggero e la mente aperta: ogni piccolo passo può portare a grandi sorrisi. Felice sabato

10 gennaio 1863

Accolta con grande entusiasmo dalla popolazione, a Londra apre la prima metropolitana del mondo: sei chilometri di gallerie cambiano per sempre la mobilità urbana.

Columbia Pictures: 102 anni di cinema tra mito, innovazione e rivoluzioni

La data ufficiale di nascita della Columbia Pictures Corporation è il 10 gennaio 1924, quando i fratelli Harry e Jack Cohn, insieme a Joseph Brandt, battezzarono con quel nome una società che in realtà aveva già alle spalle sei anni di attività produttiva. È l’epoca in cui nascono le grandi major hollywoodiane: Paramount (1912), Warner Bros (1923), Fox (1935) e la fusione Metro-Goldwyn-Mayer (1924). Il cinema, allora, era un nuovo territorio economico da conquistare, e la Columbia – il cui nome si ispira a Cristoforo Colombo,  si lanciò in una corsa che avrebbe cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento.

Nei primi anni, la Columbia si dedica alle commedie seriali, tra cui i mitici 380 cortometraggi dei Tre Marmittoni, guadagnandosi il soprannome scherzoso di “compagnia di corn beef e cabbage” (carne e cavoli). Parallelamente, costruisce la propria identità visiva con un logo che diventerà immortale: una donna drappeggiata che regge una torcia, ispirata alla Statua della Libertà e modellata su Jenny Joseph. Questo simbolo, emblema di luce e speranza, ha subito cinque trasformazioni nel tempo ed è stato più volte oggetto di parodie e omaggi.

Durante gli anni del New Deal, la Columbia vive la sua prima età d’oro grazie a Frank Capra, che nel solo 1928 dirige sette film e definisce lo stile della casa con capolavori come Accadde una notte (1934), vincitore di cinque Oscar principali. In quegli anni nascono anche grandi icone come Rita Hayworth, il volto di Gilda (1946), simbolo di eleganza e sensualità senza tempo. È anche l’epoca dei primi supereroi: nel 1943 arriva la serie di Batman, che segna un legame destinato a durare decenni.

La storia della Columbia è costellata di successi e cadute. Dopo anni di gloria, la compagnia vive momenti difficili tra scandali, flop e trasformazioni interne. Negli anni ’80 entra a far parte del gruppo Coca-Cola, producendo blockbuster come Karate Kid, Annie e Ghostbusters. Tuttavia, il clamoroso fallimento di Ishtar (1987) segna una profonda crisi, culminata nel 1989 con l’acquisizione da parte della Sony, che investirà 3,4 miliardi di dollari per rilanciare la major verso una dimensione globale.

Dai western ai crime, dalle commedie sofisticate agli epici senza tempo come Il ponte sul fiume Kwai e Lawrence d’Arabia, la Columbia ha costruito un patrimonio artistico straordinario. Il suo armadio è pieno di Oscar: Accadde una notte, Fronte del porto, Da qui all’eternità, Gandhi, L’ultimo imperatore, solo per citarne alcuni. Non mancano curiosità e leggende: Clark Gable, ad esempio, smise di indossare la canottiera sul set, causando un crollo delle vendite in America; e Claudette Colbert, sua partner in Accadde una notte, fu immortalata nella battuta tagliente di Noël Coward: «La strozzerei, se solo avesse un collo». Per oltre trent’anni, la Columbia è stata dominata dal carismatico e temuto Harry Cohn, un self-made man nato nel 1891 a New York. Famoso per la frase «L’ulcera non ce l’ho, la faccio venire agli altri», Cohn controllava ogni aspetto della produzione, dai B-movie da 200 mila dollari ai grandi film di Capra. Nonostante le accuse di abusi di potere e i suoi modi brutali, la Columbia sotto la sua guida fu sorprendentemente aperta al talento femminile, offrendo spazio a donne produttrici e tecniche, come Virginia Van Upp, e storie che valorizzavano figure femminili indipendenti, come in Girls on the Road. Nel dopoguerra, la Columbia collaborò con registi del calibro di George Cukor, Fritz Lang, George Stevens, Howard Hawks, e riuscì a sopravvivere persino alla caccia alle streghe maccartista. Negli anni ’50 e ’60 affrontò temi sociali e politici di grande audacia: dall’omosessualità in Improvvisamente l’estate scorsa, alla guerra nucleare in Dr. Stranamore, fino alla questione razziale in Indovina chi viene a cena?. Lavorò con giganti come David Lean, Sam Spiegel, Barbra Streisand, Robert De Niro e Martin Scorsese, producendo film che hanno segnato la storia del cinema come Taxi Driver, L’ultimo spettacolo e Kramer contro Kramer.

Dopo periodi di crisi e rinascita, la Columbia seppe rinnovarsi anche con la televisione, producendo format di successo come La Ruota della Fortuna e Il Rischiatutto. Con l’arrivo di Sony, la casa di produzione si trasformò in un colosso multimediale, capace di unire cinema d’autore e blockbuster internazionali, mantenendo viva la sua tradizione di qualità e innovazione. Nel 2024, la Columbia festeggia 100 anni di storia con una retrospettiva al 77° Festival di Locarno intitolata The Lady with the Torch. Curata da Ehsan Khoshbakht, la rassegna presenta 40 titoli che raccontano un secolo di sogni, rivoluzioni e metamorfosi di una major che ha fatto la storia di Hollywood.

In un secolo di storia, la Columbia Pictures ha attraversato tutte le stagioni del cinema: dai primi esperimenti artigianali ai capolavori che hanno ridefinito il linguaggio filmico, dalle crisi industriali alle rinascite creative, fino alla conquista del mercato globale. Oggi, sotto l’egida di Sony, la “Lady with the Torch” continua a illuminare il grande schermo, simbolo di un’eredità fatta di coraggio, visione e passione per il racconto per immagini. Cento anni dopo la sua fondazione, la Columbia non è solo una major: è un pezzo di storia del cinema mondiale, ancora capace di reinventarsi senza spegnere la propria fiamma.

Favria,  11.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Concediti un momento di calma: è lì che nascono le idee migliori. Buona domenica!

11 gennaio 1846

Viene inaugurato a Venezia il “Gran ponte della Laguna veneta”, collegamento ferroviario tra la città e la terraferma parte della Ferrovia Ferdinandea Milano-Venezia.

Donna: storia di una parola e riflesso di un pensiero.

Con l’avvento del discorso femminista nel XX secolo, si è sviluppata una crescente consapevolezza sul sessismo implicito nel linguaggio, in particolare nell’uso della parola woman (“donna”) e della radice man, presente in molti termini della lingua inglese. Il fatto che man possa indicare sia l’intera umanità sia i maschi in particolare ha generato un senso di ambiguità e di ingiustizia linguistica. Da qui sono nate modifiche come chairperson al posto di chairman, police officer al posto di policeman, e persino l’alternativa grafica womyn, nel tentativo di liberare la parola da un’origine percepita come patriarcale.

Tuttavia, l’etimologia racconta una storia diversa. Nell’antico inglese, man non indicava un maschio, bensì l’essere umano in generale, proprio come il tedesco Mensch ancora oggi. Le parole specifiche per distinguere i sessi erano wyfman per la donna e waepman per l’uomo, termini che letteralmente significavano “essere umano femminile” e “essere umano portatore d’armi”. Col passare dei secoli, wyfman divenne woman, mentre waepman cadde in disuso, lasciando che man assumesse progressivamente il significato di “maschio”. La lingua perse così la sua neutralità originaria, e con essa una parte della sua capacità di rappresentare l’umanità come totalità indivisa.

Nei secoli successivi, dimenticate le vere origini, nacquero etimologie popolari ironiche: si scherzava che woman derivasse da woe man (“uomo pieno di guai”) o wee men (“piccoli uomini”). Queste false spiegazioni riflettevano un atteggiamento sociale più che linguistico, e rivelavano il modo in cui la cultura plasmava la percezione del femminile. Anche la corrispondenza tra female e male è in realtà un’illusione linguistica: female discende dal latino fēmina (“donna”), mentre male da masculus (“piccolo uomo”), due origini del tutto distinte che si sono avvicinate solo per caso nel medio inglese.

Oggi, nonostante le origini neutre della parola man, è innegabile che nei secoli essa sia diventata un simbolo del maschile, riflettendo un mondo che ha espresso se stesso attraverso un punto di vista unilaterale. Per questo, la richiesta di un linguaggio più inclusivo e di pronomi neutri non è soltanto una questione grammaticale, ma un’esigenza culturale: il desiderio di nominare l’essere umano al di là delle categorie di genere, restituendo al linguaggio la sua funzione più nobile — quella di rappresentare la complessità della realtà.

Il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione: è una mappa del pensiero. Le parole con cui definiamo il mondo finiscono per definire anche noi stessi. La storia della parola donna ci ricorda che la lingua non è mai neutra: cambia con la società, riflette i suoi valori, e talvolta ne perpetua le disuguaglianze. Recuperare la consapevolezza etimologica, e insieme reinventare il linguaggio in chiave inclusiva, significa dunque compiere un atto di libertà. Nominare il mondo in modo nuovo è il primo passo per trasformarlo.

Favria 12.01.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni nuovo inizio porta una promessa: accoglila con fiducia. Buon lunedì!

12 gennaio 1519

Carlo V d’Asburgo viene eletto imperatore di un “impero sul quale non tramontava mai il sole”, che somma il Sacro Romano Impero, i territori asburgici e la Spagna con le colonie americane

Un Dono per il 2026 che vale una vita

Con l’arrivo di gennaio, mese dei nuovi inizi e dei buoni propositi, ricordiamoci di uno dei gesti più nobili che possiamo compiere come cittadini: donare il sangue.

È un atto semplice, ma rappresenta uno dei più alti esempi di impegno civico e solidarietà.

Donare il sangue significa essere presenti quando qualcuno sta affrontando la prova più difficile: un bambino che combatte la malattia, una persona in attesa di un intervento urgente, qualcuno la cui vita è cambiata in un attimo. In soli dieci minuti puoi diventare il loro raggio di speranza, la forza che non si aspettavano.

Il tuo sangue può trasformarsi in vita. Può diventare futuro.

Ti aspettiamo a Favria, mercoledì 14 gennaio, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Porta con te un documento d’identità: per garantire la sicurezza di tutti, la prenotazione è obbligatoria.

Info e prenotazioni: Cell: 333 1714827 mail: favria@fidasadsp.it

Regala il dono più prezioso: la possibilità di un domani.