Baviera: una storia millenaria al cuore dell’Europa
Parlare di Baviera significa parlare di una delle più antiche radici del continente europeo. La sua storia non nasce con i regni e gli imperi, ma affonda le proprie origini nella profondità del tempo: circa 570 milioni di anni fa, quando si formarono le montagne che diedero vita alla Selva Bavarese e a quella dell’Alto Palatinato, le foreste più antiche del land. Il primo “bavarese” comparve solo molti millenni dopo. Circa 15.000 anni fa, nell’Età della pietra, un uomo lasciò dietro di sé una lama di quarzo lunga quindici centimetri: una traccia fragile ma preziosa, testimonianza delle prime presenze umane in questa terra. La culla dell’attuale Baviera si sviluppò a sud del Danubio, tra i fiumi Lech e Inn, dove Celti e Romani convivevano in una provincia dell’Impero. Quando Roma cadde, non tutti tornarono in patria: veterani, commercianti e proprietari terrieri rimasero, intrecciando destini e culture. Da questa fusione nacquero i Baiobari, antenati dei bavaresi moderni, figli di una civiltà già allora europea. Nei secoli successivi, la Baviera attraversò dinastie, imperi, ducati e regni: dagli Agilolfingi ai Wittelsbach, che governarono per oltre sette secoli, fino alla nascita del Regno di Baviera sotto Napoleone. Monaco divenne capitale culturale, artistica ed economica, mentre il territorio si ampliava comprendendo Svevia, Franconia, Norimberga e Ratisbona.
I re bavaresi, da Max Joseph I a Ludwig II, segnarono un’epoca di riforme, progresso, splendore artistico e scientifico. Castelli fiabeschi, musei, accademie e università resero la Baviera uno dei grandi laboratori culturali d’Europa.
Il Novecento portò ombre profonde: la dittatura nazista, la guerra, la distruzione. Ma dalle macerie la Baviera seppe rinascere, trasformandosi in una delle regioni industriali più avanzate del continente, simbolo del miracolo economico tedesco ed europeo.
Oggi la Baviera non è solo un Land della Germania: è un ponte tra nord e sud, tra tradizione e innovazione, tra memoria e futuro. La storia della Baviera dimostra che l’identità non nasce dall’isolamento, ma dall’incontro. Celti e Romani, germanici e latini, imperi e popoli: tutto qui si è mescolato, creando una civiltà più forte delle sue divisioni. Così è l’Europa: una casa costruita con pietre diverse, ma tenute insieme dallo stesso sogno. Perché solo un continente che conosce le proprie radici può camminare unito verso il futuro. L’Europa non è una somma di confini, ma una comunità di destini.
Favria, 14.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Non sottovalutare il potere di un pensiero positivo. Felice martedì.
14 aprile 1864
Massimiliano d’Asburgo parte da Trieste alla volta del Messico per cingere la corona di imperatore dello stato centroamericano. Tre anni dopo sarà fucilato dai repubblicani.
Sacro di Birmania: il capolavoro gentile dagli occhi di cielo.
Il Sacro di Birmania è un gatto che sembra nato per ispirare tenerezza. Bellissimo, armonioso nelle forme e nello sguardo, possiede un carattere che lo rende un compagno ideale per la vita familiare. Ha un debole evidente per i più piccoli di casa, con i quali si dimostra affettuoso, paziente e sorprendentemente delicato. Ma la sua dolcezza non si limita ai bambini: estende la stessa disponibilità emotiva a tutti i membri della famiglia, compresi altri animali domestici. È raro che il Sacro di Birmania reagisca con aggressività. Gli artigli, per lui, sono un’estrema risorsa che quasi non contempla. Se infastidito o stanco del gioco, preferisce allontanarsi con eleganza, comunicando con chiarezza il proprio bisogno di tranquillità. Proprio questa capacità di gestione delle emozioni, unita a una natura empatica e rassicurante, rende la razza particolarmente indicata anche per la pet therapy.
A un carattere così equilibrato non poteva che accompagnarsi una leggenda affascinante. Si racconta che il Sacro di Birmania abbia ricevuto la sua bellezza grazie all’intervento di una dea dagli occhi azzurri. Per premiare la fedeltà e l’amore di un micio verso un sacerdote del tempio, la divinità gli donò un mantello setoso, occhi blu intensi come il cielo e un contrasto cromatico unico: alcune parti della pelliccia si scurirono, mentre le zampette rimasero bianche, simbolo di purezza e sacralità. Ancora oggi, quei “guanti” candidi sono il segno distintivo della razza e ne raccontano l’anima gentile. Al di là del mito, le origini del Sacro di Birmania affondano nella storia della Birmania, l’attuale Myanmar. La diffusione in Europa si deve probabilmente ai monaci che donarono alcuni esemplari a soldati francesi di stanza nel Paese. Questi li portarono con sé in Francia, dove nacque e si sviluppò l’allevamento moderno, ancora oggi particolarmente attivo e attento alla selezione della razza. Dal punto di vista della salute, il Sacro di Birmania è generalmente robusto e ben equilibrato. Ha una scarsa tendenza all’aumento di peso, soprattutto se può muoversi quotidianamente e viene alimentato in modo corretto. Come in molte razze selezionate, esistono alcune patologie ereditarie possibili, tra cui disturbi respiratori, problemi digestivi e la cosiddetta sindrome di nudità, che comporta perdita di pelo e infezioni cutanee, ma oggi test genetici affidabili permettono agli allevatori di individuare con precisione i soggetti portatori, tutelando il benessere delle future generazioni. Il Sacro di Birmania ci ricorda che la vera nobiltà non risiede nell’imponenza o nel dominio, ma nella gentilezza. È un gatto che insegna il valore della pazienza, della presenza silenziosa e dell’empatia. In un mondo che spesso premia la forza, lui ci mostra che la dolcezza, quando è autentica, può essere la forma più alta di bellezza.
Favria, 15.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La costanza trasforma i sogni in realtà. Felice mercoledì.
15 aprile 1867
Sconfitto dagli austriaci nella battaglia navale di Lissa, l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano viene degradato e radiato con disonore dalla Regia Marina.
Il segno addosso.
Toghe, camicie, coccarde, cappelli e perfino barbe: nel corso dei secoli, il potere ha parlato anche attraverso la stoffa. Il corpo è stato la prima frontiera del controllo sociale, una superficie su cui autorità, clero e governi hanno impresso divieti, obblighi e gerarchie. Vestire non è mai stato un gesto neutrale. Storici e antropologi discutono da tempo sulle origini dell’abbigliamento. Oltre alla protezione dal freddo, le prime vesti permisero di distinguere gruppi, definire ruoli, delimitare appartenenze. Nell’antichità un abito era una carta d’identità immediata: il chitone greco, il copricapo scita, la tunica persiana raccontavano origine e rango. Il turbante ottomano, con le sue dimensioni, i colori e il modo di avvolgere la stoffa, era un vero codice gerarchico: un visir, un giannizzero o un semplice cittadino si riconoscevano da un colpo d’occhio. A Roma, invece, la toga non era solo un mantello avvolgente: era simbolo di cittadinanza, e schiavi e stranieri non potevano indossarla. Esistevano varianti che scandivano età, status e funzioni, mentre i pantaloni, le bracae, erano marchio di barbarie, nonostante i legionari delle province fredde li portassero per necessità.
Con il tempo il potere affinò l’uso della stoffa come strumento politico. Le leggi suntuarie limitarono il lusso, imponendo a ciascuno il proprio posto nella scala sociale. Dalla Lex Oppia romana alle norme medievali che regolavano oro, sete e ricami, si cercò di contenere ciò che appariva pericoloso: l’ostentazione dei nuovi ricchi, la confusione dei ruoli, la minaccia silenziosa di chi cercava di sembrare più di ciò che era. In Giappone, sotto i Tokugawa, abiti e colori vennero regolati con precisione; e in molte città europee, dal Medioevo in avanti, il giallo fu imposto a prostitute, ebrei e altre minoranze per marchiarle pubblicamente.
Nelle società gerarchiche l’abbigliamento non puniva solo il lusso: diventò arma di discriminazione. Nel Concilio Lateranense del 1215, papa Innocenzo III impose segni distintivi per ebrei e musulmani, e in area islamica il mondo ottomano non fu da meno: turbanti bianchi e indumenti verdi, sacri all’islam, erano preclusi ai non musulmani. Nelle città come Aleppo o Il Cairo, colori e accessori diventavano indicatori religiosi obbligatori. Secoli dopo, la stella gialla nazista non fu altro che una sinistra riesumazione.
Con la Rivoluzione francese arrivò un nuovo codice: l’abito semplice, uniforme, democratico. La coccarda tricolore divenne obbligo di patriottismo. Nell’Ottocento e nel Novecento i regimi totalitari ripresero con forza la simbologia del corpo: la camicia nera fascista, il fazzoletto rosso sovietico, le barbe regolamentate dall’esercito britannico o tassate da Pietro il Grande. E ancora oggi alcuni governi impongono tagli di capelli, veli o barbe, segni inequivocabili di obbedienza.
I tempi cambiano, ma il corpo continua a essere un manifesto. La moda può sembrare frivola, ma la storia mostra che ciò che indossiamo parla prima di noi e spesso più forte di noi: indica chi siamo, chi dovremmo essere e chi qualcuno vorrebbe che fossimo.
In fondo, ogni epoca cuce sulla pelle delle persone un suo ordine, ma il vero atto di libertà è ricordare che nessun tessuto vale quanto la dignità di chi lo indossa.
Favria, 16.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Nella vita umana cresci dove sei, con ciò che hai. Felice giovedì.
16 aprile 1945
I militari statunitensi costringono mille cittadini della città tedesca di Weimar a visitare il vicino campo di concentramento di Buchenwald per mostrare loro gli orrori perpetrati dai nazisti.
Porta Nuova: la stazione che ha trasformato Torino.
Porta Nuova, oggi una delle principali stazioni ferroviarie italiane, rappresenta un capitolo fondamentale della storia urbana di Torino. Inaugurata nel 1868, durante il regno di Vittorio Emanuele II, fu progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti come una porta moderna per una città in piena trasformazione post-unitaria. La sua realizzazione non era soltanto un intervento infrastrutturale: incarnava l’idea di Torino come città aperta, funzionale e al passo con i tempi, capace di connettersi con il resto d’Italia e d’Europa. L’edificio, con la lunga facciata porticata e la grande arcata centrale, combinava funzionalità e monumentalità, richiamando i modelli parigini ma adattandoli al più severo gusto sabaudo. La stazione non era solo un punto di arrivo e partenza dei treni, ma anche un simbolo di modernità e progresso, uno spazio capace di impressionare i viaggiatori e al tempo stesso servire efficientemente le esigenze della mobilità. La sua apertura contribuì a spostare il baricentro della città verso sud, favorendo lo sviluppo del quartiere di San Salvario e delle nuove aree residenziali in costruzione. Porta Nuova divenne così un motore di trasformazioni urbane, economiche e sociali, influenzando lo sviluppo della città e la vita dei suoi abitanti. Durante il Novecento, la stazione subì vari interventi di ristrutturazione e ampliamento, fino ai lavori in vista delle Olimpiadi Invernali del 2006, che ne hanno restituito l’impianto originario valorizzando gli spazi interni e la monumentalità originaria. Oggi Porta Nuova non è solo un nodo di trasporto: è un luogo di memoria, di incontro e di identità urbana, testimone silenzioso della storia di Torino e della sua evoluzione. Come ogni grande stazione, Porta Nuova ci ricorda che i luoghi non sono solo spazi fisici: sono ponti tra passato e futuro, tra chi arriva e chi parte, tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare. E forse, come nella vita, ogni viaggio ha senso solo se sappiamo riconoscere il valore del punto di partenza
Favria, 17.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni difficoltà è una lezione che prepara il domani. Felice venerdì.
17 aprile 1848
Papa Pio IX ordina la demolizione del muro che circonda il ghetto, la zona di Roma dove i cittadini ebrei erano costretti a risiedere dal 12 luglio del 1555 in seguito alla decisione dell’allora pontefice Paolo IV.
Il dito in bocca
Me lo ha raccontato un caro amico, una sera qualsiasi, senza enfasi, come si raccontano le storie che sembrano piccole e invece restano addosso. Aveva quasi otto anni quando sua nonna decise che era arrivato il momento di farlo smettere di succhiare il pollice. Tornò dalla farmacia con uno smalto trasparente, apparentemente innocuo. In realtà aveva il sapore più amaro che si possa immaginare. Un’amarezza definitiva. La nonna non esitò un secondo. Sapeva esattamente quale dito colpire: il destro. Per chi è abituato a succhiare il destro, mi disse, non esistono alternative. «Guarda che bello lo smalto della nonna», gli disse con voce dolce. «È trasparente, lo puoi mettere anche tu». Dieci minuti dopo lui era già sul divano, davanti alla televisione, pronto a rifugiarsi nel suo rituale. Portò il dito alla bocca e scoppiò a piangere. Corso in cucina, chiese che glielo togliessero. La nonna sorrise e decretò che era troppo grande per quel vizio e che quello era l’unico modo per smettere.
Da quel giorno iniziò per lui una frustrazione totale: il desiderio intatto, il gesto proibito, la consolazione lì, a portata di mano, ma irraggiungibile. Così decise di ingannarla. Cominciò a farsi sorprendere mentre succhiava il pollice sinistro. Quando la nonna, ormai convinta, gli disse «adesso anche quell’altro?», lui rispose serio che la voglia del destro gli era passata. Alla successiva applicazione, lei mise lo smalto sul sinistro, lasciando il destro libero. Di giorno stava attentissimo, ma di notte l’istinto riportava sempre il pollice a casa. La scoperta fu inevitabile. Il mattino dopo aveva lo smalto su entrambe le mani.
Mi disse che quella scena gli era tornata addosso molti anni dopo, in libreria, quando aveva visto la ripubblicazione di Il dito in bocca di Fleur Jaeggy. Aveva provato una sensazione strana, quasi fisica. «Io non ho paura di nulla», si era detto. Poi una voce interiore aveva corretto il pensiero: «tranne che di mia nonna». Si era guardato intorno, come se potesse veder spuntare da un momento all’altro il suo chignon immobile, afferrò il libro e se ne andò.
La lettura, mi raccontò, era stata come una caccia al tesoro senza premio finale. La protagonista, Lung, ha il vizio di mettersi il dito in bocca, questo è certo. Tutto il resto è racconto che non spiega, che non chiude, che non consola. Non c’è la possibilità rassicurante di dire “ho capito”. È un libro giovane, misterioso, libero, che rifiuta di farsi simbolo o insegnamento.
Poi il mio amico si fece serio. Mi disse che si era chiesto se oggi fosse ancora possibile una letteratura così. Viviamo in un mondo spaventato, dove cerchiamo continuamente qualcuno che ci dica cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa desiderare, chi diventare. Profeti ovunque, pronti a masticarci la vita per risparmiarci la fatica di farlo da soli. Una volta scelto il profeta, scegli anche il gruppo, e la sicurezza è completa.
Quel libro, invece, non promette nulla. Non spiega, non garantisce, non seduce. E proprio per questo gli era sembrato una forma minima ma ostinata di resistenza. «Forse», mi disse alla fine, «tengo stretti i miei vizi perché mi ricordano che non ho bisogno di qualcuno che mi salvi. Mi bastano indicazioni, non verità. E in mezzo a tutte queste certezze gridate, sapere che posso ancora consolarmi da solo mi sembra una libertà enorme».
Rimasi in silenzio ad ascoltarlo. Pensai che forse crescere non significa smettere di cercare conforto, ma capire quando è giusto non delegarlo. Accettare che non tutto venga spiegato, che alcune cose restino amare, come quello smalto invisibile. E che, a volte, restare fedeli a sé stessi passa anche da un gesto piccolo, ostinato, che nessuno dovrebbe avere troppa fretta di toglierci di mano.
Favria, 18.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Oggi respiriamo profondamente, siamo esattamente dove dobbiamo essere. Felice sabato.
18 aprile 2002
Un aereo da turismo pilotato dall’italo-svizzero Gino Fasulo si schianta contro il Pirellone di Milano. Nell’incidente, oltre al pilota, muoiono due dipendenti della Regione Lombardia che ha sede nell’edificio.
19 aprile 1775 – Gli scontri di Lexington e Concord: l’alba della Rivoluzione americana
Per la prima volta le milizie dei coloni fronteggiarono armi in pugno i militari di Sua Maestà britannica: soltanto scaramucce con poche vittime, ma ben presto la ribellione si trasformò in guerra. Il cammino che avrebbe portato all’indipendenza delle tredici colonie inglesi in Nord America e alla nascita degli Stati Uniti prese avvio militarmente all’alba del 19 aprile 1775, nelle campagne del Massachusetts. Qui gli scontri di Battaglie di Lexington e Concord segnarono l’inizio della Rivoluzione americana. Da anni le colonie britanniche vivevano in una crescente tensione il rapporto con la madrepatria. La Gran Bretagna, appesantita dai debiti della Guerra dei Sette Anni, aveva imposto nuove tasse e controlli senza concedere ai coloni una rappresentanza politica nel Parlamento di Londra. Il malcontento si riassumeva nello slogan diventato simbolo della protesta: “no taxation without representation”, cioè nessuna tassazione senza rappresentanza. A questo si aggiungevano restrizioni commerciali, la presenza sempre più marcata di truppe britanniche e un crescente senso di distanza politica e culturale dalla madrepatria. La tensione esplose apertamente dopo il Boston Tea Party del 16 dicembre 1773, quando a Boston i coloni distrussero un carico di tè britannico per protestare contro i dazi imposti dalla corona. Londra reagì con durezza: sospese l’autogoverno del Massachusetts e rafforzò il controllo militare. I patrioti coloniali risposero creando un governo provvisorio e ordinando alle milizie locali di prepararsi a un possibile conflitto. Nella primavera del 1775 le autorità britanniche decisero di intervenire con decisione. Un contingente di circa 700 soldati ricevette l’ordine di marciare da Boston verso Concord per sequestrare armi e munizioni accumulate dai ribelli e arrestare alcuni leader della resistenza. Le truppe regolari, però, trovarono i coloni già pronti: una rete di informatori aveva diffuso l’allarme, tra cui il patriota Paul Revere, passato alla storia per la sua celebre cavalcata notturna con cui avvertì i capi della rivolta. A Lexington un gruppo di circa ottanta miliziani, guidati dal capitano John Parker e veterano della guerra franco-indiana, si schierò sul campo del villaggio. Parker dispose i suoi uomini in formazione lungo la strada, ma senza bloccare il passaggio dei soldati britannici: l’intenzione era dimostrare determinazione senza provocare lo scontro. Nonostante queste precauzioni, la tensione sfuggì di mano. Ancora oggi gli storici non sono riusciti a stabilire con certezza chi sparò il primo colpo. La breve sparatoria che seguì fu poco più di una schermaglia, ma lasciò sul terreno i primi morti della rivoluzione: otto coloni uccisi e undici feriti. Le truppe britanniche proseguirono quindi verso Concord, dove trovarono una resistenza più organizzata. Presso il North Bridge i miliziani riuscirono a respingere i soldati del re, costringendoli infine a una difficile ritirata verso Boston, continuamente bersagliati dagli attacchi della guerriglia locale lungo la strada di ritorno. Dal punto di vista militare Lexington e Concord non furono grandi battaglie. Tuttavia il loro significato storico fu enorme: per la prima volta i coloni avevano affrontato apertamente l’esercito britannico. Quel giorno si ruppe definitivamente ogni possibilità di compromesso tra le colonie e la corona. La ribellione era ormai iniziata e, di lì a poco, si sarebbe trasformata in una vera guerra d’indipendenza.
Favria, 19.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La calma è una forma di saggezza. Felice domenica.
19 aprile 1775
La battaglia di Lexington, combattuta da truppe britanniche e uomini della milizia coloniale, segna l’inizio della Guerra d’indipendenza americana. In quel primo scontro i ribelli costrinsero al ritiro i soldati di Sua Maestà.
Madame Denis, amante e compagna di Voltaire.
Giunto alla maturità, Voltaire intrecciò con la nipote Marie-Louise Mignot una relazione complessa e duratura, in cui si fusero passione amorosa, complicità intellettuale e un profondo bisogno reciproco di compagnia. Fu il segreto meglio custodito del celebre filosofo illuminista: un legame proibito, poiché incestuoso, durato oltre trent’anni e reso pubblico solo all’inizio del Novecento, con il ritrovamento di lettere d’amore dal linguaggio sorprendentemente esplicito.
Le voci, tuttavia, circolavano già tra i contemporanei. Allusioni e mezze frasi lasciavano intendere che qualcosa fosse noto, o almeno sospettato, negli ambienti frequentati dalla coppia.
Marie-Louise era figlia di Marguerite-Catherine, sorella di Voltaire, e di un alto funzionario reale. Intelligente, colta, appassionata di musica, lettura e teatro, attirò presto l’attenzione dello zio, allora drammaturgo affermato alla Comédie-Française. Rimasta orfana molto giovane, Voltaire ne divenne tutore legale e tentò di trovarle un matrimonio vantaggioso. Lei, invece, scelse l’amore, sposando Nicolas-Charles Denis, commissario di guerra privo di grandi ricchezze. Voltaire approvò quella scelta, forse perché già legato alla nipote da un affetto profondo. Durante il matrimonio, Marie-Louise visse tra Lille e Petit-Landau, mantenendo una fitta corrispondenza con lo zio e facendogli visita a Cirey, dove Voltaire abitava con Émilie du Châtelet, straordinaria intellettuale e sua amante. Ma nel 1744 la situazione mutò drasticamente: Denis morì improvvisamente e, poco dopo, anche il rapporto tra Voltaire ed Émilie iniziò a incrinarsi. Nel 1745 zio e nipote divennero amanti. Lui aveva cinquant’anni, lei trentatré. Una differenza d’età che, unita al potere economico e intellettuale esercitato da Voltaire, rese la relazione fragile e tormentata. Eppure, dalle lettere emerge una passione intensa: Voltaire parla di amore assoluto, di unione dell’anima, di fedeltà fino alla morte. Con il tempo, il sentimento si trasformò in una tenerezza profonda, fatta di affetto e ammirazione reciproca. Nel 1750, dopo la morte tragica di Émilie du Châtelet, Voltaire e madame Denis iniziarono a vivere insieme a Parigi. Ufficialmente lei doveva occuparsi della casa e ricevere gli ospiti; in realtà conducevano una vera vita coniugale. Poco dopo, Voltaire partì per la Prussia, chiamato da Federico II. La separazione fu dolorosa. Marie-Louise pensò persino di risposarsi, ma nel 1753 Voltaire lasciò l’incarico e la raggiunse. Fu allora che la donna visse uno degli episodi più traumatici della sua vita: arrestata a Francoforte insieme allo zio, venne rinchiusa in una cella e, secondo testimonianze dell’epoca, subì un tentativo di violenza da parte di una guardia. L’evento la segnò profondamente. Tornata a Parigi, ebbe un aborto. La gravidanza rimase avvolta nel mistero, ma Voltaire, che aveva sperato in un figlio, ne fu profondamente colpito.
Nel 1754 la coppia cercò rifugio lontano dalla corte. Dopo un periodo a Les Délices, si stabilirono definitivamente nello château di Ferney, vicino al confine svizzero. Fu lì che vissero alcuni degli anni più sereni. Ferney divenne un centro culturale europeo: filosofi, artisti e intellettuali vi giungevano da tutta Europa. Voltaire scriveva, madame Denis accoglieva, organizzava, animava la vita sociale con grazia e intelligenza.
Col tempo, tuttavia, emersero tensioni: infedeltà, incomprensioni, il desiderio di solitudine di Voltaire. Nel 1768 madame Denis lasciò Ferney. Tornò solo dopo un accordo scritto, consapevole che l’abbandono avrebbe distrutto il filosofo. L’amore era svanito, ma restava un legame profondo, fatto di responsabilità e memoria condivisa.
Nel 1778 accompagnò Voltaire nel suo ritorno trionfale a Parigi, dove morì poco dopo, a ottantatré anni. Vent’anni più tardi, ormai anziana, madame Denis si risposò, attirando critiche feroci: fu accusata di tradire la memoria dello zio. Lei rispose rivendicando il diritto alla libertà e alla felicità, come donna e come individuo. Marie-Louise Mignot fu anche un’artista: virtuosa di clavicembalo, drammaturga, autrice di testi che riflettono lucidamente sulla condizione femminile del XVIII secolo. Nelle sue parole risuona ancora oggi una rivendicazione potente: quella di una donna che rifiuta l’oscurità imposta e sceglie, nonostante tutto, di vivere secondo la propria coscienza. La sua storia, intrecciata a quella di Voltaire, racconta non solo un amore scandaloso, ma il prezzo della libertà, dell’intelligenza e del desiderio di essere fedeli a se stessi in un mondo che giudica, condanna e dimentica.
Favria, 20.04.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Affrontiamo la giornata con fiducia: siamo più forti di quanto crediamo. Felice lunedì.
20 aprile 1917
La Pravda pubblica le “Tesi di aprile”, la serie di direttive politiche già enunciate da Lenin al Soviet, nelle quali il leader della Rivoluzione bolscevica illustra la sua visione della lotta marxista.
29 maggio: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno!
Ci sono gesti semplici che fanno davvero la differenza. Donare il sangue è uno di questi: pochi minuti del tuo tempo possono diventare speranza, cura e futuro per qualcuno che ne ha bisogno.
Venerdì 29 maggio 2026, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà una nuova giornata di donazione di sangue intero.
Un piccolo gesto che può aiutare chi affronta interventi, terapie o momenti difficili. Ogni donazione è un aiuto concreto, immediato e prezioso. È possibile anche informarsi sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita.
Prenotazione obbligatoria. È possibile anche informarsi sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita. Prenotazione obbligatoria, presentarsi sempre con documento d’identità. Cell.: 3331714827, mail: favria@fidasadsp.it
Bastano pochi minuti. Il 29 maggio puoi fare davvero la differenza.