A jè ‘l mascon! – Cadere a fagiolo! – Aire con potenza infirmata. – Il clan di madama Berta Neroblanche. – La vicina! – Anche noi abbiamo le ali!…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

A jè ‘l mascon!
L’amico Sapio il grigio mi ha raccontato un curioso episodio di cui è stato protagonista quando aveva 10 anni circa. Era d’estate e allora aiutava i famigliari ad irrigare i campi per poi fare il secondo taglio del fieno. Il padre mandò lui a mettere una storta, così si chiamano le barriere per fermare la roggia in un punto prestabilito per irrigare i campi vicino. Quando arrivò vicino alla roggia vide appoggiato alla barriera che doveva abbassare per fare la temporanea diga una figura bianca che agitava le mani emettendo lugubri lamenti. Il protagonista allora bambino, preso dalla paura torno indietro e andò quasi a sbattere contro uno zio che andava a fare un analogo lavoro in un altro campo su altro ramo della roggia. Molto spaventato lui disse allo zio che aveva visto sulla paratia da abbassare una strana figura bianca che agitava le mani ed emetteva lugubri lamenti: “A jè ‘l mascon!”. La masca è una strega, mascon, stregone, nel folclore Canavesano e Piemontese. Il lemma pare che sia di origine longobarda per indicare l’anima del morto o dal provenzale mascar, borbottare, nel senso di borbottare incantesimi. Secondo altri studiosi, il termine avrebbe origine spagnola e deriverebbe dal verbo mascar, cioè masticare o discendere dalla parola araba masakha, cioè trasformare in animale. Quest’ultima etimologia potrebbe essere supportata dalla loro capacità di mutarsi in animali. I racconti popolari piemontesi infatti le narrano capaci di trasformarsi in gatti dove essi seguivano gli ignari viandanti per poi scomparire nel nulla. Pensate che una volta gli abitanti di questi luoghi , mettevano di fronte ai casolari un ceppo bruciato nella notte di Natale, per allontanare il temporale, originato dalle masche. Ad Ingria in Val Soana, gli abitanti del paese portavano a benedire in chiesa tutto ciò ritenuto contagiato dalle masche. A Bairo per liberarsi dal maleficio, si mangiava pane benedetto in chiesa nel giorno di San Giorgio. A Vistrorio nella Valle dell’Orco i bambini ritenuti maledetti venivano fatti benedire per tre volte da tre preti differenti e passando, ogni volta, per un corso d’acqua. In un altro luogo la fontana di Nivolet portava sfortuna ai viandanti perché era frequentata dalle masche. A Canischio, nel monte Mares, c’era il ritrovo delle masche. Tra Rivara e Forno, un castagneto era il luogo di convegno di streghe e diavoli. Presso Castelnuovo Nigra, i bricchi di Filia grande e piccola, indicavano i luoghi dove furono condotte al rogo le donne accusate di incantesimi e stregonerie.
Lo zio lo rincuorò e gli disse di fare il giro largo prendendo un altro sentiero e se trovava una bicicletta era quella del presunto mascone. Lui fece diligentemente il giro anche se aveva un poco di paura e trovò, come gli aveva detto lo zio,  la bicicletta e poi ricomparve davanti al mascone che sentendolo si era girato, ed aveva ripreso ad agitare le mani ed a emettere il suo lugubre lamento.
Ma ecco che arrivò alle spalle lo zio che con il manico della zappa spinse il presunto mascone nella roggia. Questi riemerse tutto bagnato ed irriso da lui e da suo zio. La morale chi burla, sarà beffato.
Favria, 22.07.2020 Giorgio Cortese

Nella vita mi dimentico delle cose che vorrei ricordare e ricordo quelle che vorrei dimenticare.

Cadere a fagiolo!
Perché si dice: “capitare a fagiolo?” Non si sa con precisione quale sia l’origine dell’espressione. Sono state avanzate alcune ipotesi, tutte prive peraltro di riscontri convincenti. Alla base delle espressioni andare, capitare, cascare, venire a fagiolo, con il significato a genio, al momento, al punto giusto, a proposito. In particolare, l’espressione più comune, “andare a fagiolo”, è attestata nell’italiano scritto a partire dal secolo XV e potrebbe anche essere stato preso dai fagioli, che erano usati come le fave bianche e nere, per dare il voto nelle pubbliche adunanze. Il fagiolo che conosciamo e mangiamo oggi, grazie all’importazione che ne fecero spagnoli e portoghesi dalle Americhe, era presente in Italia, sulle tavole della Serenissima Repubblica di Venezia, già dal Cinquecento. I fagioli, come molti altri legumi, rappresentano uno degli alimenti più consumati al mondo e presso le diverse civiltà c’è sempre stata una loro classificazione simbolica. Per la sua prerogativa di riacquistare freschezza con la semplice immersione in acqua, era ritenuto simbolo di immortalità e se nell’antico Egitto i Dolichos, fagioli dall’occhio, identificavano il cibo rituale dei sacerdoti, presso i Romani venivano consumati dal popolo e Virgilio li chiamava vilem phaseulum, perché troppo comuni e perciò indegni per le famiglie illustri. Durante il Medioevo invece divennero simbolo cristiano di continenza e umiltà. In Europa la coltivazione dei fagioli durante il Medioevo fu un fattore dell’aumento demografico. La diffusione delle nuove specie provenienti dal Nuovo Continente, relegò il fagiolo dall’occhio a companatico per il popolo rozzo e povero destinando i nuovi fagioli alla tavola dei potenti e ai banchetti papali. Ben presto, però, a causa della loro diffusione dilagante, anche i fagioli americani furono surclassati, abbandonando progressivamente le tavole dei ricchi per diventare un cibo prettamente plebeo. Il fagiolo essendo un ingrediente povero e facilmente conservabile se lo si faceva seccare, era molto facile trovarlo nella dieta quotidiana di moltissime famiglie, e allora chi arrivava o capitava a fagiolo quindi, vuol dire che arrivava quando la tavola era pronta e il cibo era nel piatto, cioè nel momento più opportuno per riempirsi la pancia. E l’origine del modo di dire potrebbe derivare come il fagiolo si stacca dalla pianta. Infatti nel passato il legume veniva raccolto molto maturo quasi marcio per cui con un semplice tocco cadeva esattamente nel cesto posto al disotto dai raccoglitori. Ma il fagiolo potrebbe essere inteso come metafora sessuale, entra nelle formazioni espressive come sfagiolare, andare a fagiolo. I fagioli, in virtù del loro seme abbondante, sono considerati anche simbolo di fertilità e ricchezza ed erano chiamati Fagioli, nella goliardia, gli iscritti al secondo anno di corso. La locuzione potrebbe aver origine perché nel secolo scorso in alcune zone di montagna d’Italia il fagiolo non era coltivato, allora si aspettava che dalla pianura portassero, di solito erano donne, a vendere o a scambiare con altre cose i fagioli, alimento importante dopo la carne. Da lì “cade a fagiolo” o “sei capitato a fagiolo”, appunto nel periodo in cui si comprano i fagioli. Ma teniamo presente che prima della Prima guerra mondiale da alcuni studi fatti la popolazione che nella penisola italiana parlava la lingua italiana era meno del 3%, e intorno al 6 o 7%, massimo intorno al 10% era la popolazione che capiva la lingua italiana. Detto questo può essere, ed è molto probabile che il detto “cadere a fagiolo” possa avere un’origine dialettale, e pertanto sia più antico della nostra lingua attuale, tuttavia forse non serve andare indietro fino al 1500. Forse basta ricordarsi di un gioco diffuso in tutta Italia come la Tombola un gioco che ha più di 250 anni. Nella versione tradizionale della tombola, le schede sono semplici cartoncini stampati e i numeri vengono coperti con fagioli, ceci, lenticchie, pasta o altro materiale disponibile dopo i cenoni natalizi come i gusci di frutta secca. Il fagiolo è un alimento completo che fa tanto bene alla salute, quindi, il cui successo è legato principalmente all’altissimo potere nutritivo, costituito per la maggior parte da carboidrati, che, soprattutto in combinazione con i cereali, completano un quadro proteico dall’elevato valore biologico pari a quello fornito dalla carne e dalle uova. Ma attenzione il agiolo non può essere mangiato crudo in quanto contiene la fasina, una proteina velenosa che viene resa innocua dopo una cottura della durata di 15/20 minuti.
Favria. 23.07.2020 Giorgio Cortese

Con il passare degli anni ho imparato che anche volendo cancellare, le azioni del passato rimangono e allora mi accontento di farne tesoro per l’avvenire.

Aire con potenza infirmata.
Aire è una parola poco usata che significa slancio che genera un abbrivio, insomma un iniziale impulso con cui si dà moto o si prende la ricorsa per aumentare gradualmente la velocità. Parola che nasce dalla frase “a ire”, ad andare. Quando si prende slancio si prende potenza, parola che deriva dal latino potentia con il significato di potere, forza. Ma il paradosso è che in francese potence, non significa “potenza” ma forca, nel senso di strumento di impiccagione. All’inizio pensavo che era proprio una strana coincidenza di somiglianza tra la parola francese e quella italiana. Pensavo che fosse fortuita, ma poi controllando meglio la parola potenza deriva dal latino potis, potente, capace, a sua volta da una radice indoeuropea che indica il capo, il signore, dal quale derivano potens, che può, potente. E qui ho trovato il collegamento con la forca in francese. In latino i deboli, i privi di vigore, erano detti impotentes, e a partire dal XII secolo la parola potentia, potenza, forza, prese il significato concretissimo dell’oggetto che sostiene chi è troppo debole per reggersi in piedi da sé: la stampella. Questo significato passò immediatamente nel francese antico potence, che col tempo andò a designare diverse strutture analoghe alla stampella, cioè a forma di T o di L rovesciata, per poi indicare specialmente la forca, il patibolo per le impiccagioni. Il passaggio dalla potenza alla stampella può risultare più familiare se uno pensa alla parola imbecille, debole perché privo di bacillum, baculum, cioè bastone, e allora si capisce perché imbecillus e impotens erano sinonimi. Se poi consideriamo che in latino un governante e i suoi atteggiamenti erano definiti “impotentes” quando erano incapaci di autocontrollo, sfrenati, e perciò odiosamente dispotici con tanta arroganza, ecco che allora guardiamo con altri occhi certi comportamenti attuali di politici nostrani e stranieri. La natura umana, dopotutto, è uguale in ogni tempo, e il confine tra potere, potenza e impotenza decisamente temporaneo. Infatti certe persone sono infirmate , indebolite. La voce infirmare deriva dal latino classico, infirmus, derivato di firmus ‘saldo, fermo’, con prefisso in- negativo. Se si parla di persone inferme e di infermità, come anche di infermieri e infermerie, sappiamo tutti di chi e che cosa stiamo parlando. Sono voci che, in tempi diversi ma comunque agli albori dell’italiano, scaturiscono dall’adattamento dell’antico termine latino infirmus, ‘non saldo’, e si sviluppano quindi intorno a un nocciolo di debolezza, fisica o mentale, ma la parola infirmare, invece, ha avuto una sorte diversa. Il suo recupero dotto dall’infirmare latino non è stato adattato, ma soprattutto non ha niente a che vedere con la patologica debolezza del fisico o della mente. Purtroppo sono certi politici delle persone che con a ire pensano di avere potenza ed invece sono solo infirmate.
Favria, 24.07.2020 Giorgio Cortese

Si disegnano fogli con allegri scarabocchi, sono pezzi di vita dai mille colori… si rilegano nel libro della mente… poi ogni tanto si leggono e non si cancellano più.

Il clan di madama Berta Neroblanche.
Tanto tempo fa nel bosco della Favriasca esisteva una bambina che abitava con papà boscaiolo e la madre molto ammalata, che aveva un telaio, e le poche volte che stava bene tesseva la lana per i ricchi signori del castello. La bambina amava cantare ed era attrattata dai riflessi dei raggi del sole nell’acqua della roggia che baluginavano nelle belle giornate d’estate in mille colori. Se trovava dei sassolini che rispendevano al sole se li portava in tasca, immaginando di avere trovato un tesoro per aiutare la mamma ed il papà. Un giorno il padre la porto alla fiera primaverile di S.Isidoro e lei tra la folla vide una bella dama che aveva al collo una bellissima collana e si sentì incredibilmente attratta dal quel luccichio. Si avvicinò, e fissò gli occhi su quel bellissimo girocollo. La dama gli chiese se voleva provarlo e nell’attimo che se lo tolse per porgerlo intorno alla fanciulla, si sentì un fruscio di ali, delle superbe gazze apparse all’improvviso gli giravano intorno per gherimere il gioiello. La ragazza cerco di respingerle, scappò verso i carri e buoi che erano pronti per la tradizionale corsa della fiera agricola e una gazza nel rincorrerla gli disse che il gioiello era di loro proprietà. La ragazza rimase perplessa ma tutto si svolgeva tanto rapidamente e riusci ad evitare che le gazze si impossessassero del gioiello. La dama padrona del gioiello l’aveva seguita, pensando che la ragazza volesse rubargli il gioiello si riprese la collana sgarbatamente e se se andò via infuriata. La fanciulla ritorno alla sua casa ai margini del bosco, amareggiata perché quella dama pensava che lei volesse rubare la collana e stupita che la gazza gli aveva parlato. Il giorno dopo era sui bordi della roggia che giocava con i raggi del sole che baluginavano nell’acqua ed ecco che gli si avvicinarono le tre gazze ladre del giorno prima. Una di loro si presentò e prese a parlare dicendo che loro erano il clan delle Berte Neroblanche e gli chiese se aveva trattenuto la collana per averla per se? La fanciulla rispose che loro erano delle ladre. Madama Berta Neroblanche la capo clan gli disse che la loro razza Pica Pica è nata con questa caratteristica ma voi esseri umani in genere rispettate i possedimenti altrui? La fanciulla pianse e disse tra i singhiozzi che la mamma era tanto ammalata e gli servivano dei soldi per compare le medicine per andare dallo speziale. Lo speziale nel Medioevo era colui che si occupava della preparazione delle medicine, solitamente aveva una bottega, definita spezieria, all’interno della quale effettuava anche attività di vendita delle spezie e delle erbe medicinali. Le gazze parlarono tra di loro volando in altro tra le alte querce del bosco, con aspri cicalecci che la bambina le trovò sgradevoli. Poi atterrano con la coda dritta. Gli si avvicinarono e gli dissero che avevano capito che lei diceva la verità e gli regalavano dei gioielli che loro avevano accumulato nel loro nido. Poco dopo tornarono e gli fecero cadere vicino delle monete oro zecchino, la salutarono dicendo che ora poteva compare le medicine che gli servivano. Arrivata a casa fece vedere ai genitori il piccolo tesoro e gli raccontò tutto quello che era successo. La madre dal letto ringraziò la sorte che era stata benevola con loro dicendo che credeva che le monete fossero state rubate, ed era felice che non era così. La figlia disse che sarebbe anche arrivata a rubare per compare cosa aveva bisogno sua madre. Ma il padre e la madre gli risposero che le loro preghiere erano state esaudite ed erano state più efficaci dei sotterfugi, ricordandogli che l’onestà nella vita premia sempre
Favria, 25.07.2020 Giorgio Cortese

In questi giorni di luglio i giorni gocciolano via come il miele dal cucchiaio.

La vicina!
Una domenica mattina mi sono seduto nel parco con un amico e parlavano di quelli slogan di Obama “ non farti rubare la speranza “ l’amico Fervido sosteneva che lo slogan era stato preso da Jesse Jackson . Si ferma il signor Elpis che dice che il non farci rubare la speranza non è una sciocchezza? Interviene Fervido che afferma per lui la speranza è quando finge che con una manciata di piume ci sia un bel merlo che fischia solo per lui! Prosegue Fervido affermando che se trovi delle piume magari le muovi, ci soffi su per farle muovere un po’, e si continua Fervido, la speranza è un duro lavoro. Un lavoro che dovrebbe essere ben pagato. Il vicino di panchina di Fervido afferma che per lui la speranza è simile al semaforo che vede verde da lontano e rimane verde quando arrivi all’incrocio. Ribatte Elpis che la speranza è una necessità umana e non possiamo vivere senza di essa. Fervido racconta del suo amico che la prima cosa che fa il mattino quando scende dal letto e controllate da testa ai piedi in cerca di qualche sintomo di speranza, gli basta trovarne uno per partire felice per la sua giornata. La speranza per Elpis non sono solo un paio di occhiali con lenti rosa, la speranza è quando si fa una affermazione e poi nell’attesa che qualcuno verifichi col cellulare se è vera, ecco l’attimo prima che avvenga il controllo e si dimostra che si è detto solo delle stupidaggini o è vera, quel intervallo di tempo, quel istante per Elpis è la speranza! Questo non vuole dire che la speranza sia morta, ma dato che è tanto fragile usciamo tutti a sentirla, in quell’intervallo. La speranza è ineffabile e fugace nasce e muore in continuazione quindi vive! Certo a volte la speranza sembra illusione ma la speranza è illudersi che il mondo sia migliore e ci dà la quotidiana benzina per andare avanti e metterci continuamente alla prova. Fervido incuriosito chiede se conosciamo la speranza? Sì risponde Elpis , io l’ho conosciuto tanto tempo fa quando non abitavo a Favria ma Torino in affitto, ed avevo una vicina di casa che abitava sotto di noi, e ascoltava le nostre discussioni, schiamazzi dei bambini, i nostri passi, la nostra musica e non si lamentava mai! Senza saperlo abitavo sopra la Speranza! Ps Elpis nell’antica Grecia era lo spirito della speranza. Nell’opera del poeta greco Esiodo “ Le opere e i giorni”, essa è tra i doni che erano custoditi nel vaso regalato a Pandora, che significava tutti doni, donna creata da Efesto. Pandora aveva avuto l’ordine di non aprire mai il vaso, ma la curiosità fu più forte e la donna aprì il vaso facendo così uscire tutti i mali, soltanto Elpìs rimase dentro perché Pandora riuscì a richiudere il vaso. Solo un dono non riuscì ad uscire dal vaso, la speranza. Esiodo non ha mai spiegato il motivo per il quale Elpìs sia l’unico dono a rimanere all’interno del vaso di Pandora, anche questa è speranza.
Favria, 26.07.2020 Giorgio Cortese

Luglio, ci colori la pelle di bronzo, e quando ci guardiamo allo specchio vediamo dentro l’estate!

Anche noi abbiamo le ali!
Una di questa mattine mi sono chiesto da quanto tempo cammino lungo quella strada quotidiana che chiamo Vita. E purtroppo non lo ricordo più. Vedo intorno a me sfacelo, cafoneria, grettezza, toni urlati e privi di gentilezza. In televisione i politici di turno parlano e parlano tutto in maniera inconcludente. Sono stato in un ufficio per una pratica e la signora che mi parlava con una gelida cortesia mi snocciolava solo termini inglesi, agremement, endorsement, target, asset! Ne sono uscito frastornato ma poi mi sono detto che per accendere una luce nel buio intorno non devo mettermi a gridare contro il buio ma accendere una luce che è dentro di me. Ma ecco qualcosa brilla dentro di me, sono le ali dell’entusiasmo che avevo perso. Nella vita quotidiana siamo tutti un poco come Icaro. Ma al contrario e a differenza della mitologica figura che precipita per essersi innalzata con superbia verso il sole, oggi ci salveremo se abbiamo la capacità di risollevarci dallo sfacelo che ci circonda e che abbiamo anche noi contribuito a crearlo. Nella vita volare senza ali è possibile anzi adesso è indispensabile. Ricordiamoci sempre che sappiamo volare!
Favria, 27.07.2020 Giorgio Cortese

La vita mi offre sempre una seconda possibilità. Si chiama domani.
giorgio

Informazioni su Giorgio Cortese

“Scrivere è per me il bisogno di rivelarmi, il bisogno di risonare, non dissimile dal bisogno di respirare, di palpitare, di camminare incontro all’ignoto nelle vie della terra», spiegava Gabriele D’Annunzio. Tant’è che scrivere è spesso, spessissimo, una reale necessità. Ecco perché mi fa bene. Personalmente penso che la narrazione è un insostituibile strumento per fronteggiare un uso sempre più riduttivo del linguaggio e un’interpretazione troppo spesso omologata della realtà. Come il tempo, e i fenomeni atmosferici modellano le rocce e ne fanno dei capolavori, così la storia e gli eventi della vita ci modellano. Ogni persona che passa nella mia vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di me stesso. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della mia vita e la prova evidente che due amici non si incontrano per caso Impiegato nel settore del credito, bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Sono donatore di sangue dal 1981, e 2 medaglia oro, Presiedente del Gruppo Comunale FIDAS intitolato a Lorenzo TARIZZO e Domenico CHIARABAGLIO dal 2000; volontario della protezione Civile dal 2001, socio nella Pro Loco; socio del Gruppo Alpini; Abito dal 1984 a Favria, mi sento favriese d’adozione; la roggia, le chiese il castello, sono opere costruite prima che io nascessi, prima che venissi ad abitare in Favria, questo mi rende orgoglioso di appartenere ad una Comunità tenace e geniale, e una genuina passione mi guida nell’impegnarmi per la mia Comunità . Dal maggio 2007, Sindaco pro-tempore a Favria Canavese, provincia di Torino fino al maggio 2012. Attualmente cittadino , contribuente ed elettore favriese. cell 333 171 48 27- mail corteseg@tiscali.it