Clown, pagliaccio! – Fortuna! – La zappa! – Le ceresé! – Siamo uomini o caporali?…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Clown, pagliaccio!
Il clown è il pagliaccio di circo equestre, una persona che si comporta in modo ridicolo e chiassoso, e sulla quale non si può fare affidamento. La parola clown deriva dalla lingua inglese, che significa letteralmente: campagnolo, rozzo. Le origini della parola clown sono incerte: si suppone una derivazione scandinava o germanica, coi vari kluns, klunt, klönne, kloen che indicano, in lingue come lo svedese, il danese, il frisone e l’olandese, un fesso, un imbranato, ma c’è anche chi ipotizza una relazione con il latino colonum, ovvero il colono, proprio in ragione del significato originario del termine. Il clown nel circo provoca reazioni in bilico tra ilarità ed inquietudine. Oggi questa parola come appellativo viene usato come offesa, se non come insulto. Di fatto questo anglicismo viene adottato nella lingua italiana agli inizi dell’Ottocento, e si affianca al suo omologo che è il pagliaccio, anche se quest’ultimo avrebbe, secondo alcuni dizionari, un senso più generico di buffone da teatro o da circo, mentre il clown sarebbe distinguibile grazie al cappello a pan di zucchero, la faccia bianca coi pomelli rossi, la calzamaglia bianca e l’abito sbuffante, peraltro sono comuni le coppie di clown in cui quello Bianco, severo e malinconico affiancato dall’Augusto in Italia detto il Toni, rozzo e pasticcione. In qualche modo, se vogliamo, anche il nostro pagliaccio ci riporta ad uno scenario di tipo campestre, alle base c’è infatti la paglia, per il fatto che gli attori comici vestivano anticamente abiti fatti con una tela grezza simile a quella del rivestimento dei pagliericci, forse anche per riprendere il modello del campagnolo un po’ ignorante e un po’ stolto. Interessante osservare lo sviluppo di significati di queste due parole, se faccio qualcosa di poco serio è una pagliacciata, per le donne che hanno un debole per i rigonfiamenti indossano il pagliaccetto. L’arte di intrattenere e di suscitare risate è detta clownerie, stavolta alla francese. Infine il clownismo è esibizionismo balordo da non confondere con la clownterapia che spopola soprattutto da quando Patch Adams ha conquistato tutti, facendoci quasi dimenticare del malvagio IT. Ed infine viene chiamato Tramp, si proprio così il pagliaccio di strada, straccione, romantico e un po’ sognatore. Un di questo genere può essere considerato il personaggio di Charlot.
Favria, 22.05.2020 Giorgio Cortese
Di notte i pensieri mi fissano come gufi e mi chiedono risposte nei mei sogni!

Solo se mi accetto come sono, posso essere autentico, posso essere vero

Fortuna!
Ma che cosa è la fortuna, la Provvidenza divina sotto altro nome? Una catena di eventi ben determinata ma non prevista per la nostra cecità? Alla fortuna come regola degli eventi il filosofo Montaigne dedica una lunga riflessione dal titolo “La fortuna si trova spesso sulla via della ragione”, che è un bel mattone. La fortuna è una componente dell’esistenza, in politica è addirittura invocata come mezzo di scelta, come quando Platone lascia che sia la sorte a stabilire quali tra i buoni della sua città perfetta possono sposarsi tra loro. Più spesso la fortuna si presenta come una catena di eventi che sembrano obbedire a un criterio di razionalità e giustizia. Montaigne illustra questo concetto con numerosi esempi. Per esempio, il duca Valentino per uccidere un certo cardinale gli fece recapitare una bottiglia di vino avvelenato, che però fu bevuto dal padre del duca, il papa Alessandro VI. La fortuna inoltre è mutevole e in alcuni assedi le mura sono crollate per pura fortuna, in altre per pura fortuna non sono crollate benché fossero state minate. A volte, poi, la fortuna converte un gesto nel suo contrario, il pittore Protogene, irritato per come stava dipingendo il muso di un cane, gli lanciò contro una spugna piena di colore, e rese più vivace il dipinto. Come si vede la fortuna sembra quindi agire come una sorta di giustizia che volge un progetto nel proprio contrario, e sembra assomigliare a una sequenza di eventi spesso dall’esito beffardo. Il concetto di fortuna riesce quindi ad esprimere l’assurdità della vita e la difficile relazione tra i nostri desideri e l’esito dei nostri sforzi per realizzarli perché la fortuna non si lascia imbrigliare dalla volontà umana, ma se ne prende gioco. La parola fortuna, oggi corrisponde alla buona sorte, era nell’antichità una parola bifronte, adatta a indicare un destino sia fausto sia infausto. Fortuna deriva infatti dal latino fors, caso, di incerta etimologia e dal significato neutro, allude a una possibilità che, nel tempo, può rivelarsi propizia o sciagurata. Alla Fortuna gli antichi dedicavano statue e santuari, come il complesso monumentale per la Fortuna Primigenia a Praeneste, Palestrina. A questa dea venivano consacrati templi, come quello offerto alla Fortuna Huiusce Dei, cioè del tempo presente, che provvedeva a compensare le sventure del giorno stesso, o quello dedicato alla Fortuna Respiciens che, guardando dietro di sé, sanava invece i guasti del passato. Sebbene fosse una divinità dal carattere oscillante, essa era sempre considerata positivamente, anche quando i suoi disegni, talvolta non benevoli, sfuggivano alla comprensione dei mortali. La fortuna, intesa come destino, è in latino indicata anche da fatum, fato, e da sors, sorte, il primo termine derivato da fari, pronunciare, dire, è inteso come legge ineluttabile, dettata dalla volontà divina e destinata a dominare la storia e i suoi accadimenti, mentre le sortes indicavano in origine le tavolette di legno da estrarre per decidere il da farsi, da qui deriva, appunto, l’espressione estrarre a sorte, oppure depositate in un’urna all’interno del tempio e oggetto di consultazione oracolare. Certamente, anche in sors domina l’aspetto imperscrutabile e talvolta ostile del destino. Fortuna è come dicevano gli antichi romani una vox media, una parola neutra senza una connotazione positiva, né negativa e gli antichi greci indicavano la fortuna con il lemma tyche derivato dal verbo tynchanein che segnala l’accadere puramente casuale e imprevedibile, una forza divina inarrestabile, ineludibile insieme alla moira, corrispondente alla parte che a ciascuno è assegnata fin dalla nascita, costituisce l’essenza più potente e misteriosa del destino umano. Personalmente penso che la fortuna è sapere gioire delle piccole grandi cose della giornata.
Favria, 23.05.2020 Giorgio Cortese

Ogni giorno nelle piccole cose anche le più insignificanti posso trovare la felicità.

La zappa!
Non credo di essere stato il solo ultimamente a ripensare al Decameron di Boccaccio, che come molti avevo dimenticato dai tempi delle scuole superiori. Il tema è attuale, parla di una compagnia di gentiluomini e gentildonne lasciano Firenze mentre la peste infuria e si rifugiano in un bel giardino protetto da mura, dove passano il tempo a raccontarsi storie. In questi giorni, come mi dice l’amico Fervido, incontrato nella coda fuori dal panettiere, il giardino è un luogo di consolazione, di rifugio, e anche una possibilità d’evasione alla clausura della casa. Ma discorrendo con Fervido il paragone con il Decameron stride e si dimostra limitato. Fervido, con l’entusismo che lo contraddistingue mi diceva che il suo giardino è un rifugio, e una consolazione, ma non un luogo circondato da mura in cui può e non vuole dimenticare il mondo la fuori. Mi diceva che pensava a questo mettendo a dimora delle teneri piantine, riflettendo che la vita in giardino e dell’orto è la stessa anche nei tempi più difficili. È solo che il suo insegnamento quotidiano è ancora più significativo. Fervido mi ha raccontato che ieri ha posato la zappa e si è guardato intorno. Da quando è arrivata la primavera, qui sono accadute le cose che accadono ogni anno, eppure come ogni anno tutto sembra accadere per la prima volta. I soliti banali miracoli quotidiani insomma i merli hanno fatto il nido sul ciliegio ed i coraggiosi i fiori di pesco hanno resistito impavidi alle gelate tardive e già i frutti cominciano ad arrotondarsi tra le foglie. La meraviglia della vita, indifferente alle nostre umane vicissitudini ricomincia sempre. Parlando con lui mi sono ricordato di mio papà e di mio suocero che ogni tanto smettevano di zappare e il loro sguardo, nel caso di mio suocero andava oltre la recinzione, verso le lontane fattorie della campagna favriese ed il campanile della borgata ed i sentieri oltre ai radi pioppi. Nella mia mente seguivo questi pensieri mentre parlavo con Fervido, che anche io quando mi trovo nel frutteto, come tutti penso, ci fermiamo ed interrompiamo il nostro lavoro per guardare il paesaggio ogni volta con stupore e meraviglia. Certo con l’inizio della bella stagione impossibile non essere ottimisti e sperare che ripartiremo. Ecco la domanda, ma da dove ripartire? Dobbiamo ripartire dal lavoro della terra, giardino, orto, agricoltura, che ci indicano la strada per il nostro comune futuro. Nel mondo di domani dovremo imparare a vivere in armonia con la terra. Oggi più che mai dovremmo prenderci cura della terra per prenderci cura di noi stessi, essere dediti alla vita e alla bellezza prima che a ogni altra cosa, rispettare i limiti che il cielo, le stagioni e gli elementi ci impongono come necessari, come sacri, condividendo la terra con tutto ciò che vive. Sì, ci siamo detti entrambi, congedantoci, che oggi ci sarà più che mai bisogno di agricoltori avveduti, sentinelle del territorio, riprendendo in mano tutti almeno una volta la zappa.
Favria, 24.05.2020 Giorgio Cortese

Mi piace la speranza. È un sentimento tenace, come me!

Le ceresé!
Le ceresé sono in piemontese le ciliegie, il lemma piemontese deriva dal francese cerise e dal provenzale cereira, a sua volta dalla parola latina cerasium, dal greco antico kerasos. Una volta un contadino che abitava al margine del bosco della Favriasca voleva trovare moglie a suo figlio, ma desiderava che trovasse una ragazza onesta e laboriosa, proprio come il suo figliolo. Pensa e ripensa ed ebbe un’idea. Il mese di maggio era già iniziato da diverse settimane e le ciliege del frutteto erano belle mature, con il figlio si mise di buona lena e ne raccolsero tantissimi cesti, che poi caricò sul carro e si avviò nei paesi vicini. Giunto nei vari villaggi offriva una cesta di mature ciliege a chi gli portava un sacco di spazzatura. La gente pensava che fosse “furb come Garibuja”, personaggio dell’antica tradizione popolare piemontese dove esisteva un personaggio di nome Garibuja che sovente veniva ricordato ai bambini per far capire loro che dovevano essere un po’ più furbi. All’offerta di cesti di ciliege in cambio di spazzatura la gente pensò che si trattasse di una occasione ghiotta per fare affari e fecero a gara per portare tutta l’immondizia che trovavano in casa. Verso casa, il contadino con il biroccio si fermò vicino ad un gruppo di case, proferendo sempre la stessa offerta e allora si fece avanti una fanciulla con sacchetto di spazzatura grande come un pugno. Il contadino si meraviglio dell’esiguità dell’immondizia e disse che poteva avere poche susine in cambio e poi chiese del perché della poca immondizia. La ragazza disse che a casa sua c’era sempre poca immondizia e quella del sacchetto gli era stata donata da vicini, casa in cui andava a fare pulizia. Allora il contadino svelò del perché offriva le ciliegie in cambio della spazzatura e gli chiese di salire sul carro per andare a casa da suo figlio perché gli aveva trovato la moglie ideale. Arrivata nel casolare gli occhi della ragazza di incontrarono con qui occhi del figlio del contadino e fu amore a prima vista e decisero di sposarsi, vissero felice e contenti in una casa sempre pulita e dignitosa. Nella vita ogni problema è una opportunità e nulla è mai scontato, e tutti siamo chiamati ogni giorno a dare il meglio di noi stessi
Favria, 25.05.2020 Giorgio Cortese

Ogni giorno siamo solo il risultato della nostre scelte e il totale dei nostri errori.

Siamo uomini o caporali?
In un film Totò Esposito è un attore “mestierante” che cerca di sbarcare il lunario proponendosi come comparsa a Cinecittà, ma in seguito di un diverbio con un certo Meliconi, la cosa curiosa è che si tratta dello stesso cognome del protagonista di Alberto Sordi del 1954 “ Un americano a Roma”, viene considerato pazzo e ricoverato in una casa di cura. Qui Totò espone al medico che lo sta visitando la sua teoria sul “Siamo uomini o caporali?”. Ecco il testo: “L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!” Totò nello spiegare la sua teoria, ha scelto di classificare la categoria di persone che sfruttano gli Uomini definendoli come Caporali. La scelta non è casuale, il caporale rappresenta, nella visione di Totò, un tipo di uomo che può facilmente trovarsi ad abusare del suo piccolo ma, al tempo stesso, significativo potere, in quanto può avere un “posto di comando, senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza”. Il caporale rappresenta al meglio questa tipologia umana e può essere un tenente, un capitano, un colonnello non sarebbero stati scelte ugualmente felici, perché gli ufficiali dovrebbero essere almeno dotati di una preparazione specifica e di una discreta cultura. Che poi nei vari episodi del film, il caporale possa avere le sembianze anche di un ufficiale o di un uomo di cultura, quale un direttore di giornale, è altro discorso; magari saranno uomini “colti”, ma nell’animo rimangono dei caporali, in quanto “caporale si nasce, non si diventa!”. Nel caratterizzare il comportamento dei Caporali, particolare attenzione viene posta al loro modo di fare con le donne: il Caporale tendenzialmente approfitta del suo piccolo/grande potere per cercare di ottenere vantaggi nei rapporti con le donne; o attraverso la minaccia (“non ti assumo se non…”) o attraverso le promesse (“se sei gentile con me, …”). Un caporale particolare è il ragioniere Casoria in un altro film, La banda degli onesti. Non tutti lo conoscono, ma il personaggio del ragioniere Casoria, nel film, è probabilmente uno dei personaggi più importanti e, purtroppo, più attuali della complessiva opera cinematografica di Totò. Il ragioniere Casoria entra a pieno titolo nella categoria dei caporali, ma con un’aggravante. E’ un uomo di potere, perchè in quanto amministratore del condominio dove Totò, Antonio Bonocore, svolge il suo lavoro di portiere, può licenziarlo da un momento all’altro se non ubbidisce alle sue disposizioni. L’aggravante sta nel fatto che è un lestofante, e le sue disposizioni consistono nel coinvolgere il portiere Totò nell’imbroglio sul carbone da utilizzare per il riscaldamento: ne vorrebbe far pagare 120 quintali al condominio per comprarne solo 40. Totò da persona onesta si rifiuta e il ragionier Casoria decide immediatamente di sostituirlo con altro portiere più “morbido “. L’Italia di oggi è piena di ragionieri Casoria, ma soprattutto è divenuta piena di persone con il portiere che ha sostituito Totò. Ecco l’amara considerazione di Totò. “Passare dalla parte del ragioniere Casoria”. E’ quello che propone Totò a Peppino de Filippo, altro personaggio onesto spinto a divenire un falsario, per risolvere i loro problemi: “Ci sarebbe una soluzione, adeguarsi, questo è il segreto! Passiamo dall’altra parte, saltiamo l’ostacolo a pie’ pari, disertiamo, passiamo dalla parte del ragioniere Casoria! “. Grande Totò!
Favria, 26.05.2020 Giorgio Cortese

Ogni giorno la vita ci offre l’infinito e noi, puntualmente, ci impegniamo a tracciarne i confini.
GiorgioCortese1

Informazioni su Giorgio Cortese

“Scrivere è per me il bisogno di rivelarmi, il bisogno di risonare, non dissimile dal bisogno di respirare, di palpitare, di camminare incontro all’ignoto nelle vie della terra», spiegava Gabriele D’Annunzio. Tant’è che scrivere è spesso, spessissimo, una reale necessità. Ecco perché mi fa bene. Personalmente penso che la narrazione è un insostituibile strumento per fronteggiare un uso sempre più riduttivo del linguaggio e un’interpretazione troppo spesso omologata della realtà. Come il tempo, e i fenomeni atmosferici modellano le rocce e ne fanno dei capolavori, così la storia e gli eventi della vita ci modellano. Ogni persona che passa nella mia vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di me stesso. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della mia vita e la prova evidente che due amici non si incontrano per caso Impiegato nel settore del credito, bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Sono donatore di sangue dal 1981, e 2 medaglia oro, Presiedente del Gruppo Comunale FIDAS intitolato a Lorenzo TARIZZO e Domenico CHIARABAGLIO dal 2000; volontario della protezione Civile dal 2001, socio nella Pro Loco; socio del Gruppo Alpini; Abito dal 1984 a Favria, mi sento favriese d’adozione; la roggia, le chiese il castello, sono opere costruite prima che io nascessi, prima che venissi ad abitare in Favria, questo mi rende orgoglioso di appartenere ad una Comunità tenace e geniale, e una genuina passione mi guida nell’impegnarmi per la mia Comunità . Dal maggio 2007, Sindaco pro-tempore a Favria Canavese, provincia di Torino fino al maggio 2012. Attualmente cittadino , contribuente ed elettore favriese. cell 333 171 48 27- mail corteseg@tiscali.it